Francesco Permunian: Il gabinetto del dottor Kafka

Il-gabinetto-del-dottor-Kafka-Pemunian1-387x600

Il gabinetto del dottor Kafka non è lo studiolo privato del grande scrittore praghese. Si tratta di un cesso della stazione ferroviaria di Desenzano, un orinatoio che nelle pagine dell’ultima prova letteraria di Francesco Permunian, Il gabinetto del dottor Kafka appunto (Nutrimenti, euro 15), diventa il fulcro d’una serie di storie vergate con impietosa e grottesca ironia. Quella della latrina kafkiana intanto: pare che di lì ci fosse passato, arrivando da Verona, l’autore delle Metamorfosi – stando almeno a quel che dice Winfried Georg Sebald in Vertigini: e così, con un frizzo impudico, quasi senza che il lettore se ne avveda, il narratore (ma direi pure l’autore medesimo) tira le somme di un’ascendenza artistica ideale: da Kafka, appunto, allo scrittore tedesco ossessionato dal tema del ricordo e di una memoria innervata da caustici umorismi. Anche questo di Permunian, come recita il sottotitolo, è un Piccolo memoriale illustrato di ombre e fantasmi nel quale ‘lo scrittore di bambole’ rievoca, facendo della rimembranza un pastiches a volte farsesco, i volti e le movenze di amici cari, di apprezzati artisti (Pasolini e Zanzotto, a esempio, o il fotografo senigalliese Mario Giacomelli), di parenti e conoscenti.

Tutti, anche se a diverso titolo, sono fantasmi che vengono a scavare i sogni del narratore-autore (in questo caso la sacrosanta distinzione narratologica sfuma, poiché anche la struttura del romanzo è messa in crisi da un avvicinamento più o meno dichiarato al memoir); è piuttosto la qualità di questo scavo a costruire lo spessore del testo: in un tessuto narrativo, come quello di Permunian, dove i confini tra il reale e l’immaginario non solo si sovrappongono ma, spesso, cambiano di statuto (significativo, in tal senso, è questo rigo posto in soglia all’opera: “tutti i personaggi del libro esistono o sono esistiti realmente. Anche quelli inventati dall’autore”), cercare di seguire, tra le pagine, il filo rosso di una verosimiglianza ragionevole è perfino ridicolo; meglio lasciarsi condurre per mano su passaggi sempre precipitanti verso i vicoli bassi dell’assurdo e del grottesco. Il varco dalla sfera del plausibile a quella dell’impietosamente inaudito avviene con una profonda leggerezza, come a scendere uno scalino più alto di quello che ci si aspetti, lo scalino che ci fa cascare dal piano della realtà a quello degli incubi più bizzarri. Così i volti che incontriamo – che siano di persone reali o di fantocci fatti con la polpa di una fantasia bizzosa – ci vengono addosso con la potenza surreale di una realtà decaduta (o innalzata) a allucinazione: memorabili sono i personaggi dello zio Bertoldo Borletti (crocesco nome parlante, come spesso avviene in Permunian) invaghito della zingara Zefirina e seppellito con abiti alla Fred Buscaglione; o la figura di Carmen, amica d’infanzia del narratore, scombinata e infelice malata di mente che, per sfuggire alle violenze paterne, fa baracca e burattini e si trova un posto nel mondo come ballerina di flamenco nelle palestre e nelle sagre di paese. E – per dire quel repentino passaggio dal reale al grottesco – sia sufficiente riferire un breve episodio: Carmen sta ballando, s’accorge che tra il pubblico vi è il padre stupratore; lei piglia il microfono e annuncia: “‘Signori, il demonio sta calando sulle mie spalle ed io non riesco a reggerne il peso, non riesco più a stare dritta!’ Dopo di che sollevò le gonne e si accucciò, cominciando a pisciare abbondantemente sopra il palco”.

Il gabinetto del dottor Kafka è anche una rassegna del ricordo, una memoria di amici e di maestri andati via da questo mondo pervertito. E se defunti e vivi, tutti assieme, son fantocci che ingombrano i sogni del narratore (“un teatrino mentale in cui i vivi e i morti si scambiano di continuo le parti”), e da essi non ci si può liberare, se il mondo, anche quello della cultura (forse soprattutto quello), è ormai scaduto a latrina, se gli esseri umani, dunque, soffrono di un dolore insensato, tanto informe da risultare mostruoso e comico a un tempo, resta come unico gesto liberatorio il fracasso d’una risata ironica, quella stessa che il narratore racconta di aver gettata in aria ai funerali di Maria Corti: “un’irrefrenabile e inopportuna risata, filologicamente scorretta, che fece inorridire tutti gli accademici d’Italia lì convenuti”. Catarsi autentica, in grado essa sola di ricomporre, per il tempo d’un ghigno, l’angosciante contrasto col mondo dei vivi, e dei morti: “un’altrettanto forte e cristallina risata – filologicamente inoppugnabile – si levò all’improvviso dalla bara di Maria Corti”.

Recensione pubblicata in origine qui.

Annunci

Il destino kafkiano di Vladimir Sorokin

fb_img_1478945229477

Garin Platon Il’ic è un medico. Ha un compito importante da portare a termine; dovrebbe essere un eroe, come nella migliore tradizione romantica, un eroe carico di un imperativo etico. È diretto a Dolgoe, dove è scoppiata un’epidemia, la boliviana nera. Il dottor Zil’berštejn è già in loco, ha inoculato il vaccino-1, mentre lui deve portare il vaccino-2, assolutamente indispensabile.

