La voglia di tenerezza di Kent Haruf

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di Giuseppina Torregrossa

Ve lo ricordate il film Voglia di tenerezza? Quello con Jack Nicholson e Shirley Mac Laine? La storia di una donna avanti negli anni che si nega ogni forma di sentimento. Come se l’amore, l’erotismo, la passione, il sesso fossero preclusi dopo una certa età. E poi, nel dolore, la nostra protagonista scopre il potere dirompente della tenerezza.

Le nostre anime di notte è il romanzo di chi, imbalsamato negli schemi, cristallizzato nelle proprie paure, ha voglia di aprirsi al sentimento, di regalarsi un’altra possibilità prima che sia troppo tardi. Ogni frase, ogni capitolo è un passo avanti per rompere il rigido guscio che imprigiona il cuore degli adulti. Haruf è il cantore dell’amore, in tutte le sue forme, anche le più azzardate, le più ridicole, perlomeno all’apparenza, le più impensate. E lo fa con la semplicità dei grandi, dei puri di cuore, perché l’amore è puro, anche tra i dimenticati da Dio. Leggetelo questo romanzo di Haruf, vi renderà più felici, vi regalerà speranza.

​Le nostre anime di notte, o della condivisione

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di Barbara Masoni

Mi piace descrivere con un ossimoro i romanzi di Kent Haruf dicendo che rappresentano un’epica della semplicità. Non narrano di gesta eroiche o leggendarie, i fatti raccontati non sono straordinari, i personaggi non sono complicati, la prosa non è difficile da seguire nella lettura. Haruf racconta storie (all’apparenza) semplici ma coinvolgenti. Per quanto può sembrare semplice la vita. Come fa Edgar Lee Masters nella sua Antologia di Spoon River, Haruf costruisce un universo attraverso le storie degli abitanti della sua immaginaria (ma così reale, ormai, da avere anche la sua cartina, disegnata da Marco Denti e Franco Matticchio) contea. Come Masters crea la sua Spoon River dalle storie incise sulle lapidi, così Haruf ci presenta un mosaico di polaroid, una serie di istantanee sulla comunità di Holt che vanno a comporre il romanzo corale della Trilogia della Pianura più uno (Le nostre anime di notte, appunto) rendendo letterariamente immortale la vita sull’altopiano. Questa semplicità sta oltre che nella prosa, curatissima (sobrietà coniugata ad esattezza la definisce Fabio Cremonesi, il traduttore che ha trasportato in italiano questi nuovi classici), nei temi trattati, che sono quelli dei grandi classici della letteratura.

Uno dei fil rouge che attraversano la poetica di Haruf è il prendersi cura gli uni degli altri. Che non è appannaggio degli adulti, dei genitori, della famiglia in senso stretto. Anzi, Haruf al contrario racconta di famiglie non “standard”, di adulti che si fanno carico di bambini che non sono figli loro (ad esempio Berta May in Benedizione si prende carico della nipote e le sue vicine Willa e Alene si legano particolarmente alla bambina, in Canto della Pianura i fratelli McPheron, scapoli, accolgono Victoria), di adulti incapaci di accettare i figli (Dad Lewis e il reverendo Lyle in Benedizione e in Canto della Pianura la mamma di Victoria) o incapaci di prendersene cura (Betty e Luther in Crepuscolo). La sensibilità di Haruf lo porta a rendere centrale nella sua narrazione i bambini o ragazzi appena adolescenti, contrapponendo il loro mondo e il loro modo di prendersi cura dell’altro a quello degli adulti. I ragazzi sono un po’ tutti lasciati a se stessi, costretti a crescere in fretta o a farsi carico anche dei problemi dei “loro” adulti, siano essi padri, madri, nonni.

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E consapevolezza e condivisione sono le parole che a questo punto vengono alla mente. Consapevolezza come accettazione della vita nel bene e nel male, delle cose belle che essa ci porta e di quelle brutte che ci fa incontrare. In questo senso i bambini e i più anziani si differenziano dagli adulti: i primi perché ancora guidati dall’immaginazione, da uno sguardo trasparente sul mondo, i secondi per la consapevolezza del tempo che passa, degli errori passati. Che si possono riparare, perdonare, superare. Condivisione come far partecipi gli altri, mettere a disposizione le proprie abilità, spartire le proprie cose e i propri pensieri con gli altri. O il proprio tempo. O il silenzio della notte. Come fanno Addie Moore e Louis Waters in Le nostre anime di notte.

“Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”

È la condivisione più intima, consapevoli che andando a dormire insieme risveglieranno le coscienze del paese. Condividere, ci dice Haruf, fa bene, ma in questo ultimo romanzo sono solo l’anziana vicina di Addie e il piccolo Jamie, suo nipote, a capire quanta energia positiva venga liberata dalla condivisione delle notti dei due ormai anziani protagonisti. Il karma positivo non viene colto dalla maggior parte dei cittadini di Holt, né dal figlio di Addie, poco attenti a quanto conti per Addie e Louis lo stare insieme e farsi compagnia, soprattutto nelle lunghe notti, che forse per gli anziani sono un quotidiano memento mori, un presagio di quello che a breve sarà: prima magari essere confinati a letto dalla malattia o dalla vecchiaia e poi il sonno eterno.

Consapevolezza nella condivisione: consapevolezza che condividere le ore del giorno e della notte con qualcuno, che prendersi cura l’un l’altro e insieme prendersi cura di un ragazzino o della ancor più anziana vicina, dopo aver fatto i conti con la vita, dopo aver messo da parte rimpianti e rimorsi, fa bene. Prendere il buono che c’è, aver fede nello spirito dell’Uomo, nell’umanità: ecco un altro fil rouge della poetica di Kent Haruf, che non idealizza mai né giudica i suoi personaggi. E anche Le nostre anime di notte si conclude con un piccola luce che brilla, come una finestra accesa nell’oscurità della pianura: c’è una ragione per credere che Addie e Louis ce la faranno.

