I dischi di Guido Michelone: The Jazz Messengers At The Café Bohemia

The jazz messangers
Un album dal vivo, in quintetto (il sax è Hank Mobley), con lunghi brani, come la tecnica del long-playing permette da poco tempo, in cui i solisti han modo di improvvisare come in lunghe jam session, tirando fuori la grinta, il blues, la rabbia, la negritudine che cool e west coast, allora alla moda (siamo nel 1955), riescono in parte a sopire. Protagonisti i Messaggeri del jazz, capitanati da Art Blakey, forse il primo batterista a rivolgere la propria attenzione direttamente all’Africa già dagli anni Cinquanta dove di frequente soggiorna, ricerca, suona. Senza essere un innovatore assoluto dello strumento, Blakey vanta una brillante caratteristica che principalmente consiste nel riportare simbolicamente attraverso la batteria il sound, la poliritmia e la timbrica dei più ancestrali tamburi del Continente Nero. Tra gli iniziatori dell’hard bop, Blakey è famoso oltre che per il drumming vigoroso che porta comunque le percussioni in primo piano nei concerti e sui dischi, anche come indefesso scopritore di nuovi talenti sino a tutti gli anni Ottanta. Nei suoi Messaggeri, uno dei gruppi più longevi della storia jazzistica, militano infatti i più bei nomi di almeno mezzo secolo (Wynton Marsalis è l’ultima grande scoperta, ad esempio), a cominciare da questo Café Bohemia con il brillante pianista Horace Silver, caposcuola per tutti negli anni Cinquanta, presenza fondamentale in questo disco, addirittura come direttore artistico.

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Dire quasi la stessa cosa: Gioia Guerzoni e Sarah Manguso

Ghirri
Infinito, Luigi Ghirri, 1974

Un infinito imparare

There is no end to what we can learn. The book out there
Tells us as much, and was never written with us in mind.
Mark Strand, Blizzard of One

Da piccola collezionavo parole. Riempivo quaderni di elenchi, in colonne ordinate, a colori diversi secondo un mio codice di cui ora non ricordo nulla, fin dalle elementari. Del liceo ricordo pagine e pagine di parole latine. Per il resto ero stata una studente svagata e testarda – studiavo solo le materie che mi interessavano e soltanto se i professori mi erano simpatici – fino alla scuola interpreti, quando avevo iniziato a collezionare anche parole inglesi e francesi e quel bottino mi piaceva ancora di più perché pensavo che forse in futuro mi sarebbe servito a tracciare delle mappe. Gli argomenti erano i più disparati. Per l’esame di fine anno da interprete parlamentare, i tre temi di simultanea erano così bizzarri che me li ricordo ancora con precisione: “Metodologie innovative per la cura dell’ulcera peptica”, “Strategie per favorire la ventilazione nell’architettura araba degli Emirati”, e l’inarrivabile “Tecniche di allevamento ovino della razza finnica nei paesi del Nord”). In quegli anni – in cui magicamente ero diventata una specie di secchiona – ho capito che tutto, ma proprio tutto è utile per il traduttore. E ogni anno buttavo via i quaderni di parole, gonfi, spessi. Tutti quanti. Non ne ho tenuto neanche uno, e quella è stata l’unica e ultima collezione che abbia mai fatto. Appena ho iniziato a tradurre, ho smesso di annotare parole.
Guarda caso mio fratello, che insegna storia dell’economia, è collezionista ed esperto di collezionismo (per esempio qui), di hoarding, e anche di bibliofilia, tassidermia, e varie ossessioni e manie , oltre a essere appassionato di pratiche di archiviazione, musei e dei trivia più eccentrici (dai tatuaggi papali agli asili per i pet). Ci siamo molto simpatici – rarità tra fratelli – non tanto per carattere o stile di vita, ma soprattutto perché siamo follemente curiosi.
Questo lungo preambolo è utile, soprattutto a me, per spiegare perché tradurre Ongoingness/Andanza, come ho scritto nella nota, mi rendesse così nervosa, all’inizio. Mi faceva paura tutto quel desiderio dell’autrice di annotare, accumulare, di catalogare memoria. Mi pareva anche un esorcismo facile e sotto sotto invidiabile per evitare l’oblio quotidiano e, ovviamente, l’oblio perenne. Lo stesso effetto mi avevano fatto parecchi anni fa, la prima volta che le avevo viste, alcune foto di Ghirri. Soprattutto la serie Infinito, un progetto del 1974, 365 foto di cielo in sequenza temporale (pubblicato poi nel 2001 da Meltemi), “un possibile atlante cromatico del cielo, 365 possibili cieli”, come lo aveva descritto lo stesso Ghirri. Nessun giorno senza un cielo. Mi piaceva tantissimo, ma mi metteva ansia, come mio fratello che conserva tutto, come le parole di Manguso. Ma non erano foto, non bastava guardarle, dovevo proprio tradurle.

