Kent Haruf, Holt, western, buoni e cattivi: un’evoluzione

di Marco Patrone

Quanto la storia editoriale di un libro o di una serie di libri ne condiziona la lettura, la maniera di vederlo e interpretarlo? Il recupero di Kent Haruf nel nostro paese, merito di NN Editore, ha visto pubblicato per primo il potente Benedizione (Benediction) del 2013, per poi proseguire con Canto della pianura (Plainsong) del 1999, con Crepuscolo (Eventide) del 2004 e infine con Le nostre anime di notte (Our souls at night) del 2015 (le date si riferiscono alla prima edizione americana). La trilogia di Holt può quindi ben essere vista come tale (visione dell’editore), ma anche come una coppia (i primi due per data di uscita sono legati tra di loro da personaggi e storie) e ancora come una quadrilogia, se ci si mette dentro l’ultimo, e ci si ricorda che Haruf stesso parlò di “loose trilogy” – una trilogia sciolta, aperta quindi a bisogni e modalità del lettore. Io sono di quest´ultimo avviso. Quattro, per quel che mi riguarda.

Non so se le definizioni, le distinzioni, la divisione in blocchi logici e omogenei facciano bene alla letteratura: per quanto mi riguarda, dopo essermi goduto i quattro romanzi, ci sono tornato sopra e ci ho riflettuto, e trovo adesso legittimo fare qualche considerazione evolutiva, vederli in relazione l’uno all’altro, in particolare per quel che riguarda le ambientazioni e i temi, i paesaggi e le stanze, la definizione dei buoni e dei cattivi, la maniera in cui Holt interagisce con il resto: in questo senso definirei i primi due romanzi come ciclo western e della natura e gli ultimi due come ciclo della famiglia e degli interni.

Parlando di western, in Canto della pianura troviamo una forte caratterizzazione di questo tipo in alcuni personaggi: il Professor Guthrie ha tratti quasi da cowboy solitario, da bravo sceriffo in ambasce di fronte a una certa violenza implicita e in qualche modo insensata, rappresentata dal suo alunno Russell Beckman e dai genitori,  e in effetti la scazzottata che si produce tra di loro ha contorni da western tradizionale, magari da buon prodotto popolare di genere (non che qui si voglia attribuire ad Haruf un atteggiamento ironico o postmoderno in questo senso – no, si tratta di realismo, di cose che avrà visto accadere svariate volte a Holt – nei suoi luoghi trasformati nella fiction in Holt).

Se Beckman e la sua famiglia rappresentano (vengono descritti come) vilain privi di particolari sfumature (questo ruolo verrà interpretato in Crepuscolo dall’ancora più malefico Hoyt Reines, come vedremo), dal lato dei buoni troviamo diversi personaggi, alla testa dei quali si trovano ovviamente Harold e Raymond McPheron, fratelli indivisibili e contadini, intenti alle loro attività, uomini che vivono e sbuffano giorno dopo giorno, nei campi, nelle stalle, col bestiame, nel sacrificio apparentemente privo di ricompensa.

Sbagliando secondo me per troppa passione Antonio Franchini durante un suo intervento sullo scrittore ha paragonato Holt a Derry e sottolineato come da una parte nella cittadina kinghiana vi sia una contrapposizione tra il bene (rappresentato dalla comunità) e il male (il pagliaccio, come elemento malvagio-trasgressivo) mentre a Holt il male sarebbe nella comunità (gretta, sospettosa, malpensante) e i McPheron rappresenterebbero un contraltare salvifico rispetto a IT. Mi pare non possa essere proprio così, intanto – seguendo il ragionamento su King – direi che il pagliaccio è emanazione e quasi catarsi del male pensato ed esperito nella cittadina del Maine, non mi pare però (proprio per questo) si possa dire che i McPheron stiano in positivo a Holt come il Clown lo fa in negativo a Derry, i due fratelli non nascono da Holt, anzi, se ne tengono separati, in un certo senso, non ne espiano i peccati, si limitano a salvarne (se così vogliamo) una singola rappresentante, peraltro aiutati e sostenuti da altre persone che a Holt ci vivono, di conseguenza non mi pare nasca una chiara dinamica dentro/fuori, semplificando in città c’è del marcio, ma non lo è tutto, e in campagna c’è del buono, ma non indiscriminatamente (per fare un esempio, le bestie, gli animali non sempre sono davvero innocenti).

Se IT è il mostro evocato, creato, per stigmatizzare e punire le malignità di Derry, i McPheron insomma non sono venuti al mondo per moralizzare, evangelizzare Holt.

Tuttavia, la domanda se qui Haruf abbia peccato di eccessivo nel tratteggiare i due fratelli è lecita e mi pare destinata a trovare risposta nella riuscita letteraria: sulla pagina i personaggi funzionano, come la loro dinamica con gli altri.  Certamente nel corso della serie l’autore aggiungerà alla sua tavolozza una maggiore gamma di sfumature.

Sostanzialmente Crepuscolo segna una continuità con il suo predecessore: i McPheron sono sempre (molto) buoni, gli animali si rivelano ancora meno innocenti, come dicevo il ruolo del cattivo viene interpretato da Hoyt Reines, e credo non sia un caso che questo personaggio venga accostato a una coppia d ulteriori “buoni” in qualche modo speculari ai McPheron, ovvero i Wallace: Betty (nipote di Hoyt) e il marito Luther. I McPheron hanno fatto una scelta di isolamento – i Wallace l´hanno subita. I primi sanno riconoscere il male e in qualche loro modo testardo e ingenuo difendersene, i secondi lo sanno riconoscere, ma sono troppo deboli per opporvisi. I McPheron possono pur essere definiti – con un certo margine di approssimazione – vicini a una categoria di ingenuo sapiente, l’ingenuità dei secondi sfocia più francamente nel disadattamento e nell´idiozia. In un certo senso – anche per come è costruito il personaggio – potremmo essere in un girone dantesco, dove Hoyt è un demonietto che tormenta anime perse e senza alcuna possibilità di replica, questo valga anche per contestualizzare gli aspetti religioso/biblici che ogni tanto sembrano intrufolarsi nella maniera in cui Haruf costruisce determinati personaggi e scene.

