​Tra gli scaffali di Ezio Sinigaglia

Della mia ormai lontana e impallidita ascendenza ebraica dev’essere filtrata fino a me una cosa sola: il karma dell’erranza, che ho trasmesso anche alla mia sposa insieme all’uso facoltativo del cognome. Questo destino vagabondo non si è manifestato tanto nella forma avventurosa e drammatica del viaggio quanto in quella polverosa e tragicomica del trasloco. Lo scatolone è l’oggetto che meglio di ogni altro simboleggia la nostra irrequietezza fra poco prima dei quaranta e poco dopo i sessant’anni, la nostra vocazione irragionevole a smobilitare conservando, a demolire e ricostruire, a ripopolare di cianfrusaglie la tabula rasa appena conquistata. Lo scatolone, un qualsiasi scatolone, purché abbastanza grande e solido, rinforzato da nastri adesivi sotto le giunture e sugli spigoli, è il recipiente ideale della nostra storia.
Non è difficile immaginare quali caotiche conseguenze il susseguirsi di una dozzina di traslochi in una trentina d’anni possa aver prodotto sulla mia povera biblioteca. E ai traslochi occorre aggiungere l’integrazione nei miei scaffali di gran parte della biblioteca tutt’altro che insignificante dei miei genitori, e ancora la perdita del lavoro e, quindi, dello studio inteso come residenza separata dall’abitazione, cioè di oltre il 50% dello spazio riservato ai libri.

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La celebre collana Medusa sembra raccolta con amorevole cura in un unico luogo. In realtà ci sono altre meduse, sempre addensate in piccole colonie, in altri tre scaffali, mentre, come si vede, fra le meduse della colonia principale affiorano qua e là creature più bonaccione e meno urticanti.

Un primo effetto macroscopico di queste piccole catastrofi è il disordine. I libri, ormai, nei miei scaffali, sono allineati senza nessuna logica, senza nessuna ratio, senza nessuna speranza di essere reperiti in base a una mappatura mentale, sia pure grossolana, della loro posizione. Stanno lì, semplicemente, nell’ordine caotico in cui sono usciti l’ultima volta dagli scatoloni che li contenevano. Ecco una sequenza, da sinistra a destra, scelta a caso: Bonfantini, Un salto nel buio, Feltrinelli 1959; Tolstoj, Resurrezione, vol. I (del vol. II non c’è traccia), Bietti 1933; Dossi, Opere, a cura di C. Linati, Garzanti 1944 (è un volume rilegato di circa 1000 pagine, quarta perla della collana Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento); Antonielli, Oppure niente, Mondadori 1971; Le Carré, La spia che venne dal freddo, BUR 1980; Pietro Chiodi, Banditi. Un diario partigiano 1939-1945, Edizioni dell’Unità 2003; Luciano Marrocu, Debrà Libanòs, Il Maestrale 2003 (donatomi  credo dall’autore, che abitava a Cagliari, nello stesso palazzo restaurato di Castello in cui io avevo lo studio nei primi anni 2000); T. Middleton e W. Rowley, I lunatici. Tragedia in cinque atti, Avanzini e Torraca editori 1968; Fachinelli, Muraro e Sartori (a cura di), L’erba voglio, Einaudi 1971; Cooper, La morte della famiglia, Einaudi 1972; Cooper, Grammatica del vivere, Feltrinelli 1977; Gruppo Teatro-Gioco-Vita, Io ero l’albero (tu il cavallo), Guaraldi 1972; Arbore & Boncompagni, Il meglio di Alto Gradimento, BUR 1976; Leopardi, I Canti, a cura di Luigi Russo, Sansoni 1963 (è un mio testo scolastico del liceo); Freud, Al di là del principio di piacere, Biblioteca Boringhieri 1986; seguono due volumetti di poesie di tale Arcidio Baldani, un eccentrico personaggio che nei primi anni Settanta si poneva a guardia delle sale da concerto e dei teatri più off-off di Milano con una gran pila di libri sotto il braccio, apostrofando gli aspiranti spettatori, uno per uno, con questa scaltra domanda: Legge poesia?; Tommaso Miceli, Poesie in cellophane, I Dispari s.d.; Norman O. Brown, La vita contro la morte. Il significato psicoanalitico della storia, Tascabili Bompiani 1986; Castaneda, L’isola del tonal, BUR 1975. Mi fermo a questo titolo che, simbolicamente, allude ad associazioni non meno cervellotiche di quelle che legano i miei libri nelle loro improbabili catene.