Però non vorrei parlare di questo, visto che l’ho già fatto nella nota. Piuttosto, mi interessa la fase due, cioè quello che ho imparato – proprio come alla scuola interpreti avevo imparato tutto di ovini e ulcere e architettura nei climi desertici – da questa traduzione. Dopo tanti anni passati a fare il falsario – no, non mi sento autore, non ho trame da inventare –, mi interessano sempre meno i dettagli del processo, anche perché come ha scritto Bonnefoy, “Forse, dopo tutto, è così che bisogna tradurre, con l’oscura coscienza cioè che in ogni traduzione non si è che se stessi, nel nostro proprio giorno e che questa transitorietà avvolge tuttavia una testimonianza.”
Invece mi affascina sempre di più l’elaborazione del processo, cioè come la traduzione viene poi interiorizzata, come faccio tesoro di quello che imparo, spesso in modo inconsapevole, almeno all’inizio. Non capita sempre, ma in alcuni casi forse è meglio di una seduta psicanalitica.
Traducendo Andanza, e appunto, attuando al principio una strategia di fuga, uno strano balletto, ho forse imparato a stare relativamente ferma, a non scappare di fronte a quelle parole fatte di tempo che mi agitavano.

Il titolo è nato grazie a Eugenia. L’ha scovato lei, oltre ad aver rivisto le pagine con me piano piano, senza permettermi di scappare. Era come tradurre una lunga poesia senza rima ma con tanto ritmo, e abbiamo giocato a ping pong con le bozze fino a esserne soddisfatte. È stata una partita lunga, sette, otto bozze per ventisette cartelle. Però mi sono divertita in quella fase, tanto che forse, per la prima volta, ho salvato tutte le numerose versioni, non solo nella memoria. Allentare la tensione, smettere di sfuggire alla fuga del tempo, è stato quasi liberatorio.
In pratica, mentre la Manguso ha imparato a eliminare scrivendo, e ha ridotto un diario di ottocentomila parole, tenuto per venticinque anni, a poche pagine dense, io ho iniziato a conservare, a riempire (poco) i cassetti, a salvare le foto, a raccogliere le piccole cose che ho scritto negli anni. Magari poi mi stuferò, ma mi rendo conto che è uno degli incantesimi della traduzione. Come guardare nell’obbiettivo e camminare in un paese in un certo modo, come mi ha insegnato Teju Cole, o vedere gli animali con occhio più disincantato, grazie a Megan Mayhew Bergman, o individuare gli intrecci di corpo e mente con Siri Hustvedt, o “esplorare il proprio temperamento andando alla ricerca della verità”, grazie a Iris Murdoch. Senza parlare di tutti i luoghi che ho visitato (o rivisitato) insieme agli scrittori che ho tradotto. Insomma, tante cosette utili, forse, nella vita oltre che nella traduzione.

