Libri tanto amati: Ivano Porpora e Joseph Roth

Oddio. Non so se fosse il 2009 o il 2010. Ma secondo me era il 2009, sì, era il 2009, perché era l’estate più calda, qualcuno girava senza maglia, si scoprivano gli ombelichi, e io nell’estate del 2009 – un’estate rovente – decisi di fare un lavoro estivo presso il Consorzio del Pomodoro di qua.
Mi proposi, mi presero, in mezzo ci sono tante storie raccontabili e altre irraccontabili; alla fine mi trovai a fare il contafusti, che è un lavoro un po’ particolare, molto di responsabilità, non meno fisico.
Mettiamola così: dovevo coordinare un gruppo di ragazzi senegalesi che preparavano i fusti da 200 kg circa in cui stava il pomodoro, aspettare che il sacco col pomodoro si riempisse, controllare che il ragazzo – sempre senegalese – che chiudeva i fusti a martellate facesse il suo mestiere, indicare la stiva giusta ai mulettisti indiani, andare con loro, contare i fusti portati nelle stive.
Eccetera.
Di giorno il lavoro era a ritmo continuo, sfiancante. Persi cinque chili rapidamente. Di notte, invece, le linee procedevano più lentamente, e quindi mi trovavo ad avere ventiquattro minuti esatti tra un carico di trattore, pieno di fusti, e l’altro. Quei ventiquattro minuti decisi di trascorrerli leggendo; e il primo libro che lessi fu il Giobbe di Roth.
Dire che è bellissimo non credo che renda l’idea. Ma credo che per ricreare alla perfezione il modo che ho avuto io di leggere il Giobbe bisognerebbe acconciarsi alla mia. Mettersi un timer di 24 minuti, esatto – o il trattore parte, i fusti dove li mettono non lo sanno nemmeno loro. Leggere, leggere, leggere con la fame di sapere come vada a finire la questione di Minuchin, assaporando con il gusto del ladruncolo la scrittura di Joseph Roth in questo miracoloso Adelphi. Darsi un’incombenza di dieci minuti esatti.
E poi tornare.
Così, per tutta la notte, interrompendo alcuni dei ventiquattro minuti per motivazioni futili – c’è da fare un cambio linea, sono finiti i tappi, si è rotta la macchina dei fusti, si è addormentato il mulettista, eccetera.
Quando il libro finisce, il massimo sarebbe che capitasse come capitò a me. Che, cioè, il libro finì nel penultimo dei ventiquattro minuti. Erano le 5. Controllai le ultime stive, così si chiamano i punti di raccolta dei fusti; andai a mettere a posto il muletto; mi tolsi le scarpe antinfortunistica, mi facevano un male così forte che piangevo a metterle e sfilarle.
Dissi L’ultimo giro fatelo voi; gli indiani mi guardarono, capirono, andarono. Misi via le bottiglie di Gatorade, i miei panni; il libro, sgualcito. Suonò la sirena, timbrai, salutai l’altro contafusti, andai alla macchina. Rimasi dieci minuti a guardare il traffico sulla provinciale per Bozzolo, le macchine che passavano, il sole che iniziava a sporcare un po’ la giornata. Dieci minuti fermo.
Sospirai, e partii.
***
Ivano Porpora nasce a Viadana (MN) il 12 marzo 1976 da padre napoletano e madre mantovana. Ha una casa minuscola nella quale gioca a scacchi, scrive, legge. Ha pubblicato con Einaudi un romanzo, La conservazione metodica del dolore, ed è in uscita per Marsilio Nudi come siamo stati. Ha pubblicato anche un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, 2016), uno di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai) e una favola per bambini (La vera storia del leone Gedeone).

Libri tanto amati: Simone Marcuzzi e Edoardo Nesi

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(Foto di Simone Marcuzzi)

È la primavera 2007, da poco mi sono laureato e ho cominciato a lavorare in un’azienda metalmeccanica friulana. È un momento di passaggio, di cambiamento di paradigmi. L’impatto con il mondo del lavoro non è privo di dolore: la libertà e i meccanismi tutto sommato meritocratici che avevo conosciuto nella scuola non valgono più, e la tensione a obiettivi spesso conflittuali tra i diversi uffici sfavorisce lo sviluppo di rapporti umani sani (“Non siamo qui per giocare a pallone assieme”). Capisco presto che una parte di me, in estrema sintesi quella a cui interessano i libri, deve restare fuori dai cancelli. Dentro deve andarci solo l’altra parte, quella pragmatica, forgiata da anni di buona educazione e di studio alla facoltà di ingegneria, che sa che essere naif va bene fino a un certo punto.

Il “lavoro” è tanto nel nord-est, per molti è tutto. La gente qui ti saluta dicendo “Buon lavoro”, quasi mai “Buona giornata”. È una terra dove tantissimi, negli anni del boom, hanno aperto la loro fabbrichetta e si sono inventati con successo imprenditori, creando un benessere diffuso tra i più limpidi d’Italia, addirittura un modello economico poi studiato e imitato. Ma nel 2007 gli anni del boom sono lontani. Il lavoro sta migrando altrove, non più garantito per tutti, la globalizzazione e l’automazione hanno già fatto il loro corso, le vecchie aziende padronali vengono acquisite da gruppi internazionali, ridimensionano, riorganizzano, dentro i capannoni c’è sempre meno gente e una nuova crisi incombe. Le promesse e le grandi aspettative che mi riempivano la testa da bambino, alla resa dei conti si sono dimostrate fuorvianti, false, estinte.