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Poiché ogni regola, anche la più astrusa, ha le sue eccezioni, qui si può ammirare, sullo scaffale più alto, da sinistra, una rappresentanza cospicua (quindici titoli) della bella, vetusta collana di Bompiani Grandi Ritorni, orgoglio di mio padre, rimasta miracolosamente unita e intatta attraverso sette o otto cambi di dimora. Dove questa collana finisce, ne dovrebbe iniziare un’altra, sempre bompianiana, sempre gloriosissima (Il centonovelle), della quale possiedo solo cinque titoli: ma il primo di questi cinque titoli è andato dispettosamente a insinuarsi fra il penultimo e l’ultimo dei Grandi ritorni: un’eccezione all’eccezione che suggerisce un grande ritorno  o un ritorno in grande stile alla regola del caos. Avrei potuto facilmente rimediare prima di scattare la foto, ma ho preferito offrire una testimonianza probante della mia rassegnazione di bibliotecario umiliato dalla vita.

Il secondo effetto travolgente delle catastrofi subite dalla mia biblioteca consiste in una cronica e – com’è inevitabile – crescente mancanza di spazio. Le nuove acquisizioni non fanno che accumularsi in pile su qualunque superficie liscia, o in una cesta o cassetta della frutta nascosta sotto un mobile, o sui margini di scaffali già abitati da altri libri che si rendono in questo modo invisibili, irraggiungibili e ingiuriati.

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Questo tavolo pseudo-inglese ha ripiegato le ali per trasformarsi in uno scaffale di fortuna.
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Memorie, prevalentemente involontarie, “cestinate”.

 

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Questa étagère magra e malandata allieta la mia camera da letto, che è anche la camera da lettura per antonomasia: i libri più importanti non si vedono.

 

È certo lecito domandarsi che funzione possa svolgere, in un contesto di molta sofferenza e poco spazio come quello che ho descritto, il vizio dei doppioni. Per illustrarlo ho scelto due titoli che, chissà perché, mi sembrano gravidi di significato.

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Eppure, come bibliotecario, ho i miei meriti. Tali e tanti da poter appiccicare a questa storia sgangherata un lieto fine.

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Questa magnifica libreria chiusa da due ante vetrate e popolata di volumi piuttosto antichi (il grosso è dei primi tre decenni dell’Ottocento) mi è stata lasciata in eredità da un’amica di mia madre, che doveva considerarmi un bibliotecario ben più scrupoloso di quanto non sia diventato negli anni. Sarà stato forse per renderle omaggio che a questa sezione speciale della mia biblioteca ho dedicato cure speciali: imballaggi apprensivi e amorevoli, organizzati in piccoli scatoloni classificati  con una pignoleria che è totalmente estranea alla mia natura  da I/1 a VI/3, dove il numero romano rappresentava lo scaffale (dall’alto in basso) e quello arabo la posizione del gruppo di libri sullo scaffale (da sinistra a destra). Una fatica non esorbitante, che mi ha assicurato il premio di questa foto autocelebrativa.