Sul versante western/bucolico questi due libri sono pure zeppi di descrizioni tecniche (che uniscono competenza fattuale a ottima ispirazione letteraria) relative all’allevamento dei vitelli, ma da notare pure una certa insistenza sul vestiario, specie quello maschile: cappelli a larghe tese, altri “della domenica”, camicie di flanella, stivali da lavoro, giacche imbottite contro il freddo, un vero e proprio campionario “redneck” (in accezione qui non negativa), che ben si attaglia alle predilezioni dei personaggi (anche chi non fa l’allevatore di mestiere – come Guthrie – se ne occupa diciamo per hobby, è disposto comunque a dare una mano, il legame con la terra rimanendo quasi caratterizzante, distintivo, una sorta di titolo di merito e aggancio alla tradizione).

Non mancano però riferimenti a quello che verrà: in particolare la vita all’interno delle famiglie, frante, divise, problematizzate, e la comparsa dell’amore “senile”. Passeranno nove e undici anni, e ne varrà la pena.

In effetti con Benedizione assistiamo a dei primi ma incisivi cambiamenti, che non contraddicono la poetica di Haruf ma direi la completano, o forse la spostano. Mi pare che dalla prevalenza di esterni si passi a un sovrappeso degli interni, e dalla contrapposizione di bianchi e neri si passi a una maggiore gamma di sfumature, come suggerivo prima.

L’eroe della storia è Dad Lewis, un uomo retto, che avrebbe potuto diventare un altro monolite di bontà e senso pratico, ma nella malattia e nell’avvicinamento alla morte veniamo a sapere del suo difficile rapporto con il figlio a causa della sua omosessualità, che Dad non è mai riuscito ad accettare. Dallo scontro di forze, di violenze, direi quasi “a chi ce lo ha più duro” dei romanzi precedenti, si passa a quello di valori interno alle dinamiche familiari, come uno scontro di valori viene ingaggiato dalla comunità con il personaggio problematico del reverendo Lyle. Quest’ultimo suscita reazioni violente negli abitanti di Holt e negli stessi familiari, la contrapposizione e il combattimento escono però dal piano dello scontro fisico – direi della lotta da saloon come qualche volta accaduto nei romanzi precedenti – per assumere contorni dialettici, quasi da dibattito, da tribuna politica, seppur (o proprio per questo) accanita e urlata. Emblematica la scena del sermone e della chiesa, in questo senso, costruita in maniera quasi teatrale con personaggi che si alzano per prendere la parola ed esibirsi di fronte agli altri.

La bontà e la speranza non mancano però neppure in questo caso, rappresentati dalle figure di Willa e Alene Johnson e dal loro rapporto con Lorraine – figlia di Dad Lewis – e con la piccola Alice, direi sublimati nella famosa e cinematografica scena del bagno nella cisterna.

Torniamo a Dad: l’uomo è nelle sue convinzioni morali tanto integralista (giustamente, dal punto di vista del lettore) con il proprio dipendente disonesto, quanto lo è (ingiustamente, dal punto di vista del lettore) con il figlio. La tensione fisica dei primi due libri rimane però repressa: Dad vorrebbe che il figlio – con cui sta cercando una difficile redenzione, sul letto di morte – gli spaccasse la faccia. Ma lui, ovviamente, si rifiuta. Non che voglia far passare Haruf e i suoi personaggi dei primi due libri come dei bifolchi senza speranza e pronti a menar le mani, ma mi pare che qui si entri in un’altra e più dolente, più sfaccettata dimensione.

Nell’ultimo Le nostre anime di notte la focalizzazione sul familiare e sull’interno si acuisce. Possiamo immaginare di trovarci qualche anno dopo rispetto alle vicende di Benedizione (il tema del tempo e della collocazione è comunque abilmente eluso in Haruf, in Canto della pianura l’unico appiglio era stata una battuta su Nancy Reagan, qui addirittura compare un telefono cellulare, aiutandoci un po’). La storia può essere definita come un dramma o una commedia (tragica) da camera, se anche l’entità chiamata Holt, già negli altri romanzi allo stesso tempo quinta teatrale ma allo stesso tempo coro giudicante, assolve il suo ruolo disapprovando e chiacchierando la relazione tra Louis e Addie, è in primis la famiglia della seconda a caricarsi sulle spalle il ruolo di contendente, di polo negativo, di elemento di contrasto e lotta, anche in questo caso  condotta puramente sui canoni della morale, o a volerla dire meglio delle apparenze e del perbenismo.

Ironico: laddove Dad Lewis aveva giudicato e disapprovato un atto omosessuale consumato dal figlio adolescente, qui Gene – il figlio di Addie – giudica e disapprova un non-atto eterosessuale non-consumato dalla anziana madre (visto che l’amore tra i due protagonisti è fatto di parole). Come coi fratelli McPheron, pare anche qui che negli anziani si concentri l’energia diciamo salvifica, ma diciamo che le generazioni successive in Le nostre anime fanno una figura più magra e meno onorevole che nei precedenti libri di Haruf. Era d’altra parte probabilmente in premessa per una storia di addio (scritta da Haruf nell’imminenza della morte e nel rimpianto, nel dolore seppur pacificato), che lo scrittore congegna in maniera in qualche modo più lineare e urgente, con meno concessioni alla coralità e al montaggio parallelo. Come dire – questa volta al centro ci sono io. Sto morendo, ho qualcosa da dire.

Qualche volta riferendosi alla trilogia o quadrilogia di Holt potrebbe nascere la sensazione di trovarsi di fronte a un blocco uniforme di ambientazioni, temi e personaggi. Pur nella fedeltà sostanziale a un luogo e a un modo direi dolente, umano, pietoso (ma realistico) di vedere le cose, direi che gli adattamenti e le evoluzioni di Haruf sono stati notevoli, dalla semi-epica western e naturalista dei primi due libri al romanzo di interni quasi intimista degli ultimi due, a cui fanno il paio il linguaggio più espressionista e per certi versi barocco nel primo caso, e secco, quasi minimalista nel secondo. Di se stesso lo scrittore ha detto “sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di Monaco, per impedirle di spegnersi”. Mi sembra che in queste evoluzioni, e in altre che altri lettori decideranno di vedere e cogliere, ci sia il succo di questo sforzo, di questo rinfocolare la fiammella, uno sforzo – mi pare – onesto, pulito, come i sacrifici fatti da alcuni dei suoi personaggi e – come certe incantate soddisfazioni che gli stessi ricevono in cambio, a volte inaspettatamente – premiato dai risultati.

