Le letture francesi di Mariolina Bertini: Miseria nera di Paul Verlaine

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Dal 1886, anno della morte della madre amatissima – che lui per altro, durante una crisi di follia, aveva cercato di strangolare – la vita di Verlaine è tragicamente segnata dalla miseria e dalla malattia.  Ed è proprio sotto il segno della malattia che nasce Mes hôpitaux  (I miei ricoveri), divagante rievocazione di una serie di esperienze ospedaliere vissute tra il 1886 e il 1890. Pubblicato nel 1891, I miei ricoveri  viene ora tradotto per la prima volta in italiano e accorpato, sotto il titolo Miseria nera (traduzione e cura di Michela Landi, Edizioni della Sera, Roma 2017, pp. 200, euro 14), a un altro scritto autobiografico del 1893, Quindici giorni in Olanda. Ne risulta un volume – tradotto, annotato e presentato con estrema cura – che ci familiarizza con la voce dell’ultimo Verlaine; la voce “dall’inimitabile accento di verità”, come scrisse Anatole France, di un poeta al tempo stesso totalmente cinico e profondamente mistico.

La cronaca del viaggio in Olanda, resoconto di un periodo di rara serenità  tra artisti amici,  è ricca di particolari pittoreschi e divertenti, dai paesaggi che i canali, al chiaro di luna, attraversano come “lame di luce”, ai negozi “scintillanti” e alle affollate osterie. Ma la parte  di gran lunga più suggestiva  del volume è certamente I miei ricoveri; si resta stupefatti davanti alla vivacità e allo humour con cui  quest’uomo devastato dalla sifilide, dall’alcoolismo e da gravissime patologie reumatiche, trasforma lo squallore ospedaliero in  una vera e propria fantasmagoria, in un caleidoscopio di mobili frammenti visivi colti con una sensibilità pittorica esacerbata.

Accade così che, con il mutare dello stato d’animo del ricoverato, uno stesso ospedale , a distanza di  qualche mese, si trasformi completamente. Al primo ricovero, l’Hôpital Tenon, allora uno dei più recenti di Parigi, esempio dello stile monumentale del Secondo Impero, appare al poeta come “una nuda reggia dagli alti saloni”. Un anno dopo assumerà  un aspetto ben più  opprimente:

Ed ecco, per la seconda volta, la nuda reggia, ma quanto cambiata, incupita , rispetto alle settimane di apprendistato! Le alte finestre dai lunghi tendaggi bianchi  somigliano ai battenti di una prigione per giganti o di qualche manicomio visto in sogno…

Può accadere che il letto verso cui si dirige il nuovo ricoverato, al suo arrivo sia ancora occupato  da “una forma stretta e allungata, avvolta in un lenzuolo con un nodo sotto il collo”: è il suo predecessore, che verrà portato via  in una sinistra barella coperta, detta la “scatola da domino”. La vita in ospedale  è un familiarizzarsi continuo con la morte. Ed è anche un doloroso esercizio di adattamento alla provvisorietà di tutte le cose: il giovane amico conosciuto durante un ricovero e ritrovato l’anno dopo, da un giorno all’altro non dà più notizie, nessuno sa dove sia finito. Si è perso nel vasto mondo, lasciando dietro di sé il ricordo di un bellissimo viso e di una voce tenorile che cantava con grazia le romanze popolari della vecchia Parigi. La realtà esterna che aspetta chi lascia l’ospedale è spesso così ostile, così spietata e miserabile, da trasformare, nella memoria, il ricovero in una sorta di Eden.  Ed è certamente la nota più straziante di questa “ballata ospedaliera” quella della nostalgia, che risuona in una delle pagine più struggenti:

Sì, forse un giorno ci torneranno in mente come melodie del passato queste conversazioni da letto a letto, da parte a parte della sala, come: “Via, signori, un po’ di silenzio, insomma! Qui non siamo alla Camera dei Deputati. “ (…) Torneranno i sonni interrotti da gridi d’agonia, il vociferare di qualche alcoolizzato, i risvegli con queste notizie: “Il 15 ha tirato le cuoia. – Hai sentito quel porco del 4? Alla faccia sua, quanto accidenti russa!” Ma più di ogni altra cosa ci tornerà in mente, ahimé! sotto forma di utile rimpianto, la calma sobria, la rigida sicurezza, di questi luoghi di dolore, ovvio, ma anche di cure certe e pane per i nostri denti.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: lo sguardo cupo e profondo di Baudelaire

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Baudelaire è, con Leopardi, uno dei rari poeti del XIX° secolo che non lasci indifferente il lettore di oggi, di qualunque età e di qualunque livello culturale. Inoltre, il lettore italiano si trova nella condizione privilegiata di poterlo leggere tradotto da tre grandi poeti, che tutti e tre si sono confrontati con l’integralità dei Fiori del male: Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni. E per quanto sia un lettore principiante o disinformato, non può non avvertire nei suoi versi, formalmente impeccabili, la traccia di una memoria personale amorosa e straziata, luminosa e inconsolabile:

Ma il verde paradiso degli amori infantili,

le corse, i baci, i fiori raccolti, le canzoni,

i violini che vibrano più in là delle colline

e di sera, tra gli alberi, il vino nei boccali

̶ il verde paradiso degli amori infantili

Innocente, e colmo di piaceri furtivi,

già è più lontano dunque dell’India e della Cina?

(Trad. di G. Raboni)

Tre libri recenti ci consentono di penetrare, da tre ingressi diversi, nel mondo di Baudelaire: uno studio d’insieme, una biografia e un romanzo incentrato sulla figura di sua madre. Tutti e tre ci permettono di avvicinarci a un poeta che continuiamo a sentire singolarmente prossimo e familiare, anche se la sua figura si staglia sullo sfondo per noi ormai remoto della metropoli ottocentesca con i suoi lampioni a gas, i suoi boulevards affollati e i suoi artisti bohémiens pronti a prendere le armi sulle barricate nei giorni di rivolta.

