Tra gli scaffali di Simone Ghelli

Sono cresciuto in una famiglia senza biblioteca, eppure fin da piccolo ho preso la malattia della lettura. Leggevo così tanto che nella piccola scuola elementare di Populonia, ormai chiusa da anni, lessi praticamente tutto quello che c’era da leggere. Mi ricordo che in premio mi regalarono Ventimila leghe sotto i mari, anche se nella mia memoria questo fatto è diventato come parte di un racconto “mitico”, qualcosa che ha il sapore dell’invenzione per essere messo nell’incipit di un bel romanzo di formazione.

Resta il fatto che ho sempre amato i libri in quanto oggetti fragili e preziosi al tempo stesso – preziosi per il loro contenuto, fragili nella loro materialità – di cui amo anche i segni del loro deteriorarsi: le macchie gialle di umidità sulle pagine, i bordi arricciati di certe copertine, lo scricchiolare della costa quando li riapro dopo tanto tempo.

Da qualche anno, grazie alla tecnologia, mi sono in parte convertito al formato digitale, ma i libri più importanti (quelli su cui mi sono formato) ho continuato a portarmeli dietro nei vari traslochi. Potrei dire che sono poche decine: libri che ho riletto o che un giorno rileggerò (come i Pasolini e i Gadda della foto), di cui so di aver compreso ancora poco o niente, ma che in un certo senso mi hanno aiutato a emanciparmi, a sentirmi un po’ meno parvenu durante gli anni universitari (io che mi presentavo con un diploma in ragioneria).

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Molti di questi libri me li hanno regalati i miei genitori, ai quali lasciavo ogni anno una lista dalla quale attingere per Natale o il mio compleanno. Grazie a loro ho scoperto e amato i vari Camus, Mishima, Tozzi, DeLillo, McEwan e via dicendo – autori tra loro diversissimi, che hanno composto la mia stramba geografia interna di autodidatta. Se sono così legato a certi libri è anche e soprattutto per questo: perché ognuno di loro è figlio di un gesto d’amore, di uno spirito di sacrificio che mi ha insegnato a sentirmi responsabile per ogni singola parola che scrivo.

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Francesco Permunian: Il gabinetto del dottor Kafka

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Il gabinetto del dottor Kafka non è lo studiolo privato del grande scrittore praghese. Si tratta di un cesso della stazione ferroviaria di Desenzano, un orinatoio che nelle pagine dell’ultima prova letteraria di Francesco Permunian, Il gabinetto del dottor Kafka appunto (Nutrimenti, euro 15), diventa il fulcro d’una serie di storie vergate con impietosa e grottesca ironia. Quella della latrina kafkiana intanto: pare che di lì ci fosse passato, arrivando da Verona, l’autore delle Metamorfosi – stando almeno a quel che dice Winfried Georg Sebald in Vertigini: e così, con un frizzo impudico, quasi senza che il lettore se ne avveda, il narratore (ma direi pure l’autore medesimo) tira le somme di un’ascendenza artistica ideale: da Kafka, appunto, allo scrittore tedesco ossessionato dal tema del ricordo e di una memoria innervata da caustici umorismi. Anche questo di Permunian, come recita il sottotitolo, è un Piccolo memoriale illustrato di ombre e fantasmi nel quale ‘lo scrittore di bambole’ rievoca, facendo della rimembranza un pastiches a volte farsesco, i volti e le movenze di amici cari, di apprezzati artisti (Pasolini e Zanzotto, a esempio, o il fotografo senigalliese Mario Giacomelli), di parenti e conoscenti.

Tutti, anche se a diverso titolo, sono fantasmi che vengono a scavare i sogni del narratore-autore (in questo caso la sacrosanta distinzione narratologica sfuma, poiché anche la struttura del romanzo è messa in crisi da un avvicinamento più o meno dichiarato al memoir); è piuttosto la qualità di questo scavo a costruire lo spessore del testo: in un tessuto narrativo, come quello di Permunian, dove i confini tra il reale e l’immaginario non solo si sovrappongono ma, spesso, cambiano di statuto (significativo, in tal senso, è questo rigo posto in soglia all’opera: “tutti i personaggi del libro esistono o sono esistiti realmente. Anche quelli inventati dall’autore”), cercare di seguire, tra le pagine, il filo rosso di una verosimiglianza ragionevole è perfino ridicolo; meglio lasciarsi condurre per mano su passaggi sempre precipitanti verso i vicoli bassi dell’assurdo e del grottesco. Il varco dalla sfera del plausibile a quella dell’impietosamente inaudito avviene con una profonda leggerezza, come a scendere uno scalino più alto di quello che ci si aspetti, lo scalino che ci fa cascare dal piano della realtà a quello degli incubi più bizzarri. Così i volti che incontriamo – che siano di persone reali o di fantocci fatti con la polpa di una fantasia bizzosa – ci vengono addosso con la potenza surreale di una realtà decaduta (o innalzata) a allucinazione: memorabili sono i personaggi dello zio Bertoldo Borletti (crocesco nome parlante, come spesso avviene in Permunian) invaghito della zingara Zefirina e seppellito con abiti alla Fred Buscaglione; o la figura di Carmen, amica d’infanzia del narratore, scombinata e infelice malata di mente che, per sfuggire alle violenze paterne, fa baracca e burattini e si trova un posto nel mondo come ballerina di flamenco nelle palestre e nelle sagre di paese. E – per dire quel repentino passaggio dal reale al grottesco – sia sufficiente riferire un breve episodio: Carmen sta ballando, s’accorge che tra il pubblico vi è il padre stupratore; lei piglia il microfono e annuncia: “‘Signori, il demonio sta calando sulle mie spalle ed io non riesco a reggerne il peso, non riesco più a stare dritta!’ Dopo di che sollevò le gonne e si accucciò, cominciando a pisciare abbondantemente sopra il palco”.

