Tra gli scaffali di Simone Ghelli

Sono cresciuto in una famiglia senza biblioteca, eppure fin da piccolo ho preso la malattia della lettura. Leggevo così tanto che nella piccola scuola elementare di Populonia, ormai chiusa da anni, lessi praticamente tutto quello che c’era da leggere. Mi ricordo che in premio mi regalarono Ventimila leghe sotto i mari, anche se nella mia memoria questo fatto è diventato come parte di un racconto “mitico”, qualcosa che ha il sapore dell’invenzione per essere messo nell’incipit di un bel romanzo di formazione.

Resta il fatto che ho sempre amato i libri in quanto oggetti fragili e preziosi al tempo stesso – preziosi per il loro contenuto, fragili nella loro materialità – di cui amo anche i segni del loro deteriorarsi: le macchie gialle di umidità sulle pagine, i bordi arricciati di certe copertine, lo scricchiolare della costa quando li riapro dopo tanto tempo.

Da qualche anno, grazie alla tecnologia, mi sono in parte convertito al formato digitale, ma i libri più importanti (quelli su cui mi sono formato) ho continuato a portarmeli dietro nei vari traslochi. Potrei dire che sono poche decine: libri che ho riletto o che un giorno rileggerò (come i Pasolini e i Gadda della foto), di cui so di aver compreso ancora poco o niente, ma che in un certo senso mi hanno aiutato a emanciparmi, a sentirmi un po’ meno parvenu durante gli anni universitari (io che mi presentavo con un diploma in ragioneria).

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Molti di questi libri me li hanno regalati i miei genitori, ai quali lasciavo ogni anno una lista dalla quale attingere per Natale o il mio compleanno. Grazie a loro ho scoperto e amato i vari Camus, Mishima, Tozzi, DeLillo, McEwan e via dicendo – autori tra loro diversissimi, che hanno composto la mia stramba geografia interna di autodidatta. Se sono così legato a certi libri è anche e soprattutto per questo: perché ognuno di loro è figlio di un gesto d’amore, di uno spirito di sacrificio che mi ha insegnato a sentirmi responsabile per ogni singola parola che scrivo.

Tra gli scaffali di Pierpaolo Vettori

Scusate se mi presento in modo inusuale, di solito amo incontrare la gente di persona. Non lo avrei fatto se Giacomo Verri non me lo avesse chiesto con tanta gentilezza. Sono la libreria di Pierpaolo Vettori. Da più di quarant’anni sto costruendo il mio padrone, se possiamo chiamarlo così, e devo ammettere che è un lavoro non privo di difficoltà. Quando l’ho incontrato per la prima volta era solo un bambino con i denti sporgenti e la tendenza a muovere le braccia in maniera inconsulta, come se provasse a volare. I due libri che possedeva allora, un volume sui dinosauri e un Oscar Mondadori sui misteri di Atlantide, non fanno più parte di me. Li ho persi anni fa come fate voi con i denti da latte. Il primo romanzo decente che gli ho fatto incontrare è stato Sulla strada di Kerouac, seguito da Tre uomini in barca di Jerome. Credo che il suo percorso successivo non sia stato altro che una ramificazione partita da questi due volumi. Da un lato vorrebbe una vita avventurosa e romantica, nella realtà però è solo un pasticcione che fa fatica se deve mangiare il pollo con forchetta e coltello. Avrei potuto fare di meglio, lo so, ma ormai è andata. Da allora mi segue con docilità. Ogni tanto, quando era un ragazzo, gli lasciavo aggiungere gli albi Marvel di Silver Surfer se in cambio leggeva Stephen King o Wodehouse. Poi i suoi gusti si sono formati, ogni tanto gli trovavo un classico tra le mani e allora mi sono rilassata. Sapevo che ormai mi avrebbe composta senza il mio aiuto. Adesso sono divisa in due. L’appartamento di Pierpaolo è troppo piccolo per contenermi tutta. Più della metà di me è rimasta nella casa dei suoi genitori, anche perché devo dividere il mio spazio con i suoi dischi rock. Sono abbastanza soddisfatta di come l’ho tirato su. Era un caso disperato. Adesso, almeno, è un caso disperato con una buona libreria.