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Antoine Compagnon, con Un’estate con Baudelaire (trad. di Camilla Panichi, Garzanti, 2016) ci guida lungo un percorso di grande ricchezza. Partendo in ogni capitolo da un testo – in poesia o in prosa – fa emergere in modo magistrale le contraddizioni di Baudelaire, lacerato tra il desiderio di poetizzare il presente attraverso nuovi miti, e la consapevolezza della “desacralizzazione dell’arte” che il progresso porta inevitabilmente con sé. Utilizzando un linguaggio limpido ed essenziale, rende giustizia a tutte le ambiguità del pensiero baudelairiano, che esplora in ogni campo: dalle arti figurative alla politica, dall’estetica ai giudizi sui contemporanei, dalla riflessione sulla fotografia a quella sulla moda. E salda la visione filosofica dell’autore dei Fiori del male alla sua poetica in modo molto convincente:

Baudelaire fu uno dei primi a osservare l’accelerazione dell’arte e la sua trasformazione in mercato, e cerca di mantenere, contro la corsa travolgente del tempo, contro il domani che elimina l’oggi, una continuità della bellezza. La modernità di Baudelaire è la resistenza a un mondo moderno in cui tutto diviene perituro; è la volontà di conservare e di trasmettere qualcosa che duri.

La lettura di Compagnon è quella di un critico di oggi, di un allievo di Roland Barthes che continua la tradizione del maestro praticando una saggistica egualmente lontana dalle semplificazioni divulgative e dall’indigesta erudizione accademica. Ma come vedevano Baudelaire i suoi contemporanei? Da tempo gli studiosi hanno raccolto tutte le loro testimonianze, e ci hanno familiarizzato con la figura di un dandy che amava scandalizzare i benpensanti con le sue eccentricità ma, al tempo stesso, dar prova del più austero rigore come traduttore, come critico e come artista. È proprio questa l’immagine che emerge dalla biografia che uno dei migliori amici di Baudelaire, Charles Asselineau, scrisse del poeta due anni dopo la sua morte, e che arriva ora nelle nostre librerie in due diverse edizioni (Ch. Asselineau, Vita e opere di Charles Baudelaire, trad. di Albino Crovetto, a cura di Ida Merello, Il Canneto, Genova, 2016 e id. Charles Baudelaire. La vita, l’opera, il genio, a cura di Massimo Carloni, Bietti, Milano, 2016). Asselineau, esperto di poesia latina della decadenza e autore di una Bibliographie romantique, era stato presentato a Baudelaire da un amico pittore, Deroy, quando il poeta aveva poco più di vent’anni. È emozionante entrare con lui nell’ampia mansarda che Baudelaire occupava allora all’Hôtel Pimodan (un palazzo storico dell’Ȋle Saint-Louis), dove, tra il letto e il camino, sulla carta da parati rossa e nera, spiccava un ritratto del poeta dipinto proprio da Deroy e, sulla parete di fronte, una copia delle Donne di Algeri nei loro appartamenti di Delacroix. Il ritratto fissava l’elegante figura di un giovane Baudelaire che non aveva ancora dissipato l’eredità paterna. Asselineau, quasi trent’anni dopo, lo descrive come se lo avesse sotto gli occhi:

La figura, molto materica e lavorata, si distacca in parte da un fondo chiaro, in parte da un drappo rosso scuro. La fisionomia è inquieta, o meglio, inquietante; gli occhi sono spalancati, le pupille fisse, le sopracciglia inarcate; le labbra espirano, la bocca sta per parlare; una barba incolta, folta e fine, s’increspa intorno al mento e alle guance. La capigliatura, abbondante, forma ciuffi sulle tempie; il corpo, inclinato sul gomito sinistro, è bardato dentro un completo nero da cui sfuggono un pezzo di cravatta bianca e delle mezze maniche di mussolina plissettata. Aggiungete a questa tenuta stivali di vernice, guanti chiari e un cappello da dandy, e avrete il Baudelaire di allora, tale e quale lo si incontrava nei dintorni della sua isola Saint-Louis, mentre portava a zonzo in quei quartieri deserti e poveri un abbigliamento dal lusso inusitato.

Asselineau segue e racconta con partecipazione appassionata le vicende dell’amico: le traduzioni da E. A. Poe, la pubblicazione dei Fiori del male presso un piccolo editore raffinatissimo, il processo per oscenità in cui avrebbe tanto voluto potersi sostituire all’avvocato di Baudelaire e pronunciare un’arringa più efficace. Ma le pagine davvero indimenticabili sono quelle in cui ci accompagna al capezzale del poeta morente, ormai afasico ma ancora lucido e desideroso di farsi capire:

Talvolta un nome, più facile da pronunciare di altri, gli zampillava di colpo dalla gola. Lo ripeteva a sazietà, con aria di trionfo… Ma in altri momenti, nel mezzo di una riunione animatissima e gaia, lo sguardo cupo e profondo che tuffava negli occhi del suo visitatore, l’espressione di malinconia e sconforto con cui mostrava la mano inerte, attestavano con troppa eloquenza che la forza dell’illusione non era del tutto senza cedimenti.

Tanto l’edizione Il Canneto quanto quella Bietti sono ben tradotte e completano il testo della biografia con alcuni aneddoti pubblicati da Asselineau in altra sede. L’edizione Bietti ha un apparato di note più corposo e un’appendice tratta dalla corrispondenza di Baudelaire; quella del Canneto è introdotta da un saggio particolarmente affascinante di Ida Merello, che spazia sulla prima fortuna dei Fiori del male e colloca bene nel contesto dell’epoca la figura secondaria ma tutt’altro che trascurabile di Asselineau, biografo devoto, erudito e modesto di un amico di cui comprendeva a fondo il genio e la singolarità.