In quel periodo di ricerca di un nuovo equilibrio, compro L’età dell’oro (Bompiani). È il primo libro di Edoardo Nesi che leggo, il suo ultimo pubblicato fino a quel momento. In prima istanza il mio acquisto è un piccolo tributo all’eroico traduttore di Infinite Jest di David Foster Wallace, uno degli scrittori che più ho amato negli anni dell’università. Inizio a leggere senza particolari aspettative, trovandomi presto immerso in un romanzo travolgente, con al centro un personaggio memorabile come il settantenne e malato Ivo Barrocciai, un imprenditore pratese del tessile, un arricchito con la piscina sul tetto della ditta, che ha sposato un’americana e ne è stato lasciato, e che dopo anni di successi è caduto in disgrazia per i cambiamenti del mercato, l’avvento dei cinesi e la partenza anche di questi ultimi. Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo, il 2010, dove Prato ha le sembianze di un deserto, o di un cimitero. Sostituendo il tessile con un altro comparto d’industria, ad esempio quello della sedia, e a Prato una cittadina del nord-est, ad esempio Manzano, pare di leggere la fine del mondo in cui vivo, raccontato sulla pelle di qualcuno che conosco. Ivo Barrocciai potrebbe essere uno degli amici di mio padre, se al posto del dialetto toscano si mettesse qualche sfumatura di friulano o veneto. Il cortocircuito è potente, uno di quei piccoli miracoli che ci riserva la lettura ogni tanto: un libro che parla esattamente a me, nel momento giusto. Un libro che forse non è in grado di darmi tutte le risposte ma che certamente mi aiuta a formulare le domande giuste.

Strutturalmente, L’età dell’oro è un romanzo ambizioso, in cui si alternano capitoli di solo e serratissimo discorso diretto ad altri di narrazione indiretta con il gusto per la frase complessa e infinita, in cui cambiano i punti di vista, si passa dalla terza alla prima persona senza che si perda l’effetto di sospensione dell’incredulità. Nella resa è malinconico, divertente, a tratti spietato, a tratti pietosissimo. Il più grande merito di Nesi è, secondo me, quello di prendere sul serio un uomo come Ivo Barrocciai, poco colto, poco elegante, che ha fatto i soldi e con i soldi ha fatto anche stupidaggini. Personaggi, o meglio persone, come lui, li avevo trovati poco nei libri fino a quel momento, se non come macchiette. Troppo facili da deridere, forse, per chi possiede un minimo di strumenti intellettuali. Avrà mai letto un libro, il Barrocciai? Eppure quelli come lui sono le persone che forse più di altre hanno contribuito a plasmare anche la mia zolla di mondo, e suppongo molte altre. In questo senso L’età dell’oro contiene allora un pezzo di storia sociale, cioè di tutti. Infine, per il me del 2007 è anche la testimonianza di una possibilità, quasi un invito alla convivenza pacifica delle due anime che ipotizzavo di poter vestire solo in modo disgiunto, continuando a nascondere, e a nascondermi, chi ero davvero.

Perché oggi sembra una barzelletta, ma a quei tempi c’era sottoproduzione, cioè non si riusciva a produrre tutti i tessuti che il mercato chiedeva, e il magazzino era sempre stato il reparto preferito di Ivo. I giorni più belli erano quelli in cui le pezze rientravano dalla rifinizione tardi, dopo le otto o le nove, spesso il venerdì, e poiché dovevano per forza essere inviate ai clienti quella sera stessa, gli operai rimanevano a lavorare e Ivo telefonava al miglior ristorante di Prato e faceva portare in fabbrica spaghetti alle vongole per venti, e mangiava con gli operai perché voleva andar via sempre per ultimo, esser quello che chiudeva la porta, così con i ragazzi che rimanevano – lo straordinario essendo qualcosa che a Prato l’operaio, invece di subire, chiedeva di poter fare per guadagnare di più – si creava uno strano legame che per qualche ora faceva a brandelli le teorie di Marx, e circolava l’idea di un lavoro fatto insieme e di ugual dignità, svanivano le differenze, e gli operai comunisti smettevano di sdegnare un padrone che quando c’era bisogno si toglieva la giacca e caricava le pezze sul camion insieme a loro, anche perché non c’era operaio in Italia che guadagnasse quanto un operaio pratese, e non c’era operaio pratese che guadagnasse quanto quelli della Barrocciai Tessuti, che se poi avevano bisogno di soldi glieli prestava il titolare, praticamente senza interessi, e li prestava anche al branco di terzisti che filavano, aspavano, ritorcevano, ordivano, annodavano, rincorsavano, tessevano, rammendavano, trasportavano, carbonizzavano, follavano, tingevano, rifinivano per Ivo e la sua Barrocciai Tessuti. Macché banche, macché banche! Così per anni, per trenta, quarant’anni. Per una vita. Quasi.

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Simone Marcuzzi è nato a Pordenone nel 1981. Laureato in Ingegneria Meccanica, ha pubblicato le raccolte di racconti Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele (Zandegù, 2006) e 10 italiani che hanno conquistato il mondo (Laurana, 2011), e i romanzi Vorrei star fermo mentre il mondo va (Mondadori, 2010), Dove si va da qui (Fandango, 2014) e Ventiquattro secondi. Autobiografia di Vittoriano Cicuttini (66thand2nd, 2016). Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. Vive e lavora a Udine.

Libri tanto amati: Gabriele Di Fronzo e Yoko Ogawa

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(foto di Gabriele Di Fronzo)

 

L’anulare

 

(L’orrore di guastare è ancora più forte dell’angoscia di perdere).