 

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Tra gli scaffali di Mariolina Bertini

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Lo scaffale parigino

Io ho due biblioteche. La prima esiste realmente. Ospita in doppia fila – e a volte in un supplementare strato orizzontale – una massa eterogenea e ingovernabile di volumi che, sull’arco di cinquant’anni, si sono moltiplicati in casa mia come quelle piante spinose che in un romanzo di John Wyndham invadevano la terra, soffocando ogni altra forma di vita: i trifidi. La percepisco come un’entità minacciosa e coltivo – senza osare realizzarlo – il sogno di attaccarla a colpi di machete, riconquistando una volta per tutte quello che il nefasto imbianchino tedesco definiva “Spazio Vitale”.
La seconda, che non esiste, è la mia biblioteca ideale. Accoglie soltanto testi amatissimi e irrinunciabili. Nella sua essenzialità, sfugge al caos. Allinea i libri della mia vita: Spie di Carlo Ginzburg, I Divoratori di Annie Vivanti, Topolino e il topazio dello zio in ozio, Chesterton, Colette, Toti Scialoja, Gozzano… Certo, è piccola, ma non deve mica sostituire le biblioteche pubbliche o quelle digitali, dove i classici – tanto amati anche loro – sono disponibili in ogni momento. È come i vasetti di basilico e di menta del mio balcone, che non ambiscono a rivaleggiare con l’orto botanico di Palermo né con la foresta amazzonica.
Nella biblioteca tangibile, quella che esiste davvero, c’è un solo scaffale che fa parte anche della biblioteca ideale. È quello dei libri su Parigi. È cresciuto a partire dagli anni settanta del secolo scorso, mentre studiavo Baudelaire e i suoi amici giornalisti, i teatri del 1830, i boulevards con i caffè da cui Balzac osservava l’eleganza dei dandies e delle coquettes. Non l’ho alimentato con la sistematicità del collezionista. Gli acquisti un po’ casuali, le trouvailles insperate, i regali degli amici si sono accumulati nel tempo. Alla fine, mi sono accorta che più che uno scaffale era diventato quello che i francesi chiamano un lieu de mémoire: un monumento domestico ai miei ricordi parigini. Nulla di quel che contiene avrebbe valore per un bibliofilo. Ma tutto ha valore per me, soprattutto quel che riporta in vita persone e luoghi che non esistono più.

2. Guide
Di tutti i libri del mio scaffale parigino, quello più sorprendente e più istruttivo è, credo, il Guide de Paris mystérieux pubblicato per la prima volta nel 1966, sotto la direzione di François Caradec, genio eccentrico, parodista e eversivo. È una guida alla Parigi letteraria: accurate piantine indicano le abitazioni di Balzac e gli itinerari di Nadja, l’eroina di Breton. Ma rispecchia anche i poliedrici interessi di Caradec: conduce il lettore sui luoghi dei misteri della Storia, dei drammi della cronaca nera, delle più antiche e singolari leggende metropolitane. Dalle Catacombe ai banditi anarchici della Banda Bonnot, il mito di Parigi raccontato nel Guide ha il fascino delle ballate popolari ma anche quello un po’ macabro delle statue di cera del Museo Grévin.

3. Yonnet
Non troppo diversa, la Parigi evocata da Jacques Yonnet, amico di Queneau, in Rue des maléfices (1954), è una Parigi inquietante e notturna, dove i clochards sono i depositari di storie fantastiche che rimandano a tempi lontani.

4. Clébert
Più precisa, più riconoscibile nei suoi aneddoti fitti di nomi è quella di Apollinaire nel Flâneur des deux rives (1928). Molto inconsueta è poi la città di Jean-Paul Clébert (Paris insolite, 1952), vagabondo autentico e scrittore occasionale, che descrive in presa diretta una periferia semi-campestre oggi completamente scomparsa.
Sono ben conosciuti, i libri che ho citato finora. Quello con il quale vorrei concludere, invece, non lo conosce quasi nessuno. È Paris porte à porte di Pierre Cautrat (1917-1978), pubblicato nel 1957 e poi ristampato nel 1996. Dopo la Resistenza, in cui è stato ferito e ha perso una parte della sua famiglia, Pierre Cautrat cerca di sopravvivere facendo a Parigi mille mestieri: vende porta a porta saponette, scope, spezie, giornali per ciechi, assicurazioni sulla vita, misteriosi apparecchi a raggi ora ultravioletti ora ultrarossi… Il racconto pieno di humour delle sue avventure compone davanti ai nostri occhi un’immagine inedita ed esilarante della Parigi del tempo, dalle portinerie ai caffè, dalle chiatte della Senna all’Accademia di Belle Arti.