Haruf ci lascia, con il suo ultimo romanzo, il messaggio che condividere ci fa bene e del bene, e che dovremmo cercare di vivere ogni istante nella consapevolezza del momento.

Camminare con le scarpe di Addie Moore

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di Lucia Malengo

Affacciarsi, a sessant’anni suonati da un po’, quasi per la prima volta alla letteratura americana (del Nord, intendo, perché con quella del Sud va un po’ meglio…) rivela – ne sono consapevole- una certa incuria, proprio nel senso letterale di non curarsi e di guardare con un po’ di puzza sotto il naso agli yankee. Si tratta di pregiudizio, insomma, tranne che per Hemingway, naturalmente, che ha avuto almeno il buon senso di occuparsi un po’ di noi europei e di meritarsi l’interesse di fior di scrittori della nostra letteratura.

Quindi ho intrapreso la lettura di Kent Haruf con la beata ignoranza e la curiosità di chi si dice: ”Vediamo un po’ che avrà da dire questo scrittore a quanto pare tanto apprezzato”.

Fin dalle prime pagine, per come si può intuire da una traduzione che immagino non facile ma che ho trovato efficace, sono rimasta colpita dall’essenzialità del linguaggio e dello stile: frasi brevi, parole quotidiane, dialoghi ridotti a scambio di singole battute, neanche evidenziate dalla tradizionale punteggiatura, quasi a dire che anche le parole dei personaggi, come l’ambiente in cui si muovono, non hanno proprio nulla di notevole…

Poi però questa Addie, col passo un po’ affaticato dall’età e dal fardello di vita che porta con sé, attraversa i due isolati di un paese che più qualunque non potrebbe essere e va a fare una proposta spiazzante per il povero Louis – ed anche per questa lettrice -, una proposta che apre immediatamente spazi di poesia inaspettati…. Ma la retorica, che di solito accompagna queste situazioni, ancora non si vede, e non si vedrà per tutto il libro. E tuttavia, a rigori, anche questa è una scelta retorica, o forse poetica: sottrarre, ridurre all’osso la parola per lasciare affiorare l’interiorità sofferta eppure ancora ricca. Del resto il non detto è una forma di rispetto per il lettore a cui si offrono spazi di interpretazione fondata sul vissuto personale.

Di lì in poi la lettura è diventata per me necessaria: ho cominciato davvero a camminare con le scarpe della protagonista, a riconoscere in lei il bisogno assoluto, quando la vita si fa breve, di non sprecare il tempo nel rimpianto, nelle ritrosie del perbenismo, nell’inseguire le paturnie dei figli che ancora tanto devono capire, eppure si arrogano il diritto di giudicare e di esprimersi per imperativi. Meglio occuparsi dell’anziana Ruth, che ha bisogno di un passaggio per andare al supermercato perché è sola e sa incontrare gli altri senza giudicarli: anche lei non ha più tempo e deve godersi gli amici e le buone emozioni che ancora la vita le riserva.

La vita, appunto, sembra in questo libro più generosa coi vecchi che coi giovani, perché i primi la lasciano scorrere e la accolgono, gli altri invece si invischiano nelle complicazioni delle loro pretese, fino a perdere la capacità di guardare avanti, di progettare il proprio futuro con energia e fiducia: è il caso del figlio di Addie, ostinatamente ancorato ai propri traumi ed alle presunte ingiustizie subite, acido e spesso offensivo con una madre che pure gli è necessaria.

I vecchi poi rivelano – e questa non è una sorpresa – la capacità di entrare in empatia coi bimbi, ancora una volta senza lunghi discorsi o spreco di sentimentalismo: straordinario mi è parso il rapporto fra Addie, Louis ed il nipotino di lei, bistrattato e strumentalizzato da genitori nevrotici dannatamente concentrati sulle proprie frustrazioni. I due anziani invece sanno capire le sue paure e regalargli l’unica cosa di cui un bimbo ha bisogno: un abbraccio caldo e sicuro in cui rifugiarsi e da cui partire per andare a scoprire piano piano il mondo e la vita; attenti a non tarpargli le ali con le loro paure di adulti, gli fanno sentire sempre di avere alle spalle un sostegno ed una guida sicuri.

L’epilogo, più che tragico, mi pare consequenziale: in un mondo in cui agli anziani viene chiesto di vegetare, indossando senza un gesto di ribellione la maschera che ha riservato loro la società piccolo borghese e provinciale, in cui chiunque si erge a censore di qualsiasi scelta che esca dalle consuetudini – almeno esteriori –, ogni guizzo di libertà tende ad essere immediatamente “normalizzato” con qualsiasi mezzo, anche con il ricatto affettivo, il più subdolo di tutti. Eppure lo spirito libero trova comunque uno strumento per esprimersi, fosse anche solo un telefono… Se poi questo spirito ha già molto vissuto, la sua ostinazione non sarà arrogante e chiassosa, non porterà a rotture clamorose per non danneggiare i più fragili, cui si deve fedeltà. Non per questo però  cesserà di restare vigile e pronto a cogliere ogni spiraglio di libertà per ristabilire un collegamento fra le anime. In questo senso il finale della storia mi pare non una sconfitta, ma piuttosto l’affermazione di un’ostinazione vitale.

