Libri tanto amati: Luca Pantarotto e J. D. Salinger

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(Il giovane Holden contro i mulini a vento, foto di Luca Pantarotto)

J.D. Salinger e Il giovane Holden

Ho conosciuto Holden Caulfield, guarda caso, proprio l’11 settembre 2001. Io avevo 21 anni, lui ne aveva 16. Sulle prime pensavo di essere troppo vecchio per appassionarmi alla sua storia. Parlava in un modo buffo e faceva cose strane, lì per lì lo presi per un ragazzino un po’ cazzaro, viziato, superficialmente ribelle, confuso in modi spesso inopportuni e angosciato da quella particolare categoria di problemi stupidi che vanno sotto il nome di “first world problems”. Roba del tipo: “Nei bar non mi servono alcolici perché sono un maledetto minorenne”. O “Non riesco a trovare il coraggio di chiamare quella tipa”. O “Chissà dove se ne vanno d’inverno le anatre, quando il lago si ghiaccia”.

All’epoca non sapevo nulla di letteratura americana – di nessuna letteratura, in effetti: quando fai lettere classiche difficilmente ti capita di leggere qualcosa di più recente della caduta dell’Impero romano. Per me J.D. Salinger era semplicemente lo scrittore che aveva ispirato il personaggio interpretato da Sean Connery in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant e Il giovane Holden il romanzo che Mel Gibson non può fare a meno di comprare e ricomprare nel suo ruolo di tassista ossessivo-compulsivo in Ipotesi di complotto.

Sapevo solo che, in quei giorni, io e la mia ragazza dell’università ci stavamo lasciando, che a fronte di questo particolare problema l’attentato alle Torri gemelle e l’imminente crollo della civiltà occidentale così come la conoscevamo mi sembrava una questione del tutto trascurabile e che, sì, avevo proprio bisogno di leggere una storia stupida che mi facesse ridere. Avevo bisogno della storia di qualcuno che pensasse che andarsene in giro da solo a New York a bere e fumare nei giorni precedenti il Natale fosse un buon modo per mandare affanculo il mondo. Era proprio arrivato il momento di tirare giù dallo scaffale quel libro bianco, senza nessun elemento grafico in copertina oltre all’indicazione di autore e titolo in nero, che mi chiamava già da un po’.

Lo lessi in un pomeriggio. Non ricordo di aver mai riso così tanto in tutta la mia vita. “Dormite sodo, stronzi”. La vecchia Sally. Il vecchio Maurice. Quell’impasto linguistico surreale inventato da Adriana Motti per dare voce a un personaggio che parla in un modo tanto assurdo quanto le avventure che si ritrova a vivere, tutti quei “vattelapesca” e “compagnia bella”. Mi sembrò il libro più divertente che avessi mai letto.

Ovviamente non avevo capito nulla.

Nel 2003 riprendo in mano Il giovane Holden. Non ricordo perché. Mi stavo laureando e forse, stufo di leggere roba su Omero e gli dèi greci e il lavoro filologico degli studiosi alessandrini su poemi scritti quasi tremila anni fa, avevo voglia di pulirmi la testa con qualcosa di più leggero. Forse per questo il mio pensiero è tornato a quel pomeriggio di due anni prima, che avevo passato ridendo a crepapelle delle disavventure di un ragazzino per le strade di New York alla fine degli anni Quaranta. La seconda volta, però, il gioco non ha funzionato. I continui sproloqui di un Holden ormai decisamente troppo giovane per me, che passavo le giornate a scrivere una tesi importantissima su argomenti serissimi in un mondo in guerra (una guerra cominciata, guarda caso, proprio quel pomeriggio di due anni prima), questa volta mi sembrarono decisamente troppo frivoli per strapparmi anche solo una risata. Lo lessi a fatica in una settimana e tornai a Omero, pensando che la vera letteratura, per durare, doveva sapermi raccontare qualcosa di più importante della storia di un ragazzino che interrompeva la sua ribellione adolescenziale appena finiva i soldi per pagarsi i cocktail e gli alberghi. Restava un romanzetto divertente se hai tempo da perdere, niente di più.

