I dischi di Guido Michelone: Henri Texier, L’intégrale. Les années JMS

Texier

In questo doppio CD antologico (L’intégrale. Les années JMS) sono raccolti i tre long playing – Amir (1975-76), Varech (1977), À corde set à Cris (1979) – che il contrabbassista francese, all’epoca come oggigiorno, pubblica per l’etichetta francese specializzata nel jazz sperimentale. Ma va subito detto che non si tratta di astruserie o di radicalismo, a cui il jazz d’Oltralpe, una volta scoperto il free, si abitua per quasi tutti i Seventies (Texier compreso, in album collettivi o per altre compagini): questa ‘integrale’ si fa ascoltare piacevolissimamente grazie a un innato melodismo e a una verve quasi romantica che avvolge tutti i quindici brani (composti perlopiù da Henri e spesso molto brevi). Sui temi partono quindi le improvvisazioni fluide, i vocalismi avvolgenti, le sonorità complessivamente morbide (mai spigolose), le armonie talvolta complesse (ma ridotte all’essenzialità): alla fine si ha la sensazione di riascoltare, con mente serena, un suono molto ‘Anni Settanta’ di quando il jazz si apre non solo all’avanguardia, ma coglie suggestioni da altre realtà musicali, che a loro volta, in questo caso, sanno di arcano, classico, esoticheggiante. Va poi ricordato che in due album su tre Texier fa tutto da solo, usando e sovraincidendo contrabbasso, violoncello, oud, basso Fender, flauto, piano, percussioni e voce; nel terzo intervengono a volte Aldo Romano (eccezionalmente alla chitarra e non alla batteria), Gordon Beck, Didier Lockwood, Jean-Charles Capon, ma la sostanza resta le medesima con Henri proiettato verso un jazz cameristico immaginifico e tuttora attualissimo, forse perché non si vuole o non si sa più esprimersi in questo modo.

Alessandro Cosentini legge ‘Passano i guerriglieri di piombo’

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Il 25 aprile, a Cosenza, l’hanno festeggiato così. E per me è stata una grande sorpresa scoprire che Alessandro Cosentini ha prestato la sua voce per uno dei miei Racconti partigiani: Passano i guerriglieri di piombo.

Dopo il Diploma all’Accademia nazionale di Arte drammatica “Silvio D’Amico”, Alessandro Cosentini ha lavorato per il teatro e per la televisione, interpretando diversi ruoli in fiction prodotte da Rai e Mediaset.

Con lui, nella performance che qui sotto presentiamo in un video amatoriale (con tutti i limiti che ciò comporta), Valentina Militano e Giorgia Conte. Le musiche sono composte e interpretate da Agapornis (Carlo Cimino e Giacinto Maiorca).

Libri tanto amati: Gianluigi Bodi e Raymond Carver

Nella più precisa delle ipotesi io e Raymond Carver ci siamo incontrati grazie ad una Cattedrale. Era il 2002 e la casa editrice era Minimum Fax. A Minimum Fax c’ero arrivato attraverso Jonathan Lethem, ma questa è un’altra storia, anche se sarebbe interessante perché a Jonathan Lethem ero arrivato grazia a “Dispenser”, programma radio condotto su Rai Radio 2 da Matteo “Ferrato” Bordone, ma anche questa è un’altra storia.

Allora non lo sapevo, ma avevo iniziato a bazzicare nel terreno dell’editoria indipendente. Infatti, recuperare i libri di Ray non fu un’impresa facile perché le librerie che frequentavano non andavano al di là dei soliti noti e delle solite note case editrici.

In realtà non so con certezza se Cattedrale sia stato il mio primo contatto con Ray. So con certezza che Una cosa piccola ma buona è stata la scintilla che ha fatto scoccare un fuoco che non accenna a spegnersi.

Quei genitori investiti da una disperazione capace di togliere il respiro erano diventati parte della mia vita. Anche se allora non avevo figli non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione che avrei dovuto temere con tutte le mie forze quella cupa tristezza.

È stato in quel momento che io e Ray siamo diventati amici. Ha visto dentro di me e ha capito.
E in effetti, anche con gli amici può capitare di non ricordare bene quando è stata la prima volta che li abbiamo incontrati. È più facile che ci ricordiamo il momento in cui hanno iniziato ad essere importanti e necessari, anche se spesso questi ricordi sono lontani nel tempo.