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Rispetto al testo di Asselineau, il romanzo di Franca Zanelli Quarantini Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire (Castelvecchi, Roma, 2016) getta sulla vita dell’autore dei Fiori del male una luce più indiretta. Fondato su una ricerca documentaria scrupolosissima e utilizzata con grande sensibilità, mette in scena la madre di Baudelaire, Caroline Aupick, nell’anno che segue la morte del suo secondo marito, il generale Aupick, tanto amato da lei quanto detestato da suo figlio. Ritiratasi a Honfleur, sull’Oceano, Caroline vive tra sentimenti contrastanti: è orgogliosa del figlio che ha pubblicato l’anno precedente un volume di versi, ma è anche esasperata dalla sua vita di bohémien e dai suoi continui problemi di denaro. Charles le scrive lettere splendide e strazianti, giurando di voler cambiare vita e affermando di non aver altro desiderio se non quello di vivere e lavorare accanto a lei; ma per Caroline è difficile credergli, e offrirgli quell’amore incondizionato cui lui aspira sin dall’infanzia. Intorno a questo nodo emotivo ben noto ai lettori della corrispondenza di Baudelaire, Franca Zanelli ricostruisce poco a poco, come un puzzle, la vita precedente di Caroline: la sua infanzia in Inghilterra, tra gli emigrati sfuggiti alle violenze del Terrore, la morte del padre al seguito di un giovane eroe aristocratico che sognava la restaurazione della monarchia in Francia, i duri anni di orfana povera accolta per carità in una famiglia facoltosa. La narrazione, che ha solide basi storiche, le integra ricreando con cura tanto il contesto quotidiano e materiale della vita di Caroline, quanto la sua psicologia oscillante tra la nostalgia dell’eroismo paterno e un bisogno insopprimibile di rispettabilità e di quiete. Così, dalle pagine di questo piccolo libro, la madre di Baudelaire ci viene incontro tormentata e coraggiosa, fragile e piena di dignità; tutt’altro che “insignificante”, come l’aveva definita sprezzantemente, nel suo saggio sul poeta, Jean-Paul Sartre.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Proust e Giacomo Debenedetti

Marcel Proust, Un amore di Swann, traduzione di Giacomo Debenedetti, Introduzione di Daria Galateria, Elliot, Roma 2016.

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Nella vita intellettuale di Giacomo Debenedetti due autori hanno svolto un ruolo privilegiato, fungendo da punti di riferimento inamovibili per ogni giudizio di valore: Proust e Saba. “Quasi l’intero Novecento di Debenedetti – ha scritto Alfonso Berardinelli- si irradia dalla lettura assidua, dal commento ossessivo, dalla devota, ininterrotta fedeltà a questi due autori.”

È vero che la fedeltà a Proust, e il gusto di scandagliare gli stratificati, ingannevoli fondali della Recherche, restano costanti in Debenedetti, dal 1925 – data del suo primo saggio proustiano, che precede addirittura la pubblicazione del Temps retrouvé – sino agli anni ’60, quando rifletterà sulle analogie e sulle differenze tra le proustiane “intermittenze del cuore” e le “epifanie” di Joyce. Di decennio in decennio, però, gli strumenti e gli interrogativi del critico attraversano un’evidente trasformazione. Se il Debenedetti degli anni ’20 prediligeva in Proust la musicalità e il lirismo, quello degli anni ’50 si sofferma piuttosto sul “patto col diavolo” grazie a cui il narratore della Recherche accede alla creazione artistica sacrificando la vita, come il doktor Faustus di Thomas Mann. Nelle pagine di Proust il giovane Debenedetti ammirava le armonie wagneriane e una dorata luce soffusa simile a quella dei tramonti di Monet. Dopo la guerra, sono altri gli elementi della Recherche che attirano la sua attenzione: la “discesa al luogo del buio e del dolore” che il narratore deve compiere per diventare scrittore e l’analogia tra le torture della gelosia (alimentate da una curiosità che non conosce appagamento) e l’ispirazione del romanziere, anch’essa instancabile e spietata nell’interrogare il passato, la realtà, il destino.

C’è un punto di svolta tra il proustismo estetizzante del primo Debenedetti e la lucida, problematica visione del Debenedetti maturo? Tutto fa pensare che questa svolta cruciale – certo preparata da lunghe riflessioni precedenti – sia da collocare in quei mesi del 1943-’44 in cui il critico, ricercato in quanto ebreo, prima di prendere contatto con le forze partigiane, vive nascosto con la famiglia nei pressi di Cortona. Perché è proprio in quei difficili mesi di vita clandestina – tra bombardamenti, terrore del tifo, difficoltà quotidiane d’ogni sorta – che Debenedetti si dedica a un compito che prima non ha mai osato affrontare, e che non affronterà mai più: la traduzione dell’amatissimo Proust. Sceglie di tradurre l’unica sezione della Recherche che formi una sorta di romanzo a sé e sia leggibile isolatamente: Un amore di Swann. Difficile dire se la scelta sia sua oppure dell’editore Bompiani, che gli ha commissionato il lavoro; probabilmente di entrambi. Bompiani aspirava evidentemente ad avere Proust nel proprio catalogo, senza doversi confrontare con la mole immensa dell’intera Ricerca. Debenedetti aveva per il personaggio di Swann un singolare attaccamento; si riconosceva nella sua fisionomia di “ebreo errante”, adottato dalla buona società per i suoi doni intellettuali ma incapace di realizzare le proprie potenzialità sino in fondo. Daria Galateria ci ricorda, nella sua bella e ricca introduzione, che “Swann” era stato lo pseudonimo utilizzato da Debenedetti sulla “Gazzetta del popolo” di Torino, tra il ’26 e il ’29 : nel vivo della giovanile passione proustiana. Spente le luci della mondanità, nei mesi oscuri di Cortona Giacomo torna a Swann, e si impegna in quel corpo a corpo che è la traduzione senza avere a portata di mano dizionari e opere di consultazione. La sua situazione è esattamente la stessa in cui comincia la sua traduzione di Du côté de chez Swann a Pizzoli, dove è al confino, Natalia Ginzburg, che ha come unico aiuto il dizionario scolastico bilingue Ghiotti. Eppure in quel contesto di povertà estrema nascono due traduzioni straordinariamente interessanti: quella di Natalia, che “sliricizza” Proust (sarà Debenedetti a dirlo), accentuando la modernità dei suoi dialoghi, e quella di Debenedetti che per trasporre “Un amore di Swann” mobilita tutte le risorse dell’italiano letterario, del lessico di Leopardi, di Verga, di Pascoli , di D’Annunzio.