Incredibile a dirsi, questa volta avevo capito ancora meno della prima.

Per comprendere davvero Il giovane Holden dovevo crescere ancora un po’. Le prime volte pensavo di essere troppo vecchio, ma era vero il contrario. Nei suoi sedici, confusissimi anni Holden era molto più vecchio di me. Aveva vissuto esperienze molto più dure delle mie, e soprattutto (questo all’epoca non potevo saperlo) le aveva vissute il suo autore.

Sulle spalle di Holden non c’era solo la morte del fratello minore, la dispersione emotiva della sua famiglia ancora in preda all’elaborazione del lutto, la delusione per l’ipocrisia del fratello maggiore che sacrifica il suo talento letterario ai facili guadagni del lavoro nel mondo del cinema, la vacuità dell’istruzione scolastica che spinge gli studenti a una competizione continua e frustrante, la rabbia per la falsità degli adulti, la ripugnanza per un sistema sociale basato sull’aspirazione al successo, sull’amore per il denaro e la passione per i nuovi modelli di automobili. C’è anche il trauma di esperienze che Holden non ha vissuto personalmente, ma che finisce per simboleggiare nel suo desiderio di auto-annullamento. Il trauma della guerra, da poco finita e attraversata da Salinger in prima persona, in Europa, tra gli scoppi delle bombe nella foresta di Hürtgen e l’odore ancora vivo della carne umana bruciata in un campo di concentramento appena liberato vicino a Dachau. C’era, in quel romanzo, la sensazione strisciante che il mondo in cui Holden si muove altro non fosse che una sovrastruttura posticcia, una facciata di cartone che simulava l’apparenza di un mondo ormai scomparso per sempre e che mostrava, a chi avesse appena provato a sbirciare dietro le quinte, tutta la sua vacuità.

Dietro quelle quinte Holden si ritrova a guardare molto presto. Quello che vede lo sconvolge, spingendolo a cercare una via di fuga che si rivela subito inesistente. Non c’è modo di sfuggire al mondo, quando sei l’unico a volerlo fare. E Holden è l’unico. È un ragazzo completamente solo in uno strano mondo che non capisce.

Quando ho incontrato di nuovo Holden Caulfield, l’anno scorso, avevo trentacinque anni. Lui era ancora molto più vecchio di me, ma stavolta ero pronto. Le sue parole non mi sono più sembrate così divertenti. Nella sua storia, finalmente l’avevo capito, non c’era proprio nulla da ridere. Perché il mondo scomparso, la civiltà phony in cui Holden vive, sono ancora gli stessi in cui viviamo tutti noi. E Holden è ancora solo, nelle sue passeggiate newyorkesi, perché molti dei suoi lettori, a cominciare da me, continuano a confondere il suo grido d’aiuto con le buffe storielle di un ragazzino cazzone.

Eppure Holden continua a provarci. In fondo lui è l’acchiappatore nella segale. È quello il suo lavoro: stare sul ciglio del burrone e raccogliere i ragazzi che, giocando, rischiano di caderci dentro. Insegnarci che tutti noi, se lo vogliamo, possiamo diventare acchiappatori nella segale. Perché tutti noi pensiamo di essere soli, ma nessuno lo è:

… scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.

***

Drammaticamente inadatto a scrivere biografie in terza persona, vive e lavora sui social network, dove spande opinioni non richieste su libri, costume e società e gestisce la comunicazione pubblica di NN Editore. Si interessa di letteratura americana, di cui un tempo scriveva su un blog chiamato Holden & Company, che poi ha chiuso perché (cit. di qualcosa) “le cose cambiano”. Divide casa ed esistenza con una lettrice rampante, una gatta dormiente e svariate migliaia di libri che prima o poi forse troverà anche il tempo di leggere. Ha la pessima abitudine a dire sempre apertamente ciò che pensa, ragion per cui non farà mai carriera come critico letterario.

 

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Intorno e oltre Il narratore di Walter Benjamin

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Einaudi ha pubblicato, è già qualche mese, un profondo seppure breve saggio di Walter Benjamin. Si tratta de Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, nella traduzione di Renato Solmi. Il testo è corredato da abbondanti note a commento di ogni singolo capitolo, e da due note maggiori a introduzione e a conclusione del volumetto, tutte per la cura di Alessandro Baricco.