Quello che mi piaceva di Ray era il suo modo di raccontare la quotidianità. Osservavo la foto di copertina, quella sigaretta accesa, quello sguardo profondo che sembrava dirmi: parla pure, ti ascolto. Mi sembrava che sarei potuto essere anche io uno dei personaggi descritti nei suoi racconti. Era come se sapesse raccontare le minime imprecisioni dell’animo umano senza per forza di cose lasciarsi andare ad effetti speciali. Era come innamorarsi della ragazza acqua e sapone.

Tutti noi dovremmo avere un amico così, tutti noi lettori dovremmo avere uno scrittore con il quale dialogare attraverso le sue opere. A me capita, in momenti di disperazione, di cercare rifugio nelle pagine scritte da Ray, che siano racconti o poesie, bastano anche i suoi saggi e i suoi articoli. La sua voce silenziosa mi sussurra che andrà tutto bene. È questo che fanno gli amici.

 Negli ultimi giorni il rapporto con Ray è diventato ancora più stretto. Ho deciso di ricostruire la sua storia letteraria in Italia andando a recuperare tutte le edizioni delle sue opere. Ho iniziato dalla collana “I libri di Carver” perché era da lì che attingevo quando l’ho conosciuto. Poi ho scoperto che un paio dei volumi pubblicati in quella collana avevano un’edizione precedente sempre con Minimum Fax. Poi sono andato a ritrovo, Pironti, Garzanti, Serra e Riva, Mondadori. Spero di non arrivare mai alla fine. Sarà un lavoraccio, diventerà un’ossessione. Non importa, per gli amici questo e altro.

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Bodi Gianluigi è nato nel 1975. Le prime mosse consapevoli lo vedono frequentare lungamente l’Università Ca’ Foscari di Venezia dove si laurea in lingue e letterature straniere e dove consegue un master in didattica dell’italiano a stranieri. È il fondatore del blog letterario Senzaudio.it e si occupa di servizi editoriali attraverso SSE – Senzaudio servizi editoriali. Nel 2015 vince il premio letterario “Cartacarbone Festival”. Nel 2016 è uscita per Verbavolant la raccolta di racconti “Teorie e tecniche di Indipendenza” da lui curata e nella quale è presente un suo racconto.

Marcel Proust, botanico morale: una cronaca (severa) dal 1922

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Di Tonelli Luigi

da “La stampa”, della domenica 6 agosto 1922

La celebrità letteraria di Marcel Proust va diffondendosi rapidamente oltre i confini francesi, e già, da tutte le parti d’Europa, piovono studi ed analisi intorno alla peculiarità di quest’arte, che a molti sembra una rivelazione straordinaria. Anche in Italia non mancano, specie fra i letterati, gli entusiasti, e state pur certi che fra poco cominceranno a comparire libri à la manière… di Marcel Proust; che anzitutto codesta «maniera » sembra prontamente acquisibile, e poi c’è la fatalità delle mode letterarie, alla quale pare estremamente difficile sottrarsi. Dopo l’ora di Rolland e quella di Claudel, sta appressandosi anche in Italia il quarto d’ora di Proust. Non sarà dunque inutile che ne diciamo qualcosa pel grande pubblico, il quale non sa ancora precisamente di che cosa si tratti.

L’opera di Marcel Proust porta il titolo generale À la recherche du temps perdu: essa dunque s’annunzia come un’opera autobiografica. L’autore infatti racconta come un bel giorno, per effetto d’un certo profumo, il passato, che pareva per sempre sepolto, gli balzò innanzi con sorprendente evidenza; ed ecco, la puerizia estremamente sensibile (Du coté de chez Swann); ecco l’adolescenza deliziosa e fremente (À l’ombre des jeunes filles en fleurs); ecco la giovinezza ne’ suoi primi contatti mondani (Le coté de Gourmantes); ecco la giovinezza nella sua piena maturità d’esperienza mondana (Sodome et Gomorrhe)… Terminato quest’ultimo tomo, di cui sono state pubblicate soltanto due parti, chiuderà la serie, la quale consterà probabilmente di una quindicina di volumi, Le temps retrouvé (Ed. Nouvelle Revue Francaise). Opera «autobiografica» in senso assai largo, in quanto nessuno vorrà credere all’esattezza storica di tutto ciò che vi è raccontato; ma anche in senso profondo, giacché veramente tutto è narrato come fosse ricordo d’esperienza reale, e se i fatti non si sono svolti precisamente in quel modo, i loro elementi sono stati certo desunti da un’osservazione personale, singolarmente attenta e sottile.

