Intorno e oltre Il narratore di Walter Benjamin

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Einaudi ha pubblicato, è già qualche mese, un profondo seppure breve saggio di Walter Benjamin. Si tratta de Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, nella traduzione di Renato Solmi. Il testo è corredato da abbondanti note a commento di ogni singolo capitolo, e da due note maggiori a introduzione e a conclusione del volumetto, tutte per la cura di Alessandro Baricco.

Il testo, che in origine fu messo in circolo dalla rivista «Orient und Occident» nell’ottobre del 1936, è un piccolo tesoro. Non si tratta di un classico di Benjamin, ché non è tra le opere di lui più conosciute, e tuttavia funziona come un classico, almeno secondo le indimenticate indicazioni di Calvino, che, con enorme e pudica saviezza, ci ammaestrava così: “si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”; e poi: “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Questo è l’uso che pure ne ha fatto, per lungo tempo, Baricco il quale racconta come, alla Scuola Holden, Il narratore fosse la Bibbia che “si studiava con grande lentezza e cura” durante tutto l’intero primo anno di lezioni. Ora quel testo nei corsi di scrittura di Baricco non s’utilizza più perché è intervenuta “una mutazione antropologica curiosa” per la quale non è più possibile agli studenti di “stare seduti per più di quaranta minuti”. Tant’è!

Ad ogni modo, Baricco ci fa capire che questo Benjamin va preso come un classico, cioè come una fonte inesauribile di cose da imparare. E la prima che pure il curatore si preoccupa di far capire al lettore è che l’opera di Nikolaj Leskov c’entra poco e niente. Gli accenni al russo sono isolati e affatto ascrivibili alle circostante in cui l’intervento prese forma. Non è un saggio critico, non è un manuale che insegna le tecniche del fare narrazione. L’attenzione è tutta sul profilo del narratore in quanto figura ideale, per delineare la quale si ricorre alle sue caratteristiche morali: di costui, possiamo dire, Benjamin offre un’etopea.

Il narratore è abissalmente distante dall’attuale umanità e, a suo modo, la supera. Scrive il filosofo in un dettato a tratti aforistico: il narratore e la sua attività sono “qualcosa di già remoto, e che continua ad allontanarsi”; i suoi lineamenti sono “grandi e semplici”. La statura del narratore si misura sull’esperienza delle cose, sulla capacità di trasmettere l’esperienza del mondo, della vita, dell’esistenza umana. Al romanziere del suo oggi, sostiene Benjamin, a quello che si accinge a trascrivere l’esperienza della Grande Guerra, viene proprio meno il senso di questa esperienza, trovandosi costui ad avere un rapporto afasico con la realtà: “non si era notato che, dopo la fine della guerra, la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? Ciò che poi, dieci anni dopo, si sarebbe riversato nella fiumana dei libri di guerra, era stato tutto fuorché esperienza passata di bocca in bocca”. Perché l’uomo, dentro ai fanghi delle trincee, “dimentica il sangue, le memorie e il domani: la sua persona”.

È necessario astrarsi, per meglio capire; ci vuole lontananza; di Leskov, in uno dei pochi accenni che vi fa, dice che “è a suo agio nella lontananza dello spazio come in quella del tempo”, sì che il personaggio per antonomasia dei suoi racconti, “il suo modello è l’uomo che sa orientarsi sulla terra senza avere troppo a che fare con essa”.

Questo distacco programmatico dai calori dell’immediato significa una forma superiore di conoscenza e non un distacco dal reale. Essere lontani è segno della volontà di separazione critica dagli abituali parametri conoscitivi, in direzione di una presa nuova sui dati dell’esperienza. Da qui muove, per Benjamin, un “orientamento pratico” insito nell’opera di molti narratori:

Tale utile può consistere una volta in una morale, un’altra in un’istruzione di carattere pratico, una terza in un proverbio o in una norma di vita: in ogni caso il narratore è persona di «consiglio» per chi lo ascolta. […] Il «consiglio» […] non è tanto la risposta a una domanda quanto la proposta relativa alla continuazione di una storia […]. Il consiglio, incorporato nel tessuto della vita vissuta, è saggezza. L’arte di narrare volge al tramonto perché vien meno il lato epico della verità, la saggezza.

Ciò, dunque, che è veramente utile risiede nel sapere, nell’avere criterio (come diceva mia nonna), nel dare un buon consiglio, che è pure un aiuto, allorché ci si sente disorientati. Ma tutto questo manca. “Il primo segno di un processo al cui termine si colloca il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna”; declino configurato nei termini di una modificazione in seno alla società: “il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano da vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri”. Il romanzo, insomma, manca di saggezza, e si limita ad attestare e a esprimere “il profondo disorientamento del vivente”.