ROLAND BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso

Il romanzo di Yoko Ogawa (Piccola Biblioteca Adelphi, trad. di Cristiana Ceci, 2007, pp. 103) è un mostro a cui, di tanto in tanto, desidero portare un mazzo di fiori. Ho con questo libro un rapporto lambiccato tra molte cortesie e cautele, finora mi è capitato di averlo letto tre volte. L’anfratto che ritagliano queste centotré pagine è inospitale e la donna che lo abita è sola. Ha appena trovato da lavorare come segretaria nel laboratorio del dottor Deshimaru. Prima era assunta in una fabbrica che produceva gazzosa, finché un giorno si schiacciò un dito negli ingranaggi della macchina, “il sangue era schizzato nella cisterna tingendo di rosa la gazzosa e spumeggiava tra le bollicine”. Smette, quindi, di bere quella bevanda gassata e quando ciò non è sufficiente si licenza. Lascia il villaggio sulla costa e arriva in città, non ha amici né parenti. La palazzina un tempo era un pensionato femminile. Nel laboratorio del dottor Deshimaru non esiste approssimazione e il lavoro, dopotutto, è semplice: i clienti portano oggetti che desiderano siano trasformati in “esemplari”. Lei accoglie la clientela, prende in consegna gli oggetti e ci mette sopra le etichette. Lui trascorre le giornate nel seminterrato, luogo a lei interdetto, a fare i suoi prodigi. Il primo esemplare che vede sono tre funghi: li portò una ragazzina che li aveva visti crescere tra le macerie della sua casa andata in fiamme. Un’altra cliente porta lo spartito del brano che il fidanzato di una volta aveva composto per lei: vuole liberarsene. Gli oggetti, dopo essere stati tramutati in esemplari dalle cure doviziose del dottor Deshimaru, sono catalogati e conservati lì, nelle stanze sempre più stipate del vecchio pensionato femminile. Finora nessun cliente è mai venuto a ritirarli, non è previsto che questo accada. Quel grande magazzino contiene, tra il resto, ornamenti per i capelli, nacchere e binocoli da teatro. Si tratta di ricordi penosi, commoventi, dolorosi, strazianti e il costo per trasformare ciascuno in un esemplare, come lei ha imparato a dire presto, è “più o meno l’equivalente di un menu completo per una persona in un ristorante di cucina francese”. La voce della donna è intatta, sembra che non l’abbia mai usata prima. Ed è bella come una stalattite, appena venata da una turpe dolcezza. Ha una modestia femminile, tanto pronta all’opera quanto alla sofferenza. La vedo attraverso gli shoji, quei pannelli scorrevoli in carta di riso su intelaiatura di legno, usati in Giappone sia da finestre che come divisori tra le stanze, mentre s’innamora del dottor Deshimaru. Lei ha da subito un’inclinazione per lui che presto, quando questi inizierà a condurla nella sala da bagno con le piastrelle blu che sembrano farfalle, diventerà un gorgo in cui la ragazza non vorrà più smettere di fluttuare. Il suo più grande desiderio ora è che il Dottor Deshimaru dedichi al suo anulare sinistro, sbeccato al tempo della gazzosa, la consueta coscienziosità e che se ne prenda cura con amore, come fa con ogni lavoro commissionato. Allora, il giorno che potrà veder finalmente trasformato il suo anulare in un esemplare, lei verrà accompagnata nel seminterrato del laboratorio e per sempre sarà “completamente immersa nello sguardo di lui”.

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Gabriele Di Fronzo (1984) è nato a Torino. Scrive per L’Indice dei Libri del Mese e Rivista Studio. Ha pubblicato racconti su Nuovi Argomenti e Linus. Il grande animale (nottetempo 2016, Premio Augusta, Premio Volponi Opera Prima, Finalista Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante) è il suo primo romanzo.

Libri tanto amati: Serena Daniele e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

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Non mi ricordo esattamente quando l’ho preso dallo scaffale della libreria di mio padre, ma so che all’inizio del ginnasio lo conoscevo già incredibilmente bene. Dovevo averlo letto per la prima volta verso i tredici anni; a quei tempi ero una lettrice compulsiva di fumetti, di gialli e di fantascienza, di piccole donne, richiami della foresta, moschettieri e orfani dickensiani, ed è probabile che quel libro dalla copertina bianca, con un’immagine inspiegabile sotto il titolo (era Bulgakov quell’uomo dal naso ricurvo e le sopracciglia aggrottate, era suo quel ritratto che pareva consumato dal tempo, quel viso dai contorni dissolti là dove la tela sembrava aver assorbito il colore? E chi lo aveva sfregiato tracciando quei graffiti insoliti e suggestivi?) fosse uno dei primi libri ‘adulti’ ad attirare la mia attenzione. È stato un colpo di fulmine, un amore totale fin dalle prime righe; vedevo i due cittadini Berlioz e Bezdomnyj passeggiare per il viale costeggiato dai tigli, incontrare il misterioso straniero che con sinistra allegria predice l’avvento di una stagione di sciagure; vedevo diavoli dalle personalità artistiche, intellettuali impazziti e una donna che recupera la propria umanità solo quando tradisce la morale borghese; e vedevo ogni svolta nella trama, ogni personaggio, ogni descrizione saldarsi ai miei occhi in una visione del mondo che ero pronta ad abbracciare, subito. Volevo credere ciecamente a quella giustizia capovolta, portata avanti dal Male in persona per esasperazione, perché l’ignavia e la corruzione degli umani urta i nervi perfino nell’aldilà. E la narrazione del sovrannaturale in un libro ‘adulto’, per me bambina convinta che il fantastico fosse solo l’evoluzione della fiaba, e quindi inverosimile e falso, e quindi ‘da bambini’, mi aveva meravigliato e colpito nel profondo. Voleva dire che le due principali categorie dell’essere, i grandi e i piccoli, avevano qualcosa in comune.

