Dio denaro, quanto ci distruggi!

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Sono trascorsi più di centosettant’anni da quando Karl Marx ha lanciato la prima ingiuria contro il Dio denaro; lo faceva nel 1844, tra le pagine dei Manoscritti economico-filosofici, laddove l’autore del Capitale già tinteggiava la paurosa bestialità di un tessuto sociale tenuto assieme dall’avida sete e dalla bramosia dell’accumulo. “La proprietà privata ci ha resi così ottusi e unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo ]…], quando è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo”. L’artista spagnolo Marcos Guardiola Martín riprende il verbo marxista e lo colloca in un suo universo di immagini bluastre e carminie in cui l’uomo asservito al capitale procede prima crudele e stolido e poi vacuo e insulto come in un libro dei morti senza’anima.

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Dio denaro è un volume a leporello (piegato, cioè, a fisarmonica) pubblicato da Gallucci; riporta alcune brevi ma incisive sentenze di Marx (nella traduzione di Norberto Bobbio, con introduzione di Luciano Canfora). Marcos Guardiola Martín, che firma le tavole con lo pseudonimo di Maguma, illustra il pensiero di Marx attraverso un impasto di tratti e di stili che fanno capo all’arte espressionista e al linguaggio della pubblicità, con personaggi tolti alla tradizione indiana e inseriti in contesti che strizzano l’occhio al Genesi e, in particolare, all’episodio fondante della Caduta dell’uomo e al Rousseau dell’Origine della disuguaglianza quando scrive: «Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno siete perduti!”». Così, la prima immagine che Maguma sciorina sulla pagina è proprio quella di un uomo che ha cintato un albero (della conoscenza) colmo di frutti dorati; pomi, evidentemente, immangiabili e non digeribili se, appena oltre, quello stesso uomo appare gonfio di denari nella bocca, nelle orecchie e nel corpo intero. “Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali”, scriveva Marx, “è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi”. La vita si fonda sul soldo, i sensi si appagano nel possesso, il corpo diventa contenitore da riempire di cose provenienti dall’esterno, poiché di dentro non c’è più nulla. Pertanto l’uomo-capitalista, che ha ormai in testa ciminiere a guisa di corna, è diventato un demonio, un satanasso ingrassato e ben vestito, il cui muso ha preso le sembianze del porco. Il denaro si accumula, unico “vincolo che mi unisce alla vita umana”, e diventa mondo, finché i corpi, anonima carne trita del possesso, prendono peso, nella vita, solo se gravati sulla schiena, come salvadanai, dall’onere e dalla schiavitù dell’avere, senza essere.

Il libro, completamente disteso davanti a noi, è lungo poco più di un metro e mezzo. Se ce lo mettiamo di fianco possiamo misurare la nostra statura. La nostra piccola statura di uomini schiavi del denaro.

​Le nostre anime di notte, o della condivisione

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di Barbara Masoni

Mi piace descrivere con un ossimoro i romanzi di Kent Haruf dicendo che rappresentano un’epica della semplicità. Non narrano di gesta eroiche o leggendarie, i fatti raccontati non sono straordinari, i personaggi non sono complicati, la prosa non è difficile da seguire nella lettura. Haruf racconta storie (all’apparenza) semplici ma coinvolgenti. Per quanto può sembrare semplice la vita. Come fa Edgar Lee Masters nella sua Antologia di Spoon River, Haruf costruisce un universo attraverso le storie degli abitanti della sua immaginaria (ma così reale, ormai, da avere anche la sua cartina, disegnata da Marco Denti e Franco Matticchio) contea. Come Masters crea la sua Spoon River dalle storie incise sulle lapidi, così Haruf ci presenta un mosaico di polaroid, una serie di istantanee sulla comunità di Holt che vanno a comporre il romanzo corale della Trilogia della Pianura più uno (Le nostre anime di notte, appunto) rendendo letterariamente immortale la vita sull’altopiano. Questa semplicità sta oltre che nella prosa, curatissima (sobrietà coniugata ad esattezza la definisce Fabio Cremonesi, il traduttore che ha trasportato in italiano questi nuovi classici), nei temi trattati, che sono quelli dei grandi classici della letteratura.