Il filosofo segnala come necessaria per il narratore l’esigenza di ritrovare una dimensione meno diretta, più leggera e diradata che conservi la fragile grazia dell’arte del raccontare storie. Ritiene deleteria quella forma di comunicazione che è l’informazione, modalità di espressione che trova la sua manifestazione più pervasiva, a quell’altezza cronologica, nel giornalismo. Benjamin sostiene che l’informazione uccide la narrazione poiché la prima ha ormai invaso, come una pianta infestante, molti degli spazi del raccontabile: “ogni mattino ci informa delle novità di tutto il pianeta. E con tutto ciò difettiamo di storie singolari e significative. Ciò accade perché non ci raggiunge più alcun evento che non sia già infarcito di spiegazioni”. L’ansia di stare a ridosso del tempo, della notizia, dell’evento soffoca l’arte, perché della storia tende a dare troppe delucidazioni. E Baricco magistralmente, chiosa: “il narratore non cerca il senso della vita, ma piuttosto la morale della Storia. Non cerca il senso di una vita, ma la morale di tutte le vite possibili. […] Una memoria ad ampio raggio e a bassa definizione. Vedono così gli uccelli in volo, vedeva così Omero”.

In ultimo, chiudendo il cerchio e ripigliando i passi coi quali s’era data una valenza morale alla figura del narratore, Benjamin scrive (ed è il pensiero con cui il saggio si congeda): “il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso”.

Bene. Il volumetto è breve e intenso, si direbbe che la sua concisa pregnanza sia apparecchiata per offrire al lettore l’agio di riempire alcuni spazi, non vuoti, ma solo segnati nei margini. È un vizio antico quello di usare la saggezza di un testo per vederci meglio nelle situazioni che abbiamo di fronte. Per una dissoluta consuetudine lo faccio anch’io. Benjamin scrive Il narratore quando il nazismo ha già dato fuoco al palazzo del Reichstag e quando “la notte dei lunghi coltelli” ha ormai veduto il buio più nero. Era la crisi: prima ancora che politica, morale. Col suo lume, il filosofo di Berlino cercava “il giusto”. E il giusto era colui che sapeva, con profonda saviezza e buon consiglio; e mentre fuori la tempesta infuriava, “il fascismo” – qui inteso come espressione ideologica equivalente al nazismo – “vedeva la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di vedere riconosciuti i proprio diritti)” e “tendeva conseguentemente a una estetizzazione della vita politica” (così nella Postilla conclusiva all’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; mette un gran battito di tamburo al cuore a pensare di poter fare un parallelismo col tempo presente): l’esistenza ridotta a esibizione e l’arte, sua schiava, in mano agli esteti o agli esaltati (l’esempio che faceva Benjamin era quello di Marinetti).

Qualcosa, forse molto, suona contemporaneo. Per cominciare, è fuori di dubbio che stiamo vivendo una crisi. Una crisi morale ed estetica. Si dà la colpa al Postmoderno che ruppe gli schemi del modernismo e contaminò, mescolò, corruppe i canoni. Lo dice il quasi quarantenne docente del Christ’s College di Cambridge, Edward Docx (“Addio Postmoderno” su «La Repubblica» del 3 settembre 2011), annunciando la morte del movimento teorizzato da Lyotard e l’avvento di un’era nuova, quella dell’Autenticità. E forse è vero. Ché il Postmoderno, con le sue contaminazioni, ha finito per mettere in difficoltà anche i critici più fini, cosicché “pochi si sono sentiti sicuri o esperti a sufficienza da riuscire a distinguere la spazzatura da ciò che non lo è”: da qui è nata una foga nella ricerca dell’autentico, del veritiero, del puro. E sarà pure un’esigenza morale. Forse meno divertente, forse molto più contegnosa. L’ironia verrà magari bandita. Eppure è un fatto che il contegno ironico, che dava corpo alla “condizione postmoderna”, fatica a resistere, perché il sorriso, l’ironia sussiste quando si ha una certa coscienza delle cose, del passato, della stratificazione storica. Ho l’impressione che, al contrario, oggi, tutto questo venga meno, che si vada in direzione opposta, nell’inconscio recupero di modalità percettive più vicine all’istinto (lo diceva pure Sartori in Homo videns), prive del tesoro accumulato attraverso l’esperienza (e, a questo proposito, Scurati ha parlato di “letteratura dell’inesperienza”).