Il testo, che in origine fu messo in circolo dalla rivista «Orient und Occident» nell’ottobre del 1936, è un piccolo tesoro. Non si tratta di un classico di Benjamin, ché non è tra le opere di lui più conosciute, e tuttavia funziona come un classico, almeno secondo le indimenticate indicazioni di Calvino, che, con enorme e pudica saviezza, ci ammaestrava così: “si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”; e poi: “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Questo è l’uso che pure ne ha fatto, per lungo tempo, Baricco il quale racconta come, alla Scuola Holden, Il narratore fosse la Bibbia che “si studiava con grande lentezza e cura” durante tutto l’intero primo anno di lezioni. Ora quel testo nei corsi di scrittura di Baricco non s’utilizza più perché è intervenuta “una mutazione antropologica curiosa” per la quale non è più possibile agli studenti di “stare seduti per più di quaranta minuti”. Tant’è!

Ad ogni modo, Baricco ci fa capire che questo Benjamin va preso come un classico, cioè come una fonte inesauribile di cose da imparare. E la prima che pure il curatore si preoccupa di far capire al lettore è che l’opera di Nikolaj Leskov c’entra poco e niente. Gli accenni al russo sono isolati e affatto ascrivibili alle circostante in cui l’intervento prese forma. Non è un saggio critico, non è un manuale che insegna le tecniche del fare narrazione. L’attenzione è tutta sul profilo del narratore in quanto figura ideale, per delineare la quale si ricorre alle sue caratteristiche morali: di costui, possiamo dire, Benjamin offre un’etopea.

Il narratore è abissalmente distante dall’attuale umanità e, a suo modo, la supera. Scrive il filosofo in un dettato a tratti aforistico: il narratore e la sua attività sono “qualcosa di già remoto, e che continua ad allontanarsi”; i suoi lineamenti sono “grandi e semplici”. La statura del narratore si misura sull’esperienza delle cose, sulla capacità di trasmettere l’esperienza del mondo, della vita, dell’esistenza umana. Al romanziere del suo oggi, sostiene Benjamin, a quello che si accinge a trascrivere l’esperienza della Grande Guerra, viene proprio meno il senso di questa esperienza, trovandosi costui ad avere un rapporto afasico con la realtà: “non si era notato che, dopo la fine della guerra, la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? Ciò che poi, dieci anni dopo, si sarebbe riversato nella fiumana dei libri di guerra, era stato tutto fuorché esperienza passata di bocca in bocca”. Perché l’uomo, dentro ai fanghi delle trincee, “dimentica il sangue, le memorie e il domani: la sua persona”.

È necessario astrarsi, per meglio capire; ci vuole lontananza; di Leskov, in uno dei pochi accenni che vi fa, dice che “è a suo agio nella lontananza dello spazio come in quella del tempo”, sì che il personaggio per antonomasia dei suoi racconti, “il suo modello è l’uomo che sa orientarsi sulla terra senza avere troppo a che fare con essa”.

Questo distacco programmatico dai calori dell’immediato significa una forma superiore di conoscenza e non un distacco dal reale. Essere lontani è segno della volontà di separazione critica dagli abituali parametri conoscitivi, in direzione di una presa nuova sui dati dell’esperienza. Da qui muove, per Benjamin, un “orientamento pratico” insito nell’opera di molti narratori:

Tale utile può consistere una volta in una morale, un’altra in un’istruzione di carattere pratico, una terza in un proverbio o in una norma di vita: in ogni caso il narratore è persona di «consiglio» per chi lo ascolta. […] Il «consiglio» […] non è tanto la risposta a una domanda quanto la proposta relativa alla continuazione di una storia […]. Il consiglio, incorporato nel tessuto della vita vissuta, è saggezza. L’arte di narrare volge al tramonto perché vien meno il lato epico della verità, la saggezza.