Uno dei fil rouge che attraversano la poetica di Haruf è il prendersi cura gli uni degli altri. Che non è appannaggio degli adulti, dei genitori, della famiglia in senso stretto. Anzi, Haruf al contrario racconta di famiglie non “standard”, di adulti che si fanno carico di bambini che non sono figli loro (ad esempio Berta May in Benedizione si prende carico della nipote e le sue vicine Willa e Alene si legano particolarmente alla bambina, in Canto della Pianura i fratelli McPheron, scapoli, accolgono Victoria), di adulti incapaci di accettare i figli (Dad Lewis e il reverendo Lyle in Benedizione e in Canto della Pianura la mamma di Victoria) o incapaci di prendersene cura (Betty e Luther in Crepuscolo). La sensibilità di Haruf lo porta a rendere centrale nella sua narrazione i bambini o ragazzi appena adolescenti, contrapponendo il loro mondo e il loro modo di prendersi cura dell’altro a quello degli adulti. I ragazzi sono un po’ tutti lasciati a se stessi, costretti a crescere in fretta o a farsi carico anche dei problemi dei “loro” adulti, siano essi padri, madri, nonni.

Our Souls at Night book

E consapevolezza e condivisione sono le parole che a questo punto vengono alla mente. Consapevolezza come accettazione della vita nel bene e nel male, delle cose belle che essa ci porta e di quelle brutte che ci fa incontrare. In questo senso i bambini e i più anziani si differenziano dagli adulti: i primi perché ancora guidati dall’immaginazione, da uno sguardo trasparente sul mondo, i secondi per la consapevolezza del tempo che passa, degli errori passati. Che si possono riparare, perdonare, superare. Condivisione come far partecipi gli altri, mettere a disposizione le proprie abilità, spartire le proprie cose e i propri pensieri con gli altri. O il proprio tempo. O il silenzio della notte. Come fanno Addie Moore e Louis Waters in Le nostre anime di notte.

“Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”

È la condivisione più intima, consapevoli che andando a dormire insieme risveglieranno le coscienze del paese. Condividere, ci dice Haruf, fa bene, ma in questo ultimo romanzo sono solo l’anziana vicina di Addie e il piccolo Jamie, suo nipote, a capire quanta energia positiva venga liberata dalla condivisione delle notti dei due ormai anziani protagonisti. Il karma positivo non viene colto dalla maggior parte dei cittadini di Holt, né dal figlio di Addie, poco attenti a quanto conti per Addie e Louis lo stare insieme e farsi compagnia, soprattutto nelle lunghe notti, che forse per gli anziani sono un quotidiano memento mori, un presagio di quello che a breve sarà: prima magari essere confinati a letto dalla malattia o dalla vecchiaia e poi il sonno eterno.

Consapevolezza nella condivisione: consapevolezza che condividere le ore del giorno e della notte con qualcuno, che prendersi cura l’un l’altro e insieme prendersi cura di un ragazzino o della ancor più anziana vicina, dopo aver fatto i conti con la vita, dopo aver messo da parte rimpianti e rimorsi, fa bene. Prendere il buono che c’è, aver fede nello spirito dell’Uomo, nell’umanità: ecco un altro fil rouge della poetica di Kent Haruf, che non idealizza mai né giudica i suoi personaggi. E anche Le nostre anime di notte si conclude con un piccola luce che brilla, come una finestra accesa nell’oscurità della pianura: c’è una ragione per credere che Addie e Louis ce la faranno.

Haruf ci lascia, con il suo ultimo romanzo, il messaggio che condividere ci fa bene e del bene, e che dovremmo cercare di vivere ogni istante nella consapevolezza del momento.