Scopro in quest’opera di Haruf un paradosso, non so quanto consapevole, poiché mi rendo conto che i “ribelli” in questa storia sono gli anziani, quando tutta una letteratura ed il sentire comune attribuisce tale ruolo ai giovani, soprattutto agli adolescenti. C’è qualcosa, in questo mondo, che si aggroviglia (si addipana, direbbe efficacemente un nostro poeta altrettanto essenziale nella parola…), quasi che non siano più i figli a dover “uccidere” metaforicamente i padri, ma siano questi che, in seguito a chissà quale evoluzione della nostra società occidentale, debbano liberarsi da figli divenuti sempre più possessivi e dispotici, per poter tentare di vivere  i propri sogni e le proprie emozioni.

Che sia proprio questa la notte che le nostre anime si trovano ad attraversare ed in cui conviene non essere soli?

Ed infine: quanto guadagnerebbe in qualità di vita una comunità che scoprisse che tutti noi “non abbiamo più tempo”?…. Non abbiamo più tempo per le paturnie, per i rimpianti, per le false ritrosie, per elaborare e diffondere giudizi avventati sul prossimo: mentre infatti siamo impegnati in simili faccende, poniamo ostacoli al libero e pieno fluire della nostra vita.

Kent Haruf, Holt, western, buoni e cattivi: un’evoluzione

di Marco Patrone

Quanto la storia editoriale di un libro o di una serie di libri ne condiziona la lettura, la maniera di vederlo e interpretarlo? Il recupero di Kent Haruf nel nostro paese, merito di NN Editore, ha visto pubblicato per primo il potente Benedizione (Benediction) del 2013, per poi proseguire con Canto della pianura (Plainsong) del 1999, con Crepuscolo (Eventide) del 2004 e infine con Le nostre anime di notte (Our souls at night) del 2015 (le date si riferiscono alla prima edizione americana). La trilogia di Holt può quindi ben essere vista come tale (visione dell’editore), ma anche come una coppia (i primi due per data di uscita sono legati tra di loro da personaggi e storie) e ancora come una quadrilogia, se ci si mette dentro l’ultimo, e ci si ricorda che Haruf stesso parlò di “loose trilogy” – una trilogia sciolta, aperta quindi a bisogni e modalità del lettore. Io sono di quest´ultimo avviso. Quattro, per quel che mi riguarda.

Non so se le definizioni, le distinzioni, la divisione in blocchi logici e omogenei facciano bene alla letteratura: per quanto mi riguarda, dopo essermi goduto i quattro romanzi, ci sono tornato sopra e ci ho riflettuto, e trovo adesso legittimo fare qualche considerazione evolutiva, vederli in relazione l’uno all’altro, in particolare per quel che riguarda le ambientazioni e i temi, i paesaggi e le stanze, la definizione dei buoni e dei cattivi, la maniera in cui Holt interagisce con il resto: in questo senso definirei i primi due romanzi come ciclo western e della natura e gli ultimi due come ciclo della famiglia e degli interni.

Parlando di western, in Canto della pianura troviamo una forte caratterizzazione di questo tipo in alcuni personaggi: il Professor Guthrie ha tratti quasi da cowboy solitario, da bravo sceriffo in ambasce di fronte a una certa violenza implicita e in qualche modo insensata, rappresentata dal suo alunno Russell Beckman e dai genitori,  e in effetti la scazzottata che si produce tra di loro ha contorni da western tradizionale, magari da buon prodotto popolare di genere (non che qui si voglia attribuire ad Haruf un atteggiamento ironico o postmoderno in questo senso – no, si tratta di realismo, di cose che avrà visto accadere svariate volte a Holt – nei suoi luoghi trasformati nella fiction in Holt).

Se Beckman e la sua famiglia rappresentano (vengono descritti come) vilain privi di particolari sfumature (questo ruolo verrà interpretato in Crepuscolo dall’ancora più malefico Hoyt Reines, come vedremo), dal lato dei buoni troviamo diversi personaggi, alla testa dei quali si trovano ovviamente Harold e Raymond McPheron, fratelli indivisibili e contadini, intenti alle loro attività, uomini che vivono e sbuffano giorno dopo giorno, nei campi, nelle stalle, col bestiame, nel sacrificio apparentemente privo di ricompensa.

Sbagliando secondo me per troppa passione Antonio Franchini durante un suo intervento sullo scrittore ha paragonato Holt a Derry e sottolineato come da una parte nella cittadina kinghiana vi sia una contrapposizione tra il bene (rappresentato dalla comunità) e il male (il pagliaccio, come elemento malvagio-trasgressivo) mentre a Holt il male sarebbe nella comunità (gretta, sospettosa, malpensante) e i McPheron rappresenterebbero un contraltare salvifico rispetto a IT. Mi pare non possa essere proprio così, intanto – seguendo il ragionamento su King – direi che il pagliaccio è emanazione e quasi catarsi del male pensato ed esperito nella cittadina del Maine, non mi pare però (proprio per questo) si possa dire che i McPheron stiano in positivo a Holt come il Clown lo fa in negativo a Derry, i due fratelli non nascono da Holt, anzi, se ne tengono separati, in un certo senso, non ne espiano i peccati, si limitano a salvarne (se così vogliamo) una singola rappresentante, peraltro aiutati e sostenuti da altre persone che a Holt ci vivono, di conseguenza non mi pare nasca una chiara dinamica dentro/fuori, semplificando in città c’è del marcio, ma non lo è tutto, e in campagna c’è del buono, ma non indiscriminatamente (per fare un esempio, le bestie, gli animali non sempre sono davvero innocenti).

Se IT è il mostro evocato, creato, per stigmatizzare e punire le malignità di Derry, i McPheron insomma non sono venuti al mondo per moralizzare, evangelizzare Holt.