Solo più tardi mi resi conto che l’incontro con Il Maestro e Margherita aveva significato per me il primo approccio con il romanzo. L’epica trascendente dei miti greci o biblici, concatenazioni di eventi immobili nel tempo, assoluti, senza un prima e un dopo, veniva sostituita dalla consapevolezza di una trasformazione irrimediabile, l’esperienza di un cambiamento che deprivava e arricchiva nello stesso momento. Non ero più la stessa, quel racconto mi segnava come aveva segnato i suoi protagonisti, mi obbligava a un confronto senza scampo con ciò che ero stata. Nella mia esperienza intellettuale aveva fatto irruzione una forza incontenibile che mi avrebbe spinto a cercare narrazioni ancora più complesse, più ricche e più deprivanti. Un desiderio quasi tangibile di sapere quali e quante realtà si stendevano oltre quelle immagini, l’ansia di esplorarle tutte. Impossibile sottrarsi e impossibile rifugiarsi dietro concetti semplificati. Un romanzo aveva smesso di essere solo un romanzo: era diventato vita di altri, e quindi anche mia.

Stratificato, leggibile su piani diversi, dove il confine tra simbolo e segno è tanto più labile quanto più si cerca di definirlo, il romanzo racconta tre vicende: l’arrivo del diavolo a Mosca e gli eventi catastrofici che ne conseguono, la storia di Pilato e Hanozri e la storia dei due amanti, il Maestro e Margherita. Tre filoni che si snodano e si uniscono poco alla volta, per giungere a un finale apocalittico, dove la rivelazione diventa anche una resa dei conti. Però attenzione, questo diavolo indimenticabile non arriva a Mosca per distruggere, piuttosto per irridere. Il suo scopo non è trascinare all’inferno la pletora di scrittorucoli di regime, la maggioranza silenziosa di cittadini aggravati dagli appartamenti condivisi e ossessionati dal miraggio della ricchezza, pronti alla minima delazione; no, questo diavolo arriva per dispensare castighi memorabili e a volte esilaranti, per mettere in scena la verità in un teatro, contrapposta alla finzione che si allestisce quotidianamente nella realtà. Woland non è il diavolo del Dottor Faustus di Thomas Mann, dimesso e repulsivo, non va dal Maestro per aiutarlo a superare una crisi creativa, ma arriva per deridere e punire la viltà. La storia di Pilato, funzionario di Stato pavido e tormentato è la narrazione letteraria (il prodotto artistico) di questa missione. Nell’inevitabile condanna di Jeshua Hanozri, infatti, non pesa tanto il tradimento di Giuda di Kiriat, trattato alla stregua di una insignificante e crudele delazione, pari a qualunque altra che avveniva quotidianamente in tutta l’Unione sovietica, ma l’arroganza disperata del procuratore romano, intrappolato in una provincia lontana di cui teme la ferocia e l’estraneità. Pilato si pente immediatamente della decisione di condannare a morte Hanozri e cerca di rimediare con soluzioni parziali e vane, ma soprattutto tardive. La scomparsa del corpo dalla tomba e la morte di Giuda alimentano così il mito millenario del Cristo ma non lasciano scampo a Pilato, che si strugge nella speranza del perdono. E allo stesso modo il Maestro, intellettuale, scrittore che ambisce alla pubblicazione, poeta in cerca di pubblico, viene confinato nella provincia lontana della sua pazzia, altrettanto feroce ed estranea, e colpevolmente si arrende. Al suo opposto, tanto più simile ai diavoli che non teme affatto, c’è Margherita, pronta prima di tutto a salvare se stessa non solo rinunciando ma rinnegando il suo status privilegiato, e riservandosi il piacere della vendetta verso il consesso dei critici che ha distrutto il Maestro. Sono gli amanti che avranno diritto alla giustizia e al riposo, non alla luce.

Altri due sono i personaggi fondamentali di questo romanzo. La città di Mosca, diversissima dalla Mosca di adesso, invece di stendersi come un sontuoso scenario all’apocalisse assume un corpo, ha una voce e un respiro, è costantemente piena di musica – una radio, l’orchestra in un locale, e la meravigliosa sequenza della via crucis di Ivan Bezdomnyj verso il ristorante Griboedov, nella quale, dopo l’inspiegabile bagno nel fiume e il furto dei vestiti, indossa quello che trova, si appunta un’icona sul petto e cammina scalzo nei vicoli dell’Arbat, “tormentato in modo indicibile dall’onnipresente orchestra, col cui accompagnamento un basso cantava gravemente il suo amore per Tat’jana”. È la musica che fa da contrappunto alla pazzia, o piuttosto è la musica che emerge come una dimensione sovrannaturale, né più né meno come quella che si apre per far entrare Woland.