È per la sua qualità letteraria che si impone al lettore d’oggi questa traduzione di Un amore di Swann, che Elliot ha avuto l’eccellente idea di riproporre. Non per l’assenza di errori. Era inevitabile che in un lavoro svolto in condizioni così estreme, e poi rivisto nei primi anni del dopoguerra, con le biblioteche ancora poco praticabili e poco aggiornate, restasse qualche errore. Un esempio soltanto.

Swann sale lo scalone che porta alle sale dell’aristocratica dimora di Mme de Sainte-Euverte. Proust si compiace di descrivere dettagliatamente i domestici in alta tenuta che accolgono gli ospiti:

“Uno di essi, d’aspetto specialmente feroce e alquanto simile al carnefice di certi quadri della Rinascenza che raffigurano supplizi, avanzò verso di lui con aria implacabile per prendergli le sue robe. Ma la durezza dello sguardo d’acciaio era compensata dalla blandizie dei guanti di filo, talché, nell’avvicinarsi a Swann, egli pareva manifestare disprezzo per la sua persona e riguardo per il suo cappello. Lo prese con una cura, cui la precisione della camminata, punta dopo tacco, dava qualcosa di meticoloso, e con una delicatezza che lo spettacolo della sua forza rendeva quasi commovente.”

In realtà, nel testo di Proust non è affatto questione di “precisione della camminata, punta dopo tacco”. Proust scrive:

“…Il le prit avec un soin auquel l’exactitude de sa pointure donnait quelque chose de méticuleux”.

La “pointure” è qui l’esatta misura dei guanti di filo del domestico, di cui già si è parlato. Traduce correttamente Giovanni Raboni:

Lo prese con una sollecitudine alla quale l’esattezza della misura dei guanti conferiva un che di meticoloso.”

Tratto in inganno dal fatto che il termine pointure può riferirsi (e forse più spesso si riferisce) alle calzature oltre che ai guanti, Debenedetti estende alla “camminata” del domestico una meticolosità che Proust attribuisce esclusivamente al gesto delle sue mani.

Sviste di questo genere sono comunque in questa traduzione estremamente rare. Deciso a rispettare rigorosamente la sintassi proustiana, Debenedetti aderisce alla sinuosità delle lunghe frasi di Swann trasponendole il più fedelmente possibile, e cogliendone in genere perfettamente il senso. Come esempio di resa particolarmente felice, possiamo citare la scena che più di ogni altra, forse, lo ha sollecitato a superare la sua giovanile interpretazione un po’ estetizzante di Proust. Si tratta della scena in cui Swann, che ancora non sa di essere davvero innamorato di Odette, inaspettatamente non la trova nel salotto dei Verdurin. Di colpo, il bisogno di vederla si fa lancinante, e corre a cercarla in preda a un’angoscia incontrollabile:

“… Si cominciava dappertutto a spengere i lumi. Sotto gli alberi dei boulevards, in un’oscurità misteriosa, erravano più radi i passanti, e appena riconoscibili. A volte l’ombra di una donna che gli si appressava, mormorandogli una parola all’orecchio, chiedendogli di accompagnarla, faceva trasalire Swann. Sfiorava ansiosamente tutti quei corpi oscuri come se, tra i fantasmi dei morti, nei regni bui, avesse cercato Euridice.

Tra tutti i modi di prodursi dell’amore, tra tutti gli agenti di disseminazione del sacro morbo, uno certamente dei più efficaci è quel grande soffio di agitazione che talvolta passa su di noi. Allora l’essere con cui in quel momento ci piace di stare, sarà quello che ameremo, il destino è segnato. Non occorre nemmeno che fino allora ci sia piaciuto più di altri, o neppure quanto altri. Bisognava soltanto che la nostra inclinazione per lui diventasse esclusiva. E tale condizione è soddisfatta allorché – nel momento in cui esso ci sia mancato – alla ricerca dei piaceri che la sua grazia ci procurava, bruscamente si è sostituito in noi un bisogno ansioso, che ha per oggetto quella creatura in se stessa, un bisogno assurdo che le leggi di questo mondo rendono impossibile da soddisfare e difficile da guarire: il bisogno insensato e doloroso di possederla.”

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La ricerca dell’amata, nell’incubo della notte parigina, diventa per Swann una discesa agli Inferi, “nei regni bui”. Una discesa che non avrà l’esito tragico di quella di Orfeo: Swann la ritroverà, la sua Euridice liberty, avvolta in una sciarpa di pizzo e con le preziose orchidee cattleya appuntate tra i capelli. Odette salirà in carrozza accanto a lui e si abbandonerà alle sue carezze. Ma il passaggio attraverso le tenebre di Swann anticipa la più decisiva esperienza del narratore: quell’attraversamento della Parigi infernale delle notti di guerra che precede la rivelazione del tempo ritrovato e simboleggia il distacco dalla vita, dalla felicità terrena, necessario al compimento dell’opera d’arte.