Ma come in ogni missione che si rispetti Garin, partito alla mattina da Repišnaja, incontra degli ostacoli – ostacoli, si noti fin da ora, generati delle proprie errate decisioni. Ormai è tardi, la strada normale non è stata percorsa, la cittadina di Zaprudnyj non è stata toccata, e adesso si ritrova in un posto da lupi, nella stazione di posta accanto al villaggio di Dolbešino, “una frazione di dieci case disseminate lontane le une dalle altre”. Un bel guaio perché lì, a causa dell’abbondante neve, il mastro di posta dice che di cavalli statali pronti a partire non ce ne sono. L’unica soluzione è andare a cercare il trasportapane Raspino che con quel tempaccio “sarà rimasto coricato sulla stufa” (come il mitologico eroe Il’ja Muromec che, accovacciato nella sua isba, ci stette per trentatré anni).

E infatti è lì che lo trovano, sulla stufa appena accesa, scettico al pensiero d’uscire di casa e di mettersi in viaggio. Ma “là c’è gente che muore!” lo sprona il dottore “con il pince-nez e il colbacco di volpe, piombato da chissà dove con le sue borse importanti”.

Raspino si lascia convincere e prepara la propulsoslitta, la prima delle tante mirabolanti, a volte grottesche invenzioni scaturite dalla mente di Sorokin (la radio da vedere, immagini animate e tascabili, il feltro viviparo, il puntatore a raggio tranciante). Nel cofano di quel bizzarro mezzo di trasporto c’è una striscia nervata che si collega ai collarini dei tanti piccoli cavalli, chiusi nel cofano a raschiare gli zoccoli sul propulsore: una roano, tre morelli maltinti, alcuni sauri, alcuni bai, e altri bai castagni.

Non servono animali grandi. Garin infatti ricorda che i cavalli statali, quella mattina, erano completamente sfiancati dalla tormenta: “più grande è l’animale, più vulnerabile è nelle nostre vastità. E l’uomo è il più vulnerabile di tutti”. Là fuori, da affrontare, c’è quel “selvaggio, ostile, ululante spazio bianco”, il prostor di fronte al quale non ci si può che inchinare facendo il segno della croce. Tanto più che l’immane steppa è sferzata dalla tormenta, una “bufera-serpente che spruzzava maligna in alto”, e l’uomo la subisce ubriaco, girando di qua e di là, a volte in tondo, a volte lungo le strade sempre sbagliate del destino. La tormenta (Bompiani, pp. 198, € 17, trad. di Denise Silvestri) è infatti una tremenda allegoria della vita umana e dell’esercizio etico al quale ogni gesto nostro ci invita. Già il viandante di Nikolaj Gogol’, nelle Anime morte, domandava: “quale forza misteriosa attira a te? Che cosa profetizza questo spazio sconfinato?”, questo mantello potente che corre sul pelo della steppa e che qui, in Sorokin, è, come dire, moltiplicato dalla presenza alloppiante della neve-mostro-serpente? Quale profezia, dunque? E quale promessa? Quale sfida?

“Io e te non abbiamo il diritto di tornare indietro. Non sarebbe da russi. E nemmeno da cristiani”, spiega il dottore a Raspino. Il viaggio in propulsoslitta è dunque, in primo luogo, un viaggio della coscienza, ostacolata da una serie di imprevisti, mano a mano più grotteschi e assurdi. Finiscono in un fosso, anzitutto, perché il pattino della slitta inciampa in una piramide trasparente grande come un cappello (scopriremo poi essere, in una escalation di intrusioni kafkiane, una curiosa forma d’allucinogeno sintetico confezionato dai Vitaminder  che, una volta assunto, fa brillare il drogato); c’è poi, ovviamente, la tormenta, sempre più minacciosa, che sembra sprigionarsi dal buio. Poi i lupi, poi un gigante morto, e infine un pupazzo di neve di abnormi dimensioni, “pronto a trafiggere con il suo fallo il mondo circostante”. Lo stesso virus che il dottor Garin è chiamato a curare ha qualcosa di delirante: “trasforma il corpo umano, rendendo i muscoli notevolmente più forti […]. Gli crescono le unghie uguali a quelle degli orsi! […] L’ho visto alla radio: spuntano fuori dalla terra, fuori dal pavimento, come talpe. Spuntano e fanno a pezzi le persone”.