Da tutto ciò vengono fuori narrazioni nuove e tuttavia sfocate. Non vorrei che “autenticità” finisse per coincidere con “improvvisazione” dilettantistica. In questa direzione penso siano da interpretare i moniti di Gabriele Pedullà (di cui ho detto in una mia precedente recensione a un romanzo di Cazzullo) che vuole veder ricomparire, nelle righe scritte, ‘lo stile’ perduto. Forse in questo ambito vanno anche interpretati i manifesti della “Generazione TQ” (tra i firmatari c’è lo stesso Pedullà) che vogliono, con ferma grazia, salvaguardare il patrimonio della cultura.

Forse si è dimenticato che fare cultura vuol dire, avanti a tutto, rispettare una dimensione morale, da cui discende, poi, quella estetica. Forse. Forse è questo il messaggio che ancora possiamo spremere dal libretto di Benjamin. O no?

Articolo pubblicato in origine su LibriSenzaCarta, l’11 novembre 2011

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Perché i ragazzi raccontano la Resistenza

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Partigiano Inverno recensito da Daria Galateria su “La Repubblica” (4 novembre 2012)

Classe 1978, Giacomo Verri ha dovuto studiare, per scrivere sulla Resistenza. Come – stessa età – Paola Soriga da Cagliari, con la sua ragazza staffetta dei partigiani (Dove finisce Roma), Aldo Cazzullo (La mia anima è ovunque tu sia), e Valerio Varesi (La sentenza: duri della mala milanese finiti nella brigata Garibaldi), avranno ascoltato da piccoli, in famiglia, storie della Liberazione; ma non ossessivamente, come capitava nella generazione precedente: e piuttosto hanno elaborato Pavese, Calvino, Fenoglio.

Ora il romanzo d’esordio di Giacomo Verri (Partigiano Inverno, Nutrimenti, pagg. 236, euro 17) restaura venti giorni di dicembre del ’43, uno per capitolo, a Varallo, borgo innevato sulla Sesia (Vercelli): vigilia di Natale di sangue, con uno scontro a fuoco tra partigiani e fascisti della Legione Tagliamento, che lasceranno contro la parete della chiesa dieci corpi morti, per quarantott’ore, a memento. Sono passati settant’anni, e Giacomo Verri può ricostruire quelle passioni politiche con una sapienza linguistica successiva. L’impasto di letteratura alta e vernacolo ha risonanze comiche e gaddiane: ecco il maestro di scuola dal “passo mingherlino” scappellarsi «come un servo ai piedi del fiduciario rionale che, davanti al presepe costruito dai ragazzi di quinta, si mise a tessere le lodi del destino con voce stentorea di evidente fibra anti maltusiana».

Il protagonista, l’Umberto di anni undici, depone la bici per «considerare un momentino la situazione storica»: ma la citazione dei Fiori blu di Queneau lascia immediatamente il passo alle baruffe neorealiste col compagno di scuola fascista figlio di fascisti. E il “sonno fiero” dei partigiani nella baita «organizzata con pagliericci acconciati per tutti» si avvicenda alle splendide convinzioni del resistente Jacopo Preti sull’anima: quinta ruota del carro, a cui si ricorre amaramente per medicare le turbe della coscienza, per poi riporla serenamente a far da scorta; mentre per Jacopo Preti era l’anima «un taglio, da non usare mai come farmaco». Il nonno del ragazzino Umberto, professore collocato in pensione, finisce per caso torturato, e per caso scampa alla fucilazione; intanto il nipotino sogna di raggiungere in montagna i briganti comunisti, declinati per un’intera pagina con gli improperi fascisti d’epoca («briganti, ammazzasette, lifrocchi, tarlucchi, parzonieri…»).

Torna la Resistenza, dunque; in Belgio Didier Daeninckx, il re del noir, scrive di un eroe armeno della Resistenza francese, Missiak; i francesi smettono di fustigarsi sui collabos dei nazisti per esercitarsi sui combattenti alla macchia: «soffia un brutto vento in Europa», spiegano, e occorre rianimare il morale delle truppe (Yannick Haenel, Yan Karski). Con una distanza, ovviamente, come dice il giovane Laurent Binet in HHhH: «la storia è crudele, i protagonisti commoventi e io sono ridicolo».

Nel romanzo di Giacomo Verri la distanza è creata dal dovizioso linguaggio, che aiuta a immergersi nell’epoca, e addita quanto tempo è trascorso

http://www.nutrimenti.net/public/GW028_003.pdf