È forse nel tradurre – splendidamente – questa scena, che Debenedetti ha l’intuizione che rinnoverà negli anni quaranta la sua interpretazione di Proust. Quell’esperienza della discesa agli Inferi – della nekuia – che Swann non vive sino alle estreme conseguenze, sarà Marcel a compierla. Sarà lui ad attraversare le tenebre per rinascere nel dolore alla luce dell’arte. Di quelle tenebre scriverà Debenedetti nel 1946:

“… È come se su una vetrata di cattedrale (…) repentino un abbuiarsi del sole avesse spento i favolosi colori che ingemmavano le figure dei Santi e dei feudatari, lasciandoli lividi, grigi e spenti, come se d’un subito il protagonista si fosse trovato solo nel fondo della navata, paurosa d’ombra, senza più altra possibilità che di cercarsi e ritrovarsi in quel fondo buio, rivolgendo la faccia verso l’Altare.”

Il lato in ombra di Proust non poteva che svelarsi al Debenedetti del 1943, quello che, tornato provvisoriamente a Roma da Cortona in ottobre, ha assistito nascosto alla deportazione di più di mille ebrei romani. Di questa sua personale traversata dell’inferno resterà come documento uno dei suoi testi più straordinari, 16 ottobre 1943.

Rileggo questa traduzione di Un amore di Swann immaginando Giacomo Debenedetti al lavoro a Villa Baldelli, nella frazione del Cegliolo, durante l’inverno del ’43-’44. Sul suo tavolo, accanto alle sigarette e ai bianchi volumi Gallimard di Proust, vedo le opere di Alfieri, cui dedica il resto del suo tempo, scrivendo uno studio che sarà tra i suoi capolavori . Intanto sua moglie Renata, insieme al giovane parroco del paese, cerca una sistemazione per gli sfollati che arrivano da Napoli bisognosi di tutto, carichi di stracci e di bambini spaventati. Bisognerà aspettare le dieci del tre di luglio perché le campane del Palazzo Comunale di Cortona annuncino la liberazione, seguite dagli “esili, argentei rintocchi” delle campane delle piccole chiese delle frazioni perdute tra i campi: tutto questo è rievocato nelle pagine del bellissimo Diario del Cegliolo di Renata, pubblicato presso Scheiwiller nel 1965.

A chi avrà amato questa versione di Un amore di Swann, cesellata con rara dedizione, vorrei consigliare due letture per l’inverno che viene, due regali di Natale che sfidano il tempo. Il primo è la raccolta di tutti i saggi proustiani di Debenedetti, editi e inediti, curata da Mario Lavagetto e da Vanessa Pietrantonio per Bollati Boringhieri nel 2005: un monumento di perizia filologica. L’altro è il Meridiano Mondadori dei Saggi del critico, uscito nel 1999. Lo ha curato Alfonso Berardinelli, che di Debenedetti ha ereditato l’eleganza, la sprezzatura, e il dono non comune di scrivere non per la setta dei colti ma per tutti i lettori refrattari alle mode, intelligenti e curiosi.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Hervé Le Corre, Dopo la guerra

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Un aggettivo di cui oggi abusano recensori, risvolti editoriali e librai, è certamente “noir”. È l’etichetta che dovrebbe conferire un tocco chic ai best-seller più corrivi (come quelli dell’inesauribile De Giovanni), e garantire al lettore che non sta per portarsi a casa l’ennesimo giallo british, con detective gentiluomo e stricnina nel tè delle cinque, ma un romanzo d’azione in cui un investigatore disincantato porterà avanti le sue indagini in un contesto di corruzione e di degrado dai tratti inequivocabilmente realistici. L’origine del termine risale al 1945, quando l’editore Gallimard crea una collana destinata ad ospitare gialli d’azione ambientati rigorosamente negli USA. La prima maquette prevede una copertina bianca a fiorellini. Ma la grafica Germaine Duhamel suggerisce di adottare invece una sobria copertina nera. È Jacques Prévert a battezzare la collana, partendo proprio dal colore della copertina: la Série noire. E sarà grazie alla Série noire, dove appaiono le prime traduzioni francesi dei capolavori di Chandler, che un nuovo sottogenere narrativo verrà ribattezzato, a livello internazionale, noir: il poliziesco moderno nella sua variante cruda e metropolitana, con un tocco di tragedia.

È proprio, idealmente, nella scia della gloriosa Série noire che nasce questo Dopo la guerra di Hervé Le Corre, pubblicato da e/o nella bella traduzione di Alberto Bracci Testasecca (ed. orig. 2014, pp. 515, € 18). La Bordeaux livida e opprimente dei primi anni ’50, in cui si svolge, sembra filmata in bianco e nero da Jules Dassin o da Jean-Pierre Melville. Non è la capitale dei vini pregiati, con i palazzi gotici ammirati dai turisti, ma una città dove gli alberghetti loschi a ridosso del porto e i piccoli caffè frequentati da prostitute e informatori della polizia nascondono lucrosi traffici clandestini. In un’autorimessa di questa Bordeaux di fabbriche fumose, altissimi capannoni e cancellate che non finiscono mai, lavora il ventenne Daniel, appassionato di cinema. Perdendosi nei western, nelle grandi avventure hollywoodiane, Daniel cerca di dimenticare il lato oscuro della sua vita: i suoi genitori, deportati durante la guerra, sono morti, e lui, miracolosamente sopravvissuto, è cresciuto in una famiglia amica molto affettuosa ma avara di informazioni sul passato. Quel passato atroce, che lo tormenta con i suoi buchi neri, un giorno risorge in modo sconvolgente: Jean, suo padre, che tutti credevano morto ad Auschwitz, ricompare sotto una nuova identità, deciso a vendicarsi del commissario Albert Darlac, il poliziotto che ha denunciato agli occupanti lui e la moglie Olga, ebrea comunista.