I dischi di Guido Michelone: Philly Joe Jones Dameronia, Look, Stop And Listen

Look
Grande hard bop storico in queste registrazioni rarissime (Uptown), che aggiungono ancor più fascino e sostanza a un periodo e a una musica che non solo risulta la strada maestra, ma sopratutto resta la chiave di lettura per capire e interpretare tutto il jazz moderno e contemporaneo.
Philly Jo Jones (1923-1985) è stato a lungo il batterista prediletto di Miles Davis (e di Bill Evans) con i quali ha inciso tanti capolavori, restando sempre un po’ dietro le quinte e solo di rado proponendosi nelle vesti di leader peraltro con dischi assai belli come Blues For Dracula (1958), Together! (1964) assieme a Elvin Jones, Philly Mignon (1977). Poco prima della scomparsa ha voluto dedicare un intero album a Tadd Dameron (1917-1965) a sua volta geniale compositore e arranger di scuola bebop: l’11 luglio 1983 ha dunque messo insieme una sorta di cast Blue Note dagli studios di Englewood Ciffs nel New Jersey al geniale tecnico del suono Rudy Van Gelder, fino al gruppo che è sostanzialmente un settetto, al quale si aggiungono in un paio di brani Don Sickler alla tromba e in sei pezzi su dieci Johnny Griffin al sax tenore, che ovviamente catalizza l’attenzione con i suoi lunghi assolo blueseggianti, non senza dimenticare musicisti come Walter Davis, Cecil Payne, Frank Wess, Virgil Jones che hanno suonato nelle maggiori orchestre; l’esito artistico è ovviamente robusto, deciso, compatto anche a un repertorio diventato patrimonio comune di jazz standard, da Choose Now a Our Delight, da Theme Of No Repeat fino alla title track.

Vita e morte delle aragoste

vita e morte delle aragoste

di Ippolita Luzzo

Mattina di ferragosto, spremo l’arancia che ha consigliato Antonio, la voce narrante, al suo amico Vincenzo a pagina 66 del libro Vita e morte delle aragoste di Cosentino Nicola H. (Voland).
Seguo l’altro consiglio: Perché non scrivi? E scrivi ancora. Sei bravo.
Guarderò Antonio anche io come i labrador neri.
“Non sentirsi niente di speciale e pretendere di esserlo, ogni tanto: questo per lui doveva avere un sapore amaro, o del sangue ferroso degli sforzi”.
Mi sento già speciale stamattina, come tutte le mattine di una lunga esistenza di specialità, a pigiare i tasti neri di un pc e scrivere di Nicola H. Cosentino, del suo libro edito da Voland, nella primavera del 2017, e letto ieri pomeriggio diventando amica dei due protagonisti con immedesimazione immediata in Vincenzo, l’amico di cui Antonio racconta.
Dieci anni di amicizia a quadri, ad episodi, dal 2005 al 2016, ogni capitolo ha l’anno di riferimento e il fatto successo. Dieci anni di crescita dal liceo alla vita adulta, al tran tran della sconoscenza.
Raccontato con tecnica e opportuni rimandi scenici, come un film, con sequenze, “Teapot leggeva, poi si annoiava, poi leggeva ancora”, a pagina 45 l’autore ci invita sullo stesso treno con in regalo un gatto dal pelo blu di Russia del quale si augura noi avremo cura.
Teapot sarebbe la teiera che in mille pezzi si infrange contro lo sportello di un taxi a Shoreditch High Street e Vincenzo raccoglie “una scheggia bianca con un fiorellino stilizzato, del tutto simile alla corona di un caricatore, rosso vermiglio.” Un frammento di porcellana nella tracolla e lui, per gli amici, diventerà Teapot.
Un personaggio è un personaggio quando i lettori dialogano con lui ed io da ieri sto a parlare con Antonio e Vincenzo, scambiandomi le parti e sentendo la loro compagnia.
“Quando siamo soli facciamo delle cose assurde, per fortuna non lo sa nessuno”: le parole di Vincenzo a pagina 118.
Io faccio una spremuta di arancia, vi consiglio questo libro, e mentre stamattina rientravo a casa dal mio giro usuale, mamma, edicola, casa, “pensai alle infinità di cose che faceva senza dirlo a nessuno e senza che io lo vedessi. Mi domandai dove andassero a finire tutti quei momenti in cui era solo testimone di sé stesso. Che porzione di Teapot conoscevo?”  Che porzione conosciamo dei nostri amici  e quale conoscono della nostra gli amici? La porzione del Tè. Quel frammento scheggiato della teiera.
Con un abbraccio ad Antonio e Vincenzo nell’aranciata solare di un giorno speciale.