«Fatti », per modo di dire; e chi nell’opera del Proust andasse cercando un intreccio, uno svolgimento di casi curiosi, interessanti, drammatici, farebbe cosa assai vana. Ché, se ogni tomo dell’opera rappresenta un’età successiva nella vita dello scrittore, in ciascun tomo le situazioni si svolgono, più che nel tempo, nello spazio, e temporalmente, secondo una logica che non è quella del tempo oggettivo, ma soggettivo, non quella dell’orologio, ma della reminiscenza. Così, una soirée, o un viaggio di poche ore, possono durare… duecento pagine ciascuno; nel primo caso, volendosi presentare una grande quantità di signori e signore, con tutte le loro caratteristiche esteriori, le loro storie, vorrei dire le loro particolari atmosfere morali; nel secondo, raccontare un numero straordinario di ricordi, suscitati dalla vista di ogni stazioncina raggiunta ed oltrepassata. In realtà, i fatti non contano pel Proust; contano gl’individui, i quali sono ritratti l’uno vicino all’altro, in lunghissima serie, sopra uno stesso piano spaziale-temporale, che potrebbe essere la società aristocratica parigina negli ultimi decenni del secolo scorso, come anche l’infinito e l’eternità. Giacché è vero che si pirla dell’affaire Dreyfus, come d’un riferimento temporale, è vero che si discute di teorie mediche, di scuole artistiche e filosofiche di venti o trent’anni fa, è vero che si dipingono i costumi mondani dell’aristocrazia francese in recenti decenni; ma non è men vero che le analisi più fini e squisite sono psicologiche, e queste non valgono soltanto relativamente al tempo e al luogo ai quali si riferiscono, bensì assolutamente, per tutti e per domani come per ieri. In Sodoma e Gomorra, ch’è il tomo Ultimo pubblicato, o richiama oggi la nostra attenzione in modo particolare, lo scrittore analizza i fenomeni del ricordo e del sogno, le intermittenze del cuore, la mutabilità delle opinioni, i rapporti fra dolore o desiderio lirico…: è evidente che codeste analisi riguardano un materiale umano permanente, il quale di necessità deve dare a quelle analisi un carattere generale ed astratto. La stessa analisi dell’inversione sensuale, considerata in se stessa o ne’ suoi rapporti sociali, come destino mitico o quasi mistico d’una parte numerosa dell’umanità, ha qualcosa di trascendente, che sembra sfidare la mutabilità dei costumi…

Se così è, ecco Marcel Proust messo idealmente accanto a un Saint-Simon, o ad un La Bruyère; i quali infatti, sotto forma di Mémoires o di Caractères, ritrassero uomini e costumi del loro tempo, e seppero insieme penetrare sì addentro nello spirito dell’uomo, da formulare, magari senza volerlo, alcuni eterni paradigmi psicologici. Eccolo tuttavia distaccato da essi, per il metodo d’indagine e per l’atteggiamento sentimentale durante l’indagine. Che il Saint-Simon è un appassionato ed un vendicativo, il La Bruyère un satirico e un moralista, entrambi degli scontenti; mentre il Proust è un osservatore senza scrupoli e senza velleità moralistiche, senza odi né amori, e il sorriso che ogni tanto gli fa brillare lo sguardo, è ironico ben più che satirico, e piuttosto che ironico, soddisfatto dello spettacolo prodigiosamente vario ed identico dell’umana commedia. D’altra parte, La Bruyère e Saint-Simon sono nutriti di secentismo cartesiano; il Proust, d’ottocentismo bergsoniano, o piuttosto, di novecentismo relativista e psicanalista. Certo, ciò ch’è detto della memoria, richiama la psicologia del Bergson; ciò che del sogno, le teorie psicanaliate del Freud; ciò che del tempo, il relativismo filosofico che s’è preteso costruire su quello fisico-matematico einsteiniano…