Nella scelta dei libri, Pierpaolo è spesso aiutato di Beatles. Questa è una cosa che non tutti sanno ma che è testimoniata da questa immagine. Alcuni romanzi sono custoditi nel sottomarino giallo e non possono essere consultati senza il permesso dei quattro di Liverpool.


Silver Surfer non fa più parte della libreria ma è diventato il pigiama di Pierpaolo. Contrariamente a quello che si pensa, lui non sogna i mostri. Ha solo paura che entrino dalla finestra quando fa buio. La maglietta dell’araldo di Galactus sventa questo pericolo e gli consente sonni tranquilli.

Tra gli scaffali di Antonio G. Bortoluzzi

Nella mia libreria ci sono libri in doppia e tripla fila, ma anche polvere, foglietti, cartoline e vecchi oggetti di nessun valore che non mi decido a buttare.

Ma il problema non è questo, il fatto è che dopo trent’anni di acquisti e letture, arriva il giorno in cui devi mettere mano agli scaffali per un fatto grande come il Monte Bianco: ti servono dei libri da consultare, che sai già di avere (perché li hai letti, discussi, consigliati) ma non li trovi più. E li compri di nuovo. Questo è il segno che stai perdendo il controllo della libreria e della stanza.

E allora serve il giorno del Grande Ordine: togliere tutto, pulire a fondo, sistemare con una logica: saggistica, storia locale, narrativa italiana, narrativa americana, poesia, varia, i maestri. Oggi quel giorno è arrivato.

Il primo gruppo di libri che tolgo e poggio sulla cassapanca sono dei vecchi Einaudi, Nuovi Coralli. E ritrovo subito i romanzi di Richard Wright e mi torna alla mente che quando mi ero innamorato di questo scrittore afroamericano e comunista non avevo mai visto una persona di colore. Forse avevamo visto Radici alla televisione, però di persona, mai.

“La prima lezione del come vivere da negro la presi quando ero ancora piccolo. Stavamo nell’Arkansas. La nostra casa sorgeva dietro alle rotaie della ferrovia. Il cortile mal fatto era coperto di carbonella. In quel cortile non cresceva mai nulla di verde. Il solo verde che potevamo vedere era lontano, al di là delle rotaie, dove abitavano i bianchi. Ma la carbonella mi bastava e non ho mai sentito la mancanza del verde. E comunque la carbonella era una bella arma.”

L’etica di Jim Crow in carne e ossa, da I figli dello zio Tom di R. Wright, traduzione di Fernanda Pivano.
Ecco che i vecchi libri ti portano in un tempo diverso dal presente e che tende a dilatare e accogliere anche l’attualità. E il progetto del Grande Ordine della libreria di casa fallisce miseramente, perché inizi a rileggere questo scrittore che racconta di un mondo di bianchi e neri, ricchi e poveri, violenza e prevaricazione, giovinezza e paura. Soprattutto un mondo di forti e deboli.

E allora il pensiero è questo: era abbastanza facile non essere razzisti quando lo straniero più straniero era qualcuno del Sud Italia. Ora è diverso, lo sappiamo bene tutti, e allora è meglio rileggere i vecchi libri, quelli che ci hanno infiammato il cuore e forse hanno lasciato qualcosa che non può essere scalfito: la differenza pura e semplice tra chi, in una situazione, è il più forte e chi è il più debole. E stare dalla parte giusta.

Per oggi il Grande Ordine della libreria può attendere, e se poi compri un libro che avevi già e alla fine ti ritrovi con due copie, beh, puoi sempre fare un regalo speciale.

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Richard Wright nacque in una piantagione presso Natchez, Mississippi, nel 1908. Da bambino visse a Memphis, nel Tennessee, poi in un orfanotrofio. Nel 1934 arrivò a Chicago. Conobbe il suo primo successo con I figli dello zio Tom (1938), pubblicato da Einaudi nel 1949 subito dopo Ragazzo negro (1948). Con l’opera successiva Native Son (1940) divenne finanziariamente indipendente. Dopo la seconda guerra mondiale si stabilì a Parigi, dove visse fino alla morte nel 1960. (Note a Fame americana, Einaudi, 1978).