I dischi di Guido Michelone: Jimmy Giuffre 3 Bremen & Stuttgart 1961

Bremen-Stuttgart-1961Gli inizi degli anni Sessanta si confermano una stagione bellissima per l’evolversi del jazz contemporaneo: accanto alle ricerche sul modale di Miles Davis e John Coltrane, sul free con Ornette Coleman e Cecil Taylor, sul magma sonoro di Charles Mingus ed Eric Dolphy, esiste anche una linea bianca sperimentale che vede in Jimmy Giuffre il massimo rappresentante, benché solitario, personalissimo, rimosso dalla critica ideologizzata (pronta solo a giudicare il valore di un musicista in base alle simpatie per la causa nera o persino in base alla militanza nel black power), ma recuperato alla distanza ad esempio dalla improvised music britannica: non a caso queste registrazioni escono di nuovo adesso con la Emanem, l’etichetta di Martin Davidson che più di ogni altra sta contribuendo al rilancio e alla valorizzazione del free inglese del passato recente (Derek Bailey, Paul Rutherford, Iskra 1903, Spontaneous Music Ensemble) e tutt’oggi attivissimo (Evan Parker, Lol Coxhill, Phil Minton). Che cosa fa Giuffre per risultare così vicino all’avanguardia londinese? Nel 1961 crea un trio in cui affianca il proprio clarinetto al pianoforte di Paul Bley e al contrabbasso di Steve Swallow; e con loro firma due album epocali, Thesis e Fusion, che poi verranno riuniti nel CD 1961 dalla ECM; quindi il Jimmy Giuffre 3 effettua alcuni concerti in Europa che vengono miracolosamente registrati e che usciranno in compact nel 1993 come Emphasis & Flight 1961 per Hatology. Ora la Emanem ripubblica quelle performance avvenute alla Mozartsaal Liederhalle di Stoccarda il 7 novembre 1861 (cd b) e alla Sendesaal di Brema il 23 successivo (cd a), aggiungendo alcuni inediti per soli piano e contrabbasso e un paio di alternate tracks dagli album Verve. Ne fuori esce un’idea esauriente di quanto il genio di Giuffre inventa in perfetto interplay con Bley e Swallow e affrontando il jazz quasi in un’ottica dodecafonica, con frasi spezzettate, passaggi atonali, improvvisazione libera dove lo swing marcato viene trasmutato in prezioso camerismo.

Libri tanto amati: Chiara Bongiovanni e Shosha di I. B. Singer

 