Tuttavia, la domanda se qui Haruf abbia peccato di eccessivo nel tratteggiare i due fratelli è lecita e mi pare destinata a trovare risposta nella riuscita letteraria: sulla pagina i personaggi funzionano, come la loro dinamica con gli altri.  Certamente nel corso della serie l’autore aggiungerà alla sua tavolozza una maggiore gamma di sfumature.

Sostanzialmente Crepuscolo segna una continuità con il suo predecessore: i McPheron sono sempre (molto) buoni, gli animali si rivelano ancora meno innocenti, come dicevo il ruolo del cattivo viene interpretato da Hoyt Reines, e credo non sia un caso che questo personaggio venga accostato a una coppia d ulteriori “buoni” in qualche modo speculari ai McPheron, ovvero i Wallace: Betty (nipote di Hoyt) e il marito Luther. I McPheron hanno fatto una scelta di isolamento – i Wallace l´hanno subita. I primi sanno riconoscere il male e in qualche loro modo testardo e ingenuo difendersene, i secondi lo sanno riconoscere, ma sono troppo deboli per opporvisi. I McPheron possono pur essere definiti – con un certo margine di approssimazione – vicini a una categoria di ingenuo sapiente, l’ingenuità dei secondi sfocia più francamente nel disadattamento e nell´idiozia. In un certo senso – anche per come è costruito il personaggio – potremmo essere in un girone dantesco, dove Hoyt è un demonietto che tormenta anime perse e senza alcuna possibilità di replica, questo valga anche per contestualizzare gli aspetti religioso/biblici che ogni tanto sembrano intrufolarsi nella maniera in cui Haruf costruisce determinati personaggi e scene.

Sul versante western/bucolico questi due libri sono pure zeppi di descrizioni tecniche (che uniscono competenza fattuale a ottima ispirazione letteraria) relative all’allevamento dei vitelli, ma da notare pure una certa insistenza sul vestiario, specie quello maschile: cappelli a larghe tese, altri “della domenica”, camicie di flanella, stivali da lavoro, giacche imbottite contro il freddo, un vero e proprio campionario “redneck” (in accezione qui non negativa), che ben si attaglia alle predilezioni dei personaggi (anche chi non fa l’allevatore di mestiere – come Guthrie – se ne occupa diciamo per hobby, è disposto comunque a dare una mano, il legame con la terra rimanendo quasi caratterizzante, distintivo, una sorta di titolo di merito e aggancio alla tradizione).

Non mancano però riferimenti a quello che verrà: in particolare la vita all’interno delle famiglie, frante, divise, problematizzate, e la comparsa dell’amore “senile”. Passeranno nove e undici anni, e ne varrà la pena.

In effetti con Benedizione assistiamo a dei primi ma incisivi cambiamenti, che non contraddicono la poetica di Haruf ma direi la completano, o forse la spostano. Mi pare che dalla prevalenza di esterni si passi a un sovrappeso degli interni, e dalla contrapposizione di bianchi e neri si passi a una maggiore gamma di sfumature, come suggerivo prima.

L’eroe della storia è Dad Lewis, un uomo retto, che avrebbe potuto diventare un altro monolite di bontà e senso pratico, ma nella malattia e nell’avvicinamento alla morte veniamo a sapere del suo difficile rapporto con il figlio a causa della sua omosessualità, che Dad non è mai riuscito ad accettare. Dallo scontro di forze, di violenze, direi quasi “a chi ce lo ha più duro” dei romanzi precedenti, si passa a quello di valori interno alle dinamiche familiari, come uno scontro di valori viene ingaggiato dalla comunità con il personaggio problematico del reverendo Lyle. Quest’ultimo suscita reazioni violente negli abitanti di Holt e negli stessi familiari, la contrapposizione e il combattimento escono però dal piano dello scontro fisico – direi della lotta da saloon come qualche volta accaduto nei romanzi precedenti – per assumere contorni dialettici, quasi da dibattito, da tribuna politica, seppur (o proprio per questo) accanita e urlata. Emblematica la scena del sermone e della chiesa, in questo senso, costruita in maniera quasi teatrale con personaggi che si alzano per prendere la parola ed esibirsi di fronte agli altri.

La bontà e la speranza non mancano però neppure in questo caso, rappresentati dalle figure di Willa e Alene Johnson e dal loro rapporto con Lorraine – figlia di Dad Lewis – e con la piccola Alice, direi sublimati nella famosa e cinematografica scena del bagno nella cisterna.

Torniamo a Dad: l’uomo è nelle sue convinzioni morali tanto integralista (giustamente, dal punto di vista del lettore) con il proprio dipendente disonesto, quanto lo è (ingiustamente, dal punto di vista del lettore) con il figlio. La tensione fisica dei primi due libri rimane però repressa: Dad vorrebbe che il figlio – con cui sta cercando una difficile redenzione, sul letto di morte – gli spaccasse la faccia. Ma lui, ovviamente, si rifiuta. Non che voglia far passare Haruf e i suoi personaggi dei primi due libri come dei bifolchi senza speranza e pronti a menar le mani, ma mi pare che qui si entri in un’altra e più dolente, più sfaccettata dimensione.