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Antonio G. Bortoluzzi è nato in Alpago, Belluno, nel 1965. Ha pubblicato nel 2015 il romanzo Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine) finalista al premio letterario del CAI Leggimontagna e al Premio Cortina d’Ampezzo 2016. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Vita e morte della montagna con cui ha vinto il Dolomiti Awards 2016 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival. Ha esordito nel 2010 con Cronache dalla valle. Finalista e quindi segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino è membro accademico Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

Tra gli scaffali di Nicola Vacca

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Poiché Nicola Vacca è, prima di tutto, un poeta, non poteva non celebrare i propri scaffali attraverso alcuni versi. Ecco, dunque, le rime dedicate alla sua libreria, perennemente assediata da pagine nuove.

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La mia libreria

 

In disordine sparso tra i libri

inciampo nelle parole

come si cade nella vita.

Ogni giorno

è un assedio di pagine nuove

e io sono felice di essere l’assediato.

La mia libreria è una casa

che non finirò mai di arredare.

La forza di andare avanti

è nella bellezza di scaffali da riempire.

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Tra gli scaffali di Claudio Morandini

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Non c’è un ordine tra i libri della nostra biblioteca. Resistono nella loro compattezza alcuni settori (testi di argomento musicale, classici latini e greci, umorismo, dinosauri), ma per il resto vige un caos che ogni due-tre anni proviamo a attenuare. Per esempio, gli autori svizzeri sono sparpagliati, Ramuz in particolare te lo ritrovi ovunque. Anche i grandi e piccoli classici della letteratura italiana occhieggiano da ogni scaffale, anche se esistono eccezioni virtuose: Arturo Loria è tutto assieme, lo stesso dicasi di Vigevani, di Biamonti o, che so, di Tobino o Campanile; irreparabilmente sparsi sono, tra i tanti, Manganelli, Mattioni, Santucci, Mariotti. Sembra prevalere comunque una disposizione per autori, al massimo per scuole, non per collana o casa editrice.

Intanto, sugli scaffali le file di libri raddoppiano – confidiamo nella resistenza del vetro e del legno. Piccole pile di libri si vanno formando in diverse zone della casa, in attesa di una lettura e di una collocazione. In un paio di angoli fuori mano hanno trovato sistemazione da decenni antichi remainder di poesia bucherellati (Gaspara Stampa, Buonarroti, Gongora…).

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Lo so, sembra proprio la libreria di un accumulatore compulsivo: ma in realtà  questi sono gli spazi che abbiamo deciso di lasciare ai libri; quando la capienza di questi spazi sembra insufficiente arriva il momento dei regali a chi capita a tiro, degli arrivederci e grazie, degli abbandoni lungo l’autostrada o negli appositi scaffali della biblioteca. Ne hanno fatto le spese in questi anni diversi titoli (thriller, noir, satira, roba usa-e-getta, imperdibili allegati di quotidiani e settimanali, sedicenti capolavori rivelatisi mediocri o invecchiati subito male, libri con troppi refusi, strenne imbarazzanti).

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Tra gli scaffali di Roberto Saporito

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Con Roberto Saporito inauguriamo, oggi, una rubrica dedicata alle piccole (o grandi) biblioteche domestiche di scrittori, traduttori e critici.

Attraverso immagini e parole, i proprietari degli scaffali ci guideranno tra i loro tesori di carta.

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Quando ho messo su casa la prima cosa che ho fatto è stata farmi costruire, da un abile falegname, una libreria, come la immaginavo da anni, nella stanza più importante e sulla parete più grande. Quando l’ho vista finita mi è venuto il forte dubbio che non ce l’avrei mai fatta a riempirla. Il problema è che sono (purtroppo? per fortuna?) un lettore forte, e nel giro di pochi anni ho dovuto farne costruire un’altra (che nel frattempo ho già riempito), infatti oggi leggo più eBook che libri cartacei, che, almeno, non “pesano”, anche in maniera pericola (ho spesso il terrore che possa cedere e sprofondare al piano di sotto), sui pavimenti della mia casa.

Tra i libri della mia libreria ci sono (tra gli altri) tutti quelli pubblicati (con l’autore in vita, i libri postumi, in generale, non mi sono mai piaciuti) da Charles Bukowski, Don DeLillo, Milan Kundera, Raymond Carver, J D Salinger, Philip Roth, Jay McInerney, Bret Easton Ellis, Douglas Coupland e Pier Vittorio Tondelli