È come se la guerra non fosse mai finita. Non è soltanto l’esistenza di Daniel ad essere travolta da un’ondata di violenza incontrollabile, ma la città intera, che paga il mancato rinnovamento della sua classe dirigente dopo la Liberazione. Il sadico e ripugnante Darlac, riuscito a sfuggire abilmente all’epurazione, continua a spadroneggiare su una polizia corrotta e violenta; le sue vendette contro antichi complici, ricattatori e possibili denunciatori mantengono nella città un ordine basato sul terrore, che l’arrivo di Jean mette improvvisamente in crisi.

In una città che ha tratti infernali, Jean si aggira come un morto vivente. Prima della guerra, in un’altra vita, è stato un uomo bello e inaffidabile, un giocatore che ha tradito la moglie e trascurato il figlio, traendo illeciti vantaggi dall’amicizia del losco Darlac. Le sofferenze indicibili della deportazione, la morte di Olga lo hanno straziato nel profondo e trasformato in un fantasma vendicatore senza pace. Il suo ritorno fa emergere dall’ombra segreti devastanti, che porteranno alla rovina anche l’apparentemente invincibile Darlac. Chi è il tedesco dal volto orribilmente sfregiato che vive nascosto in una baracca ai margini della città? Quali fili legano la sua esistenza a quella del commissario? Nel lussuoso appartamento di Darlac, tra mobili, quadri e tappeti antichi razziati durante l’Occupazione, anche la moglie del commissario, che è stata una splendida ballerina e ha i tratti ormai induriti della dark lady, cova propositi di vendetta. Sarebbe sleale svelare il finale, apocalittico e chandleriano, verso cui evolve il tesissimo intreccio di Dopo la guerra. È tutto nella tradizione del noir, come il resto del romanzo. In quella tradizione, rispettata fedelmente, Le Corre introduce però la nota innovativa di un’ambientazione inedita, la sua Bordeaux gelida e grigia; una città su cui l’incubo dell’Occupazione continua a pesare negli anni del dopoguerra, mentre la guerra d’Algeria, su uno sfondo diverso, sembra ripeterne specularmente le atrocità.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Pierre Michon, Vite minuscole

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Pierre Michon, Vite minuscole, trad. di Leopoldo Carra, ed. orig. 1984, Adelphi, 2016.

Confrontarsi con la scrittura di Pierre Michon – densissima, lampeggiante, tutta in chiaroscuro come una pala d’altare secentesca – non è facile e, all’inizio, nemmeno piacevole. Chi è abituato alla “petite musique” di Modiano, alla disinvoltura sfrontata di Carrère, alla voluta povertà stilistica di Ernaux, in queste Vite minuscole si troverà spiazzato dal lessico sontuoso, dai frequenti riferimenti poetici e pittorici, dall’ampia sintassi flaubertiana squassata dall’incalzare di un’aggettivazione imprevedibile e spesso discordante. Se il lettore – almeno agli inizi – è messo un po’ alla prova, figuriamoci il traduttore: Leopoldo Carra ha affrontato un compito immane, con coraggio e passione. Ha scelto di rispettare, non maniacalmente ma rigorosamente, la letteralità del testo, e di non mettere note a pié di pagina, con l’intento (lo spiega nella sua bella postfazione) di non diluire la scrittura di Michon, “affinché ne risulti il carattere assoluto, di rara capacità evocativa, di rara potenza nel raccontare”.

La scrittura di Michon nasce – lo ha raccontato lui stesso in un bel libro di interviste del 2007, Le roi vient quand il veut – da una crisi profonda che spezza la sua vita in due, come la vita di Pascal o quella di Proust. Nato nel 1945, Michon, come tanti della sua generazione, nel 1968 si getta senza riserve nella militanza politica. Questo significa per lui lasciarsi risolutamente alle spalle il mondo in cui è cresciuto: un povero villaggio perso nella campagna della Creuse, dove la mamma maestra lo ha allevato da sola, perché il padre aveva lasciato la famiglia due anni dopo la sua nascita; dove è stato un precoce, brillante lettore dei classici della tradizione scolastica francese e di Rimbaud; dove i nonni paterni, quasi a compensare la fuga del padre, hanno circondato la sua infanzia di affetto e di incongrui e patetici regali, emersi dal fondo di qualche cassetto polveroso: giocattoli d’anteguerra, statuine sbreccate, vecchi salvadanai. Nel periodo delle illusioni rivoluzionarie, tutta questa realtà arcaica, modesta, opaca, perde per lui senso e valore. I “contadini poveri e semipoveri” a cui il presidente Mao affida la salvezza del mondo non sembrano aver proprio nulla in comune con gli afasici ubriaconi del suo villaggio natale, quelli che da bambino lo hanno accarezzato con le mani rugose dalle unghie nere. Allo stesso modo, gli autori cari alla mamma maestra, Balzac e Victor Hugo, hanno perso ogni aureola; nello zaino del militante che gira per la Francia, al seguito di una piccola compagnia teatrale impegnata, sono stati sostituiti dai teorici di Tel Quel, da Nietzsche e da Bataille. Quando però la compagnia si scioglie e la trasformazione del mondo a breve scadenza si rivela un miraggio, tutto cambia di nuovo per il giovane Pierre: dopo un’erranza che lo porta ai confini dell’autodistruzione, è il paese natale a riaccoglierlo e a permettergli, in qualche modo, di ritrovarsi. Ascoltando i racconti della madre, o passeggiando tra le povere tombe del cimitero di Chatelus, Pierre distoglie lo sguardo dagli orizzonti di un utopico futuro per rivolgerlo al passato concreto da cui proviene: quel passato è un mondo, popolato di creature segnate da una sofferenza senza spiegazione e senza voce in cui riconosce la sua.