L’altro personaggio è il manoscritto. Quello del Maestro, bruciato e recuperato dalla stufa, poi ricreato magicamente da Woland, e in generale l’opera d’arte scritta. È per un manoscritto che il Maestro perde se stesso, è per un manoscritto che viene condannato alla pazzia. Non è la poesia a morire per mancanza di pubblico, ma il poeta; e la conseguenza quasi naturale è quella per cui ‘senza documenti non esiste neppure la persona’. Ed è per questo che il diavolo e la sua corte invadono la città, tengono d’occhio il mondo intero e dispensano giustizia: perché il loro scopo è lasciare gli umani incatenati ai loro ceppi, ignorare la palude in cui si dibattono e mostrare una volta, una sola, il contrasto tra la vita biologica e la vita etica. Un bagno purificatore a cui poi deve seguire, inevitabilmente, il tuffo nel flusso impuro del quotidiano.

Non cito qui le altre edizioni del capolavoro di Bulgakov, a cura di altri editori e di altri, bravissimi, traduttori, perché il mio libro tanto amato è quello dalla copertina bianca e nera: Einaudi, 1967 (1. Edizione Gli Struzzi n.1, 1970), traduzione di Vera Dridso. Ma ve le consiglio tutte.

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Serena Daniele è nata a Napoli, cresciuta a Roma e vive a Milano, in attesa di spostarsi ancora più a Nord. È laureata in Lingua e Letteratura Russa, è stata bibliotecaria, insegnante e traduttrice, ha viaggiato troppo poco per i suoi gusti. Lavora in editoria dal 1995, prima per la rivista Linea d’ombra, poi per la Adriano Salani Editore e attualmente per NN Editore. Ama le serie tv, il cinema e diversi generi di musica. Ha perfino pubblicato, con Piemme, due libri per bambini.

Libri tanto amati: Sandra Petrignani e Pnin

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(Foto di Sandra Petrignani)