Eppure il dottore deve andare. Si scalda, alza la voce. Ma poi la dirittura morale si storpia, accoppiata, come dire, alle grottesche invenzioni di Sorokin. A preparare i guasti etici del medico sono prima alcune considerazioni, quasi delle massime, il fatto che i vizi accadono, a esempio, o che un ritardo nella consegna del vaccino-2 non genererà nulla di così terribile. Così, oltre agli inconvenienti, ci sono le soste viziose, prima alla casa della gigantesca mugnaia Taisija Markovna, sposa del minuscolo e acido Semën (avvolto dalle potenti cosce di lei, il dottor Garin trascorrerà una notte d’amore); poi nella tenda dei Vitaminder dove il nostro brillerà in un lungo sogno ipnotico che strizza l’occhio, una volta ancora, a Kafka (a un tratto, in pieno trip, Sorokin dice, come il Josef K. del Processo: “deve trattarsi di un terribile errore. Lui non ha fatto niente di male a nessuno”). Sorokin, quindi, svela piano piano la debolezza del medico, che cede agli amori e alla carne, come Živago, e alle droghe che annebbiano e consolano (“Nessuno ti punirà per questo. Se non ti svegli. Se continui a dormire”), e che infine lasciano il corpo in preda alle convulsioni, come un epilettico, come un mite idiota dostoevskijano.

tormenta

Ma Garin non incarna la bellezza dell’inerme perfezione morale. Anzi. E se pure, a intermittenza, vive sprazzi di lucida consapevolezza di ciò che sarebbe giusto fare:

Avanzare controvento, superare tutte le difficoltà, tutte le sciocchezze e le assurdità, avanzare dritto, non temendo niente e nessuno, andare, andare per la propria strada, la strada del proprio destino, procedere inflessibili, ostinati. È anche questo il senso della nostra vita! Pensava il dottore.

E se anche, altre volte, Garin è convinto addirittura di star facendo la cosa giusta:

Il mio cammino di vita, perciò, coincide con il cammino che sto percorrendo qui e ora. E se all’improvviso questa luna splendente crollasse a terra e la vita terminasse, io, in quell’istante, sarei degno di chiamarmi Uomo, perché non avrei deviato dal mio cammino. E questa è un’ottima cosa!

Se anche, a tratti, Garin è un uomo felice. Se anche, a tratti, crede di aver sottomesso le vastità del prostor, in realtà, nella maggior parte dei casi, la vastità bianca degli spazi, che fa coppia con la vastità oscura della coscienza, prende il sopravvento e lo soffoca:

Perché siamo sempre a correre da qualche parte? pensava, inspirando ed espirando il fumo con piacere. Sto correndo verso questa Dolgoe. Ma che succederebbe se arrivassi domani? Oppure dopodomani? Un bel nulla. I contagiati e quelli che sono stati morsi non torneranno mai più persone normali. Sono destinati alla fucilazione. Mentre la gente barricata nelle proprie isbe, in un modo o nell’altro mi aspetterà. Sarà vaccinata. E non avrà più terrore della peste nera boliviana. Naturalmente, Zil’berštejn non sarà contento, mi starà aspettando e me ne starà dicendo di tutti i colori. Ma non sono in grado di superare questo freddo spazio innevato con uno schiocco delle dita. Non posso volare sopra queste nevi.

Come la neve della tormenta soffoca le parole e la volontà, così il presente del dottor Garin Platon Il’ic è un oggetto che non si capisce, eppure ci serve, in mezzo a una marea di cose inutili. Il punto estremo della nostra vita non può che essere allora un “totale disaccordo”, e una sofferenza inestinguibile e, tuttavia, utile.

Le letture lusofone di Daniele Petruccioli: K. O la figlia desaparecida di Bernardo Kucinski

k-bernardo-kucinski

«Mi emoziona sempre vedere il suo nome sulla busta. E mi chiedo: com’è possibile inviare ripetutamente lettere a chi non esiste ormai da trent’anni?»

Bernardo Kucinski è una personalità di primo piano indiscussa nel Brasile contemporaneo. Solo che non fa, o almeno non faceva, lo scrittore di romanzi, anche se è lecito non considerare questa come una prova isolata, visto che nel frattempo sono usciti una raccolta di racconti e un altro romanzo, che speriamo di poter vedere tradotti a breve anche da noi.

Fisico di formazione, costretto all’esilio londinese nella prima metà degli anni Settanta, poi giornalista e saggista vicinissimo al Partido dos Trabalhadores nonché consigliere di Lula durante il suo primo mandato, a 74 anni decide di scrivere un romanzo, il suo primo. Un romanzo basato su fatti realmente, crudelmente accaduti.

Nel 1974, Ana Kucinski, professoressa di chimica all’università di San Paolo, militante in un’organizzazione politica contraria alla dittatura militare allora vigente in Brasile e sorella minore di Bernardo, scompare insieme al marito. A tutt’oggi, figura come desaparecida.

Il romanzo (K. O la figlia desaparecida, Giuntina 2016, trad. di Vincenzo Barca, pp. 165) – perché di un romanzo si tratta, a tutti gli effetti – immagina quegli avvenimenti vissuti dal padre della ragazza, con il portato dell’orrore non tanto o non solo tipico del regime militare in quanto abolitore di diritti e libertà civili, ma piuttosto del meccanismo infernale, autodistruttivo e kafkiano che esso innesca quasi senza parere nella mente e nelle vite di chiunque vi sia sottoposto. Non a caso, il protagonista si chiama K.

«La tragedia era già inesorabilmente maturata quando, quella domenica mattina, K. sentì per la prima volta l’angoscia che presto l’avrebbe travolto completamente. Da dieci giorni la figlia non telefona.»