Nasce così Vite minuscole, da una duplice resurrezione .

Da un lato risorgono, nelle pagine del libro, figure dimenticate che Pierre ha conosciuto o di cui ha sentito parlare: tra gli altri, l’orfano André, scomparso a cercar fortuna in Algeria; Toussaint, il contadino che trascorre la vita a fantasticare sulle avventure del figlio che crede in America, e che forse è invece in prigione; il fascinoso parroco Georges Bandy, che dopo esser stato una leggenda agli occhi delle parrocchiane, precipita nell’alcoolismo e diventa il congeniale profeta di una piccola comunità di malati di mente.

L’altra resurrezione ha luogo nel linguaggio e nello stile: per celebrare questi umili – così diversi, con i loro tic e loro fisionomie alla Bosch, dai proletari idealizzati dall’estetica gauchiste – Michon riannoda il filo che ai tempi dell’infanzia e della scuola lo legava a una tradizione letteraria in seguito disprezzata. Nella voce del suo narratore coesistono Hugo e Baudelaire, Céline e Proust, Flaubert e Rimbaud; gli echi delle loro opere si intrecciano con quelli della Bibbia, che per l’incredulo Michon è il libro originario e la fonte stessa del suo amore per la parola (“La Bible est mon pays”, si intitola un’intervista rilasciata dallo scrittore al critico Marc De Biasi).

All’insegna della morte e del sacrificio, ma anche dello splendore segreto di una quotidianità trascurata, le “Vite minuscole” che compongono il passato finiscono per somigliare, nell’evocazione di Michon, alla vecchia cascina di Les Cards in cui la madre e lo zio Félix speravano che un giorno lui avrebbe abitato: un luogo insieme di perdita e d’incanto.

Mi resta la casa; il mio amore per lei non è venuto meno. C’è un glicine morto che si dispera; le intemperie e la mia incuria hanno mandato tutto in rovina; le essenze rare che Félix aveva piantato per me crollano a una a una sui fienili, tra scricchiolii improvvisi e lente erosioni; i forti venti scagliano lastre d’ardesia ubriache contro gli ippocastani, l’acqua morta si accumula dove i vivi dormivano, cadono fotografie e in fondo agli armadi altre sorridono nel buio all’oblio che le ricopre, schiattano topi e altri arrivano, pazientemente tutto si disfa. Su, va tutto bene; gli angeli misericordiosi passano in un volo d’ardesia, si spezzano e risorgono nell’aria azzurra; di notte scostano le ragnatele, vicino alle finestre rotte guardano luna dopo luna immagini di antenati di cui conoscono i nomi, bisbigliano soavemente tra loro e forse ridono, blu come la notte e profondi, ma cristallini come una stella; che godano della mia inabitabile eredità; il miracolo è consumato.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Lydie Salvayre, Non piangere

non piangere

Nata nel 1948, in Francia, da due repubblicani spagnoli in esilio, Lydie Salvayre, psichiatra, ha cominciato a scrivere negli anni Settanta del secolo passato.  Nel 1999 un suo romanzo, La compagnia degli spettri, è stato tradotto da Guanda; in seguito altri tre romanzi, tutti impregnati di un’acre derisione degli idoli del mondo contemporaneo – dal turismo compulsivo alle gerarchie impiegatizie – sono usciti da Bollati Boringhieri, senza suscitare, mi pare, grande interesse. Ora è arrivato in libreria Non piangere (ed. orig. 2014, trad. di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, L’asino d’oro, Roma, 2016, 235 pp., euro 17); ha vinto nel 2014 il premio Goncourt ed è stato salutato, in Francia, come la sua opera più riuscita e pienamente convincente. Affronta in assoluta semplicità un tema molto complesso: quello della trasmissione della memoria da una generazione all’altra.  Ci mette di fronte all’esperienza di una figlia – lei stessa, Lydie – che ascolta i racconti della madre, Montse, sul periodo più drammatico ma anche più felice della sua vita: l’estate del 1936, trascorsa a Barcellona. E vince la difficile scommessa di lasciare ai ricordi materni il loro alone di splendore e di poesia, indagandone però con rigore i fondamenti reali e il contesto storico.

Montse, nata nel 1921 in una famiglia di contadini poveri, porta i segni di una vita molto dura. Nel 1939 è partita a piedi nudi, con la figlia Lunita di tre anni, per cercare rifugio in Francia, lasciandosi alle spalle una Spagna straziata, dopo gli orrori della guerra civile, dal feroce spirito di vendetta dei franchisti vincitori. Prima di ricongiungersi al marito Diego, ha conosciuto quella che è oggi la condizione di tante donne migranti, esuli, rifugiate:

Con lei c’erano una decina di donne e bambini. Raggiunsero la lunga schiera di persone che fuggivano dalla Spagna, scortati dall’11° divisione dell’esercito repubblicano. Fu quella che venne definita con un certo pudore la Retirada. Una colonna interminabile di donne, bambini e vecchi che si lasciavano alle spalle una scia di valigie sfondate, di muli morti distesi sul fianco, di poveri stracci abbandonati nel fango, di oggetti d’ogni sorta che quegli infelici si erano portati dietro in fretta e furia quasi fossero preziosi frammenti di casa loro e poi avevano abbandonato lungo la strada quando l’idea stessa di casa era svanita del tutto dalle loro menti, quando di fatto qualsiasi pensiero era svanito dalle loro menti. Per settimane mia madre camminò dalla mattina alla sera, con indosso sempre lo stesso vestito e la stessa giacca irrigiditi dal fango, mangiò quello che trovava lungo la strada o si accontentò della manciata di riso che i soldati di Lister distribuivano a tutti, pensando solo a mettere un piede davanti all’altro e a occuparsi della bimbetta a cui imponeva quel calvario.