5. Cautrat
Autore di due libri soltanto, Pierre Cautrat è oggi dimenticato; ai frequentatori della Parigi di Simenon, di Modiano, di Pennac il suo nome non dice nulla. Eppure, chissà. Forse, nel momento stesso in cui scrivo queste righe, su un quai della Senna, qualcuno sta frugando nelle casse di un bouquiniste. Pesca un piccolo libro che in copertina ha la foto di una burbera concierge, di quelle che rispondono sgarbatamente persino a Maigret. È incuriosito dal titolo, Paris porte à porte, e comincia a leggere:

Ossessione delle porte. Porte delle fabbriche! Porte dei laboratori! Porte dei negozi, degli immobili, degli appartamenti! Porte dei bar, dei caffè, dei ristoranti! Porte delle chiese, delle sagrestie, delle canoniche! Porte degli uffici, dei ministeri, delle amministrazioni! Quante ne ho varcate in ventisei mesi, a caccia di un pasto? Quante? Porte, portoni, porte girevoli, cancelli, battenti, portelli? Dove mi hanno portato, queste migliaia, queste decine di migliaia di porte passate e ripassate? Da nessuna parte.
Capita a volte di perdersi nella grande città, di perdersi a Parigi …

Tra gli scaffali di Ippolita Luzzo

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Caro Giacomo, alla maniera di Andrea Barbato, una cartolina per te, dai miei scaffali.
Cartolina di Andrea Barbato abita qui, insieme a me. Non ho scaffali e non ho neppure librerie, i libri si spostano a casa mia dalla camera da letto in cucina, in soggiorno. In bagno non gradiscono, alcune volte si fermano all’ingresso, sulle scale.
In una casa a schiera sviluppata in tre piani i libri hanno scelto i divani, le sedie, il tavolo, i comodini, il comò. Un continuo girovagare. Va da sé che, quando ne devo cercare uno, lo debba chiamare, inutile mi sembra mettersi a cercarlo, confido sempre nella sua buona volontà di farsi trovare.

Di solito sono ubbidienti e non mi fanno disperare. Sanno che moltissimi altri libri sono stati messi in sacchi e sacchi e donati, depositati in scuole e biblioteca, nella raccolta differenziata!
Ho un cestino nelle scale dove cestino i libri scritti male, libri insulsi per suono, ritmo e sintassi.
Libri illeggibili per contenuto, forma e altre amenità.
Certo, costoro mi guardano un po’ male, aspettano di essere ripresi, ogni tanto infatti mi capita di salutarli e di risfogliarli, chissà!
Ornella, la ragazza che mi aiuta a casa, tenta di indurmi ad un ordine fatto di spolverate e di contenimento. Lo vede anche lei sul tavolo della cucina troneggiare Simenon di Adelphi Memorie Intime insieme a Vertigine di Julien Green e non le sembra il caso di cucinare Le Rane di Aristofane o mettersi a discutere con Il pescatore di tonni di Raffaele Mangano e invitare Jenny la secca di Claudia Lamma.