Kent Haruf: un prolungato abbraccio

di Serena Catastini

Due anziani, Addie e Louis, ognuno con una propria vita passata, colma di scelte, di rinunce, di dolori.

Una cittadina, Holt, come un quadro di un pittore, casette basse, spazi verdi immensi, ruscelli, viottoli con balconate di fiori cascanti che si guardano l’un l’altra, l’odore delle lenzuola stese al sole, il vento leggero che fa svolazzare i foulars delle donne che camminano per le vie. Sguardi che commentano le vite altrui, immagini lontane e così vicine alle nostre cittadine.

Un piccolo squarcio di vita che si intravede dalle pagine di Haruf, in questo ultimo suo capolavoro di profonda leggerezza.

Una donna, Addie, che chiede al suo vicino di casa, Louis, di passare le notti con lei, di “attraversarle” insieme, per parlare, per sentirsi meno soli.

Entrambi senza più i propri compagni di vita, entrambi anziani, entrambi soli.

Da lì, un susseguirsi di incontri, al calare della sera, tra le lenzuola fresche e il vento caldo, nei piccoli riti di ciascuno, tra i vestiti ripiegati di Louis chiusi in un sacchetto e le delicate attenzioni di Addie, le sue spalle nude, il suo desiderio di sentire a fianco a sé una presenza che, spenta la luce della lampada del comodino, possa iniziare a parlare con lei e ciascuno si possa raccontare e ascoltare.

Nulla è come sembra, nulla che possa essere come tutti possiamo immaginare, il pensiero che vola su corpi sessualizzati o l’intimità indicibile e indecorosa che “gli altri” legano  alla vista di un uomo che si intrufola la notte a casa di una donna sola e la consapevolezza di una donna che chiede un uomo accanto a sé in un letto, di due anime che stanno accanto nell’oscurità.

“Ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta.”

Tra le loro tenerezze lente e morbide, tra quei corpi così nudi e così puri che tutto sono fuor che indecenti, che nascondono una dignità e una sobrietà che trattiene il respiro di chi legge, tra la naturalezza dei loro gesti e tra le distese verdi di Holt e le caffetterie della città, si annodano quegli “altri”, le Voci, quei pettegolezzi che come in sottofondo echeggiano borbottanti tra le righe del romanzo, si intrecciano e si contrappongono alla Bellezza delle loro due vite, così semplici, così spontanee, affettività forti e personalità così profonde che mettono radici in ogni azione e parola, nelle anime che sanno rendere ogni gesto del vivere quotidiano una risorsa, un guardare avanti e oltre, che cavalcano quel tempo così fuggente, così veloce, che Haruf vuole afferrare e stringere per non perderne neanche un frammento. Quel tempo sacro, che Addie non vuole lasciarsi sfuggire, quel bisogno di voler il bene e farsi voler bene, quella vita da riempire di gioie profonde, che pur nel timore sanno attendere, vite ricche di nudità diafane, che rendono corpi anziani e goffi, corpi leggeri e fusi nella naturalità della vita stessa, nei color del cielo stellato e le acque fresche di un ruscello.

Ti arriva forte,  ma lentamente, questo sentimento, questa spontaneità che trasuda dalle loro vite, separate e poi insieme, penetra forte in chi legge la forza di due anime che accolgono il nipote di Addie in casa, un bimbo angosciato e spaventato ma che, piccoli, delicati, discreti gesti e presenze attente e silenziose riescono a riportare in lui il sorriso, la quiete, la gioia, cancellando la paura da quella piccola vita apparentemente “normale” ma incapace di abbracciare.

L’abbraccio, ecco.

Quello di Addie e Louis è l’abbraccio che contiene, avvolge, protegge, scalda, colora, riempie, quieta le loro vite, la vita di un bimbo che, in un letto tra due anziani, ritrova respiro e pace, lo stesso letto che agli occhi di quegli “altri”, persino del figlio di Addie, diventa spazio di scabrose e indecenti azioni da non ripetere.

Stesso spazio, stesso tempo, stessi gesti, ma occhi diversi, occhi che guardano l’azione senza andare oltre, senza leggere nello sguardo, di due persone anziane, la gioia di riscoprirsi capaci, utili, vivi.

Il tempo si dilata ma anche corre, il tempo copre, ma anche scopre, scopre le loro vite, scopre voci, pettegolezzi, scopre e uccide, separa, allontana, squarcia, dilata e dilania.

E quelle voci e quel tempo viene strappato loro, ma non vincerà in fondo sulla purezza di un sentimento, sull’acqua cristallina che lava via, sul dolore, portato come bagaglio silenzioso e intimo che può privarti, ma che poi ti ricongiunge.

Haruf ha fretta, nella sua scrittura, pulita, semplice, che scorre fluida come i fotogrammi che ti rimangono negli occhi e nel cuore di questa cittadina che, come dice la quarta di copertina del libro, “è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma soprattutto è per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.”

Haruf ha fretta di catturare il tempo, che pur scorre lento nei loro gesti, nel tempo da prendersi per scoprirsi, nel tempo che non basta mai, in questo tempo che non puoi afferrare del tutto, che non ti deve fare chiedere cosa ci sarà dopo. Un tempo che ci abbandona.

C’è, nella scrittura di Haruf, la sua fame bulimica di quel tempo che a sua disposizione sta finendo, così come per le vite di Addie e Louis, ma dello stesso tempo che non può distruggere quel filo sottile che ci lega a chi si ama davvero.

Un libro che va oltre alle apparenze, un libro che sembra riemergere da tempi antichi, da una cittadina lontana e piccola, di altri tempi, ma una storia così terribilmente attuale,  che impregna le vite, le nostre vite. Quello che appare e quello che è davvero. In fondo.

E per chi legge ogni riga di questa opera, sopravvive una conferma continua silente e costante di un prolungato abbraccio, dilatato nei gesti e negli sguardi, negli altri e tra loro.

Un calore saldo e rassicurante che va oltre schemi, ipocriti formalismi e apparenze, ma che dà forma a una delicata e forte determinazione che mette radici dove sembra non essercene, che ribalta ciò che appare, ciò che si dice, che capovolge la falsa costruzione dell’agire umano; che mette a nudo l’anima con quell’alito di antico pudore che indossa vesti candide sul manichino di una quotidianità semplice e pura.