Poi sono venuti gli anni del difficile adattamento alla nuova patria, la Francia: Montse ha dovuto imparare una nuova lingua e nuove abitudini, lottando, con il marito e con le loro due bambine, contro pesanti difficoltà economiche. Oggi siede accanto alla finestra su una sedia a rotelle, guarda i bambini che giocano nel cortile di una scuola vicina e racconta alla figlia (in un linguaggio tutto suo, intessuto di spagnolismi e ben reso dalle traduttrici italiane) le tragedie e gli incanti della sua giovinezza remota.  La memoria di Montse è devastata dalla vecchiaia, e ha perso quasi ogni traccia di quel che è accaduto dal 1940 in poi. Ma, come spesso accade, questo tracollo della memoria relativamente recente non ha spento in lei né la vivacità intellettuale né l’arguzia, e ha lasciato ai ricordi della giovinezza un nitore, una freschezza, un rilievo singolari e impressionanti.  Partendo da questi ricordi, e lasciando ogni tanto spazio all’impasto linguistico franco-spagnolo della madre, Lydie Salvayre ha ricostruito, in forma di romanzo, la storia del villaggio natale dei genitori dal 1936 al 1939, dagli inizi della guerra  civile alla fuga di Montse in Francia. È un villaggio i cui secolari equilibri si basano sulla sottomissione dei contadini poverissimi e ignoranti alla famiglia dei signorotti locali, i Burgos.  Ma nel 1936 questi equilibri entrano in crisi: il fratello di Montse, José, neofita delle idee libertarie e del verbo di Bakunin, introduce germi di conflitto sociale in un mondo arcaico rimasto sino ad allora fuori dalla storia. Sino all’avventura della “breve estate dell’anarchia”: il 1° agosto, José e Montse arrivano nella Barcellona controllata dalle milizie anarchiche e sono come travolti, inghiottiti dall’entusiasmo collettivo di quella stagione irripetibile. Montse, quindicenne, è meno ideologizzata di José, ma è affascinata ancora più di lui da quella nuova vita in mezzo a ragazze in pantaloni e giovanotti col fucile che cantano l’Internazionale, parlano di libertà, si abbracciano senza conoscersi e declamano poesie seduti ai tavolini fuori dai caffè. E proprio in un caffè avviene l’incontro per lei decisivo con un giovane volontario francese, André, che in attesa di partire per il fronte vive con lei un’intensa e felicissima notte d’amore. Quella notte, in cui viene concepita la sua prima figlia, Lunita, è l’apice della giovinezza di Montse; mitizzata nel ricordo, per lei racchiuderà sempre l’essenza della felicità assoluta e l’aiuterà a vivere gli anni difficili che l’aspettano, e il matrimonio inizialmente senza amore con Diego, il rampollo dei Burgos che l’aspetta al paese natale ed è nel frattempo diventato un solerte militante stalinista. In parallelo alle vicende di Montse, di Diego e di José, Lydie Salvayre introduce nel suo romanzo un altro filo narrativo: nello stesso periodo in cui sua madre è abbagliata dagli ideali libertari, Georges Bernanos assiste alle atrocità commesse dai franchisti a Majorca in nome di un cattolicesimo strumentalizzato e profanato con totale cinismo.  Attraverso le pagine de I grandi cimiteri sotto la luna, integrate da altri documenti, entra così in Non piangere un punto di vista sulla guerra civile ben diverso da quello dell’ingenua e appassionata Montse, e il quadro storico d’insieme si fa più complesso e multiforme. Il centro del quadro però resta sempre l’esperienza di Montse e – implicitamente – il lavoro decifratorio di Lydie sulle parole materne. Un lavoro che non ha mai la neutralità della trascrizione, ma è sempre adesione, scelta, riflessione problematica. Chiuderò con uno degli esempi più significativi di questo lavoro: il racconto dell’episodio in cui davanti a una banca, a Barcellona, nell’agosto del ’36, un gruppo di anarchici brucia mazzi di banconote. Lydie Salvayre si chiede che cosa sia rimasto in sua madre di quel momento; e la sua incapacità di trovare una risposta è forse il vero senso di tutto il suo romanzo.

… Ascolto mia madre e per l’ennesima volta mi pongo la domanda che continua a frullarmi per la testa da quando ha cominciato a raccontarmi la sua fantastica estate: che cosa è rimasto in lei di quell’epoca, oggi inimmaginabile, in cui c’era gente che bruciava mazzi di banconote per manifestare il proprio disprezzo nei confronti del denaro e di tutte le follie che va causando? Solo qualche ricordo, o qualcosa di più? I suoi sogni di allora si sono dissolti? Sono caduti in fondo al suo essere come le particelle che si depositano sul fondo di un bicchiere? O c’è ancora una fiammella che brilla nel suo vecchio cuore, come adoro credere? Comunque sia, mi sono resa conto che da un po’ di tempo a questa parte, mia madre sembra infischiarsene di quei pochi soldi che ha e li distribuisce a destra e a manca, con una prodigalità che il suo medico curante tende a imputare alla malattia, esattamente come i disturbi della memoria e come le sue numerose, per non dire continue, uscite impertinenti. Ma a me piace pensare che il suo medico si sbagli, che dentro di lei sfavilli ancora una luce tremula, le braci ancora tiepide di quell’agosto del ’36 in cui il denaro fu bruciato come fosse immondizia.