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Non so proprio cosa voglia dire ordine e quindi insieme a loro stanno la corrispondenza inevasa, le bollette antiche aperte e dimenticate, giornali dove scribacchio qualche articolo, qualche articolo di amici giornalisti su di me, le mie cartelle cliniche con le visite passate presenti e future, le mie brutte copie di appunti e appunti presi a conferenze e a eventi. Tutto riversato nel mio blog, quel regno della Litweb, vera libreria, ordinata, questo sì, basta mettere su Google mio nome accanto al titolo del libro ed ecco trovato ciò che ho scritto di quell’autore, di quel romanzo. Potenza del web! Scaffali quindi condivisi con voi tutti, scaffali con voi tutti, avevo sul divano Racconti partigiani, tuo libro, uscito con Il Sole 24 ore tempo fa, dove ti ho conosciuto, e Il grande regno dell’emergenza di Alessandro Raveggi. Possiamo aggiungere documentazione fotografica di questo bel casino, una compagnia allegra nel mortorio continuato di una città senza vita. Dagli scaffali del web un saluto da Andrea Barbato, pardon, dalla regina della Litweb.

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Ippolita Luzzo, laureata in filosofia con tesi su Stirner, L’Unico.
Da giugno 2012 scrive sul blog “Ippolita La regina della Litweb” quasi un giornale di cui lei è editorialista, direttrice e cronista. http://trollipp.blogspot.it/
Col suo blog indaga e legge ogni momento letterario ed artistico per lei autentico interpretando in modo originale il senso del testo.
Ha vinto il premio Parole Erranti il 5 agosto 2013 a Cropani, nell’ambito dei Poeti a duello, X Festivaletteratura della Calabria .
Nel 2016 ha vinto il concorso Blog e Circoli letterari indetto da RadioLibri nell’ambito di Più Liberi più libri al Palazzo dei Congressi a Roma.
Nel 2017 fa parte della giuria del Premio Brancati .
Scrive su alcuni giornali online e riviste.
Molti suoi pezzi stanno nelle cartellette degli autori che, fidandosi, le mandano i loro scritti.

Nella libertà di lettura.

 

Tra gli scaffali di Guido Michelone

 

Avendo una casa grande ed essendo un appassionato di libri (e di lettura), ovviamente posseggo moltissimi volumi, anche se non li ho mai contati (e non li ho nemmeno letti tutti). Viaggio comunque sulle migliaia di titoli! Non saprei dire se la quantità di libri dipenda dai metri quadrati abitativi o viceversa, è un po’ come la questione della nascita dell’uovo e della gallina. Io e Francesca, grazie alle sue competenze di architettura d’interni (con tanto di diploma all’Istituto Europeo di Design di Milano, dove peraltro ci siamo conosciuti e fidanzati, io da docente, lei da tutor), prima di diventare linguista e scrittrice, abbiamo tentato di razionalizzare al meglio gli spazi della dimora, in modo da collocare i libri in luoghi diversi a seconda degli argomenti; abbiamo quindi sei librerie, a partire dal seminterrato dove la distribuzione risulta la seguente: nel salone buddista ci sono: narrativa, poesia, fumetto, teatro, storia, filosofia, critica letteraria, scienze umane; nel lungo corridoio: arte classica, architettura, design e critica d’arte, riviste rilegate; nel mio studio: musica, cinema, massmedia; nella stanza dei long-playing: fotografia e ancora musica (e accanto la stanza dei CD); nel cucinino: gastronomia, enologia, ricette. Al piano nobile, in sala, nel Piroscafo (un mobile griffato di Aldo Rossi) abbiamo collocato l’arte contemporanea e infine in camera da letto i libri scritti da me e da Francesca.