Ma, lasciando stare i paragoni che sono sempre arbitrari, e mettendo da parte i presupposti scientifici e filosofici dell’analisi del Proust, noi dobbiamo vedere se e fino a qual punto l’osservatore è un artista, se e fino a qual punto l’opera di rappresentazione analitica è un’opera d’arte. Ammettiamo pure le lungaggini enormi ed incredibili, considerandole come intrinseche alla novissima tecnica, sebbene qualche volta appaiano affatto pedantesche e superflue, come quelle di toponomastica; chiudiamo gli occhi sulle immagini poco felici, considerato che lo stile del Proust è quanto di meno immaginifico vi possa essere. Resta tuttavia a sorprenderci, che lo scrittore, per spiegare stati d’animo e rappresentare avvenimenti, abbia così spesso bisogno di ricordare passi letterari di Racine, Molière, Madame de Sévigné, e magari quadri e pezzi di musica famosi; sebbene, del Racile egli si serva per raggiungere effetti delicatamente ironici, del Molière, per appoggiare la sua graziosissima satira, valevole oggi come sempre, contro i medici e la medicina… Sopratutto, ci sorprende come nell’opera del Proust ai abbia bensì «toute une galerìe de portraits», ma questi ritratti ci appaiano soltanto da un lato, quasi potessero disporre, appunto come le tavole dipinte, soltanto di una dimensione. Difatti, in Sodoma e Gomorra, il barone di Charlus e Albertine, studiati con estrema minuzia come tipi rappresentativi degl’invertiti maschili e femminili, si presentano soltanto come tali; il dott. Cottard, M.me de Cambremer, e tutti gli altri duchi e duchesse, principi e principesse, nelle loro esclusive vanità e relazioni mondane; i domestici, i liftiers, i maitres d’hotel, ecc. unicamente nei loro segni esteriori, e gerghi e tics professionali… L’anima, nella sua complessa vivente totalità, sembra sfuggire, non dico all’analisi del critico, ma al talento del poeta.

Ora, può darsi che codesta anima integrale, di cui tanto si discorre, sia un’astrazione ideale, e che in realtà, gl’invertiti sieno precisamente come Charlus e Albertine, i dottori come Cottard, le intellettuali come la Cambremer, i maitres d’hotel come Aimé, null’altro avendo di fatto che quello che mostrano. Può darsi altresì che le manifestazioni mondane, inferiori ai movimenti artistici, alle crisi politiche, all’evoluzione del gusto, ne sieno tuttavia «le reflet lontain, brisé, incertain, trouble; changeant»; onde, studiando e rappresentando il «reflet », si venga indirettamente a studiare e rappresentare il raggio della realtà tutta intera, sociale e spirituale. Ma anzitutto bisogna riconoscere che codesto restringimento di visuale, nel Proust, s’è venuto attuando di volume in volume, con moto progressivo; il che dimostrerebbe, mi pare, dati gli effetti sempre meno soddisfacenti, una diminuzione di vigore poetico. E poi, ammettendo la reale esistenza d’individui, nei quali tutto sia in funzione di sensualità invertite, vanità salottiere, pregiudizi, orgogli, gelosie di mestiere, tutto anzi sia ridotto a codesto; resta a vedere se la rappresentazione artistica di tali individui valga quella delle personalità veramente grandi, complesse, profonde, le quali toccano veramente i poli opposti della terra e del cielo. Chi non dubita che le Précieuses ridicules sono infinitamente inferiori al Don Juan, non avrà difficoltà ad ammettere che l’opera del Proust ha un orizzonte assai limitato, e, se le cose non cambieranno, è destinata, dopo un’effimera voga, ad una vita non lunga. In verità, mancano in essa quelle ombre in cui s’intuiscono inesplorabili abissi, quei fulgori in cui balenano delle rivelazioni; tutto è sotto una blanda luce filtrata di salotto, in un’atmosfera satura di profumi artificiali… Può essere codesta, l’arte, il romanzo di domani?

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È vano fare delle previsioni; non inutile, determinare a quale tradizione si riallacci un’opera d’arte. Marcel Proust non è un rivoluzionario; è anzi il continuatore coscienzioso e fedele d’una profonda tendenza del romanzo francese, che ha per maestri Stendhal, Goncourt, Rolland. Stendhal è il fondatore del romanzo psicologico; acuto, fine, rivelatore, come nessuno né prima né dopo di lui. Ma il fondo, i colori, i personaggi de’ suoi capolavori sono romantici; e il romanticismo ripugna ai Goncourt. I quali infatti accettano il metodo analitico stendhaliano, ma rinunziano agl’intrecci avventurosi, alle situazioni drammatiche e dinamiche, applicandosi di preferenza ai casi di trasformazione, decadenza, degenerazione fisica e morale, e attribuendo assai maggiore importanza all’ambiente, che all’io. Nel Jean Christophe rollandiano, l’io e l’ambiente tornano insieme, come due forze egualmente potenti ed ineliminabili; ma qui l’io è prevalentemente estetico, l’ambiente quasi esclusivamente artistico e letterario. Il Proust sembra aver fatto tesoro di tali insegnamenti, prendendo da Stendhal l’arma lucida dell’analisi, dai Goncourt l’interesse pei fenomeni degenerativi, dal Rolland la virtù di rappresentare vaste zone sociali. In realtà, egli ha dissolto, o sta dissolvendo, in modo definitivo, l’organismo romanzesco e poetico, che, compatto ancora in Stendhal, s’era sgretolato nei Goncourt e sbrecciato nel Rolland.