La prima cosa che succede a K., ebreo polacco e scrittore in yiddish di una certa levatura, scappato in Brasile durante la seconda guerra mondiale anche a seguito di una detenzione nel suo paese di origine, è lo stupore. L’incredulità di non aver capito niente, di non sapere niente. Di aver potuto vivere per anni senza nemmeno un indizio, un’eco, un’intuizione della militanza politica di sua figlia, senza averne accompagnato i dubbi, le scelte, le paure. Senza aver capito i timidi segnali che lei gli mandava. Senza stupirsi dei suoi lunghi silenzi. Senza nemmeno aver saputo del suo matrimonio.

«Un nuovo colpo in quella catena di orrori scoprire che anche un’altra famiglia piangeva la sua assenza, non come figlia, ma come nuora, e che anche lui ora avrebbe dovuto piangere una seconda sparizione, quella del genero e poi dei nipoti che avrebbe potuto avere e non avrebbe avuto – anche se di questo, in quel momento, ancora non sapeva niente».

Cominciano allora, da parte di K., due ricerche parallele (non a caso il sottotitolo originale è Relato de uma busca, “Resoconto di una ricerca”). Da una parte gli spasmodici, insistiti, feroci tentativi di ritrovare almeno il corpo della figlia scomparsa, che condurranno K. a percorrere tutto il calvario tipico dei parenti delle vittime di regime, dagli incontri in chiesa con altri genitori e fratelli di desaparecidos ai tentativi di improbabili contatti con oscuri personaggi “inseriti” che millantano piste inesistenti, fino al terribile epilogo della visita alla caserma dove la figlia è sicuramente passata a un certo punto della sua detenzione e all’incontro, straziante se non liberatorio (ché mai nulla di liberatorio può esistere, in una discesa all’inferno), con i detenuti lì rinchiusi in quel momento.

Ma, per altro verso, e in modo forse ancor più doloroso, comincia un’altra ricerca, rivolta a tutto quanto era rimasto nell’ombra fino ad allora. Dal marito della figlia alle fosse comuni, dal poliziotto che l’ha pedinata al piccolo commando che l’ha rapita. Sorgono così, come bolle di pece bollente all’interno del romanzo, una serie di capitoli agghiaccianti, di vere e proprie voci dall’oltretomba, che costellano la storia macchiandola, come piccoli demoni di cui è impossibile liberarsi. Il sergente sadico, il delatore, l’amante del capo della polizia segreta. Fino forse al capitolo più atroce, uno degli ultimi, in cui il dipartimento di Chimica dell’università di San Paolo, pure a conoscenza della sparizione di Ana, decide il suo licenziamento per assenze eccessive. Qui la polifonia si fa evidente.

«Sarà una riunione penosa, spero solo che si faccia in fretta. Dopotutto, abbiamo avuto un ultimatum […] Esprimo la mia grande soddisfazione nel dare il benvenuto come membro di questo consiglio al professor… […] è il premio che gli spetta per la sua complicità con la repressione […] Non posso fare a meno di esprimere anch’io la mia gratitudine per il sollecito aiuto ricevuto dal professor… […] Una riunione davvero spiacevole. È vero che la ragazza non mi è mai stata simpatica e non era nemmeno brillante, ma era seria, molto volenterosa. […] Es ist eine Schande, una vergogna. Mi toccava assistere a questo dopo tutto quello che ho sofferto… […] Ma, nel gioco delle forze in campo, un voto contrario, isolato, non risolverebbe nulla e oltretutto danneggerebbe la nostra causa»

Su questo versante, la mano del traduttore emerge con singolare maestria. Tutta l’asciuttezza irritante, quasi scabrosa del testo che riguarda il padre è resa con un linguaggio sintatticamente così scarno da far girare la testa, mentre le voci che emergono dall’oltretomba sono tutte accorate, calde, vuoi per colpa, vuoi per furia, vuoi addirittura per compassione.

Aver capito e reso con tanta cura questo tratto stilistico dell’originale, ovvero la sostituzione del caldo col freddo, la quasi aridità sintattica e lessicale del luogo della tragedia (K.) contro la polifonia emotiva, di una sfacciataggine che sfiora l’indecenza nella pretesa di comprensione dei carnefici e di tutti coloro che sono loro complici a vari livelli, ci permette di apprezzare l’importanza di una traduzione non per forza fedele ma anche tutt’altro che libera, perché, semplicemente, leale al testo.

Perciò, oltre che a Bernardo Kucinski, dobbiamo essere grati anche a Vincenzo Barca.

Dire quasi la stessa cosa: Marika Marianello e Vicente Battista

marianello

“Tuttavia, dopo una notte di passione, Gutiérrez si alza più creativo.”

¡Gutiérrez soy yo!, mi verrebbe da dire se non fosse che qualcosa di simile è già stato detto da qualcun altro.

È stato un percorso lungo (due anni tondi tondi) e talvolta (spesso) ingrato quello che ha portato alla pubblicazione di Semplicemente Gutiérrez (Voland, 2014. Traduzione dallo spagnolo – Argentina): perché è un mondo difficile, quello editoriale; perché è un Paese per vecchi, l’Italia; perché se hai un’idea, meglio che sia fissa. Ma alla fine, è uscito: un parto, con tanto di gioia e dolori. L’ho letto, tradotto, revisionato e riletto talmente tante volte che sfido chiunque a chiedermi dove si trovi una determinata frase ché gliela ritrovo in meno di un minuto.