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Partirei da quest’ultimo angolo, perché è naturalmente quello a cui sono maggiormente affezionato, essendo composto dalle mie, dalle nostre creature: più di cento titoli (in tutto 124 considerando le curatele e le antologie, dove comunque appaiono i nostri nomi) realizzati, da parte mia, in circa un trentennio di indefessa attività, talvolta persino nevrotica, con il desiderio impellente di scrivere, pubblicare, attendere pensando già al titolo successivo, con il rischio del non-finito michelangiolesco (al contrario Francesca centellina per bene ogni uscita). Sopra il letto sono dunque disposti – in un’altra libreria d’autore – i nostri testi (Francesca arriva a 10 titoli, tra poesia e antologie) collocati su quattro scaffali più o meno in ordine logico: guardando la foto le due macchie nere a destra concernono due blocchi relativi ad altrettanti editori: da un lato l’Educatt dell’Università Cattolica di Milano con le mie dispense sulla musica afroamericana, dall’altro Gianluca Barbera Editore (ora Melville Editrice) di Siena con biografie di musicisti. La macchia chiara sulla sinistra invece riguarda i testi di Torinopoesia (Marco Valerio Editore) tra cui spicca Frau, l’esordio di Francesca Tini Brunozzi: non lo dico perché è mia moglie, ma si tratta di una delle maggiori autrici in assoluto in questo inizio di XXI secolo! Un testo su tutti: il recentissimo Il grado zero della buona educazione. Poesie per spaccare. E tra i miei, riguardando gli scaffali, io sono particolarmente affezionato ai romanzi Cinquanta secondo Novecento e Giovane giovane giovane, ai racconti di Parigi a Vercelli, ai saggi Il jazz-film, I Simpson, Jazz forever, Pazzi per i Beatles, e ai libri di interviste Jazz Interviews e El jazz habla espanol rispettivamente in in lingua inglese e castigliana.

Tra gli scaffali di Fabio Cremonesi

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Temo di essere l’esatto contrario di un bibliofilo: tratto male i libri, li perdo, ci scrivo sopra, li uso come sottobicchiere, ma soprattutto li presto senza curarmi di chiederli indietro e li regalo spesso e volentieri. Queste ultime due cose naturalmente riguardano solo i libri belli, quelli brutti rimangono lì, con il paradossale risultato che la mia casa è stipata di libri brutti, ma si fa molta fatica a trovare un bel libro. Nel corso degli anni credo di aver regalato venticinque o trenta copie de Il medico di corte di P. O. Enquist, spesso ho voglia di rileggerne qualche pagine, allora me lo ricompro, ma poi torno a regalarlo, quindi in casa non ce l’ho mai. Lo stesso vale per Vita standard di un venditore provvisorio di collant di Aldo Busi e per qualsiasi altro libro importante della mia vita.

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Una curiosità, che è una variazione sul tema del brutto anatroccolo: le librerie marroni sono delle banali ivar dell’ikea a cui un’amica architetta, Barbara Narici, ha dato nuova vita con un rivestimento in terra cruda.

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Tra gli scaffali di Roberto Lana

 

C’è chi cambia casa perché la famiglia si allarga, perché i figli crescono, perché ci si vuole avvicinare o allontanare dal centro.

Noi abbiamo cambiato casa perché non avevamo più spazio per i libri.

In occasione del nostro matrimonio, abbiamo organizzato la lista nozze presso una libreria indipendente della città, permettendoci così un paio d’anni di autentico paradiso: entrare in libreria e prendere ciò che si vuole, davvero non ha prezzo.

Ciò ha ovviamente aggravato la già critica situazione del rapporto libri/spazio e ha ulteriormente accelerato la decisione di cambiare casa.

La libreria del soggiorno nella casa dove abitiamo da ormai una decina di anni è un semplice mobile componibile da ufficio, bianca, anonima, che ormai ospita in quasi tutti i ripiani una doppia fila di volumi.

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Inizialmente avevo cercato di organizzare gli spazi della libreria per case editrici, per colore, per argomento, ma il carattere decisamente anarchico di tutto ciò che entra a casa mia ha avuto la meglio su qualsiasi tentativo di ordine.

Nella libreria, l’unica sezione che ha mantenuto un carattere ben definito è quella della narrativa francese che, nonostante tenda ad occupare sempre più posto, mantiene un carattere decisamente composto e disciplinato.