E ogni cosa assume uno sguardo nuovo, naturale e profondo anche in quei vestiti piegati sulla sedia o nel cielo terso colmo di stelle ammirato tra la retina di una tenda, in un nido di topolini nascosto tra ferraglie vecchie e impolverate che allontanano chi guarda con le sovrastrutture forzate di una società che ingloba anziché lasciar liberi, che incasella tutto in giusto e sbagliato, normale e anormale, brutto o bello e non sa lasciare correre libero lo sguardo, scavalcare la staccionata del giudizio, quello sguardo libero che fa sentire vicina anche la mano lontana.

Si legge lentamente e a tratti fagocitando le parole, la vita di queste anime e quel che ti rimane è l’odore e il sapore di quel pane appena sfornato, avvolto in un canovaccio di lino grezzo a quadri, in una giornata di primavera: ed è incanto.

“Tu meriti di essere felice, non credi?”.

E chi legge resta in questo abbraccio.

Il delicato abbraccio di Kent Haruf

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Le nostre anime di notte è l’estrema e più delicata fatica di Kent Haruf. Teatro del romanzo è ancora quella cittadina di Holt, Colorado, già perno della Trilogia della Pianura. Ma, mentre nel trittico guizzava un inedito ritorno d’epica in un universo monologico, nelle Anime l’abbrivio sta in un gesto di sfida al sentire comune. Addie Moore bussa alla porta di Louis Waters, sono due vedovi, le loro case stanno a un isolato di distanza: è lì a proporgli di passare qualche notte insieme. Per parlare. Per vincere la solitudine.

 Il coraggio guida Addie, e Louis ne trae un’attonita gioia. Prendono a vedersi, sfidano “quello che pensa la gente” perché, a settant’anni – lei lo dice – è ora di non badarci più: “dà l’idea che stiamo facendo qualcosa di sbagliato o scandaloso”. E se le malelingue li accusano d’oltraggiare la decenza, Louis e Addie reagiscono porgendo un’idea altra di reputazione. Parlano nella notte, fanno chiacchiere da cuscino, perché all’inizio contano i soli gesti, tra loro rivoluzionari in un luogo che, come nelle fiabe, non ammette rivoluzioni (c’era forse da prevederlo fin dai tempi del reverendo Lyle di Benedizione); edificano una proposta di vita insieme, e lo fanno senza fretta: la prima sera Louis si lava i denti, si spoglia, infila il pigiama; ma i vestiti li lascia piegati sulle scarpe, nell’angolo dietro la porta del bagno; sarebbe stato presuntuoso portarli in camera e dare per scontato un seguito. Entrambi sanno che l’affetto non si lascia tra le lenzuola dopo una sola notte che si dorme insieme. Non hanno premura e non temono di ridefinire il concetto di decenza in una Holt che sembra aver ceduto alla geografia della meschinità.

Ma cos’è indecente, nella vecchiaia? È indecente finire in ospizi, è indecente smettere di nutrire l’intimità. In Haruf i corpi anziani sull’orlo del disfacimento – non conta – si sfiorano, respirano di conserva, vivono l’uno per l’altro in quell’afflato binario che è la linfa d’ogni unione. “Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito”, nonostante, alle spalle di Addie e di Louis, ci sia il fallimento dei loro precedenti amori.

E indecente, ancora oltre, è che non solo i conoscenti ma pure il figlio di Addie, Gene, senta il dovere di distruggere i sogni della madre. A un certo punto, Jamie, il nipotino seienne, viene ‘esiliato’ dalla nonna per consentire ai genitori di rimettere insieme il matrimonio. E Jamie coi due vecchi sta bene perché loro sanno accogliere le sue paure, le cullano nel cuore d’un anziano abbraccio che ancora nutre la speranza di “aggiustare le vite degli altri”. Mentre i giovani son disorientati, Addie e Louis conservano “una nozione di come dovrebbe essere la vita”, di come dovrebbero andare le cose. Ristabilito l’antico valore della vecchiaia come fonte di saggezza, le anime di notte che, stando agli atti di nascita, avrebbero poco tempo a disposizione, si concedono il tempo necessario affinché la loro esistenza residua possa essere l’ultimo atto di quella grande benedizione che è la vita assieme.

Una serata con Cathy Haruf

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di Francesca Maccani

Riproponiamo, per il Dossier dedicato a Kent Haruf, la cronaca di una serata speciale trascorsa con Cathy Haruf (l’articolo è comparso per la prima volta qui)

Sabato 11 febbraio, mio marito ed io siamo partiti dalla nostra bella Palermo alla volta di Milano.

Avevo ricevuto da Alberto Ibba l’invito a partecipare alla serata per la presentazione del libro di Kent Haruf Le nostre anime di notte, che si sarebbe svolta al teatro Franco Parenti.

Fino all’ultimo una brutta febbre mi ha tenuta in scacco mettendo in forse la mia partenza, ma alla fine sono riuscita ad imbarcarmi, fra varie peripezie. Volevo esserci assolutamente. Volevo incontrare la signora Cathy per chiudere un cerchio.

Il mio amore per Haruf parte da lontano, avevo letto anni fa un articolo su di lui e ne ero rimasta affascinata. Per uno strano gioco del destino, sentivo che quello scrittore aveva qualcosa da dirmi. Avevo poi seguito, sui siti che si occupano di libri, le vicende di questa piccola casa editrice indipendente milanese, sconosciuta ai più, che stava per pubblicare in Italia Benedizione e Canto della Pianura, due dei tre volumi che compongono la trilogia della pianura. In realtà negli Usa l’ordine di pubblicazione era diverso ma a me poco importava. Ho acquistato Benedizione il giorno stesso che è uscito e ne ho fatto subito il MIO libro.

Io da sempre legata indissolubilmente agli Usa, io che a vent’anni sono partita da sola e me li sono girati in lungo e in largo. Io che ho uno zio sepolto a San Francisco. Un uomo partito in cerca di fortuna, sbarcato ad Ellis Island, solo, disperato e mai più tornato nella sua terra natale.

Dei libri di Kent Haruf mi sono innamorata subito visceralmente e totalmente. La scrittura di Haruf mi ha stregata. Era esattamente il mio ideale di scrittura perfetta. Asciutta, pulita, incisiva, scevra da giudizi e interventi diretti.