Diceva Borges: «Quel che lascia uno scrittore, se ha fortuna, è un’immagine di sé». Un po’ vale anche per i libri. Anche di un libro che abbiamo tanto amato, e letto magari più di una volta, ci restano immagini, un sapore, un’emozione, e il resto scivola nella dimenticanza, persino la trama. Quando non capita, addirittura, di ricordarcelo sbagliato, di cambiargli il finale o il nome dei personaggi. Però quel passaggio che ci ha colpito, quell’affondo che è entrato nel nostro cuore, ci resta dentro per sempre. Insomma, di libri tanto amati potrei fare un lungo elenco, ma di immagini trovate in quei libri e infitte nitide, indimenticabili in me l’elenco sarebbe molto più breve. Perché non è detto poi che un romanzo, capace di incunearsi per una sua piccola parte così durevolmente in noi, sia anche il più bello.
Ho pensato questo lungo preambolo quando, di fronte alla difficile scelta, per questa rubrica, di un solo libro tanto amato ho subito deciso per Pnin di Vladimir Nabokov (Adelphi, trad. di Elena De Angeli). Perché ho scelto proprio questo e non altri libri dell’autore russo che è fra gli scrittori più significativi della mia formazione? Perché non Ada o Il dono o La vera vita di Sebastian Knight, tutti più complessi e da me adorati – e obiettivamente superiori al piccolo Pnin? Esattamente per la questione dell’«immagine». Del Dono, di Ada, di Sebastian Knight, io non ricordo un’unica scena, ma l’insieme per quanto approssimativo della storia. O ricordo il momento in cui sono piovuti nella mia vita e quello che della mia vita entrava in risonanza con essi trasformandoli negli «unici libri possibili» per me in quel periodo.
Pnin, invece, è un romanzo costruito tutto per precipitare in un’unica scena-madre e la costruzione è così sapiente che la tragedia sfiorata e la sua chiamiamola soluzione – ma vedremo che non lo è – esalta e spiega il perché di una vicenda che non avrebbe di per sé altre ragioni per essere raccontata. Pnin è il libro che mi ha spiegato il lavoro dello scrittore, di un grande scrittore.
Cominciamo dall’inizio. Intanto diciamo che la figura del calvo Timofej Pnin, dalle calze cascanti «di lana scarlatta a losanghe lilla» e dalla «sgargiante cravatta da gorilla», di anni cinquantadue, che parla un inglese mostruoso da emigrato russo incapace d’integrarsi negli Usa, è l’esatto contrario del suo quasi coetaneo autore, che viene da una nobile famiglia di San Pietroburgo e che l’inglese l’ha imparato da piccolo e sarà riconosciuto dagli americani (e dal mondo intero) come un grande innovatore della loro lingua. Quando si mette a scrivere Pnin, Nabokov ha finito Lolita, ma non riesce a pubblicarlo – siamo nel 1953 – e allora butta giù per il New Yorker, per guadagnare qualcosa, la storia a puntate di un ridicolo professore aggiunto al dipartimento di Lingua Russa – Pnin appunto – nel campus di una piccola città statunitense, Waindell, immaginaria nel nome, ma molto somigliante per il suo ambiente universitario a quello frequentato dallo stesso Nabokov a Cornell.
Presto la sua creatura prende un’anima che nelle prime intenzioni non era prevista. Diventa una specie di Don Chisciotte, l’antieroe da contrapporre a Humbert Humbert, il protagonista di Lolita, dall’aspetto fascinoso e dall’inglese elegante, ma dall’animo perverso, capace per un’idea distorta dell’amore di rapire una ragazzina e farne il suo recalcitrante giocattolo. Pnin, sotto l’apparenza qualunque e il goffo modo di stare al mondo, nasconde un animo nobile e gentile, un carattere sensibile e affettuoso che gli altri avvertono, ma per approfittarne, non per farne oggetto di stima.
Insomma Pnin, nato da necessità pecuniarie e forse da un bisogno di purezza dopo l’inquietante corruttore di ninfette, diventa una figura reale e complessa. Nabokov ne racconta la vita di grigia insignificanza: una moglie psicanalista che l’ha usato e abbandonato, una carriera universitaria modestissima. Eppure il lettore, pagina dopo pagina, resta sedotto da tanta umanissima mediocrità e, quando alle spalle dell’inconsapevole personaggio, viene a scoprire le trame universitarie che gli segheranno le gambe, entra in uno stato di apprensione e di tristezza, quasi Pnin fosse un suo amico in carne e ossa, se non lui stesso.
E dunque ecco la scena-madre che capita proprio a questo punto, quando il lettore è cotto a dovere, teso come una corda in attesa del peggio e tutto identificato col protagonista. Non solo. Ne sa persino più di lui sul destino che lo aspetta, perché ha potuto assistere a incontri e telefonate degli altri docenti, in una situazione in cui nemmeno l’unico professore che si prende a cuore il caso di Pnin, riesce a difenderlo. Insomma il lettore sa che il povero Timofej verrà presto licenziato. E proprio quando si è deciso a prendere in affitto una casetta tutta per sé e medita di comprarla, sperando in un aumento di stipendio, dopo anni passati in appartamenti condivisi. Per festeggiare Pnin dà una festa, prepara con cura la cena, i drink, e intanto si occupa di un cagnolino che, avendo finalmente una casa, può tenere con sé.
Mentre arrivano gli ospiti, sul tavolo troneggia un oggetto meraviglioso. È una coppa di cristallo che tintinna sonora. Una coppa bellissima scelta da Victor per lui e spedita in regalo. Chi è Victor? È il giovanissimo, allampanato figlio, artista e incompreso in famiglia, dell’ex-moglie di Pnin e dell’uomo per cui l’ha lasciato. Pnin ha ospitato Victor per una breve vacanza, e durante quel periodo è passata fra loro una timida profonda intesa che quel regalo sancisce e rivela. Per farla breve: gli ospiti se ne vanno e Pnin, che alla fine della serata ha saputo dal professore suo amico quel che hanno tramato alle sue spalle, dà gli avanzi della cena al cane perché «non vi era motivo per cui una sventura umana dovesse interferire con un piacere canino». Poi si mette mestissimo a lavare i piatti.
La coppa è nell’acqua saponata insieme ad alcuni bicchieri. Uno schiaccianoci sfugge dalle mani del nostro povero eroe e cade dentro l’acqua con suono di vetri rotti. La perfidia di Nabokov verso il personaggio è qui al massimo, e siccome è un vero maestro di suspense ci tiene ancora sulla corda dandoci un motivo in più per essere definitivamente sedotti. Pnin attende un momento prima di verificare l’entità del danno. Un momento eterno, per lui e per noi. «Gettò lo strofinaccio in un angolo e, voltate le spalle al lavello, rimase per un attimo immobile a fissare il buio oltre la porta spalancata sul retro del giardino. Un silenzioso, piccolo insetto verde dalle ali di merletto volteggiava nella luce di una lampadina». Poi si decide, infila le mani nel sapone, si ferisce lievemente con un vetro rotto e «con il gemito angosciato di chi prevede il peggio»… tira fuori la zuppiera intatta! A rompersi era stato solo un bicchiere insignificante.
Mi dispiace aver guastato l’attesa di chi non avesse ancora letto il libro, ma l’abilità di Nabokov è tale da ricreare a ogni rilettura lo stesso spasimo, perché quella zuppiera va ben oltre se stessa, contiene i nostri sentimenti più delicati e i nostri sogni. Ogni volta che la vediamo in pericolo, è in pericolo la nostra personale illusione sull’intangibilità di quanto di sacro riconosciamo alla vita.
Il libro continua ancora per un poco dopo questa scena, ancora un capitolo. Come succede in musica: a un grave luttuoso segue un larghetto che ci riconcilia con la stabilità sorniona delle cose. Pnin, dopo aver squarciato per noi un piccolo segreto dell’universo interiore, torna a essere il goffo uomo di sempre, il ridicolo personaggio dalla testa calva e le calze cascanti che si allontana da Waindell su un’utilitaria strabordante, con cagnolino a bordo, diretto verso chissà quante altre grigie avventure. Esce letteralmente di scena.
Ma dalla nostra anima di lettori non potrà uscire mai più.

Campocavallo
26 gennaio 2017

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Nata a Piacenza nel 1952, Sandra Petrignani vive nella campagna umbra e un po’ anche a Roma, sua città d’adozione. Ha esordito come poetessa negli anni ’70 e nella narrativa verso la metà degli ’80 con Navigazioni di Circe che vinse il Premio Morante opera prima. I suoi titoli più recenti: la fiaba Elsina e il Grande Segreto ispirato all’infanzia di Elsa Morante (Rrosélavy); Addio a Roma, racconto della città intellettuale e artistica dal dopoguerra alla morte di Pasolini; il romanzo-ritratto Marguerite, dedicato alla Duras (editi da Neri Pozza); la ristampa in tascabile (Beat) di altri due suoi titoli: Il catalogo dei giocattoli e La scrittrice abita qui (nella cinquina del Premio Strega del 2003). Alla Roma di oggi ha consacrato E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza).