È un esperimento che mi capita di fare. Riprendere oggi un libro che ho amato da ragazzina e su cui in seguito per me è calato il silenzio: non ne ho sentito più parlare, né ho letto nulla che lo riguardasse. Mi piace ricordare sensazioni e giudizio a libro ancora chiuso e poi metterli alla prova. E quasi sempre la ragazzina fa un’ottima figura. Aveva dodici anni ed era più furba di me.
Non ricordo dove e come mi fossi procurata Shosha, ma so che l’avevo scelto anche se la copertina di Ferenc Pintér mi irritava profondamente. Era sbilenca e sbavata, non somigliava né a Munari né a Lady Oscar. Sapevo a stento che cosa fosse lo yddish e non provavo una particolare fascinazione per la cultura ebraica. Era tutto strano, là nella Varsavia degli anni ’30, le donne sposate avevano la parrucca e gli uomini dondolavano, accendevano un sacco di candele e parlavano continuamente di Dio, un altro argomento che mi lasciava del tutto indifferente.
Quando l’ho ripreso in mano qualche settimana fa poche cose affioravano nitide: il mio entusiasmo di allora, l’amore tra shosha e Arele e la storia che il tempo è un libro e i morti non spariscono mai, perché continuano a vivere nelle pagine già sfogliate. Era la storia che Arele, l’adulto, lo scettico, lo scrittore, inventava per Shosha dopo averla sposata e doveva raccontarla con parole semplici perché altrimenti Shosha non avrebbe capito. Lei non era cresciuta, non aveva imparato a leggere e scrivere e vedeva i fantasmi. Era rimasta ferma ad aspettarlo nella strada dove avevano vissuto insieme da bambini, con la memoria intatta, il corpo ancora immaturo e la mente intorpidita dall’attesa.
Il mio entusiasmo doveva essere molto contagioso perché avevo convinto la mia nonna a leggere il libro. Era una grande vittoria, non succedeva mai. Avvertivo con divertimento il suo imbarazzo fin da metà lettura: “ma gioia mia, come ti è venuto in mente? È una storia tra un uomo sano e un’handicappata, Singer sarà anche un grande scrittore, per carità, ha vinto il Nobel, gli ebrei sono sempre stati precoci e intelligentissimi, pensa a Furio Jesi, ma questo è sgradevole, innaturale. Se consuma il matrimonio lui è un mostro, un porco”.
Ignoravo chi fosse Furio Jesi, ma ridevo sotto i baffi perché erano le prime volte che scoprivo che il giudizio della mia nonna poteva essere tanto diverso dal mio, ma non per questo assoluto o migliore e se era vero mi si apriva un mondo in cui avrei potuto fare di tutto anche il bagno mezz’ora dopo mangiato.
Sapevo, come credo sappia una qualunque dodicenne, che l’amore è sempre innaturale, imbarazzante, doloroso, asimmetrico. La differenza era nel meccanismo di identificazione. La mia nonna aveva una lettura ingenua tanto quanto la mia, ma lei vedeva Arele con quello stesso sguardo incredulo e inorridito che nel romanzo hanno per lui sua madre, i suoi amici, le sue donne adulte e consenzienti. Io con l’unico sguardo di cui potessi appropriarmi, quello di Shosha. Perché la Chiara adulta che potevo immaginare allora – immaginare davvero, di nascosto, lasciando da parte le Barbie, le riviste o la televisione – era pur sempre una dodicenne gettata senza salvagente nel mondo dei grandi. Ed essere amata da uno di loro, grande ma in grado di riconoscersi in me, sospettavo fosse l’unico modo per sopravvivere.
Qualcosa di simile sarebbe successo l’anno dopo con Lolita. Io, beata, lo alternavo ai giornaletti di supereroi subito dopo l’esame di terza media. La nonna navigava a vista, incerta tra la censura e l’incoraggiamento. In effetti, benché Humbert Humbert fosse molto più porco di Arele, bisognava ammettere che Nabokov era letterariamente più raffinato di Stan Lee. Il dilemma tra cultura e morale veniva quindi risolto dalla nonna con astuzia spiegandomi che Nabokov in realtà era un uomo normale con una moglie normale e che adolescenti come Lolita potevano esistere soltanto in America dove venivano mandate in campeggio da piccole e perciò diventavano maleducate e ninfomani. Anche in questo caso, però, io non coglievo lo scandalo, o meglio, sapevo che era un’invenzione delle nonne di tutto il mondo. Ero consapevole che una ragazzina, specie se deliziosamente maleducata, può piacere a un uomo, che sedurre è divertente, ma non sempre è facile tirarsi indietro. Quello che mi piaceva da matti in Lolita erano i meccanismi mentali della controparte, muovermi, da tredicenne, nella testa del porco. Capivo nebulosamente che quel romanzo, come altri che avevo letto, portava all’estremo una comunissima fantasia e ci scavava dentro, conseguenza dopo conseguenza. Humbert Humbert era attratto dalle ninfette così come Jim Hawkins era affascinato dai pirati e dai tesori nascosti, solo che uno girava per motel e l’altro si ritrovava accanto a Long John Silver.
Rileggendo Shosha nel modo in cui leggo oggi e cioè d’istinto, senza cultura critica, ma con un occhio che necessariamente va oltre la trama, ho trovato almeno tre cose che non ricordavo e all’epoca certo non avevo notato.
La prima è il crescente senso di morte in cui sono immersi tutti i personaggi mano a mano che si avvicina l’invasione hitleriana (che significativamente non verrà descritta; nell’epilogo, in Israele, troveremo i sopravvissuti a fare la conta dei morti). Molti di loro potrebbero salvarsi per tempo, ottenere passaporti e fuggire negli Stati Uniti, ma non lo fanno. Anzi, rifiutano ogni aiuto. Sono sempre stati e continuano a essere inadatti alla vita e restano impigliati nella fine del mondo a discettare su Dio e su Spinoza in una sorta di lucida e brillante agonia che non prevede speranza.
La seconda cosa è come può essere bella una nevicata che inizia nel centro di Varsavia il giorno del matrimonio di Shosha e Arele, andando avanti per più di dieci pagine, senza mai una parola di troppo. La neve “asciutta come il sale” invade le strade del ghetto e fodera e attutisce la luna di miele nei boschi e la tormentosa prima notte di nozze.
La terza, infine, mi è venuta in mente proprio scrivendo questo pezzo ed è quanto siano simili nella loro abissale distanza Shosha e Lolita, le due non donne che catturano con una femminilità monca e sterile un professore di letteratura e uno studioso di hassidismo affascinato dai falsi messia. Due figurette esili e bionde, sotto il metro e sessanta, che in entrambi i casi rappresentano ben più che un’amante adolescente o una moglie sbagliata.
Nabokov, russo, scrive in inglese tra Ithaca e Harvard, dopo aver vissuto a Londra e Berlino e pubblica a Parigi, per via del famoso scandalo delle nonne. Dopo dieci si ritradurrà in russo. E la sua Lolita ha la sguaiata e sleale volgarità di un’insopportabile America senza passato, senza casa e sempre protesa alla fuga. Esserne attratti è un insopprimibile sigillo di depravazione.
Singer, ebreo polacco, quarantatré anni dopo essere fuggito a New York si intestardisce a scrivere nella lingua ormai semimorta dei suoi antenati per autotradursi in un secondo tempo in inglese. La sua Shosha ha la tarda docilità della vittima sacrificale, uno sguardo acuto solo per l’invisibile e una memoria perfetta per il passato lontano. E’ un tutt’uno con la via Krochmalna, l’arteria del ghetto, il cuore dell’ebraismo orientale, che lei percorre ossessivamente da un capo all’altro spiando dentro i portoni. Ricambiare il suo amore è un destino senza scelte e senza uscite come quello di un “ago attratto da un magnete”.
Shosha muore due giorni dopo aver lasciato Varsavia in un’affannosa fuga tardiva. Muore di lontananza e l’amore non le basta.
Lolita sopravvive gravida e bianca in un sobborgo senza nome. La ninfa però non ce l’ha fatta, è morta di vecchiaia a quindici anni. Essere amata non è stato sufficiente.
Humbert e Arele sopravvivono sradicati in patrie d’elezione. Per Humbert il carcere, voluto con caparbietà. Per Aron un’Israele luminosa e protetta da guerre continue e uomini armati come ai tempi della Bibbia.