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La parte più corposa – con un po’ di snobismo – è quella dei romanzi Gallimard di cui adoro le copertine dal colore indefinito, tra il rosa e il giallo pallido, dall’aspetto anonimo e rigoroso, che restituisce valore al contenuto del libro, senza inutili ammiccature. Accanto e dietro ai Gallimard, tutto un universo di romanzi noti e meno noti, alcuni inspiegabilmente orfani della traduzione italiana (Valérie Zenatti, Emmanuelle Pagano, Mathieu Riboulet e altri) e a fare loro da contraltare, un ripiano sotto, una piccola rappresentanza di titoli Adelphi.

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La biblioteca del corridoio, più modesta, è una democratica e svedese Billy a tutta altezza, che accoglie testi legati alla professione di insegnante (libri di testo, vocabolari), testi di storia della musica, la collezione di dischi, giochi di società, fumetti…

Non ci sono dubbi, l’ordine non è certo il suo punto forte, le carte, i ritagli di giornale, le fotocopie si ammassano e probabilmente si riproducono selvaggiamente durante la nostra assenza.

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Mi è quasi impossibile passare dal corridoio senza fermarmi, spesso per cercare di ristabilire un ordine illusorio e sempre precario.

Tra gli scaffali delle librerie (ve n’è una terza in studio, ma è meglio soprassedere) vi sono autori più evidenti (i classici della letteratura, alcuni narratori italiani e stranieri, sopra tutti Calvino, Balzac, Dick, i fumetti di Hergé, Amélie Nothomb, Pavese…).

Vi sono tuttavia altri piccoli capolavori che si nascondono in seconda fila e che di quando in quando vengono riportati in superficie, ma la discrezione di autori a me particolarmente cari come Zweig, Istrati, Hrabal ha spesso la meglio e riguadagnano il loro posto nascosto, protetti da volumi più chiassosi ed esuberanti. Ma è inutile, io so che da qualche parte ci sono anche loro…

Tra gli scaffali di Simone Ghelli

Sono cresciuto in una famiglia senza biblioteca, eppure fin da piccolo ho preso la malattia della lettura. Leggevo così tanto che nella piccola scuola elementare di Populonia, ormai chiusa da anni, lessi praticamente tutto quello che c’era da leggere. Mi ricordo che in premio mi regalarono Ventimila leghe sotto i mari, anche se nella mia memoria questo fatto è diventato come parte di un racconto “mitico”, qualcosa che ha il sapore dell’invenzione per essere messo nell’incipit di un bel romanzo di formazione.

Resta il fatto che ho sempre amato i libri in quanto oggetti fragili e preziosi al tempo stesso – preziosi per il loro contenuto, fragili nella loro materialità – di cui amo anche i segni del loro deteriorarsi: le macchie gialle di umidità sulle pagine, i bordi arricciati di certe copertine, lo scricchiolare della costa quando li riapro dopo tanto tempo.

Da qualche anno, grazie alla tecnologia, mi sono in parte convertito al formato digitale, ma i libri più importanti (quelli su cui mi sono formato) ho continuato a portarmeli dietro nei vari traslochi. Potrei dire che sono poche decine: libri che ho riletto o che un giorno rileggerò (come i Pasolini e i Gadda della foto), di cui so di aver compreso ancora poco o niente, ma che in un certo senso mi hanno aiutato a emanciparmi, a sentirmi un po’ meno parvenu durante gli anni universitari (io che mi presentavo con un diploma in ragioneria).

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Molti di questi libri me li hanno regalati i miei genitori, ai quali lasciavo ogni anno una lista dalla quale attingere per Natale o il mio compleanno. Grazie a loro ho scoperto e amato i vari Camus, Mishima, Tozzi, DeLillo, McEwan e via dicendo – autori tra loro diversissimi, che hanno composto la mia stramba geografia interna di autodidatta. Se sono così legato a certi libri è anche e soprattutto per questo: perché ognuno di loro è figlio di un gesto d’amore, di uno spirito di sacrificio che mi ha insegnato a sentirmi responsabile per ogni singola parola che scrivo.