I dischi di Guido Michelone: Jarrett & Haden, Last Dance

Last Dance

Se solo fosse uscito quattro anni fa, Last Dance sarebbe stato, come sempre, al centro delle discussioni sui pregi e sui difetti di Keith Jarrett, perché ogni nuovo disco del pianista di Allentown fa ormai discutere fino allo sfinimento riguardo al significato innovativo o al contrario tradizionale della proposta musicale. Ma dall’11 luglio 2014 l’album si colora purtroppo di altri significati perché in quella data è venuto a mancare, dopo una lunga sofferta malattia, il cofirmatario dell’opera, il contrabbassista Charlie Haden. Ed ecco quindi che Last Dance (ECM) acquista il valore oggettivo di testamento spirituale, oppure di ‘canto del cigno’ di un grande artista che ha dato moltissimo all’universo sonoro preciupuamente jazzistico. La storia dei rapporti tra Jarrett e Haden iniziano da molto lontano, da quando insomma Jarrett, dopo la militanza nel quartetto di Charles Llyod, esordisce in proprio come trio dove ci sono appunto Charlie e l’amico Paul Motian alla batteria (entrambi fra l’altro già ritmica del precedente Bill Evans): dopo un paio di introvabili album per la Vortex – Life Between The Exit Signs (1967) e Somewhere Before (1968) – Keith ritrova Haden tre anni dopo per formare un nuovo gruppo: è lo strepitoso quartetto sperimentale che, assieme a Motian e a Dewey Redman ai fiati, incide fra il 1970 e il 1976 via via per Atlantic, Impulse, ECM, ben quattordici album: e sono tutti di altissimo livello, con almeno un capolavoro, il doppio Expectations (1971) però in sestetto e con archi. Poi le carriere di entrambi si dividono per incrociarsi solo trentun anni dopo, con il duo Jasmine che vede la luce per ECM nel 2010. Da quelle session registrate al Cavelight Studio (ovvero una parte della dimora di Jarrett ad Oxford nel New Jersey) saltano fuori questi nuovi brani, che completano una placida riunione tra vecchi amici, che però oggi ha il sapore dell’addio (più che dell’arrivederci ripetuto dai titoli di molti pezzi), anche alla luce dei toni complessivamente malinconici, intimisti, vespertini dei nove brani presenti (due dei quali alternative take di Jasmine). My Old Flame, My Ship, ‘Round Midnight, Dance of the Infidels, It Might As Well Be Spring, Everything Happens to Me, Where Can I Go Without You, Every Time We Say Goodbye, Goodbye lasciano dunque senza parole non solo per il prefetto interplay, per il romantico melodismo, per il dialogo paritetico, per le doti combinatorie, per le improvvisazioni contrappuntate, ma soprattutto per la dolcezza e la mestizia che emana il pianoforte forse consapevole del fatale destino di un grande amico.

Le letture lusofone di Daniele Petruccioli: Valério Romão, Quello che è successo a Joana

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di Daniele Petruccioli

«…così è la vita, siamo già tutto alla nascita e ci è dato tutto, e il futuro, nel suo insieme, è la somma dei momenti passati a ripetere ciò che abbiamo dimenticato…»

Valério Romão ha alle spalle 43 anni di vita, traduzioni di Beckett e Virginia Woolf, una nascita in Francia e una formazione portoghese, pièce teatrali, due libri di racconti e due romanzi.
Uno di questi, l’ultimo, Vincenzo Barca l’ha tradotto per Caravan (2017, pp. 169; ed. originale 2013) piccola casa editrice dal catalogo prezioso.
Quello che è successo a Joana dovrebbe essere il secondo volume di una trilogia sulle «paternità mancate», ma la sua devastante dirompenza resta del tutto inalterata anche a leggerlo da solo.