Non facciamo questione di generi letterari; ma certo v’è un punto, in cui l’arte cessa di prevalere per far posto ai processi analitici: secondo che si sia di qua o di là da quel punto, si ha un’opera d’arte o di pensiero, anche se poi l’una conservi qualità analitiche, critiche, filosofiche, l’altra virtù artistiche. L’opera del Proust tende sempre più a rivelarsi come studio di costumi, non come creazione estetica: il che non è un gran male, essendo preferibile un buon libro di mémoires, o di caractères, a un cattivo romanzo. Ma sia chiaro a tutti gli aspiranti romanzieri, i quali credono di aver trovato nel Proust il loro messia, che essi, adottando il metodo e la tecnica proustiani, s’allontanano dalla poesia, per avvicinarsi alla critica dei costumi.

Quanto al Proust personalmente, ci pare che la fortuna della sua mastodontica opera assomigli assai a quella del Jean Christophe: quanto più l’opera procede, tanto meno persuade. Bisogna aggiungere che ciò che in principio poteva essere discutibile – la sua aridità sentimentale, – ora appar chiara ed indubbia. Sottilissimo analista, osservatore acutissimo, spirito insomma intelligente all’estremo, il Proust, in fondo, è un impassibile. Qualche volta ha un sorriso, un brivido… È un’eccezione: la regola è l’impassibilità. In una delle prime pagine di Sodoma e Gomorra lo scrittore, indugiatosi alquanto su certe sorprendenti analogie fra uomini e vegetali, dice che il suo jupien gli offriva un esempio, «que tout herborisateur humain, tout botaniste moral pourra abserver… ». Appunto: Marcel Proust è un erbolaio, un botanico morale. E il pericolo probabile che lo sovrasta è che i suoi tipi e caratteri, con l’andar degli anni, appassiscano e muoiano, come le piante negli erbari.

Bull Mountain: anticamera dell’inferno

Bull Mountain

NN editore non è solo Kent Haruf. Se è vero che la squadra milanese capitanata da Eugenia Dubini in poco più di un anno ha scalato le classifiche delle vendite e lo ha fatto con quella Trilogia di Holt, ormai da annoverare tra i capolavori della letteratura americana del XXI secolo, ecco che sulla soglia di questo 2017 che già ha donato il più tardo gioiello del cantore della pianura statunitense, da via Sabotino mettono sul tavolo un poker di libri nuovi che non sono il riempitivo di un catalogo dominato da Haruf ma opere a tutto tondo, dotate di una forza sorprendente e di una bellezza autonoma. Qualcuno ha detto che i ragazzi di NN non ne sbagliano una; e io mi unisco a quello che potrebbe diventare un coro. Così, dopo Mia figlia, Don Chisciotte di Alessandro Garigliano e Il Salto di Sarah Manguso, da un paio di settimane – ma frattanto è uscito anche La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo capitolo di una nuova trilogia, quella di Grouse County – è in libreria Bull Mountain (portato in italiano da una cordata di traduttori che hanno deciso di rimanere anonimi, pp. 296, euro 18) dell’esordiente Brian Panowich, una storia da cardiopalma che ha fatto dire a James Ellroy che lì dentro c’è tutto: “whiskey, droga e caos”.