Nell’ultimo Le nostre anime di notte la focalizzazione sul familiare e sull’interno si acuisce. Possiamo immaginare di trovarci qualche anno dopo rispetto alle vicende di Benedizione (il tema del tempo e della collocazione è comunque abilmente eluso in Haruf, in Canto della pianura l’unico appiglio era stata una battuta su Nancy Reagan, qui addirittura compare un telefono cellulare, aiutandoci un po’). La storia può essere definita come un dramma o una commedia (tragica) da camera, se anche l’entità chiamata Holt, già negli altri romanzi allo stesso tempo quinta teatrale ma allo stesso tempo coro giudicante, assolve il suo ruolo disapprovando e chiacchierando la relazione tra Louis e Addie, è in primis la famiglia della seconda a caricarsi sulle spalle il ruolo di contendente, di polo negativo, di elemento di contrasto e lotta, anche in questo caso  condotta puramente sui canoni della morale, o a volerla dire meglio delle apparenze e del perbenismo.

Ironico: laddove Dad Lewis aveva giudicato e disapprovato un atto omosessuale consumato dal figlio adolescente, qui Gene – il figlio di Addie – giudica e disapprova un non-atto eterosessuale non-consumato dalla anziana madre (visto che l’amore tra i due protagonisti è fatto di parole). Come coi fratelli McPheron, pare anche qui che negli anziani si concentri l’energia diciamo salvifica, ma diciamo che le generazioni successive in Le nostre anime fanno una figura più magra e meno onorevole che nei precedenti libri di Haruf. Era d’altra parte probabilmente in premessa per una storia di addio (scritta da Haruf nell’imminenza della morte e nel rimpianto, nel dolore seppur pacificato), che lo scrittore congegna in maniera in qualche modo più lineare e urgente, con meno concessioni alla coralità e al montaggio parallelo. Come dire – questa volta al centro ci sono io. Sto morendo, ho qualcosa da dire.

Qualche volta riferendosi alla trilogia o quadrilogia di Holt potrebbe nascere la sensazione di trovarsi di fronte a un blocco uniforme di ambientazioni, temi e personaggi. Pur nella fedeltà sostanziale a un luogo e a un modo direi dolente, umano, pietoso (ma realistico) di vedere le cose, direi che gli adattamenti e le evoluzioni di Haruf sono stati notevoli, dalla semi-epica western e naturalista dei primi due libri al romanzo di interni quasi intimista degli ultimi due, a cui fanno il paio il linguaggio più espressionista e per certi versi barocco nel primo caso, e secco, quasi minimalista nel secondo. Di se stesso lo scrittore ha detto “sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di Monaco, per impedirle di spegnersi”. Mi sembra che in queste evoluzioni, e in altre che altri lettori decideranno di vedere e cogliere, ci sia il succo di questo sforzo, di questo rinfocolare la fiammella, uno sforzo – mi pare – onesto, pulito, come i sacrifici fatti da alcuni dei suoi personaggi e – come certe incantate soddisfazioni che gli stessi ricevono in cambio, a volte inaspettatamente – premiato dai risultati.

Kent Haruf: un prolungato abbraccio

di Serena Catastini

Due anziani, Addie e Louis, ognuno con una propria vita passata, colma di scelte, di rinunce, di dolori.

Una cittadina, Holt, come un quadro di un pittore, casette basse, spazi verdi immensi, ruscelli, viottoli con balconate di fiori cascanti che si guardano l’un l’altra, l’odore delle lenzuola stese al sole, il vento leggero che fa svolazzare i foulars delle donne che camminano per le vie. Sguardi che commentano le vite altrui, immagini lontane e così vicine alle nostre cittadine.

Un piccolo squarcio di vita che si intravede dalle pagine di Haruf, in questo ultimo suo capolavoro di profonda leggerezza.

Una donna, Addie, che chiede al suo vicino di casa, Louis, di passare le notti con lei, di “attraversarle” insieme, per parlare, per sentirsi meno soli.

Entrambi senza più i propri compagni di vita, entrambi anziani, entrambi soli.

Da lì, un susseguirsi di incontri, al calare della sera, tra le lenzuola fresche e il vento caldo, nei piccoli riti di ciascuno, tra i vestiti ripiegati di Louis chiusi in un sacchetto e le delicate attenzioni di Addie, le sue spalle nude, il suo desiderio di sentire a fianco a sé una presenza che, spenta la luce della lampada del comodino, possa iniziare a parlare con lei e ciascuno si possa raccontare e ascoltare.

Nulla è come sembra, nulla che possa essere come tutti possiamo immaginare, il pensiero che vola su corpi sessualizzati o l’intimità indicibile e indecorosa che “gli altri” legano  alla vista di un uomo che si intrufola la notte a casa di una donna sola e la consapevolezza di una donna che chiede un uomo accanto a sé in un letto, di due anime che stanno accanto nell’oscurità.

“Ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta.”

Tra le loro tenerezze lente e morbide, tra quei corpi così nudi e così puri che tutto sono fuor che indecenti, che nascondono una dignità e una sobrietà che trattiene il respiro di chi legge, tra la naturalezza dei loro gesti e tra le distese verdi di Holt e le caffetterie della città, si annodano quegli “altri”, le Voci, quei pettegolezzi che come in sottofondo echeggiano borbottanti tra le righe del romanzo, si intrecciano e si contrappongono alla Bellezza delle loro due vite, così semplici, così spontanee, affettività forti e personalità così profonde che mettono radici in ogni azione e parola, nelle anime che sanno rendere ogni gesto del vivere quotidiano una risorsa, un guardare avanti e oltre, che cavalcano quel tempo così fuggente, così veloce, che Haruf vuole afferrare e stringere per non perderne neanche un frammento. Quel tempo sacro, che Addie non vuole lasciarsi sfuggire, quel bisogno di voler il bene e farsi voler bene, quella vita da riempire di gioie profonde, che pur nel timore sanno attendere, vite ricche di nudità diafane, che rendono corpi anziani e goffi, corpi leggeri e fusi nella naturalità della vita stessa, nei color del cielo stellato e le acque fresche di un ruscello.