Joana è una di noi. Una donna attenta, informata, previdente, sicura. Programma tutto, usa tutta la tecnologia di cui è in possesso per anticipare, controllare correggere. Joana aspetta un figlio, e questo figlio, che rappresenta tutta la sua vita futura, e anche quella passata perché ne è il coronamento, nascerà come deve, Joana ne è convinta e lavora perché su questo ci sia il margine di dubbio più vicino possibile allo zero. Il che, per una donna come lei, come noi, con accesso al massimo di informazioni possibile e la capacità di organizzarle secondo parametri che crediamo indiscutibili, è semplicemente una questione di ovvie conseguenze:

«…Joana si asciuga con l’asciugamano di spugna e le sue mani, per chi ha la ventura di convivere intimamente con la donna di cui stiamo parlando, meriterebbero un palcoscenico proprio, tanta è la certezza che hanno del posto delle cose che si mettono in moto senza che gli occhi debbano tenerle al guinzaglio…»

Ma la vita, il futuro, non si lasciano afferrare così facilmente. La storia di Joana comincia con un sogno in cui tutto è al rovescio, a cominciare da quelle meravigliose creature una delle quali ha tanto voluto e sta aspettando con tanta ansia:

«I bambini, un flagello di tafani nani, scorrazzavano in una frenesia incontrollabile che terminava più o meno all’altezza della vita e, da quel fossato intransitabile che si chiama infanzia, irrompeva, in un guizzare di fuochi d’artificio, l’infinita varietà di strilli in cui si disperdeva l’energia…»

Al risveglio (sudato), Joana (al settimo mese) avverte strani dolori e macchie sul corpo e si fa portare dal suo uomo all’ospedale. Tutto sembra ancora controllabile, tutto sembra ancora poter avere una fine, un esito futuro. Invece si scopre che la fine, forse, c’è già stata.

«Com’è possibile, dottore, grida Joana, in piedi, mentre il medico guarda a terra cercando un modo con cui riuscire a portare altrove il discorso, lasciando acceso solo il modulo della risposta automatica, com’è possibile se il mio bambino si muoveva, solo poche ore fa, prima che i addormentassi mi scalciava nella pancia, sembrava fossero due…»

E qui comincia la vera discesa agli inferi di Joana, e del romanzo. Un inferno in contrappunto e in serie, perché sono tanti orrori che si sovrappongono, alternano, intrecciano. C’è l’incomunicabilità fatale tra il cittadino e l’istituzione, dove il dolore la rabbia e anche l’ormai congenita mancanza di fiducia del primo scatenano la distanza altera e vendicativa condita dal lieve sadismo dell’altra:

«Il dottor Reinaldo, inalberando un sorriso cordiale, in modalità continua, riuscì a ottenere che Joana gli desse la mano per brevi secondi, durante i quali lui continuò a sballottarla come se fosse morta…»

C’è la solitudine assoluta del dolore fisico, in questo caso delle partorienti, alimentata dall’orrenda pratica per così dire biblica di lasciarle in balia del loro stesso dolore:

«…Joana si guarda intorno (una sala in penombra con due ingressi, con diverse barelle munite di ruote, ognuna occupata da una gravida che cerca incessantemente la posizione migliore perché i dolori la tocchino solo di sfuggita), e l’intera scena, vista da un coprotagonista passivo, è una specie di casting per l’ultimo Fellini…»

E c’è la follia, alla fin fine così riconoscibile da rivelarsi quotidiana, che non può che scaturire da tutto ciò:

«…per il momento l’infermiera, che poco prima era stata il Bianconiglio di Alice che attraversava, orologio in pugno, i corridoi dell’ospedale, ora era l’inverso e ogni passante incrociato diventava un’occasione in più per una chiacchiera che solo di rado riguardava questioni lavorative, mentre affondava in modo prolisso e incisivo nella specialità dell’infermeria, nella sua versione pettegola e maldicente, sarà così in tutti i posti di lavoro, pensa Joana…»

Una discesa a spirale, un declinare che precipita sempre più nella notte, con luci esclusivamente elettriche anzi meglio al neon, con parole che diventano sempre più grida, contorni che si fanno sempre più improbabili, frasi che cominciano sicure e a mano a mano perdono di senso, fino a perdersi e basta, in un’incomprensione assoluta, millenaria.