Ciò, dunque, che è veramente utile risiede nel sapere, nell’avere criterio (come diceva mia nonna), nel dare un buon consiglio, che è pure un aiuto, allorché ci si sente disorientati. Ma tutto questo manca. “Il primo segno di un processo al cui termine si colloca il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna”; declino configurato nei termini di una modificazione in seno alla società: “il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano da vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri”. Il romanzo, insomma, manca di saggezza, e si limita ad attestare e a esprimere “il profondo disorientamento del vivente”.

Il filosofo segnala come necessaria per il narratore l’esigenza di ritrovare una dimensione meno diretta, più leggera e diradata che conservi la fragile grazia dell’arte del raccontare storie. Ritiene deleteria quella forma di comunicazione che è l’informazione, modalità di espressione che trova la sua manifestazione più pervasiva, a quell’altezza cronologica, nel giornalismo. Benjamin sostiene che l’informazione uccide la narrazione poiché la prima ha ormai invaso, come una pianta infestante, molti degli spazi del raccontabile: “ogni mattino ci informa delle novità di tutto il pianeta. E con tutto ciò difettiamo di storie singolari e significative. Ciò accade perché non ci raggiunge più alcun evento che non sia già infarcito di spiegazioni”. L’ansia di stare a ridosso del tempo, della notizia, dell’evento soffoca l’arte, perché della storia tende a dare troppe delucidazioni. E Baricco magistralmente, chiosa: “il narratore non cerca il senso della vita, ma piuttosto la morale della Storia. Non cerca il senso di una vita, ma la morale di tutte le vite possibili. […] Una memoria ad ampio raggio e a bassa definizione. Vedono così gli uccelli in volo, vedeva così Omero”.

In ultimo, chiudendo il cerchio e ripigliando i passi coi quali s’era data una valenza morale alla figura del narratore, Benjamin scrive (ed è il pensiero con cui il saggio si congeda): “il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso”.

Bene. Il volumetto è breve e intenso, si direbbe che la sua concisa pregnanza sia apparecchiata per offrire al lettore l’agio di riempire alcuni spazi, non vuoti, ma solo segnati nei margini. È un vizio antico quello di usare la saggezza di un testo per vederci meglio nelle situazioni che abbiamo di fronte. Per una dissoluta consuetudine lo faccio anch’io. Benjamin scrive Il narratore quando il nazismo ha già dato fuoco al palazzo del Reichstag e quando “la notte dei lunghi coltelli” ha ormai veduto il buio più nero. Era la crisi: prima ancora che politica, morale. Col suo lume, il filosofo di Berlino cercava “il giusto”. E il giusto era colui che sapeva, con profonda saviezza e buon consiglio; e mentre fuori la tempesta infuriava, “il fascismo” – qui inteso come espressione ideologica equivalente al nazismo – “vedeva la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di vedere riconosciuti i proprio diritti)” e “tendeva conseguentemente a una estetizzazione della vita politica” (così nella Postilla conclusiva all’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; mette un gran battito di tamburo al cuore a pensare di poter fare un parallelismo col tempo presente): l’esistenza ridotta a esibizione e l’arte, sua schiava, in mano agli esteti o agli esaltati (l’esempio che faceva Benjamin era quello di Marinetti).

Qualcosa, forse molto, suona contemporaneo. Per cominciare, è fuori di dubbio che stiamo vivendo una crisi. Una crisi morale ed estetica. Si dà la colpa al Postmoderno che ruppe gli schemi del modernismo e contaminò, mescolò, corruppe i canoni. Lo dice il quasi quarantenne docente del Christ’s College di Cambridge, Edward Docx (“Addio Postmoderno” su «La Repubblica» del 3 settembre 2011), annunciando la morte del movimento teorizzato da Lyotard e l’avvento di un’era nuova, quella dell’Autenticità. E forse è vero. Ché il Postmoderno, con le sue contaminazioni, ha finito per mettere in difficoltà anche i critici più fini, cosicché “pochi si sono sentiti sicuri o esperti a sufficienza da riuscire a distinguere la spazzatura da ciò che non lo è”: da qui è nata una foga nella ricerca dell’autentico, del veritiero, del puro. E sarà pure un’esigenza morale. Forse meno divertente, forse molto più contegnosa. L’ironia verrà magari bandita. Eppure è un fatto che il contegno ironico, che dava corpo alla “condizione postmoderna”, fatica a resistere, perché il sorriso, l’ironia sussiste quando si ha una certa coscienza delle cose, del passato, della stratificazione storica. Ho l’impressione che, al contrario, oggi, tutto questo venga meno, che si vada in direzione opposta, nell’inconscio recupero di modalità percettive più vicine all’istinto (lo diceva pure Sartori in Homo videns), prive del tesoro accumulato attraverso l’esperienza (e, a questo proposito, Scurati ha parlato di “letteratura dell’inesperienza”).