***

Chiara Bongiovanni, insegnante di scuola media e traduttrice dal francese. E’ stata per diversi anni lettrice del premio Calvino e collabora all’Indice dei Libri del mese.

Eclissi di Ezio Sinigaglia

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di Ippolita Luzzo

Abbiamo tutti una nostra Recherche

Ezio Sinigaglia inizia per me dalla lettera scritta sulla copertina del libro Eclissi (Nutrimenti), dalla storia del suo primo romanzo Il pantarèi, edito trenta anni fa e da Giuseppe in possesso di una copia.
“Smarrito nella distrazione editoriale Il pantarèi di Ezio Sinigaglia è recuperato, in quattro puntate, qui, nelle sue pagine che ruotano attorno alla Recherche.” così Giuseppe Girimonti Greco scrive su FN qualche anno fa.
Conosco così Daniele Stern, “poligrafo senza occupazione”, egli viene incaricato, da una casa editrice con la quale saltuariamente collabora, di scrivere – in quaranta pagine e in cinque giorni – una storia del romanzo del Novecento, che entrerà a far parte del settimo e ultimo volume di una Enciclopedia della Donna, di impianto – per il resto – molto tradizionale”
Leggo il libro di Sinigaglia con le mie scarse competenze letterarie, cerco di possedere il senso della cantata interiore, la musicalità sentita in questo pomeriggio di giugno con Eclissi.
“Poggio Martino 15 giugno
Caro G, qui fulmini e saette. Ogni giorno. Mai visto un giugno simile. Corrente che salta di continuo. Quindi lavoro sul Pc senza corrente, e consumo batteria. Risultato scrivo a mano, poi ricopierò, sempre che Zeus non mi impedisca prima. Dunque, sono quasi alla fine. Manca solo … sarà il 20 marzo dell’anno prossimo.”
La lettera di Ezio Sinigaglia sta qui con me fra le tante lettere al mondo che ognuno di noi ha scritto.
Nel destino che ciascuno ha anche i libri hanno una stella, la stella guida. Eclissi è un libro di stelle. Leggendolo ecco nella mia testa Cassiopea, la chioma di Berenice, il mito, e il film  Serendipity, un film sul destino.
Nel cielo moltissime stelle.
Potrei viaggiare nel tempo per milioni di anni. Rapita dalla musica dell’universo cantato con le parole sonore di Ezio Sinigaglia ringrazio in cuor mio il destino o le stelle che permettono una notte straordinariamente luminosa nel mare magnum della letteratura.
Trovare la Stella Polare, decifrare quel momento di una domanda, di una quaestio, quel desiderio in mancanza di stella, dalla etimologia della parola, quell’attesa, quello svelamento.
Eclissi, viaggiare sul carro, dalla ruota posteriore destra, pochi centimetri più a est e proseguire per un tratto che è di circa cinque volte la loro distanza. Ed ecco la Stella Polare. La vedi, Eu?
Nella nostra Recherche quotidiana la stella si chiama scrittura.
Ezio Sinigaglia costruisce un racconto corale fra terra, cielo e uomini nella natura del tempo incrociato scrivendo una lettera al mondo.