Per il lettore della versione italiana di questo romanzo, significa anche perdersi sempre di più nella sintassi a spirale, nella lingua dal lessico preciso e quasi asettico ma con l’andamento lacerante che Vincenzo Barca ha voluto e saputo trovare per seguire la caduta di Joana, non solo attraverso un andamento della frase vorrei dire incastonato su sé stesso, ma anche con un gioco attento di allitterazioni dure (ne avrete riconosciuto qualche esempio nelle citazioni riportate sopra). Una caduta anche linguistica, quindi, di cui la traduzione si fa per così dire specchio ustorio, che traduce – è il caso di dirlo – con la precisione di un bisturi la punibilità della sicumera di tutti noi nei nostri piccoli privilegi ossessivo-compulsivi, ultimo dei quali quello del linguaggio, che non è altro se non un’ultima condanna.

Un libro spietato e didattico, nel senso brechtiano del termine. Una traduzione che raggiunge la liricità senza la minima concessione al lirismo. Non lasciateveli scappare.

​Tra gli scaffali di Ezio Sinigaglia

Della mia ormai lontana e impallidita ascendenza ebraica dev’essere filtrata fino a me una cosa sola: il karma dell’erranza, che ho trasmesso anche alla mia sposa insieme all’uso facoltativo del cognome. Questo destino vagabondo non si è manifestato tanto nella forma avventurosa e drammatica del viaggio quanto in quella polverosa e tragicomica del trasloco. Lo scatolone è l’oggetto che meglio di ogni altro simboleggia la nostra irrequietezza fra poco prima dei quaranta e poco dopo i sessant’anni, la nostra vocazione irragionevole a smobilitare conservando, a demolire e ricostruire, a ripopolare di cianfrusaglie la tabula rasa appena conquistata. Lo scatolone, un qualsiasi scatolone, purché abbastanza grande e solido, rinforzato da nastri adesivi sotto le giunture e sugli spigoli, è il recipiente ideale della nostra storia.
Non è difficile immaginare quali caotiche conseguenze il susseguirsi di una dozzina di traslochi in una trentina d’anni possa aver prodotto sulla mia povera biblioteca. E ai traslochi occorre aggiungere l’integrazione nei miei scaffali di gran parte della biblioteca tutt’altro che insignificante dei miei genitori, e ancora la perdita del lavoro e, quindi, dello studio inteso come residenza separata dall’abitazione, cioè di oltre il 50% dello spazio riservato ai libri.

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La celebre collana Medusa sembra raccolta con amorevole cura in un unico luogo. In realtà ci sono altre meduse, sempre addensate in piccole colonie, in altri tre scaffali, mentre, come si vede, fra le meduse della colonia principale affiorano qua e là creature più bonaccione e meno urticanti.

Un primo effetto macroscopico di queste piccole catastrofi è il disordine. I libri, ormai, nei miei scaffali, sono allineati senza nessuna logica, senza nessuna ratio, senza nessuna speranza di essere reperiti in base a una mappatura mentale, sia pure grossolana, della loro posizione. Stanno lì, semplicemente, nell’ordine caotico in cui sono usciti l’ultima volta dagli scatoloni che li contenevano. Ecco una sequenza, da sinistra a destra, scelta a caso: Bonfantini, Un salto nel buio, Feltrinelli 1959; Tolstoj, Resurrezione, vol. I (del vol. II non c’è traccia), Bietti 1933; Dossi, Opere, a cura di C. Linati, Garzanti 1944 (è un volume rilegato di circa 1000 pagine, quarta perla della collana Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento); Antonielli, Oppure niente, Mondadori 1971; Le Carré, La spia che venne dal freddo, BUR 1980; Pietro Chiodi, Banditi. Un diario partigiano 1939-1945, Edizioni dell’Unità 2003; Luciano Marrocu, Debrà Libanòs, Il Maestrale 2003 (donatomi  credo dall’autore, che abitava a Cagliari, nello stesso palazzo restaurato di Castello in cui io avevo lo studio nei primi anni 2000); T. Middleton e W. Rowley, I lunatici. Tragedia in cinque atti, Avanzini e Torraca editori 1968; Fachinelli, Muraro e Sartori (a cura di), L’erba voglio, Einaudi 1971; Cooper, La morte della famiglia, Einaudi 1972; Cooper, Grammatica del vivere, Feltrinelli 1977; Gruppo Teatro-Gioco-Vita, Io ero l’albero (tu il cavallo), Guaraldi 1972; Arbore & Boncompagni, Il meglio di Alto Gradimento, BUR 1976; Leopardi, I Canti, a cura di Luigi Russo, Sansoni 1963 (è un mio testo scolastico del liceo); Freud, Al di là del principio di piacere, Biblioteca Boringhieri 1986; seguono due volumetti di poesie di tale Arcidio Baldani, un eccentrico personaggio che nei primi anni Settanta si poneva a guardia delle sale da concerto e dei teatri più off-off di Milano con una gran pila di libri sotto il braccio, apostrofando gli aspiranti spettatori, uno per uno, con questa scaltra domanda: Legge poesia?; Tommaso Miceli, Poesie in cellophane, I Dispari s.d.; Norman O. Brown, La vita contro la morte. Il significato psicoanalitico della storia, Tascabili Bompiani 1986; Castaneda, L’isola del tonal, BUR 1975. Mi fermo a questo titolo che, simbolicamente, allude ad associazioni non meno cervellotiche di quelle che legano i miei libri nelle loro improbabili catene.