Ho cominciato a riempire facebook di post su Haruf. Ho cominciato a tormentare quelli della NN, Alberto Ibba in primis. Volevo che venissero a Palermo, volevo che si presentassero questi libri, volevo che tutti li leggessero.

E così è iniziata la mia passione per la casa editrice NN, la mia amicizia virtuale con Alberto e poi con Luca, che poi è sfociata in una bella amicizia, nata sulla terrazza del mio ristorante in riva al mare sulla spiaggia prospicente il porto di Palermo.

Nel frattempo ho consigliato Haruf a tutti, ne ho scritto e riscritto. Prima le mie amiche, poi i miei contatti su facebook e poi molte altre persone hanno iniziato a leggere i suoi libri e io a ricevere in privato sempre più messaggi di ringraziamento, anche da persone che non conoscevo. In questo mio lavoro, grande supporto mi è stato dato dalla mia libreria del cuore, ormai seconda casa, la Modusvivendi. Fabrizio Piazza mi ha sempre incoraggiata e sostenuta, diffondendo a sua volta i miei post e aiutandomi a farmi conoscere dai lettori abituali della Modus e dagli editori stessi.

Io sono sicura che domenica sera fossero tutti lì con me col cuore e col pensiero. Eravamo io e Giuseppe a Milano ma mezza Palermo ci sosteneva e accompagnava da lontano.

Haruf, quando l’ho letto, mi aveva appassionata e, con la stessa passione che avevo provato io, ho cercato di trasmettere alle altre persone la bellezza della scrittura di questo autore americano, scomparso da poco, ma che io sentivo intimamente vicino.

Quando Alberto Ibba, in un messaggio privato, mi ha avvisata che la vedova di Haruf sarebbe venuta a Milano e ci sarebbe stata una serata a teatro, mi sono detta che a tutti i costi ci sarei dovuta essere.

E sabato sera, appena atterrata a Malpensa, Alberto mi ha invitata nella sede della casa editrice NN.

Una sorpresa meravigliosa e un grandissimo regalo che mai dimenticherò.

Lì c’erano Cathy Haruf, sua figlia, Eugenia Dubini, Chiara, Moira…l’emozione mi ha fatto pure scordare i nomi di tutte le persone splendide che ci hanno accolti.

Mi sono presentata a questa gentile signora dai capelli candidi, ho cercato di spiegare a Cathy cosa avesse significato per me la lettura dei romanzi scritti da suo marito. Il mio inglese però a tratti incespicava. Fortunatamente il suo sguardo dolce e paziente mi incoraggiava a proseguire.

Le ho detto che non sono una blogger né una giornalista, che scrivo cosette mie per passione, senza la pretesa di definirle recensioni. Nel mio piccolo però la gente mi ascolta, si fida, mi ringrazia per i miei consigli.

Cathy mi ha chiesto se ho scritto delle recensioni particolari per essere riuscita a diffondere così i libri di Kent. Le ho risposto che più che le recensioni è stata la mia costante attività su facebook e instagram ad aiutarmi a far conoscere Haruf alla mia cerchia di amici e poi oltre.

Era contenta, mi ha ringraziata e si è seduta in una poltrona, ha inforcato i suoi occhiali da vista e ha scritto una dedica sulla mia copia del nuovo libro. Una calligrafia tremula ma precisa, una dedica semplice ma per me preziosissima.

Il sigillo di un volo dell’anima che dura da due anni.

Era stanca Cathy, cammina a fatica, aiutata da un bastone, ma è una donna straordinaria. Emana una grande forza. Ha uno sguardo fiero ma dolce e un sorriso disarmante.

A teatro ci siamo viste prima dello spettacolo. Mi ha salutata abbracciandomi. Sul palco è stata favolosa. Parlava lentamente per non mettere in difficoltà la traduttrice. Cercava di scandire le parole. Voleva descriverci il suo Kent, voleva che tutti noi potessimo conoscerlo attraverso le sue parole. Parole a tratti commosse che ci hanno regalato un ritratto estremamente umano del marito, delle sue abitudini, delle sue letture preferite.

Mi ha stupita apprendere che oltre a Faulkner, il suo scrittore di riferimento era Cechov. Leggeva e rileggeva sempre gli stessi passi dei suoi autori prediletti, per entrare meglio nell’atmosfera e nell’umore adatti alla sua scrittura.

Cathy ha raccontato che Kent, quando iniziava la stesura di un nuovo romanzo, si calava un cappello sopra gli occhi e batteva sui tasti. Usava una vecchia macchina da scrivere, chiusa in un capanno di legno, dove lui si isolava. Diventava cieco, chiudeva gli occhi sul mondo esterno per poi aprirli verso il suo mondo interiore.

Lei, al termine del suo lavoro, lo aiutava a trascrivere gli appunti al pc. Era lento Haruf. Scriveva solo al mattino, dopo aver bevuto una tazza di thè e letto i quotidiani.

Questo suo ultimo romanzo lo ha concluso poco prima di morire e ha voluto in qualche modo rendere un tributo a sua moglie Cathy. Narrare una storia molto simile alla loro. Parlare di un amore che non ha età e che tenta di sfidare giudizi e luoghi comuni.

Era molto emozionata Cathy, nella sua umiltà, visibilmente commossa e anche un poco stupita per l’affetto che l’ha travolta in un teatro strapieno di persone fino all’ultimo posto disponibile.

Al termine della serata mi sono avvicinata di nuovo. Volevo salutarla. Lei mi ha sorriso, mi ha dato un bacio, stringendomi forte. Io l’ho ringraziata per le sue parole, per ciò che ha raccontato, per il modo in cui l’ha fatto e lei invece ringraziava me per essere venuta dalla Sicilia apposta per incontrarla, per avere scritto cose belle di suo marito.

Mi sono allontanata dal teatro dispiaciuta per averla lasciata, con quella senso di nostalgia che si prova per le persone che ti sembra di conoscere da una vita. Avrei voluto dirle molte altre cose, stringerle di nuovo la mano. Farle capire ancor più che suo marito ha scritto qualcosa di grande e di bello che ha fatto emozionare decine di lettori.