È una storia che ridà voce al lato oscuro, quasi animalesco, dell’America di provincia; è la storia di una montagna della boscosa Georgia, con le sue infinte platee di alberi, e della famiglia Burroughs (l’Edgard Rice Burroughs della saga di Tarzan c’entra, eccome!) che lassopra domina da almeno cinque generazioni, dall’avo Johnson Burroughs, il più anziano capoclan, giù giù fino a Clayton. Ci hanno costruito sopra baite e capanni da caccia, distillerie per fare il migliore whiskey artigianale di tutta le Georgia del Nord, piantagioni di marijuana e laboratori per produrre metanfetamine, sempre visitati dal demone del luogo generante quella “sottile simbiosi tra la terra e chi la considera la propria casa”. I Burroughs tengono Bull Mountain come un dono di Dio ma sul quale Dio stesso ha perso ogni prerogativa: tra sguardi glaciali, luride facce e armi spianate, Panowich, ex musicista itinerante e ora pompiere, racconta di gente così alloppiata dal senso dell’onore – un “contorto” senso dell’onore – da credersi divinità e da essere disposti a lasciarci la pelle piuttosto che “fregare chiunque ritenga parte della famiglia”.

Ma, come in ogni dinastia che si rispetti, ci sono le pecore nere. E Panowich proprio su quelle punta tutto, e quelle diventano i nostri eroi in questa vicenda di violenze e di lacrime che abbraccia un arco di tempo che va dal 1949 al 2015. Non c’è che farsi trasportare da capitoli che si affastellano furiosi, risalendo e discendendo i decenni in un andirivieni che lega sempre più stretto il destino della famiglia Burroughs, dal primo ‘traditore’, Rye, che cercò di vendere il posto in cui era nato per uscire allo scoperto e smettere di vivere come banditi, fino al protagonista del volume, Clayton, il più piccolo dei figli di Gareth Burroughs – “era stato cresciuto per essere paranoico. Vigile. Attento” –  che si fa sceriffo “con l’obiettivo primario di restituire l’anima a una famiglia che pensava di non averne mai avuta una”.

Non posso dirvi se ci riuscirà. Ma vi assicuro che in mezzo c’è di tutto: sangue che cola sulle assi delle verande, revolver puntati in mezzo agli occhi, rumore di nasi che si rompono schioccando, facce trasformate in poltiglia, mutande che si inzuppano con il piscio della paura. E, in mezzo agli urli – qui e là forse con qualche debito di troppo nei confronti di Mickey Spillane e del pulp di Doc Savage –, un sogno da inseguire, il sogno di Clayton, fiducioso “nella bontà del mondo”, convinto di poter raddrizzare ciò che è nato storto, e però anche uomo fragile e spezzato che dovrà scontrarsi pure con l’intervento dei federali e di un uomo, Simon Holly, che mescolerà, tra droga e sete di vendetta, il proprio ruolo ufficiale con le questioni private che lo tormentano fin da bambino (memorabile la scena in cui Simon abbraccia la mamma appena dopo aver sventato una violenza sessuale: “con la minaccia ormai scomparsa, il bambino si precipitò dalla madre, che quasi ricadde a terra. La cinse con le gambe ossute, liberandola dai granelli di ghiaia e pietrisco che le si erano attaccati alle cosce e al sedere nudi”).

Posso però dirvi che, alla fine, esce tellurico dai boschi un senso della famiglia che opera su quella zona della Georgia “con la delicatezza di un maglio da cinque chili”. Per tutti ci sarà almeno una revolverata o un muso sbattuto contro il bancone del bar. “Perché qui”, in questa anticamera dell’inferno, come recita uno degli uomini di Bull Mountain, non c’è lieto fine, mai, e “non esistono soluzioni pacifiche”.

I dischi di Guido Michelone: Kenny Dorham, The Flamboyan

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Un discorso speciale si può fare per questo jazzman nero, un trombettista tra bebop e hard bop, nato a Fairfield il 30 agosto 1924 e morto a New York, il 5 dicembre 1972, un solista che nasce artisticamente con il bebop postbellico ed esplode con l’hard bop attivo tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sixties. Il disco in questione (The Flamboyan, Uptown) proviene da una seduta live, ovvero dal locale chiamato The Flaboyan nel quartiere Queens, il 15 gennaio 1963, un lunedì dopo mezzanotte eccezionalmente aperto alle jam sessions, con il quartetto del trombettista Kenny Dorham (1924-1972), all’epoca una stella di casa Blue Note con LP straordinari da Showboat a Matador, da Una Mas a Trompeta Toccata. Ai quattro si aggiunge come guest star Joe Henderson al sax tenore, anch’egli in quegli anni fulgidissima stella dell’hard bop. E la ritmica non è da meno con Ronnie Matthews al pianoforte, Steve Davis al contrabbasso e J. C. Moses alla batteria. Tre standard celeberrimi (Summertime, Autumn Leaves, I Can’t Get Started) e tre original (Dorian, My Injun From Brazil, Dynamo) e lunghe improvvisazioni che mettono in luce l’efficacia, la forza e la maestria dei cinque, in particolare Henderson e Dorham, il quale, come Lee Morgan e Freddie Hubbard, ha il merito di non lasciarsi influenzare dalla linea cool alla Miles Davis o alla Chet Baker, ma di proseguire con le sonorità più calde, rotonde, pastose di Clifford o Dizzy Gillespie, con cui tra l’altro aveva cominciato.