Francesca Tini Brunozzi: Una poesia performativa. Come una lotta col lettore

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di Franco Acquaviva

Nell’affrontare Il grado zero della buona educazione. Poesie per spaccare (Melville editore, prefazione di Elisabetta Perfumo) di Francesca Tini Brunozzi edito da Melville, la prima impressione è quella di essere investiti da un flusso, un flusso di versi continuo, mormorante, quasi giaculatorio, a volte ipnotico.
Composizioni lunghe che si distendono su due o su tre pagine, a settenari, ottonari, endecasillabi o anche a versi più brevi o più lunghi che pare obbediscano al bisogno come di far metrica con parole quotidiane, con espressioni anche gergali, riflesso magmatico, densamente ritmico, di una quotidianità spesa tra lavoro, politica, amicizia, amore, pronunciate in una sorta di limbo dove veglia e sonno si confondono e dove sembra essenziale esprimere il dire ritmico purchessia, come un riflesso di coscienza vitale, un ECG permanente della parola, che nella pagina manifesti il suo disegno per picchi e valli a registrare il battito e la concatenazione degli impulsi verbali in versi.
Un voler dire che porta le stimmate dell’urgenza, come si attestasse sul limite di un’afasia che minaccia l’orizzonte del dicibile, e che si prova a esorcizzare con una proliferazione di senso, che trova agganci, occasioni, in un vissuto che passa a lampi, fotografato, sezionato, interrogato, concatenato a flusso di coscienza: se ne è investiti come da una corrente, sia nel senso di un continuo scorrere, sia nel senso di qualcosa che è portatore di elettricità, di eccitazione fisica.
Una poesia che pare cavalcare la veglia come fosse un lungo sonno, un sentiero notturno dove ogni tanto tocca “fare un salto/ un salto quantico/ non al bar o in libreria/ ma all’incrocio delle circostanze/ Come succede con le maestà/ o con le fontane sui sentieri/ per i fedeli o per i guerrieri/ Un sollievo lungo il cammino”; nel quale mettere a punto alcune questioni, fare grado zero nel rimettere al centro qualcosa che è sfuggito fino a quel momento “Fermare la mia mente/ che sempre mi ha mentita/ e aprire cuore e mente/ Lasciarmi attraversare”. Un bisogno di canto che come un vento può prender dentro tutto: contenuti della vita quotidiana, pensieri, cazzeggi, brividi, tormenti, stupori, incazzature, languori, gioie, ma anche riflessioni, ragionamenti, pensiero, domande alte. Su tutto sembra dominare proprio la voglia fisica del canto dispiegato: ecco così a volte il verso lungo, che è come un cantarsela, una ninna nanna, o uno squarciagola, a seconda; un piacere fisico del dire per dire, che è gioco di libere assonanze tra suono e senso. Sembra quasi di star dentro a una jam session jazz, quando il sassofonista prende a improvvisare su un elemento e non termina finché non ci ha scavato dentro fino in fondo. E come il sassofonista che a volte compie passaggi ardui per chi ascolta, in certi momenti appare arduo seguire un filo che non sia il libero arbitrio del voler volare a tutti i costi, quell’emettere note su note per dispiegamento di pura energia vitale, e dunque in certi momenti sentire nella lettura quasi il bisogno di fermarsi a respirare. Par di capire che tutto questo sia voluto; che la posta che l’autrice mette in gioco con il lettore sia volutamente alta: gli si chiede attenzione massima, continua, senza flessioni, come in un potlach, di cui si può apprezzare la continua tensione al superamento di sé nel dono all’altro, la pedagogia, l’etica implicita: come se questa cornice antropologica attribuisse un senso forte all’atto del poetare, un senso di necessità.
Ma allo stesso tempo emerge anche un altro aspetto di questo braccio di ferro tra generosità: quello che nel linguaggio performativo del teatro o della danza mette in evidenza il patto implicito tra esecutore e spettatore, quando chi sia in grado di compiere in scena un atto radicale e totale non può evitare di lanciare una sfida allo spettatore, costringendolo quasi a una lotta corpo a corpo, come accade in certi spettacoli dove i danzatori danzano fino allo sfinimento; così è come se l’autrice qui chiedesse al lettore di rispondere allo stesso livello, di andare avanti con lei fino allo sfinimento: poeta che sembra farsi performer per ingaggiare questa lotta con il lettore (lettore che lotta, lettore lottatore, come l’autore, come l’attore). Nel leggere poi la nota posta al termine del libro, dove si evincono le condizioni nelle quali il testo si è formato, e cioè scrittura notturna, mese ininterrotto di lavoro, utilizzo dell’I-Phone come supporto di scrittura, si trova una conferma implicita a questa lettura “performativa”.
Se nella nota vengono rivelate come stringenti alcune condizioni relative alla scrittura, al periodo di composizione, all’ora della stessa, al supporto utilizzato, questo fa sì che esse appaiano molto simili alle coordinate spazio-temporali altrettanto stringenti di una performance; dove la scrittura in quelle condizioni si fa opera essa stessa, oltre a produrre l’opera: così siamo in presenza di varie costrizioni iniziali, di un’impresa da compiere; dell’opera che ne scaturisce e che leggiamo.
Ma l’opera è stata anche l’azione performativa di scrivere in quelle specifiche condizioni? E dunque se il libro è l’opera, opera è anche l’atto fisico extra-ordinario di scrittura del libro? E questa performatività del libro, potrebbe riversarsi nell’oralità di ritorno, nella restituzione ad alta voce del poeta e dunque farsi, per chiudere il ciclo, performance tout court, veglia di gruppo, atletismo dell’attenzione e della voce? Oppure l’opera non potrà che rimanere oggetto privilegiato di una ritualità segreta, di un’impresa già compiuta, che il poeta ha intessuto con sé stesso “in quella prodigiosa cova/ dei versi che rintanata al buio a me dico?”.