Ho raccomandato a sua figlia di farsi tradurre lo scritto che Marco Missiroli ha letto sul palco. Perché era di una bellezza da mozzare il fiato. Perché corrispondeva esattamente al mio sentire, con la differenza che lui ha saputo trovare le parole. Quelle belle, quelle giuste, quelle che avrei voluto scrivere io se solo ne fossi stata capace.

Io credo che si dovrebbe pubblicare questo tributo di Marco. L’ho detto anche a lui al termine dello spettacolo. Ci conosciamo da un annetto. È bravo Marco. Ci ha messo anima e cuore nella sua presentazione.

La figlia di Cathy mi ha assicurato che sì, le piacerebbe tanto capire cosa ha letto quel ragazzo italiano tanto applaudito.

Ho ringraziato anche lei. Mi ha risposto che non ha fatto nulla. Le ho ribadito che ha fatto tanto, ha accompagnato sua madre qui a Milano, permettendoci di conoscere uno spicchio del suo mondo privato e intimo.

Ha donato a 600 persone la presenza di un donna straordinaria che con la sua testimonianza ci ha avvicinati moltissimo al Kent Haruf uomo e, personalmente, sono felice di aver scoperto che non è molto diverso da come lo immaginassi.

La danza di Kent Haruf

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di Martino Baldi

Qualche giorno fa, come altre centinaia di persone, consigliavo sulla mia bacheca Facebook la lettura di Le nostre anime di notte con queste parole, scritte senza pensare, sull’onda dell’emozione dell’inizio della lettura:

Esiste una meraviglia più grande di una meraviglia che ti meraviglia nonostante tu sia prontissimo ad essere meravigliato?

La meraviglia è stata infatti – e lo è stata limpidamente – la sensazione più forte che ho provato addentrandomi nel libro. Ma di che meraviglia parlavo? Una prima chiave di lettura è quella più immediata, la meraviglia che aveva effettivamente fatto scrivere queste poche parole: conoscendo ormai Kent Haruf mi immaginavo di leggere un libro notevole ma la bellezza di Anime è addirittura superiore alle aspettative e quindi sono rimasto meravigliato. Da una parte è certamente così. Ma  ho riflettuto poi su quelle semplici parole che il sentimento mi aveva dettato, chiedendo a me stesso cosa si nascondesse sotto la superficie. L’occasione mi è venuta dal commento della mia amica Caterina, che mi chiedeva di convincerla ad acquistare il libro:

Tipo? Convincimi.

Al che, ma ancora una volta di istinto, rispondevo:

Tipo che due anziani pensionati vedovi in un piccolo paese della provincia americana perbenista decidono di dormire insieme per farsi compagnia e passare le notti mano nella mano nel letto a parlare, fregandosene di quello che dice la gente. Libro notturno, intimo, delicato, sullo spazio e il tempo che possiamo farci vicendevolmente, e insieme, nella vita, se sappiamo danzare una danza lenta.

Se avessi dovuto parlare a qualcuno che aveva già letto gli altri libri di Haruf sarei partito certamente da Holt, dalle continuità e dalle discontinuità avvertite rispetto ai tre romanzi precedenti, dai rimandi interni stilistici e di ambientazione. Ma stavolta non potevo usare quegli argomenti. Dovevo andare al cuore dell’emozione senza riferimenti intertestuali o ammiccamenti tra harufiani della prima ora. E grazie a questa affermazione, non pensata, gettata lì, di puro cuore, mi si è aperta – credo – una strada più profonda di comprensione di quello che ho provato durante la lettura.

Ho letto Le nostre anime di notte come fosse la descrizione di una danza. Addie e Louis in fondo cosa fanno se non danzare? Lo stesso delicato cerimoniale iniziale è qualcosa di molto simile a quello che accade in una sala da ballo, dove qualcuno deve vincere la propria timidezza per invitare al ballo un’altra persona. E deve trovare la naturalezza, distanza, la misura, il linguaggio, il ritmo perché l’invito sia accettato e perché le prime fasi del ballo siano un reciproco modo di conoscersi e accordarsi. Se la sintonia è perfetta si apre uno spazio mistico, una bolla di sintonia che ha del sovrannaturale, tra due danzatori che si scoprono affiatati per la prima volta.

Mi sono chiesto cosa significasse questa danza e cosa avesse a che vedere tutto ciò con Holt.

La mia impressione è che Haruf, di volteggio in volteggio, stavolta sia finito lontano da Holt. Sia finito dentro un’anima che è ben più universale di quanto universale sia (e lo è) la cittadina che ha inventato. Ed ecco la seconda natura della meraviglia. Se la Trilogia è un’opera insieme monumentale e delicata sullo “spazio” (nel solco della grande narrativa americana) e su coloro che lo abitano, Le nostre anime di notte è invece una magnifica dissertazione sul “tempo”. Sotto forma di ritmo. Quello necessario per danzare, per farsi spazio a vicenda, ma uno spazio stavolta tutto intimo, interiore, aereo.

Addie e Louis ci ricordano a ogni pagina che la felicità è tutta una questione di ritmo e di come questa magia si renda possibile non abitando uno spazio ma, più spesso, creandolo. Non prendere spazio ma dare spazio. Non è un caso se per descrivere uno stato di incanto possa bastare a volte, come Haruf si fa bastare, un elenco di cose o di azioni. Un elenco semplice. E come, se riguardiamo quell’elenco, ci accorgiamo che ogni elemento potrebbe tranquillamente essere sostituito da un altro, senza scalfire la perfetta restituzione dell’incanto descritto. Conta il ritmo (interiore ed esteriore) con cui le cose accadono e con cui le accogliamo dentro di noi.

Una lezione di felicità: trasformare lo spazio in tempo e il tempo in spazio. Che poi è esattamente quello che fa la danza. Ecco cosa mi è sembrato di aver imparato da quei due signori, ed ecco perché non smetterò mai più di voler loro bene anche a libro chiuso. Come non smetterò di essere grato ad Haruf. E all’eroica banda di NN che ce lo ha regalato.

L’America minore e universale di Kent Haruf

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di Anna Vallerugo

Giacomo Verri, uno scrittore che stimo particolarmente, mi ha chiesto un contributo su Kent Haruf (invitandomi così a nozze): ringraziandolo, gli ho inviato questa piccola nota.