La leggenda privata di Michele Mari

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di Mariolina Bertini

Inoltrandomi in Leggenda privata (Einaudi 2017), mi interrogavo, pagina dopo pagina, sulla vertigine di felicità che mi trasmettono i libri di Michele Mari, soprattutto quelli in cui l’ispirazione autobiografica è più evidente e diretta.

È una cosa strana, perché non è  né allegro né ottimista, Michele Mari, proprio per niente. Tra i fili che s’intrecciano in Leggenda privata, ad esempio, c’è la depressione che invade poco a poco la vita della sua mamma, Iela Mari, eccellente illustratrice la cui fama non ha retto al confronto con quella del marito Enzo, uno dei più geniali e osannati designer del secondo Novecento. Si può immaginare un argomento più triste? Eppure la piccola epica famigliare di Leggenda privata, anche dove è straziante, non è affatto triste. L’impetuoso piacere di raccontare, da cui il narratore è come travolto, investe insieme l’infima quotidianità e il ricordo delle esperienze infantili più umilianti e traumatiche, tutto salvando nella luce, come dice il titolo, della leggenda.

Bisogna precisare che non si tratta di una salvezza religiosa, né tanto meno estetica. È la salvezza precaria di quei piccoli frammenti di passato che nascondiamo in una scatola o in un cassetto, consapevoli del fatto che il loro valore risulterà col tempo del tutto enigmatico; è la salvezza che nasce dallo humour, capace di trasformare in personaggi  da giornalino di Gian Burrasca, o da Pierino Porcospino, quegli adulti imponenti e minacciosi che hanno steso sulla nostra infanzia l’ombra della loro inconfutabile autorità. È una salvezza fatta della materia di cui son fatti i sogni, forse non ha maggior realtà della polverina contro gli  incubi che la mamma finge di somministrare ogni sera a Michele bambino, ma ha la stessa miracolosa efficacia, lo stesso infinito e stupefacente potere.

Gli incubi, come in tutta l’opera di Mari, svolgono anche qui un ruolo di primo piano. Una fitta schiera di mostri, usciti dalle pagine dell’amatissimo Lovecraft, vive nella cantina e nella soffitta della casa del narratore, ed intrattiene con lui rapporti tutto sommato molto civili. Riuniti in due Accademie, i mostri sono addirittura all’origine del racconto che leggiamo; sono loro infatti a imporre al riluttante Michele di raccontare per iscritto la propria giovinezza, in un’esilarante parodia di quel “patto autobiografico” teorizzato da Philippe Lejeune per la gioia dei docenti di letteratura del secolo scorso. Nulla di strano che, con simili committenti, il racconto presenti brusche aperture su scenari  terrifici dall’inquietante prossimità. Forse la statuetta della Madonna ospitata da una nicchia nel muro del giardino ha sostituito oscure e implacate divinità pagane; forse, nelle sue preghiere, la cattolicissima nonna materna del protagonista non si limita a discorrere con la Vergine e con i Santi, ma patteggia con le oscure potenze degli Inferi. Dal mondo rassicurante della vita di ogni giorno, il mondo di Carosello e della pasta al forno cucinata dalla nonna paterna, è facilissimo scivolare nei corridoi senza fine di Shining, o nei viscidi sotterranei dove si celebrano i riti abominevoli di Cthulhu; più difficile, forse impossibile, accertare quale sia, tra i due mondi, quello più vero. Il narratore di Leggenda privata non può che far la spola dall’uno all’altro, cercando nel contempo, per essere risparmiato dai mostri, di fornir loro quello che avidamente chiedono: il racconto della sua vita. E proprio in questo racconto risucchia il lettore, suggerendogli  che in fondo quei due mondi – quello del quotidiano e quello dell’orrore – coincidono. Perché  per un  ragazzino spaurito  che non riesce a trattenersi dal fare la pipì a letto lo sguardo giudicante di un padre autoritario, carismatico e geniale non è meno terrificante della Maschera della Morte Rossa o di Colui che Sussurrava nel Buio.