È stata una traduzione che ho amato molto: ho amato il mio professore di letteratura ispanoamericana dell’Università di Siena, Antonio Melis, che mi ha regalato questo testo mentre facevo un maledetto stage col rimborso spese (e sveglia alle 5) in una casa editrice che mi auguro imploda al più presto trascinandosi nell’implosione editore&co. (segretarie comprese: salverei giusto qualche bravo redattore); ho amato Vicente Battista, l’autore, uno scrittore intelligente, sagace, poliedrico, ironico e sempre entusiasta; ho amato Daniela di Sora quando mi ha risposto con entusiasmo all’e-mail in cui le proponevo di pubblicare la mia traduzione, in un momento editoriale molto difficile, e quando ci siamo viste la prima volta per parlarne (l’ho tampinata, ebbene sì, lo ammetto); ho amato l’odore del libro appena stampato; ho amato la lettura di Giorgio Vasta alla presentazione in Fiera; ho amato Gutiérrez, soprattutto lui, perché è un personaggio talmente sfigato, autistico, ansioso, maniaco e paranoico, che non mi fa sentire sola.

Ho particolarmente amato la traduzione di Gutiérrez a secas anche perché mi ha portato a bere dalla fonte, a Buenos Aires, ospite della SADE, Sociedad Argentina De Escritores, in un piccolo appartamento in pieno centro, un 1° M che vantava un’architettura d’altri tempi e d’altre longitudini e latitudini e altresì dotato di tutti i comfort: acqua calda, telefono a disco, lavatrice di ferro, televisione 12 pollici a tubo catodico, internet e bollitore per il Mate. Aveva anche due finestre, dettaglio non troppo scontato per una città come Buenos Aires: due finestre che, come molti appartamenti del centro di Buenos Aires, si affacciavano al pozzo d’aria dell’edificio: tutte le mattine, dunque, proprio come il Gutiérrez del romanzo, mi affacciavo a una bella parete cieca e sbrecciata e per sapere che tempo faceva a la calle mi dovevo sporgere sul davanzale, guardare verso l’alto e osservare minuziosamente e per un lasso più o meno prolungato il pezzo di cielo che si intravedeva nel rettangolo formato tra l’uno e l’altro edificio. Chiaro che neanche così si ottenevano dati certi, perché una nube poteva coprire quel rettangolo di cielo proprio in quel preciso istante in cui guardavo: la tattica migliore, ad ogni modo, prima di vestirsi, era quella di scendere in pigiama per testare effettivamente il clima, senza sottovalutare la sensación térmica, la termocezione, concetto di un certo rilievo tra i porteños. E per Gutiérrez.

battista

Ma chi è questo Gutiérrez?

Gutiérrez è un ghost-writer che dietro numerosi pseudonimi scrive libri su commissione del suo rigorosissimo editore Marabini, “un personaggio sgradevole […], pomposo e di indubbio cattivo gusto, […] i capelli rabbiosamente tinti di nero e […] decisamente grasso; gli occhi piccoli e senza luccichio, il naso piatto e largo […] e la bocca dalle labbra disuguali: il superiore molto sottile e l’inferiore molto grosso. La dentatura è forse l’unica cosa salvabile: una perfetta fila di denti bianchi e splendenti che, tuttavia, non riescono a disegnare un sorriso decente. Non che importi molto, Marabini raramente sorride. Indossa vestiti costosi e di marca, ma di indubbio cattivo gusto”. Gutiérrez è uno scrittore a cottimo che confeziona volumi senza alcuno spessore né letterario né scientifico, destinati a un pubblico onnivoro e di massa. Gutiérrez ha due ambizioni nella vita: scrivere “il romanzo autentico”, che sarà pubblicato con il suo vero nome in copertina, e scoprire dove si nasconde la misteriosa setta dei voraci e intransigenti correttori, la cui parola conta, senza eccezioni, più di quella dell’autore e dell’editore stesso. Gutiérrez vive da solo in un appartamento della periferia, buio e spoglio, dove l’unica finestra si affaccia dalla cucina al pozzo d’aria e di luce interna all’edificio, alto più di venti piani. Gutiérrez mangia frugalmente, ha un solo amico reale (Requejo, suo alter ego) e cinque virtuali, si masturba con un programma erotico interattivo pensando a una fantomatica Dolores della chat e non cammina mai se non per raggiungere, ogni lunedì, la casa editrice. Gutiérrez è “un po’ sovrappeso, stretto di spalle e con la pelle molto chiara”. Ossessioni e fisime: questo è Gutiérrez, non a caso, uno dei cognomi più diffusi in Argentina e in tutta l’America Latina, a simbolo del carattere massificato ed esemplare di questo personaggio metodico e maniacale.

Gutiérrez è semplicemente un romanzo profondo sul mondo editoriale, sui ghost-writer, sulla solitudine inconsapevole, sulla problematica del doppio, sulla lucida e paranoica angoscia di stampo kafkiano. È un metaromanzo sull’alienazione che rivela l’autoreferenzialità del mondo della letteratura per costruire una critica circolare della società in cui a malapena ognuno di noi sopravvive. È un tentativo di risposta al deterioramento della vita quotidiana, sottomessa alle forze del mercato, divenuto lo spazio di un nuovo assolutismo che non perdona neanche ciò che ne sembrava incolume: l’arte e la letteratura. È un romanzo dell’uomo virtuale, tra le cui righe si può riconoscere il sottile riferimento a una forma dittatoriale moderna, senza che appaia esplicitamente la parola dittatura da nessuna parte. Un romanzo sottile, dove la relazione personaggio-mondo esterno è puramente cibernetica e dove lo spazio reale si confonde con il cyberspazio.