Tanto si è scritto sulla trilogia di Haruf, entrata di diritto nel novero dei classici moderni: sulla grazia salvifica che la attraversa, la lingua scarnificata, piana  ma incantatoria – resa magnificamente nella traduzione di Fabio Cremonesi -, la piccola contea di Holt-mondo, i suoi personaggi amatissimi.  E sugli equilibri familiari inattesi, nutriti di amore puro e di gesti piccoli ma pieni di significato, carezze per l’anima. Come avevo scritto, tra gli altri, anch’io, (per chi volesse, qui) chi ci è entrato nel cuore sono uomini, donne e bambini “protagonisti di storie piccole, di fragilità e resistenza, in un microcosmo inventato e universale in cui ci riconosciamo tutti almeno un po’ (sul modello probabilmente di Faulkner, a cui Haruf dichiarava di dovere tanto, che aveva creato un’intera contea nella saga di Yoknapatawpha) fatto di cucine vissute, capanni degli attrezzi, tettoie metalliche. Dove ci si incontra o si decide di lasciarsi vicendevolmente spazio, pur restando presenti, o ancora semplicemente ci si sfiora. E’ materia delicata, questa, di sentimenti puri, e di silenzi, tanti.”

Così scrivevo di Crepuscolo, dove si percepiva tutta la resistenza alla parola, per esempio, dei due fratelli McPheron, gli anziani allevatori avvezzi a viversi accanto in un dialogo fatto di soli gesti, che avevano accolto nelle loro solitudini anche la piccola Victoria Roubideaux, incinta e cacciata di casa, ricostruendo un nucleo familiare anomalo ma solido e vero. Scoprono il proprio limite, i due fratelli, nell’inadeguatezza della parola trattenuta: pagine in cui Haruf eccelle, riuscendo nel miracolo della resa su pagina proprio dell’inciampo, del taciuto.

Poi però, inatteso, cambia rotta Haruf e ne Le nostre anime di notte (per chi volesse, ne avevo scritto anche qui, ci stupisce con una vicenda costruita invece in forma dialogica: ci rende partecipi del nuovo corso di vita dei vicini di casa Addie e Louis, in non più giovane età, che rinunciano, questi, ai silenzi e decidono invece di ”attraversare le notti insieme”, parlando.

Ma la sua bravura non ha cedimenti. Riesce anche così a restituirci pienamente ogni minimo sommovimento emotivo nell’aprirsi – cauto,  graduale, che si prende il giusto tempo – all’altro, Haruf, e a conservare intatti, puri, quel senso di pudore holtiano e di rispetto profondo che ci attendiamo da lui anche in questa nuova forma di lingua esplicitata, di confidenze notturne a ricostruire vite intere – di Addie e Louis, ma anche delle famiglie e della comunità che gravita loro attorno, un’America minore e universale -: per il nostro piacere di lettori, in schiera sempre più folta, che continuiamo a ringraziare NNEditore per la scelta davvero felice di averci “portati” tutti nell’inattesa grazia della contea di Holt.

La cognizione del tempo delle anime di notte

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di Giuditta Casale

Ero già stata una volta ad Holt, leggendo Benedizione, e ho voluto contenere la smania di tornarci, per continuare a rimasticare le sensazioni che il libro mi aveva donato. Perché la scrittura di Haruf, con la sua aurea mediocritas arriva diritta al cuore come un dono, inatteso ma a lungo sperato.

Ho colto dunque al balzo l’occasione di tornare a Holt con l’ultimo romanzo del grande scrittore americano, sempre tradotto da Fabio Cremonesi e sempre pubblicato da NNE. Un vero ritorno, dunque, per il lettore: che ritrova la stessa voce del traduttore, e per me è un dono straordinario poter leggere l’opera dello stesso autore nella medesima traduzione, perché ho così la possibilità di appurare differenze e discrepanze stilistiche riconducendole con una pressoché  assoluta certezza all’originale e non alla traduzione. Come è fondamentale ritrovare la stessa casa editrice, per rinnovare il senso di ritorno nell’impaginazione, nel lettering, nelle decisioni tipografiche. Per uno scrittore come Haruf, in cui i dialoghi hanno una valenza fondamentale, trovarli stampati allo stesso modo in ogni romanzo, senza alcun segno distintivo che li evidenzi, credo che sia sostanziale per sancire un ritorno in luoghi cari. E questo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare sulla cura e l’attenzione editoriale della casa editrice milanese.

Il protagonista assoluto di Le nostre anime di notte è il tempo. Un tempo che si trasforma nella narrazione. Dapprima tempo della solitudine da sfuggire con un espediente insolito e insospettato, qual è la richiesta di Addie Moore, di passare insieme le notti, rivolta a Louis Waters, il vedovo che abita a un isolato di distanza con il quale non ha mai intrattenuto nessun tipo di rapporto, se non quello cordiale e distante di essere amica della moglie:

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

Louis sembra riluttante, e invece è solo il desiderio di non essere precipitoso, poiché da subito passare la notte con Addie diventa la cosa più importante delle sue giornate e ciò che maggiormente gli interessa nella vita. Quello che gli rimane della vita. Perché Addie e Louis sono anziani, ma il loro incontro dilata la percezione del tempo, arricchendolo di aspettative e speranze:

Non abbiamo fretta, disse lui.

No, prendiamoci il tempo che ci serve.

La loro relazione non fa del male a nessuno. Entrambi vedovi e soli, i figli adulti e lontani. Eppure gli altri cominciano a parlare di loro, a metterli in discussione, a chiedere ragioni, alcuni persino a sperare che possa capitare anche alla propria solitudine di trovare un ristoro simile. La loro relazione comincia a fare del bene, non solo a loro stessi ma alla comunità, o almeno a quella parte della comunità che sa tenere le cose piccole e impercettibili che accadono nella giusta considerazione. Qui, mi sembra, che Kent Haruf cominci una sottile sovrapposizione “metaletteraria” tra la storia dei due anziani, la sua produzione letteraria e in generale la propria vita. I libri di Kent Haruf fanno bene, nella loro delicatezza, a quei lettori che sanno riconoscere il bene nei gesti piccoli, che sanno godere dell’inatteso, che sanno meravigliarsi.

Addie ha una percezione del tempo, il proprio tempo, molto netta e decisa:

Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché  dureranno.

Una piccola crepa comincia a serpeggiare lungo la dorsale del loro incontro. Il tempo mostra la finitudine, in una concezione struggente e sentimentale, perché non è un termine determinato, e la sua indeterminatezza accresce la nostalgia e la malinconia, non rispetto a quello che è stato, ma rispetto a ciò che è.