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Poiché ogni regola, anche la più astrusa, ha le sue eccezioni, qui si può ammirare, sullo scaffale più alto, da sinistra, una rappresentanza cospicua (quindici titoli) della bella, vetusta collana di Bompiani Grandi Ritorni, orgoglio di mio padre, rimasta miracolosamente unita e intatta attraverso sette o otto cambi di dimora. Dove questa collana finisce, ne dovrebbe iniziare un’altra, sempre bompianiana, sempre gloriosissima (Il centonovelle), della quale possiedo solo cinque titoli: ma il primo di questi cinque titoli è andato dispettosamente a insinuarsi fra il penultimo e l’ultimo dei Grandi ritorni: un’eccezione all’eccezione che suggerisce un grande ritorno  o un ritorno in grande stile alla regola del caos. Avrei potuto facilmente rimediare prima di scattare la foto, ma ho preferito offrire una testimonianza probante della mia rassegnazione di bibliotecario umiliato dalla vita.

Il secondo effetto travolgente delle catastrofi subite dalla mia biblioteca consiste in una cronica e – com’è inevitabile – crescente mancanza di spazio. Le nuove acquisizioni non fanno che accumularsi in pile su qualunque superficie liscia, o in una cesta o cassetta della frutta nascosta sotto un mobile, o sui margini di scaffali già abitati da altri libri che si rendono in questo modo invisibili, irraggiungibili e ingiuriati.

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Questo tavolo pseudo-inglese ha ripiegato le ali per trasformarsi in uno scaffale di fortuna.
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Memorie, prevalentemente involontarie, “cestinate”.

 

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Questa étagère magra e malandata allieta la mia camera da letto, che è anche la camera da lettura per antonomasia: i libri più importanti non si vedono.

 

È certo lecito domandarsi che funzione possa svolgere, in un contesto di molta sofferenza e poco spazio come quello che ho descritto, il vizio dei doppioni. Per illustrarlo ho scelto due titoli che, chissà perché, mi sembrano gravidi di significato.

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Eppure, come bibliotecario, ho i miei meriti. Tali e tanti da poter appiccicare a questa storia sgangherata un lieto fine.

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Questa magnifica libreria chiusa da due ante vetrate e popolata di volumi piuttosto antichi (il grosso è dei primi tre decenni dell’Ottocento) mi è stata lasciata in eredità da un’amica di mia madre, che doveva considerarmi un bibliotecario ben più scrupoloso di quanto non sia diventato negli anni. Sarà stato forse per renderle omaggio che a questa sezione speciale della mia biblioteca ho dedicato cure speciali: imballaggi apprensivi e amorevoli, organizzati in piccoli scatoloni classificati  con una pignoleria che è totalmente estranea alla mia natura  da I/1 a VI/3, dove il numero romano rappresentava lo scaffale (dall’alto in basso) e quello arabo la posizione del gruppo di libri sullo scaffale (da sinistra a destra). Una fatica non esorbitante, che mi ha assicurato il premio di questa foto autocelebrativa.