Lo sguardo impersonale, neutro, quasi asettico che descrive in linea retta le giornate di Gutiérrez, non lascia alcun tipo di spiraglio per il giudizio critico dell’autore, che si limita semmai a strizzare l’occhio al lettore con riferimenti letterari e scientifici sparsi qua e là tra le righe. Tutto è in mano al lettore (e al traduttore): il romanzo, così confezionato in una prosa in terza persona, ritmica e scandita, fornisce al lettore molteplici chiavi interpretative conducendolo a un finale che spalanca le porte al fantastico. La narrazione, che si avvale del tempo presente e di numerosi deittici spaziali e temporali, permette al lettore di seguire da molto vicino le vicende (o, se si vuole, le non vicende) di Gutiérrez, e di osservarle attentamente nel loro naturale concatenarsi, creando con il personaggio una forte empatia sin dalle prime pagine; allo stesso modo, lo stile indiretto semplice dei dialoghi con Marabini, oltre a caratterizzare notevolmente i personaggi e le relazioni “fantozziane” capo-impiegato che tra loro intercorrono, ha un impatto immediato. Si tratta di una narrazione visiva, che si muove all’interno del romanzo attraverso un occhio scrupolosamente osservatore che non perde di vista nessun dettaglio, ma che anzi assegna a ogni singolo particolare un’importanza quasi imprescindibile ai fini della trama stessa. Ed è proprio questa meticolosa, quasi ossessiva attenzione per i dettagli, che costituisce la narrazione: è un rompicapo che diventa azione, crea attesa, aspettative e suspense.

I continui refrain intessuti nelle pagine del romanzo rivelano la maniacalità del personaggio e la meccanicità del suo universo emotivo; danno voce a un ritmo in crescendo che trascina il lettore, il quale, a sua insaputa, si ritrova immerso nella ripetitività di quel tedio e di quella routine sovrastante e annichilente. La logica ordinata e paradossale di questo strampalato quanto profondo personaggio dipinge un quadro immerso nella realtà quotidiana e dà vita a situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana con uno stile visionario e fantastico non lontano da Borges. E sono state proprio queste ripetizioni a costituire il cruccio traduttivo più rilevante: lo spagnolo è una lingua che rispetto all’italiano tollera in misura maggiore le ripetizioni (da un punto sintattico, innanzitutto: si pensi, a titolo esemplificativo, alla ripetizione obbligata dei pronomi diretti e indiretti, l’a me mi piace, ad esempio, vietata agli italiani — forse anche un po’ ingiustamente — sin dall’infanzia; ma anche e soprattutto ripetizioni a livello testuale). Avendo a che fare con un testo la cui ironia — o comunque buona parte di essa — si fonda sulla ripetizione di alcuni sintagmi, dunque, in quanto traduttrice dovevo da una parte conservare rigorosamente quelle che avevano il lasciapassare dell’autore, quelle intoccabili, ecco, e scremare, dall’altra, quelle che non denotavano una scelta autoriale bensì un vezzo del sistema linguistico spagnolo di per sé. Un setaccio fino e meticoloso che ha talvolta implicato scelte ardue.

Ed ecco Gutiérrez: un anti-eroe moderno di kafkiana memoria, labirintico; un personaggio di Borges, ai limiti tra il reale e il fantastico; un personaggio di Poe, protagonista di un romanzo giallo che tenta di sciogliere l’enigma dei correttori; un personaggio di Gogol, non tanto per i dettagli narrativi in sé quanto per la tipologia impiegatizia cui rimanda: quando Marabini non gli commissiona nessun romanzo per il lunedì successivo, Gutiérrez sembra l’impiegato Akakij Akakievič che muore di crepacuore perché derubato del suo cappotto nuovo.

Ecco chi è Gutiérrez. Semplicemente questo.

***

Marika Marianello è laureata e specializzata in Traduzione Letteraria: ispanista di formazione, ha iniziato traducendo La aventura de ser mujer di María Zambrano per la tesi. Collabora con varie case editrici come traduttrice, lettrice e revisore: traduce dallo spagnolo e dal portoghese, dall’inglese e dal francese, narrativa, saggistica, cinema e teatro. Insegna lingua e letteratura inglese e spagnola nelle scuole e lingua e cultura italiana agli stranieri.