Il gabinetto del dottor Kafka è anche una rassegna del ricordo, una memoria di amici e di maestri andati via da questo mondo pervertito. E se defunti e vivi, tutti assieme, son fantocci che ingombrano i sogni del narratore (“un teatrino mentale in cui i vivi e i morti si scambiano di continuo le parti”), e da essi non ci si può liberare, se il mondo, anche quello della cultura (forse soprattutto quello), è ormai scaduto a latrina, se gli esseri umani, dunque, soffrono di un dolore insensato, tanto informe da risultare mostruoso e comico a un tempo, resta come unico gesto liberatorio il fracasso d’una risata ironica, quella stessa che il narratore racconta di aver gettata in aria ai funerali di Maria Corti: “un’irrefrenabile e inopportuna risata, filologicamente scorretta, che fece inorridire tutti gli accademici d’Italia lì convenuti”. Catarsi autentica, in grado essa sola di ricomporre, per il tempo d’un ghigno, l’angosciante contrasto col mondo dei vivi, e dei morti: “un’altrettanto forte e cristallina risata – filologicamente inoppugnabile – si levò all’improvviso dalla bara di Maria Corti”.

Recensione pubblicata in origine qui.

Libri tanto amati: Fabio Greco e Tre Lai di Giovanni Testori

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(Foto di Fabio Greco)

Uno dei libri da me tanto amati, di quei libri che rileggo anche senza leggerli nuovamente, tanto sono diventati parte del mio modo di essere e del mio orizzonte, ecco uno di quei libri è i Tre Lai. Cleopatràs, Erodiàs, Mater Strangosciàs di Giovanni Testori (Longanesi). Si tratta di tre canti poetici di figure classiche che vengono rilette e interpretate con dolorosa lucidità da Testori, di tre monologhi teatrali, femminili, tre lamentazioni che ricordano le moroloje delle prèfiche, grottesche e sublimi, tre conversazioni con la morte, tre donne che piangono un’assenza: la “poera gaina Cleopatràs” che piange il corpo di Antonio, i suoi muscoli, i suoi capelli, le “oregge”, financo il suo “divino puberas”, piange i cibi, le canzoni, la quotidianità; Erodiàs, concubina di Erode, madre di Salomé, che tra rimorso e delirio, ricordo e tormento, piange la testa di Giovanni il Battista, la “mascula barba” e la “insanguinada lengua” del suo Giuan, voce che grida nel deserto, troppo bello e muscoloso “da eroe serialico del video/ovver tivù” per non essere desiderato, colpevole a suo modo del destino d’entrambi; e infine la Mater Strangosciàs, Madonna della Valassina brianzola, massaia d’umili origini, che, mentre impasta il pane, interroga e piange il Figlio morto, ne chiede ragione del suo estremo sacrificio e del patimento dei viventi.

In un aneddoto raccontatomi da Luca Doninelli (amico e discepolo del grande drammaturgo), Giovanni Testori svela l’idea da cui prese avvio il secondo dei lai, quello dedicato a Erodiade. Testori stava assistendo a una partita a carte tra quattro vecchietti lombardi, due contro due – penso si trattasse del tressette, non me ne intendo. Alla fine di una mano iniziarono le recriminazioni all’interno della coppia perdente. E uno dei vecchietti sbottò: «Perché non hai scartato quella carta? Ero di As! Ero di As!» (NdA: Avevo l’asso in mano). È in quel momento che nella mente di Testori avvenne uno scarto, un’epifania: il suo progetto di riscrivere l’Erodiade si tramutò nella volontà di scrivere l’Erodiàs, uno sconvolgimento di nome che si tramuta in sconvolgimento di materia, di lingua, una lingua in grado di cogliere l’aulico e il turpe, il lirico e il “basso”, materiale e corporeo di Bachtin, “una particular/ e trementissima dolcezza, una pietà, / eccota, ‘na carezza”, un lombardo d’assonanze e miscatigli, di squartamenti e mozzichi, in una stratificazione di significati e d’intenti già evidente nel titolo (Ero di As, diventa anche indicazione della provenienza, dove As, altro non è che la città di Asso, paesino lombardo al limitare della Brianza), un’Erodiade brianzola dunque che subisce una mutazione profonda in quel mutamento di nome (da Erodiade a Erodiàs), si tormenta per quell’amore non corrisposto e delira di fronte alla testa mozzata di Giovanni Battista, lì ai suoi piedi, in una lingua che si fa sostanza, non più mezzo, ma fine, carne essa stessa “teatrala”, comica a tratti e per questo tremendamente tragica.