Ti arriva forte,  ma lentamente, questo sentimento, questa spontaneità che trasuda dalle loro vite, separate e poi insieme, penetra forte in chi legge la forza di due anime che accolgono il nipote di Addie in casa, un bimbo angosciato e spaventato ma che, piccoli, delicati, discreti gesti e presenze attente e silenziose riescono a riportare in lui il sorriso, la quiete, la gioia, cancellando la paura da quella piccola vita apparentemente “normale” ma incapace di abbracciare.

L’abbraccio, ecco.

Quello di Addie e Louis è l’abbraccio che contiene, avvolge, protegge, scalda, colora, riempie, quieta le loro vite, la vita di un bimbo che, in un letto tra due anziani, ritrova respiro e pace, lo stesso letto che agli occhi di quegli “altri”, persino del figlio di Addie, diventa spazio di scabrose e indecenti azioni da non ripetere.

Stesso spazio, stesso tempo, stessi gesti, ma occhi diversi, occhi che guardano l’azione senza andare oltre, senza leggere nello sguardo, di due persone anziane, la gioia di riscoprirsi capaci, utili, vivi.

Il tempo si dilata ma anche corre, il tempo copre, ma anche scopre, scopre le loro vite, scopre voci, pettegolezzi, scopre e uccide, separa, allontana, squarcia, dilata e dilania.

E quelle voci e quel tempo viene strappato loro, ma non vincerà in fondo sulla purezza di un sentimento, sull’acqua cristallina che lava via, sul dolore, portato come bagaglio silenzioso e intimo che può privarti, ma che poi ti ricongiunge.

Haruf ha fretta, nella sua scrittura, pulita, semplice, che scorre fluida come i fotogrammi che ti rimangono negli occhi e nel cuore di questa cittadina che, come dice la quarta di copertina del libro, “è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma soprattutto è per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.”

Haruf ha fretta di catturare il tempo, che pur scorre lento nei loro gesti, nel tempo da prendersi per scoprirsi, nel tempo che non basta mai, in questo tempo che non puoi afferrare del tutto, che non ti deve fare chiedere cosa ci sarà dopo. Un tempo che ci abbandona.

C’è, nella scrittura di Haruf, la sua fame bulimica di quel tempo che a sua disposizione sta finendo, così come per le vite di Addie e Louis, ma dello stesso tempo che non può distruggere quel filo sottile che ci lega a chi si ama davvero.

Un libro che va oltre alle apparenze, un libro che sembra riemergere da tempi antichi, da una cittadina lontana e piccola, di altri tempi, ma una storia così terribilmente attuale,  che impregna le vite, le nostre vite. Quello che appare e quello che è davvero. In fondo.

E per chi legge ogni riga di questa opera, sopravvive una conferma continua silente e costante di un prolungato abbraccio, dilatato nei gesti e negli sguardi, negli altri e tra loro.

Un calore saldo e rassicurante che va oltre schemi, ipocriti formalismi e apparenze, ma che dà forma a una delicata e forte determinazione che mette radici dove sembra non essercene, che ribalta ciò che appare, ciò che si dice, che capovolge la falsa costruzione dell’agire umano; che mette a nudo l’anima con quell’alito di antico pudore che indossa vesti candide sul manichino di una quotidianità semplice e pura.

E ogni cosa assume uno sguardo nuovo, naturale e profondo anche in quei vestiti piegati sulla sedia o nel cielo terso colmo di stelle ammirato tra la retina di una tenda, in un nido di topolini nascosto tra ferraglie vecchie e impolverate che allontanano chi guarda con le sovrastrutture forzate di una società che ingloba anziché lasciar liberi, che incasella tutto in giusto e sbagliato, normale e anormale, brutto o bello e non sa lasciare correre libero lo sguardo, scavalcare la staccionata del giudizio, quello sguardo libero che fa sentire vicina anche la mano lontana.

Si legge lentamente e a tratti fagocitando le parole, la vita di queste anime e quel che ti rimane è l’odore e il sapore di quel pane appena sfornato, avvolto in un canovaccio di lino grezzo a quadri, in una giornata di primavera: ed è incanto.

“Tu meriti di essere felice, non credi?”.

E chi legge resta in questo abbraccio.

Il delicato abbraccio di Kent Haruf

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Le nostre anime di notte è l’estrema e più delicata fatica di Kent Haruf. Teatro del romanzo è ancora quella cittadina di Holt, Colorado, già perno della Trilogia della Pianura. Ma, mentre nel trittico guizzava un inedito ritorno d’epica in un universo monologico, nelle Anime l’abbrivio sta in un gesto di sfida al sentire comune. Addie Moore bussa alla porta di Louis Waters, sono due vedovi, le loro case stanno a un isolato di distanza: è lì a proporgli di passare qualche notte insieme. Per parlare. Per vincere la solitudine.

 Il coraggio guida Addie, e Louis ne trae un’attonita gioia. Prendono a vedersi, sfidano “quello che pensa la gente” perché, a settant’anni – lei lo dice – è ora di non badarci più: “dà l’idea che stiamo facendo qualcosa di sbagliato o scandaloso”. E se le malelingue li accusano d’oltraggiare la decenza, Louis e Addie reagiscono porgendo un’idea altra di reputazione. Parlano nella notte, fanno chiacchiere da cuscino, perché all’inizio contano i soli gesti, tra loro rivoluzionari in un luogo che, come nelle fiabe, non ammette rivoluzioni (c’era forse da prevederlo fin dai tempi del reverendo Lyle di Benedizione); edificano una proposta di vita insieme, e lo fanno senza fretta: la prima sera Louis si lava i denti, si spoglia, infila il pigiama; ma i vestiti li lascia piegati sulle scarpe, nell’angolo dietro la porta del bagno; sarebbe stato presuntuoso portarli in camera e dare per scontato un seguito. Entrambi sanno che l’affetto non si lascia tra le lenzuola dopo una sola notte che si dorme insieme. Non hanno premura e non temono di ridefinire il concetto di decenza in una Holt che sembra aver ceduto alla geografia della meschinità.