Libri tanto amati: Luca Pantarotto e J. D. Salinger

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(Il giovane Holden contro i mulini a vento, foto di Luca Pantarotto)

J.D. Salinger e Il giovane Holden

Ho conosciuto Holden Caulfield, guarda caso, proprio l’11 settembre 2001. Io avevo 21 anni, lui ne aveva 16. Sulle prime pensavo di essere troppo vecchio per appassionarmi alla sua storia. Parlava in un modo buffo e faceva cose strane, lì per lì lo presi per un ragazzino un po’ cazzaro, viziato, superficialmente ribelle, confuso in modi spesso inopportuni e angosciato da quella particolare categoria di problemi stupidi che vanno sotto il nome di “first world problems”. Roba del tipo: “Nei bar non mi servono alcolici perché sono un maledetto minorenne”. O “Non riesco a trovare il coraggio di chiamare quella tipa”. O “Chissà dove se ne vanno d’inverno le anatre, quando il lago si ghiaccia”.

All’epoca non sapevo nulla di letteratura americana – di nessuna letteratura, in effetti: quando fai lettere classiche difficilmente ti capita di leggere qualcosa di più recente della caduta dell’Impero romano. Per me J.D. Salinger era semplicemente lo scrittore che aveva ispirato il personaggio interpretato da Sean Connery in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant e Il giovane Holden il romanzo che Mel Gibson non può fare a meno di comprare e ricomprare nel suo ruolo di tassista ossessivo-compulsivo in Ipotesi di complotto.

Sapevo solo che, in quei giorni, io e la mia ragazza dell’università ci stavamo lasciando, che a fronte di questo particolare problema l’attentato alle Torri gemelle e l’imminente crollo della civiltà occidentale così come la conoscevamo mi sembrava una questione del tutto trascurabile e che, sì, avevo proprio bisogno di leggere una storia stupida che mi facesse ridere. Avevo bisogno della storia di qualcuno che pensasse che andarsene in giro da solo a New York a bere e fumare nei giorni precedenti il Natale fosse un buon modo per mandare affanculo il mondo. Era proprio arrivato il momento di tirare giù dallo scaffale quel libro bianco, senza nessun elemento grafico in copertina oltre all’indicazione di autore e titolo in nero, che mi chiamava già da un po’.

Lo lessi in un pomeriggio. Non ricordo di aver mai riso così tanto in tutta la mia vita. “Dormite sodo, stronzi”. La vecchia Sally. Il vecchio Maurice. Quell’impasto linguistico surreale inventato da Adriana Motti per dare voce a un personaggio che parla in un modo tanto assurdo quanto le avventure che si ritrova a vivere, tutti quei “vattelapesca” e “compagnia bella”. Mi sembrò il libro più divertente che avessi mai letto.

Ovviamente non avevo capito nulla.

Nel 2003 riprendo in mano Il giovane Holden. Non ricordo perché. Mi stavo laureando e forse, stufo di leggere roba su Omero e gli dèi greci e il lavoro filologico degli studiosi alessandrini su poemi scritti quasi tremila anni fa, avevo voglia di pulirmi la testa con qualcosa di più leggero. Forse per questo il mio pensiero è tornato a quel pomeriggio di due anni prima, che avevo passato ridendo a crepapelle delle disavventure di un ragazzino per le strade di New York alla fine degli anni Quaranta. La seconda volta, però, il gioco non ha funzionato. I continui sproloqui di un Holden ormai decisamente troppo giovane per me, che passavo le giornate a scrivere una tesi importantissima su argomenti serissimi in un mondo in guerra (una guerra cominciata, guarda caso, proprio quel pomeriggio di due anni prima), questa volta mi sembrarono decisamente troppo frivoli per strapparmi anche solo una risata. Lo lessi a fatica in una settimana e tornai a Omero, pensando che la vera letteratura, per durare, doveva sapermi raccontare qualcosa di più importante della storia di un ragazzino che interrompeva la sua ribellione adolescenziale appena finiva i soldi per pagarsi i cocktail e gli alberghi. Restava un romanzetto divertente se hai tempo da perdere, niente di più.

Incredibile a dirsi, questa volta avevo capito ancora meno della prima.

Per comprendere davvero Il giovane Holden dovevo crescere ancora un po’. Le prime volte pensavo di essere troppo vecchio, ma era vero il contrario. Nei suoi sedici, confusissimi anni Holden era molto più vecchio di me. Aveva vissuto esperienze molto più dure delle mie, e soprattutto (questo all’epoca non potevo saperlo) le aveva vissute il suo autore.

Sulle spalle di Holden non c’era solo la morte del fratello minore, la dispersione emotiva della sua famiglia ancora in preda all’elaborazione del lutto, la delusione per l’ipocrisia del fratello maggiore che sacrifica il suo talento letterario ai facili guadagni del lavoro nel mondo del cinema, la vacuità dell’istruzione scolastica che spinge gli studenti a una competizione continua e frustrante, la rabbia per la falsità degli adulti, la ripugnanza per un sistema sociale basato sull’aspirazione al successo, sull’amore per il denaro e la passione per i nuovi modelli di automobili. C’è anche il trauma di esperienze che Holden non ha vissuto personalmente, ma che finisce per simboleggiare nel suo desiderio di auto-annullamento. Il trauma della guerra, da poco finita e attraversata da Salinger in prima persona, in Europa, tra gli scoppi delle bombe nella foresta di Hürtgen e l’odore ancora vivo della carne umana bruciata in un campo di concentramento appena liberato vicino a Dachau. C’era, in quel romanzo, la sensazione strisciante che il mondo in cui Holden si muove altro non fosse che una sovrastruttura posticcia, una facciata di cartone che simulava l’apparenza di un mondo ormai scomparso per sempre e che mostrava, a chi avesse appena provato a sbirciare dietro le quinte, tutta la sua vacuità.