Libri tanto amati: Alessandro Zaccuri e Federigo Tozzi

14876165_10211291689712237_816486853_o

(Foto di Alessandro Zaccuri)

Federigo Tozzi è stato il nostro Kafka e, forse, anche il nostro Dostoevskij. Ha scritto alcuni dei racconti più belli del primo Novecento (Il crocifisso merita, davvero, di stare a fianco del Digiunatore) e romanzi di un’intensità folgorante, che non ammette repliche (Con gli occhi chiusi è un Karamazov in sedicesimo). Non ha vissuto neppure quarant’anni, tra il 1883 e il 1920, ed è come se non si fosse mai spostato dal contado di Siena, nonostante l’epidemia di spagnola lo abbia stroncato a Roma. Di Tozzi ho amato e amo tutta l’opera, ma per Bestie ho una predilezione che il tempo non attenua e che è condivisa, a quanto pare, dagli editori piccoli e grandi che lungo un secolo hanno sempre impedito che il titolo uscisse di catalogo. La prima edizione risale al 1917 e l’impulso immediato sarebbe di ascrivere la pubblicazione al genere della prosa d’arte. Ma non è così, perché Bestie è uno di quei libri che fanno storia a sé. Capitoli brevi, a volte brevissimi, in virtù dei quali la frammentaria – e in parte fittizia – biografia dell’autore ci viene restituita per sprazzi e allusioni, sempre al cospetto di una presenza animale che fa da testimone, profeta e messaggero. Sono rane e rospi, zanzare e galline, l’orso immaginato leggendo un romanzo di Jules Verne e l’allodola che, disegnata contro un cielo straziato, apre e chiude il racconto. E c’è uno scarabeo, certo, parente stretto dello scarafaggio che nel 1915 Kafka aveva stanato con La metamorfosi e che Dostoevskij, prima ancora, aveva evocato sotto l’aspetto di una creatura mostruosa e senziente. Bestie, per me, è quello che la letteratura italiana poteva essere e non è stato.

***

Alessandro Zaccuri è nato a La Spezia nel 1963. Vive a Milano ed è inviato culturale del quotidiano Avvenire. Autore di numerosi saggi sull’immaginario contemporaneo (il più recente è Non è tutto da buttare. Arte e racconto della spazzatura, La Scuola 2016), ha esordito come narratore nel 2003 con Milano, la città di nessuno, edito da L’Ancora del Mediterraneo. Con Il signor figlio (Mondadori, 2007) è stato finalista al Campiello. Il suo ultimo romanzo, Lo spregio, è pubblicato da Marsilio.

Libri tanto amati: Enrico De Lea e Robert Walser

p_20161001_091201

(Foto di Enrico De Lea)

Le verità passeggiate

(intorno a LA PASSEGGIATA di Robert Walser)

Mi fa piacere scrivere della passeggiata, anzi de La passeggiata, di Robert Walser, in uno con la mia, le mie passeggiate di un tempo e poi di ogni tempo, in fondo.

La mia ciclica, ripetuta passeggiata in un villaggio che so bene – in un paese dove non mi trovo per caso, ma perché non mi ci stacco neanche essendone lontano ad almeno un giorno di viaggio -, a un certo punto della mia vita s’incrociò felicemente col racconto di questo geniale, svagato e jemenfoutiste grafomane svizzero.

Non vi dirò il nome della mia Bienne, un borgo siciliano di collina di fronte al mare, dove però passeggiando, per lo Zorio o la Badia, sul Bastione o nella Piazza Vecchia, dove tutto “può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto”.

Leggervi, con La Passeggiata, quanto avrebbe potuto darmi ogni passeggiata per il paese, tracciando una traccia di consapevolezza nella confusione dei diciannove anni, la durezza del mondo nella leggerezza svagata e disillusa, il raggiungimento di quelle “verità passeggiate” che mio padre, senza conoscere Walser o Musil, aveva conquistato senza darlo a vedere.

Walser, Rilke, Kafka, il loro barocco mitteleuropeo, e poi i boemi Seifert, Holan, Hrabal, mi avevano guarito da un certo inevitabile regionalismo (l’illuminismo sciasciano mi aveva fino a quel momento dato fondamenta solide, credevo), per farmi approdare ai grandi disillusi cosmopoliti siciliani Cattafi e Ripellino.

Ma, a parte tale inciso da lettore, Walser mi era diventato un invisibile familiare. Le passeggiate di mio padre, ancor più delle mie, sapevano certo cogliere, nei particolari della fontana dell’Acqua Ruggia (in realtà l’Acqua di Ruggero II) e dei capperi che vi crescevano sopra, l’incanto a portata di mano, perché si poteva vedere tutto sempre con occhi nuovi e trattare il mondo in modi nuovi, malgrado la vanità del tutto.

E così l’ironia anticlericale di Carmelo Nicolino, che irrideva al culto idolatrico dei santi, diventava poesia quando serio si commuoveva elogiando l’armonia della Grande Mente che tutto sovrastava e amorosamente abbracciava.

Si andava in giro per il paese, annusando gli odori più forti, di frittole, vino, stoccafisso, acciughe. Strambottando magari sull’ultima tresca amorosa, ma senza scandalo, perché anch’essa era bellezza.

C’era spazio, nella luce che accarezzava le case ed i volti, per la poesia – ed io mi ci ritrovavo con Walser, barocco d’oltralpe, speravo almeno candido come il giovane Lo Schiavo, bracciante in Cristuri, che, superata la nostra valle alla volta della Bafìa per la visita di leva, si cuntava, ebbe a chiedere e a chiedersi: “ma allora il mondo continua?”.

***

Enrico De Lea (Messina, 25.7.1958), vive in Lombardia.

Ha pubblicato le raccolte Pause (1992, Edizioni del Leone), Ruderi del Tauro (2009, L’arcolaio editore), Dall’intramata tessitura (2011, Smasher edizioni), la sequenza-poemetto Da un’urgenza della terra-luce (2012, Ass. La Luna, nella collana diretta da Eugenio De Signoribus), e le sillogi Suffragi del bianco (2014) e Sarmura (versi dialettali) (2015) per Officina Coviello.