Ma cos’è indecente, nella vecchiaia? È indecente finire in ospizi, è indecente smettere di nutrire l’intimità. In Haruf i corpi anziani sull’orlo del disfacimento – non conta – si sfiorano, respirano di conserva, vivono l’uno per l’altro in quell’afflato binario che è la linfa d’ogni unione. “Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito”, nonostante, alle spalle di Addie e di Louis, ci sia il fallimento dei loro precedenti amori.

E indecente, ancora oltre, è che non solo i conoscenti ma pure il figlio di Addie, Gene, senta il dovere di distruggere i sogni della madre. A un certo punto, Jamie, il nipotino seienne, viene ‘esiliato’ dalla nonna per consentire ai genitori di rimettere insieme il matrimonio. E Jamie coi due vecchi sta bene perché loro sanno accogliere le sue paure, le cullano nel cuore d’un anziano abbraccio che ancora nutre la speranza di “aggiustare le vite degli altri”. Mentre i giovani son disorientati, Addie e Louis conservano “una nozione di come dovrebbe essere la vita”, di come dovrebbero andare le cose. Ristabilito l’antico valore della vecchiaia come fonte di saggezza, le anime di notte che, stando agli atti di nascita, avrebbero poco tempo a disposizione, si concedono il tempo necessario affinché la loro esistenza residua possa essere l’ultimo atto di quella grande benedizione che è la vita assieme.

Una serata con Cathy Haruf

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di Francesca Maccani

Riproponiamo, per il Dossier dedicato a Kent Haruf, la cronaca di una serata speciale trascorsa con Cathy Haruf (l’articolo è comparso per la prima volta qui)

Sabato 11 febbraio, mio marito ed io siamo partiti dalla nostra bella Palermo alla volta di Milano.

Avevo ricevuto da Alberto Ibba l’invito a partecipare alla serata per la presentazione del libro di Kent Haruf Le nostre anime di notte, che si sarebbe svolta al teatro Franco Parenti.

Fino all’ultimo una brutta febbre mi ha tenuta in scacco mettendo in forse la mia partenza, ma alla fine sono riuscita ad imbarcarmi, fra varie peripezie. Volevo esserci assolutamente. Volevo incontrare la signora Cathy per chiudere un cerchio.

Il mio amore per Haruf parte da lontano, avevo letto anni fa un articolo su di lui e ne ero rimasta affascinata. Per uno strano gioco del destino, sentivo che quello scrittore aveva qualcosa da dirmi. Avevo poi seguito, sui siti che si occupano di libri, le vicende di questa piccola casa editrice indipendente milanese, sconosciuta ai più, che stava per pubblicare in Italia Benedizione e Canto della Pianura, due dei tre volumi che compongono la trilogia della pianura. In realtà negli Usa l’ordine di pubblicazione era diverso ma a me poco importava. Ho acquistato Benedizione il giorno stesso che è uscito e ne ho fatto subito il MIO libro.

Io da sempre legata indissolubilmente agli Usa, io che a vent’anni sono partita da sola e me li sono girati in lungo e in largo. Io che ho uno zio sepolto a San Francisco. Un uomo partito in cerca di fortuna, sbarcato ad Ellis Island, solo, disperato e mai più tornato nella sua terra natale.

Dei libri di Kent Haruf mi sono innamorata subito visceralmente e totalmente. La scrittura di Haruf mi ha stregata. Era esattamente il mio ideale di scrittura perfetta. Asciutta, pulita, incisiva, scevra da giudizi e interventi diretti.

Ho cominciato a riempire facebook di post su Haruf. Ho cominciato a tormentare quelli della NN, Alberto Ibba in primis. Volevo che venissero a Palermo, volevo che si presentassero questi libri, volevo che tutti li leggessero.

E così è iniziata la mia passione per la casa editrice NN, la mia amicizia virtuale con Alberto e poi con Luca, che poi è sfociata in una bella amicizia, nata sulla terrazza del mio ristorante in riva al mare sulla spiaggia prospicente il porto di Palermo.

Nel frattempo ho consigliato Haruf a tutti, ne ho scritto e riscritto. Prima le mie amiche, poi i miei contatti su facebook e poi molte altre persone hanno iniziato a leggere i suoi libri e io a ricevere in privato sempre più messaggi di ringraziamento, anche da persone che non conoscevo. In questo mio lavoro, grande supporto mi è stato dato dalla mia libreria del cuore, ormai seconda casa, la Modusvivendi. Fabrizio Piazza mi ha sempre incoraggiata e sostenuta, diffondendo a sua volta i miei post e aiutandomi a farmi conoscere dai lettori abituali della Modus e dagli editori stessi.

Io sono sicura che domenica sera fossero tutti lì con me col cuore e col pensiero. Eravamo io e Giuseppe a Milano ma mezza Palermo ci sosteneva e accompagnava da lontano.

Haruf, quando l’ho letto, mi aveva appassionata e, con la stessa passione che avevo provato io, ho cercato di trasmettere alle altre persone la bellezza della scrittura di questo autore americano, scomparso da poco, ma che io sentivo intimamente vicino.

Quando Alberto Ibba, in un messaggio privato, mi ha avvisata che la vedova di Haruf sarebbe venuta a Milano e ci sarebbe stata una serata a teatro, mi sono detta che a tutti i costi ci sarei dovuta essere.