Nella vita della coppia irrompe un bambino di sei anni, il nipote di Addie, Jamie, parcheggiato a casa della nonna per i problemi di coppia dei genitori. Gene, il figlio di Addie, le impone la presenza del bambino senza darle possibilità di scelta, con arroganza e spavalderia. Quando la donna dà la notizia a Louis, la prima reazione dell’uomo riguarda il tempo, la durata della loro relazione:

Immagino che per noi sia la fine, commentò lui.

Invece per la coppia è un nuovo inizio, il bimbo li ringiovanisce, li spinge a fare esperienze nuove, a essere quello che come genitori forse non sono mai stati. Jamie è una restituzione, sempre in termini di tempo. Un ritorno al passato, rimanendo nel presente. Sembra davvero che il tempo si sia fermato in un presente sospeso, immobile, tranquillo, ricco di emozioni e occasioni.

Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.

È l’interpretazione di Addie alla propria storia, in un passo fortemente emblematico del racconto, in cui Haruf svela in maniera esplicita il livello metaletterario che è sotteso in più punti del racconto, facendo discutere i protagonisti su uno spettacolo teatrale tratto da Benedizione. Ma non è semplice divertissement. Attraverso i suoi personaggi Haruf  sottolinea la particolarità di Le nostre anime di notte all’interno dei libri sulla contea di Holt.

La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.

Però è un’altra cosa.

Fabio Cremonesi nella bellissima Nota del traduttore si concentra sull’urgenza presente nel libro, da cui anche il bimbo sembra influenzato, aderendo alla poetica di “prima che sia troppo tardi” in cui sono imbrigliati i protagonisti. La Nota presenta un’interpretazione fascinosa, che mi ha guidato nel ripercorrere le mie impressioni di lettura e che mi ha suggerito punti e passaggi su cui soffermare l’attenzione. Le discrepanze tra il mio sentire e gli spunti interpretativi offerti dal traduttore  raccontano la meraviglia di un testo come “Le nostre anime di notte” che interloquisce con la parte più profonda del lettore, adattandosi a letture plurime e variegate.

Sono i giovani che hanno urgenza ed emergenze, a mio avviso, mentre agli anziani è data una cognizione più piena del tempo. È Jamie che chiede ragguagli sui topolini cresciuti che hanno abbandonato la scatola in cui erano custoditi e accuditi:

Non li vedremo più?

E Louis risponde con la saggezza dell’età, che con il tempo non ha più debiti:

Probabilmente no. Potremmo vederli in giardino oppure fuori, intorno al garage, lungo qualche muro o accanto al capanno. Dovremo guardare bene.

Ecco il dono che il tempo riserva ai due anziani, e di cui è invece privo il fanciullo e con lui gli adulti: la capacità di guardarsi intorno con attenzione e cura e di scorgere la vita che continua il suo corso.

Lo stesso dono che la scrittura di Kent Haruf fa al lettore, che ribadisce  ancora una volta quella sovrapposizione metaletteraria tra la vicenda narrata e la poetica dello scrittore.

È nel passato che Louis e Addie hanno vissuto l’urgenza e l’emergenza, l’onda del dolore e delle frustrazioni, le speranze tradite e i compromessi dolorosi, le scelte inevitabili e i tradimenti del destino.

La scelta di Addie nei riguardi di Louis e del tempo da trascorrere insieme, per quanto lacrimosa e dolorosa, è una scelta di pienezza giocata sulla piena consapevolezza del tempo:

Ma non posso aspettare tutto quel tempo. Potrei essere già morta. Non posso perdermi questi anni con lui.

Non sarà una rinuncia, ma un compromesso. Un nuovo inizio, un ricominciare.

L’eredità di Le nostre anime di notte è nella consapevolezza di un tempo che ha perso la sua frenesia, che guarda al passato senza commettere gli stessi errori, che sa apprezzare ciò che accade senza sentire la veemenza di mordere le occasioni o la furia di possederle.

Anche nel momento più difficile della loro relazione, i due riconoscono tutto il bello che c’è tra di loro e che niente e nessuno potrà negare, neppure la fine:

Mi hai fatto bene. Cos’altro si potrebbe desiderare? Rispetto a com’ero prima di stare con te, sono una persona migliore. È merito tuo.

Oh, non hai smesso di essere gentile con me. Grazie, Louis.

La riflessione sul tempo di Haruf non è lineare, somiglia alla bonaccia, che  nasconde sotto l’apparente calma della superficie, inquietudini e contraddizioni. C’è il pianto e il dolore, la delusione e la frustrazione,  l’incombenza della morte. Ma anche, e soprattutto, la perseveranza di vivere il tempo come presente, nell’illusione che ci sia ancora tempo

come quando abbiamo cominciato a vederci. Come se avessimo ricominciato.

Non è un caso che a Holt non ci sia il mare, che spesso è burrasca e tempesta, senza però rinunciare all’acqua e al suo potere di purificazione e ristoro. È acqua tranquilla, cheta, ma a suo modo vitale e rigenerante, come quella del “torrente Chief Creek, a est di Holt, lungo la Highway. Il torrente era poco profondo e aveva il fondale sabbioso; sulle rive, sotto i salici, crescevano l’euforbia e un prato rasato dalle mucche al pascolo”.

Ed è proprio sulle rive di quel torrente che Addie e Louis si mettono a nudo, scoprendosi sazi e un po’ appesantiti. Sazi del tempo presente vissuto insieme, appesantiti dalla vita e dai rispettivi vissuti.

Sentivano la corrente spingere lingue di sabbia sotto di loro.

È l’inquietudine, che serpeggia nella corrente, ma non li travolge, resta sotto di loro, silente anche se non scevra di conseguenze.

Sul retro della copertina di Le nostre anime di notte si legge:

Questo libro è per chi è stato ad Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Tornare a Holt, e attraversarla di notte, con la chiara percezione della finitudine del tempo, ma senza lasciarsi sommergere dallo stesso, è stato un dono grande, e mi piace credere che Kent Haruf abbia abbandonato Holt con la stessa sensazione con cui io ho terminato la lettura del romanzo, nella convinzione che sarebbe stato come un ricominciare, pur nella consapevolezza che

C’è un tempo e un luogo per ogni cosa.