Ha pubblicato inoltre su “Wimbledon”, “Specchio” (de “La Stampa”), “Sud”, “Atelier”, “Tuttolibri”, “Registro di Poesia” (D’If) e “Caffé Michelangiolo”. È presente nell’antologia Poesia di strada 2010 – Licenze Poetiche (Vydia, 2011) e nel volume collettaneo Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa, a cura di Enzo Campi (DotCom Press, 2013).

È stato in più occasioni finalista al Premio “Licenze Poetiche-Poesia di strada” (Macerata), vinto nel 2010, al Premio “Miosotis” – D’If (Napoli) e al Premio “Lorenzo Montano” (Verona).

In rete suoi testi sono apparsi su “Rebstein”, “Nazione Indiana”, “Compitu re vivi”, “Poetarum silva”, “Carteggi Letterari”, “Arcipelago Itaca”, “La poesia e lo spirito”, “Atelier”, “Carte nel vento” – Anterem; saltuariamente propone bozze dei suoi testi sul proprio blog, “da presso e nei dintorni” (delea.wordpress.com).

In questi giorni esce la sua raccolta poetica La furia refurtiva, per Vydia editore.

Libri tanto amati: Vanni Santoni e Hubert Selby jr

slby

(Foto di Vanni Santoni)

Quello di cui vengo a parlare non è un libro che oggi definirei ‘‘tanto amato’’. Non è neanche tra i miei cento libri preferiti, volendo tentare una stima approssimativa. Non lo reputo neppure il miglior libro del suo autore (Ultima fermata Brooklin mi pare assai superiore). Eppure Requiem per un sogno di Hubert Selby Jr è stato per me un libro cruciale.

Era il duemilaquattro e avevo appena cominciato a scrivere. Tutto era avvenuto per caso: ero entrato in contatto con una rivista autoprodotta, avevo provato a buttar giù qualcosa, ci avevo preso gusto, e se all’inizio mi ero misurato col racconto e con la poesia cercando per lo più di seguire la linea della rivista medesima, presto avevo sentito il bisogno di scrivere cose più mie, solo che non sapevo ancora come erano le cose ‘‘più mie’’.

Ero sempre stato un lettore fortissimo, ma il cuore, e il grosso, della mia formazione letteraria era l’Ottocento: i romanzi russi, quelli francesi, la poesia inglese e francese dello stesso periodo. Si poteva andare indietro, fino al Rinascimento, al Medioevo e ai classici nel primo senso del termine, ma molto poco avanti. Gli unici scrittori del Novecento che all’epoca potevo dire di conoscere davvero bene erano Borges e Calvino, ereditati direttamente da mio padre, più forse Kafka; per il resto potevo vantare giusto qualche lettura sparsa di romanzi trovati in casa – autori come Moravia, Svevo, Ginzburg, Fenoglio – e mi pareva pure naturale: se non avevo ancora completato l’opera completa di Dostoevskij o Flaubert, che senso poteva avere perdermi dietro ad altro?

Tuttavia, quando da lettore decisi di diventare anche scrittore, ebbi forse un presentimento. Ricordo bene il giorno in cui entrai in libreria e fui attratto da questo libro, peraltro nella non bellissima edizione Fazi che circolava allora, con in copertina un fotogramma del film cupo e strappalacrime che ne aveva tratto Aronofsky. Non so se davvero avessi coscienza di quanto gli strumenti in mio possesso avessero bisogno di un rapido aggiornamento: fatto sta che comprai Requiem per un sogno, che ne rimasi impressionato fin dalle prime cinque o dieci pagine (temo di aver pensato qualcosa di molto ingenuo, del tipo ‘‘wow, finalmente un libro che racconta cose contemporanee con un linguaggio contemporaneo’’), che lo lessi in un paio di giorni, e che per almeno un paio di mesi scrissi cercando di imitare Hubert Selby Jr. in tutto e per tutto.

Avrei avuto il tempo per scoprire che di libri che raccontavano il contemporaneo, e non solo il contemporaneo, con una lingua contemporanea, ne esistevano molti altri (e non pochi migliori), per non parlare di questioni quali forma e struttura – leggevo del resto l’opera di Hubert Selby Jr. ancora sostanzialmente ignaro di quello che il modernismo e il postmodernismo avevano fatto al romanzo – ma fu quel libro là a farmi imboccare una prima strada: non lo avevo ancora terminato e già stavo scrivendo il mio primo romanzo (di ambientazione realistica, si capisce), che per fortuna rimase inedito, ma che col suo rotolar fuori stappò comunque la sorgente. Lunga vita quindi a Sara, Harry, Marion e Tyrone, e magari – scopro adesso, cercandone la cover italiana su Google, che risulta fuori catalogo – cogliamo l’occasione per un invito alla ristampa.

***

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011) Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014).
È fondatore del progetto SIC, il cui romanzo collettivo In territorio nemico è uscito per minimum fax nel 2013. Scrive sul Corriere della Sera e su varie riviste; dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Il suo ultimo romanzo è Muro di casse (Laterza 2015).

vanni-s-recente