Due  icone,  verso la fine del libro, fissano l’immagine del Padre e della Madre, visti da Michele bambino. Due quadretti dipinti con i pennarelli e poi trasformati in puzzles (come gli acquarelli di Bartlebooth nella Vita istruzioni per l’uso di Perec). Il padre, con la sua barba nera da santo bizantino, ha un pennello in mano e alcune sue opere sullo sfondo; la mamma è intenta a disegnare e cucinare insieme, riassumendo così la sua vita di artista resa faticosa dai compiti casalinghi. Proprio come in Perec, la trasformazione dell’immagine in puzzle diventa per Mari una metafora della scrittura:

… Quei primi due puzzle rimangono unici e fatidici. Già nel disegno ebbi la sensazione di definire  i miei genitori (definire, intendo, ne varientur): nel ridurli a pezzetti, poi, mi sentii spregiudicato notomista: finalmente nel ricomporli fui stregone che riporta alla vita, e scienziato che riduce il caos a una ratio. Ma, naturalmente, li ricomposi una volta soltanto, passati poi in proprietà dei destinatari.

    Intorno alle figure centrali dei genitori, viene in luce, di scorcio, la Milano dell’epoca: il bar Giamaica, Brera, Jannacci. Alle spalle di Iela, una famiglia della borghesia milanese colta: il padre è stato il medico curante di Dino Buzzati e di Montale, con cui intrattiene  rapporti di amicizia. Alle spalle di Enzo Mari, invece, un padre pugliese, barbiere e calzolaio: il prediletto nonno Gino, che inizia il piccolo Michele alla truculenta lettura dell’”infimo rotocalco” Cronaca vera e all’ammirazione per le ragazze “di culo alto”. Michele, sempre in bilico tra mondi contrastanti – non soltanto tra quello letterario-cinematografico dell’Orrore e quello del quotidiano, ma anche tra quello borghese della mamma e quello popolare dei nonni paterni – non ha una vita facile, anche a prescindere dai mostri che, acquattati nell’ombra, aspettano la libbra di carne sanguinante della sua autobiografia. Che cosa lo salverà? Forse l’ostinazione che è il tratto centrale del suo carattere, e che conferisce alle sue predilezioni – erotiche, letterarie o alimentari che siano – qualcosa di eroico, di estremo, di donchisciottesco. La sua predilezione per la maionese Kraft, ad esempio, sopravvive  al ricordo di un’umiliazione particolarmente dolorosa nella sua ingiustizia:

La nonna povera (…) comprava la Kraft, di cui andavo ghiotto. Purtroppo per me la Kraft aveva mantenuto (e ancora oggi mantiene) la titolazione francese: “Mayonnaise”. Orbene, una domenica (memoria), a pranzo dai nonni (selettiva), io mi trovo davanti il tubetto: lo vedo e pronunciando così com’era scritto (avevo non più di otto anni, nescio al tutto di francese) sillabo diligentemente: “Ma-ion-nai-se”. Vlam! Lo scapellotto bruciante, di quelli da sotto in su, radenti la cuticagna. “Ma..”, dico lacrimoso: e mia nonna a rincalzo: “Ma Enzo!” Questa è la risposta-spiegazione: “Perché c*** deve parlare come un deficiente!?” (meno male che non aveva detto “deficientello”). Non ebbi la forza di difendermi, anche perché mio nonno mi fece sedere vicino a lui. Dopodiché, se dopo mezzo secolo la maionese Kraft (vlam) è ancora la mia preferita vuol dire che deve piacermi davvero.

Una nota a piè di pagina aggiunge al quadretto una chiosa sostanziale:

“Kraft, cose buone dal mondo”: la voce della pubblicità era del doppiatore storico di James Stewart, Gualtiero De Angelis (Roma 1899-1980). Spremere un po’ di quella maionese, allora, era un po’ come essere seduti a tavola con l’Uomo che uccise Liberty Valance.

Letteratura e cinema schiudono i varchi da cui irrompono i mostri, ma aprono anche la strada redentrice della leggenda. Della leggenda che vince sulla realtà, nella Milano del piccolo Michele come nel vecchio West di John Ford.