E sabato sera, appena atterrata a Malpensa, Alberto mi ha invitata nella sede della casa editrice NN.

Una sorpresa meravigliosa e un grandissimo regalo che mai dimenticherò.

Lì c’erano Cathy Haruf, sua figlia, Eugenia Dubini, Chiara, Moira…l’emozione mi ha fatto pure scordare i nomi di tutte le persone splendide che ci hanno accolti.

Mi sono presentata a questa gentile signora dai capelli candidi, ho cercato di spiegare a Cathy cosa avesse significato per me la lettura dei romanzi scritti da suo marito. Il mio inglese però a tratti incespicava. Fortunatamente il suo sguardo dolce e paziente mi incoraggiava a proseguire.

Le ho detto che non sono una blogger né una giornalista, che scrivo cosette mie per passione, senza la pretesa di definirle recensioni. Nel mio piccolo però la gente mi ascolta, si fida, mi ringrazia per i miei consigli.

Cathy mi ha chiesto se ho scritto delle recensioni particolari per essere riuscita a diffondere così i libri di Kent. Le ho risposto che più che le recensioni è stata la mia costante attività su facebook e instagram ad aiutarmi a far conoscere Haruf alla mia cerchia di amici e poi oltre.

Era contenta, mi ha ringraziata e si è seduta in una poltrona, ha inforcato i suoi occhiali da vista e ha scritto una dedica sulla mia copia del nuovo libro. Una calligrafia tremula ma precisa, una dedica semplice ma per me preziosissima.

Il sigillo di un volo dell’anima che dura da due anni.

Era stanca Cathy, cammina a fatica, aiutata da un bastone, ma è una donna straordinaria. Emana una grande forza. Ha uno sguardo fiero ma dolce e un sorriso disarmante.

A teatro ci siamo viste prima dello spettacolo. Mi ha salutata abbracciandomi. Sul palco è stata favolosa. Parlava lentamente per non mettere in difficoltà la traduttrice. Cercava di scandire le parole. Voleva descriverci il suo Kent, voleva che tutti noi potessimo conoscerlo attraverso le sue parole. Parole a tratti commosse che ci hanno regalato un ritratto estremamente umano del marito, delle sue abitudini, delle sue letture preferite.

Mi ha stupita apprendere che oltre a Faulkner, il suo scrittore di riferimento era Cechov. Leggeva e rileggeva sempre gli stessi passi dei suoi autori prediletti, per entrare meglio nell’atmosfera e nell’umore adatti alla sua scrittura.

Cathy ha raccontato che Kent, quando iniziava la stesura di un nuovo romanzo, si calava un cappello sopra gli occhi e batteva sui tasti. Usava una vecchia macchina da scrivere, chiusa in un capanno di legno, dove lui si isolava. Diventava cieco, chiudeva gli occhi sul mondo esterno per poi aprirli verso il suo mondo interiore.

Lei, al termine del suo lavoro, lo aiutava a trascrivere gli appunti al pc. Era lento Haruf. Scriveva solo al mattino, dopo aver bevuto una tazza di thè e letto i quotidiani.

Questo suo ultimo romanzo lo ha concluso poco prima di morire e ha voluto in qualche modo rendere un tributo a sua moglie Cathy. Narrare una storia molto simile alla loro. Parlare di un amore che non ha età e che tenta di sfidare giudizi e luoghi comuni.

Era molto emozionata Cathy, nella sua umiltà, visibilmente commossa e anche un poco stupita per l’affetto che l’ha travolta in un teatro strapieno di persone fino all’ultimo posto disponibile.

Al termine della serata mi sono avvicinata di nuovo. Volevo salutarla. Lei mi ha sorriso, mi ha dato un bacio, stringendomi forte. Io l’ho ringraziata per le sue parole, per ciò che ha raccontato, per il modo in cui l’ha fatto e lei invece ringraziava me per essere venuta dalla Sicilia apposta per incontrarla, per avere scritto cose belle di suo marito.

Mi sono allontanata dal teatro dispiaciuta per averla lasciata, con quella senso di nostalgia che si prova per le persone che ti sembra di conoscere da una vita. Avrei voluto dirle molte altre cose, stringerle di nuovo la mano. Farle capire ancor più che suo marito ha scritto qualcosa di grande e di bello che ha fatto emozionare decine di lettori.

Ho raccomandato a sua figlia di farsi tradurre lo scritto che Marco Missiroli ha letto sul palco. Perché era di una bellezza da mozzare il fiato. Perché corrispondeva esattamente al mio sentire, con la differenza che lui ha saputo trovare le parole. Quelle belle, quelle giuste, quelle che avrei voluto scrivere io se solo ne fossi stata capace.

Io credo che si dovrebbe pubblicare questo tributo di Marco. L’ho detto anche a lui al termine dello spettacolo. Ci conosciamo da un annetto. È bravo Marco. Ci ha messo anima e cuore nella sua presentazione.

La figlia di Cathy mi ha assicurato che sì, le piacerebbe tanto capire cosa ha letto quel ragazzo italiano tanto applaudito.

Ho ringraziato anche lei. Mi ha risposto che non ha fatto nulla. Le ho ribadito che ha fatto tanto, ha accompagnato sua madre qui a Milano, permettendoci di conoscere uno spicchio del suo mondo privato e intimo.

Ha donato a 600 persone la presenza di un donna straordinaria che con la sua testimonianza ci ha avvicinati moltissimo al Kent Haruf uomo e, personalmente, sono felice di aver scoperto che non è molto diverso da come lo immaginassi.