Da tutto ciò vengono fuori narrazioni nuove e tuttavia sfocate. Non vorrei che “autenticità” finisse per coincidere con “improvvisazione” dilettantistica. In questa direzione penso siano da interpretare i moniti di Gabriele Pedullà (di cui ho detto in una mia precedente recensione a un romanzo di Cazzullo) che vuole veder ricomparire, nelle righe scritte, ‘lo stile’ perduto. Forse in questo ambito vanno anche interpretati i manifesti della “Generazione TQ” (tra i firmatari c’è lo stesso Pedullà) che vogliono, con ferma grazia, salvaguardare il patrimonio della cultura.

Forse si è dimenticato che fare cultura vuol dire, avanti a tutto, rispettare una dimensione morale, da cui discende, poi, quella estetica. Forse. Forse è questo il messaggio che ancora possiamo spremere dal libretto di Benjamin. O no?

Articolo pubblicato in origine su LibriSenzaCarta, l’11 novembre 2011

Per un catalogo di gesti (seconda puntata)

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Dopo la pubblicazione del post https://giacomoverri.wordpress.com/2016/02/16/per-un-catalogo-di-gesti/, molti amici scrittori, critici letterari e lettori appassionati, si sono fatti avanti e hanno proposto altri gesti memorabili.

Il catalogo ha così inizio, qui, in forma ancora solo abbozzata, e senza un ordine preciso. Il problema è proprio quello di decidere quale siano, quali debbano essere le categorie entro le quali far confluire il repertorio di gesti letterari. Si potrebbero dividere in base alla parte del corpo che svolge l’azione: le mani, gli occhi, la bocca, le gambe, i piedi, e così via. Oppure in base al sentimento che quel gesto manifesta: amore, odio, stizza, gelosia, premura, indifferenza, ecc… Oppure, come ha suggerito Francesca de Lena, “per situazioni/condizioni: gesti in famiglia, gesti delle feste, gesti in sovrappeso, gesti in gravidanza, gesti da poveri, gesti in camera da letto”.

In ogni caso, i primi contributi sono questi:

Roberto Saporito: “Guidata in rotta di collisione verso la berlina dell’attrice cinematografica, la sua macchina ha saltato il parapetto del cavalcavia dell’aeroporto di Londra ed è precipitata, sfondandolo, sul tetto di un autobus carico di passeggeri delle linee aeree. Quando, un’ora più tardi, mi sono aperto la strada fra i tecnici della polizia, i corpi schiacciati dei turisti del tutto-completo giacevano ancora sui sedili vinilici, come un’emorragia del sole. Reggendosi al braccio dell’autista, l’attrice cinematografica Elizabeth Taylor, con la quale Vaughan aveva per tanti mesi sognato di morire, stava sola sotto il lampeggio circolare delle ambulanze. Quando mi sono chinato sul corpo di Vaughan, s’è portata alla gola una mano guantata”. James G. Ballard Crash.

Mariolina Bertini: “D’improvviso, nel silenzio della notte, fui colpito da un rumore in apparenza insignificante ma che mi riempì di terrore, il rumore della finestra di Albertine che si apriva violentemente. Quando non sentii più nulla, mi chiesi perché quel rumore mi avesse fatto tanta paura. Non aveva, in sé, niente di così straordinario; ma io, probabilmente, gli davo due significati che mi spaventavano in ugual misura. Innanzitutto, poiché temevo le correnti d’aria, era una convenzione della nostra vita in comune che di notte non si aprissero mai le finestre. (…) Inoltre, il rumore era stato violento, quasi sgarbato, come se avesse aperto rossa di collera e dicendo: “Questa vita mi soffoca, basta, ho bisogno d’aria!” Non mi dissi esattamente tutte queste cose, ma continuai a pensare a quel rumore della finestra aperta da Albertine come a un presagio più misterioso e più funebre d’un grido di civetta.” M. Proust, La Prigioniera, trad. di Giovanni Raboni, I Meridiani, vol. III, p. 824.