Qualcosa di simile era successo anche con la riscrittura dell’Amleto, ne La Trilogia degli Scarrozzanti: «passando da Elsinore a Lomazzo, che è il borgo in cui ho collocato l’azione», scrive Testori, «l’Amleto ha subito un intoppico ed è diventato Ambleto; in questo intoppico forse è nascosto il mistero dell’operazione. Dico mistero perché le vere ragioni di quello che scrivo mi restano completamente ignote […] è venuto fuori come un figlio bastardo del grandissimo, esitante e splenico Amleto di Shakespeare il mio turpe, blasfemo, disperato Amleto di Lomazzo». E ancora: «[L’intoppico] credo consista, nella miseria, nella poltiglia, nel fango […] [L’Ambleto] è scarno, è rotto, ruttante, violentatore e violento, quasi trogloditico. Non conosce levigature e lenocini». Ecco, dunque, che l’aggiunta di una vocale al nome di un personaggio, lo trasmuta in un altro uguale e opposto, ne caratterizza l’azione e le modalità di stare al mondo. Testori muta il nome e si mette al servizio del personaggio, gretto, grottesco, lirico rompendo schemi e convenzioni, con una lucidità e chiarità da fare male, per poter affrontare i temi a lui cari (la morte e la miracolosa vita, la religione, l’erotismo e il sesso).

Lo fa attraverso una reinvenzione della lingua poiché l’italiano, che pure aveva utilizzato in maniera magistrale in altri libri e racconti (basti pensare al Dio di Roserio, “uno dei migliori della narrativa del Novecento”, a detta di Pasolini) gli risulta troppo pulito e preciso, inadeguato e falso per il grido e l’urlo, per la bestemmia e l’ode, la gioia sfrenata e la disperazione: per quello ci vuole la carnalità di una lingua legata alla terra, lordata dalla terra, dilaniata.
A ben vedere è proprio questa libertà nel rompere gli schemi (della lingua, del linguaggio, del teatro, di una letteratura appiattita sulla morale predominante) che mi fa considerare Testori uno dei miei Maestri, è quel suo utilizzo della lingua dialettale non con un intento storico-filologico (come avviene per esempio con Vincenzo Consolo e con Luigi Meneghello) ma solo come strumento per dire ciò ha da dire, nel modo migliore e più onesto possibile (e in effetti Testori scrive: «In ogni modo l’Ambleto, non avrei potuto scriverlo che con il linguaggio che mi è venuto»). In questo assomiglia, per intento e per convergenza al teatro e al teatrale, a Stefano D’Arrigo, l’uno partendo dalla poesia l’altro persistendo nella prosa, in quel grandissimo capolavoro che è L’Horcynus Orca. E quel che scrive D’Arrigo, circa la propria scrittura, ne dimostra una vicinanza di visione seppur da posizioni differenti: «Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dall’obiettiva sicurezza, che i luoghi della mia narrazione – luoghi topografici, ma soprattutto luoghi di testo – restino un fondamentale punto di incontro e filtraggio delle lingue del mondo». Qualora non sia già stato fatto, sarebbe interessante, necessario, uno studio in parallelo tra Testori e D’Arrigo: ne scorgo un canone, uno stesso modo di porsi di fronte ai misteri dell’essere umano.

È commovente pensare, come il libro Tre lai, l’ultimo libro di Testori prima di morire, sia per Testori un ritorno a casa, un saluto ultimo nell’ultimo dei suoi lai, dove delega alla Mater Strangosciàs un saluto a quanto di più intimamente vero e reale ci sia per lui: la sua Lombardia, la sua lingua, il suo teatro, la sua terra, la sua gente:
«[…] Ce dobbiamo, amici tanti e cari,
saludare?
No,
che ‘sto imbrassamento va per semper ssa durare,
‘des, chi,
duman, altrove
e dopu amm».

***

Fabio Greco, biologo e vive e lavora in Essex, Inghilterra. Ha pubblicato alcuni racconti per la collana “Le meraviglie di Milano” di Guerini e Associati, nata da un progetto di Luca Doninelli e del Centro Culturale di Milano. Tra questi, merita una menzione il racconto Milano è una cozza, presente nell’omonima antologia. Ha pubblicato nell’ottobre 2016 il romanzo Il nome dell’isola (Autori Riuniti), finalista del Premio Calvino 2014 col titolo Genti a cartapesta.