I dischi di Guido Michelone: Bobby Darin & Johnny Mercer Two Of A Kind

Bobby Darin

Per capire la grandezza di questo disco (Atco Records, 1961) che risale al 1961 basta dare un’occhiata ai brani presenti nel long playing originale e in questa riedizione su CD: sul lato A si ascoltano la title track, Indiana, Bob White, Ace In The Hole, East Of The Rockies, If I Had My Druthers, sul lato B I Ain’t Gonna Give Nobody None Of My Jellyroll, Lonesome Polecat, My Cutey’s Due At Two-To-Two Today, la Medley con Paddlin’ Madelin’ Home Row Row Row, Who Takes Care Of The Caretaker’s Daughter, Mississippi Mud, Two Of A Kind, mentre nel CD ci sono sette bonus tracks mai editati: Cecilia, Lily Of Laguna, Bob White, East of the Rockies, I Ain’t Gonna Give Nobody None Of My Jellyroll, My Cutey’s Due At Two-To-Two Today, Mississippi Mud. Sono insomma venti brani diversi che danno un’idea definitiva di questo storico incontro nel canto jazz, troppo spesso sottovalutato da critici e recensori. Cosa rende ormai questo disco un classico della musica americana tout court? Sono diversi i fattori che concorrono a esercitarne la grandezza e l’originalità, a cominciare dalla differenza anagrafica fra i due vocalist: all’epoca Bobby Darin ha ventisei anni, Johnny Mercer cinquantadue, quasi il doppio, anche se all’ascolto le voci sembrano fresche uguali,poiché entrambe protese a esaltare il lato swingante, divertito, generoso di un jazz carico di ritmi vorticosi, feeling seducente, vocalità sincopate. E dire che i due sembrerebbero distanti anni luce fra loro per via delle rispettive carriere: Mercer lavora come paroliere, compositore, impresario per il teatro e per il cinema lungo quasi mezzo secolo, Darin è un recente fenomeno pop fuori tempo massimo per via dell’invasione rock. Eppure i due, insieme, fanno scintille, paiono quasi due gemelli nell’interpretare, anche con molto humour, un repertorio leggero che esalta la bellezza della forma-canzone e il ruolo degli arrangiamenti per big band grazie alla conduzione impeccabile di Billy May & His Orchestra.