Fabrizio Pasanisi: “…la donna si diresse con passo curiosamente morbido e sinuoso e il capo un poco proteso in avanti verso il tavolo all’estrema sinistra, perpendicolare alla porta della veranda, Il Tavolo dei Russi Buoni, tenendo una mano nella tasca della aderente giacca di lana e portando l’altra alla nuca per sostenere e ravviare i capelli. Hans Carstop osservò quella mano… aveva occhio e senso critico per le mani e d’abitudine, quando faceva nuove conoscenze, indirizzava innanzitutto il suo sguardo verso quella parte del corpo.
T. Mann, La montagna magica, trad. Renata Colorni, ed. Meridiani Mondadori, pag. 111.

Nicola Vacca: “Preferirei di no”. Hermann Melville, Bartleby lo scrivano.

Chicca Gagliardo: “Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case”. Poi la voce rallenta: “Quando c’è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose; cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?”. Tommaso Landolfi, La pietra lunare.

Filippo Tuena, Ulisse che tende l’arco:

“Ma il Laerzìade, come tutto l’ebbe
Ponderato e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d’una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bìschero, la corda:
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Giove dall’alto.
Gioì l’eroe, che di Saturno il figlio,
Di Saturno, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo;
E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l’altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In sé chiudeale il concavo turcasso.
Posto su l’arco ed incoccato il dardo,
Traeva seduto, siccom’era, al petto
Con la man destra il nervo: indi la mira
Tra i ferrei cerchi prese, e spinse il telo,
Che, senza quinci devïare o quindi,
Passò tutti gli anelli alto ronzando”.

Omero, Odissea, canto XXI, traduzione di Ippolito Pindemonte.

Demetrio Paolin: “Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno. Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Alessandro Manzoni, I promessi sposi.

Paolo Melissi: “Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise”. Edmondo De Amicis, Cuore.
Daniele Ceschini: Odisseo nasconde una lacrima per la morte del cane, lui che pochissimo pianse per altro.
“Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse
La testa ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma côrne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto poté. Bensì condurlo
Contro i lepri ed i cervi e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finché i poderi a fecondar d’Ulisse,
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E benché tra que’ cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto”.
Omero, Odissea, Canto XVII, traduzione di Ippolito Pindemonte.

Falso è meglio. I mondi leggendari di Umberto Eco

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Recensione apparsa su “l’Unità” il 26 novembre 2013

Non v’è luogo più fascinoso di quello che si sottrae alla geografia. Storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco (Bompiani, pp. 478, euro 35), è proprio la narrazione di tali sottrazioni, volontarie e involontarie, che hanno segnato la storia della cultura. Eco ribalta l’affermazione di quell’indefesso pessimista che era Pavese: «La fantasia umana è immensamente più povera della realtà», e s’accosta meglio a Calvino per il quale «la fantasia è un posto dove ci piove dentro» o a Roberto Benigni che ammicca dicendo che «nulla è più scientifico della fantasia». E in questo stupendo libro illustrato sono davvero innumeri i luoghi sui quali l’immaginazione può volare scegliendo fiore da fiore i più mirabili e fatali. Ci sono rappresentazioni della terra piatta, celebri mappamondi a T, superfici terrestri vergate su dischi ellissoidali, e altre cartografie immaginarie che fanno capo a teorie divergenti: quelle dei grandi filosofi dell’antichità, di Tolomeo e di Sant’Isidoro, secondo i quali la terra è sferica; quelle di alcuni Padri, tra cui Lattanzio, e del geografo bizantino Cosma Indicopleuste, che sulla scorta della Bibbia pensano al mondo come a un grande Tabernacolo. Ci sono le terre delle Scritture Sacre, l’affascinante fiume Sambatyon nel cui letto frastuona e s’arrotola un ammasso di rocce e sabbia che non consente ad alcuno il passaggio, c’è un regesto sulle belle congetture che nei secoli si sono fatte attorno alle misure del Tempio di Re Salomone. Ci sono le terre di Omero, le sette meraviglie dell’antichità, il Paese di Cuccagna, Atlantide, Iperborea, «quel coacervo di fantasie che è il mito di Rennes-le-Château», e anche i luoghi della verità romanzesca (e non dell’«illusione leggendaria») che, in tanta ridda di falsi e menzogne, offrono infine la loro inscalfibile verità. Molti sono luoghi che già avevano fatto la polpa ad alcuni romanzi di Eco: le mappe di Lattanzio e Cosma, il Sambatyon e il regno del Prete Gianni li troviamo in Baudolino come stupende eccezioni (enfatizzate poi dal pensiero laico ottocentesco) alle reali conoscenze geografiche dell’età di mezzo che, tolte le questioni di zelo filologico, restituiscono un Medioevo fantastico, gremito di falsi e di leggende capaci di muovere la Storia.

terre luoghi leggendari

Altri luoghi sono quelli che nel Pendolo di Foucault vengono interrogati maniacalmente dagli adepti della semiosi ermetica per far loro dire cose che nessuno mai potrebbe certificare con la scienza: l’ossessione ad esempio per i sotterranei che nascondono, bui e misteriosi, la sede di poteri occulti, di correnti invisibili che si collegano al Polo Mistico (altrettanto recondito). Letture paranoiche dei luoghi culminate nella teoria, d’ascendenza nazista, della Hohlweltlehre, ovvero della Terra cava, secondo la quale noi tutti vivremmo all’interno della Terra, e non sulla superficie e, di questo interno, Hitler si credette il Re, capace di dirigerne le invisibili correnti (e già altrove Eco chiosava: «Secondo alcune fonti nelle alte gerarchie tedesche la teoria venne presa sul serio. Si dice persino che furono sbagliati alcuni tiri con le V1 proprio perché si calcolava la traiettoria partendo dall’ipotesi di una superficie concava e non convessa. Dove – se è vero – si vede l’utilità storica e provvidenziale delle astronomie deliranti»). Il libro è dunque un inno alla bizzarria e alle fascinazioni della menzogna da parte di chi, come il sapiente semiologo, sa che il vero è ciò che può e il falso ciò che vuole; di chi, ancora, ha faticato gli anni a scovare piccole e provvisorie certezze nella scienza della semiotica generale, mettendo bene in luce i limiti e i guasti del fare interpretativo, per baloccarsi infine con le proprie verità, mettendo in scena personaggi indelebili che, attraverso le categorie di vero e di falso, hanno giocato, combinandone e decombinandone le possibili conseguenze. E se nell’ultimo capitolo di questo volume ci viene ricordato ancora una volta che «il mondo possibile della narrativa è l’unico universo in cui noi possiamo essere assolutamente sicuri di qualcosa, e che ci fornisce una idea molto forte di Verità» (perché se Emma Bovary si dà la morte da sé, séguita a finire suicida «ogni volta che terminiamo di leggere il libro»), è anche vero che Eco rimette sotto al naso del lettore un accuratissimo florilegio di mappe, rappresentazioni, visioni del mondo incongruenti, che revocano in dubbio i fondamenti scientifici, ribadendo l’idea del mondo come labirinto rizomatico, nel quale tuttavia è fondamentale il valore della ricerca continua, della narrativa, del racconto falso come infinita combinatoria dei possibili, che si nutre di provvisori e fantastici schemi. Ma non solo: ci insegna che spesso la verità nasce dalla menzogna, che pur sommaria e imprecisa ogni visione del mondo è buona purché induca l’uomo alla ricerca, sempre, e che sovente l’essere umano ha scoperto qualcosa solo per serendipità, andando a naufragare negli splendidi mari delle coincidenze inaspettate. E leggendo questo libro pare ancora vero, infine, che l’immaginazione, come scrisse Leopardi, «è il primo fonte della felicità umana».

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