Dietro quelle quinte Holden si ritrova a guardare molto presto. Quello che vede lo sconvolge, spingendolo a cercare una via di fuga che si rivela subito inesistente. Non c’è modo di sfuggire al mondo, quando sei l’unico a volerlo fare. E Holden è l’unico. È un ragazzo completamente solo in uno strano mondo che non capisce.

Quando ho incontrato di nuovo Holden Caulfield, l’anno scorso, avevo trentacinque anni. Lui era ancora molto più vecchio di me, ma stavolta ero pronto. Le sue parole non mi sono più sembrate così divertenti. Nella sua storia, finalmente l’avevo capito, non c’era proprio nulla da ridere. Perché il mondo scomparso, la civiltà phony in cui Holden vive, sono ancora gli stessi in cui viviamo tutti noi. E Holden è ancora solo, nelle sue passeggiate newyorkesi, perché molti dei suoi lettori, a cominciare da me, continuano a confondere il suo grido d’aiuto con le buffe storielle di un ragazzino cazzone.

Eppure Holden continua a provarci. In fondo lui è l’acchiappatore nella segale. È quello il suo lavoro: stare sul ciglio del burrone e raccogliere i ragazzi che, giocando, rischiano di caderci dentro. Insegnarci che tutti noi, se lo vogliamo, possiamo diventare acchiappatori nella segale. Perché tutti noi pensiamo di essere soli, ma nessuno lo è:

… scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.

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Drammaticamente inadatto a scrivere biografie in terza persona, vive e lavora sui social network, dove spande opinioni non richieste su libri, costume e società e gestisce la comunicazione pubblica di NN Editore. Si interessa di letteratura americana, di cui un tempo scriveva su un blog chiamato Holden & Company, che poi ha chiuso perché (cit. di qualcosa) “le cose cambiano”. Divide casa ed esistenza con una lettrice rampante, una gatta dormiente e svariate migliaia di libri che prima o poi forse troverà anche il tempo di leggere. Ha la pessima abitudine a dire sempre apertamente ciò che pensa, ragion per cui non farà mai carriera come critico letterario.

 

Libri tanto amati: Ippolita Luzzo e Thomas Bernhard

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(Foto di Ippolita Luzzo)

Ho comprato I Miei Premi di Thomas Bernhard dopo.

Non sapevo più da tempo dove fosse quel mio simile e simile di Bernhard che mi chiamava zia, ma nel mio letterario immaginario era esistito uguale, se pur nell’espace d’un matin, quel giovane che, a me adulta, lui, come Bernhard, chiamava zia. Gli avrei fatto leggere Bernhard, se solo avessi avuto altra opportunità, ed ora, che nel tempo ogni cosa svanisce, voglio ricordare come i rapporti filiali, affettivi, parentali, sono scelte e vanno ben al di là dello schema usuale.

Thomas Bernhard, lo scrittore austriaco, geniale e ironico, scomparso nel 1989, viveva con una donna molto più anziana di lui, una donna che lui chiamava zia, in una famiglia scelta per grande comprensione, per somiglianza.

Vivo quindi il libro come mia storia e amo I Miei Premi (traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Adelphi) con l’amore del mio non vissuto, con l’amore puro verso i moltissimi scrittori che non hanno pubblicato e che io ho ascoltato, verso le tante e tante storie lette sui siti letterari, i tanti ragazzi, piangenti e tremanti in questa valle di lettere. Agostino, il ragazzo siciliano, alcolista dalla prima infanzia, cresciuto con dei nonni orchi cattivi e già padre a sedici anni. La figlia data in adozione e lui a scrivere, a scrivere quell’inferno, per uscirne fuori. Ci scrivemmo una infinità di lettere, ora non so più cosa sia successo. E un altro ragazzo, scriveva benissimo, roso da un tumore al fegato, piangeva e piangeva al telefono chiedendomi ascolto. Ad un certo punto quell’umanità scrivente mi abitava per casa in una grande compagnia facendomi però sentire di una impotenza senza fine. Chissà perché ero diventata la zia degli scrittori senza editori, la zia delle storie senza speranze, la zia senza bacchetta magica! Odradek, altro ragazzo di Roma, mi scrisse che parlare con me era come aprire una finestra su una strada rumorosa, ma io vivo nel silenzio di una cooperativa, in un quartiere periferico di una cittadina che non conosco.

I Miei Premi mi fanno compagnia come mi fa compagnia l’Adelphi di Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, come mi fa compagnia Lo spettatore addormentato di Ennio Flaiano, Lo stile dell’anatra di La Capria.

Mi porto dietro il libro di Bernhard al Premio Grillparzer. Mi sembra di vederlo nella beffa del sedersi fra il pubblico, mentre dal tavolo degli organizzatori lo cercano. Mi sembra di percepire l’irrisione verso la ministra, dopo averlo premiato e a fine serata cercarlo così: “Ma dove si è cacciato il nostro scrittorello?”

E lui racconta “presi per braccio mia zia e abbandonai la sala. Senza che nessuno ci trattenesse o anche solo prendesse nota di noi lasciammo, all’una del pomeriggio, l’Accademia delle Scienze” e qui, riesce a farsi cambiare il vestito, altro capolavoro di Bernhard, dal commesso, nel negozio dove lo aveva acquistato la mattina, in un gioco del vestito scambiato. Come il premio ora non ha più per lui nessuna rilevanza, così il vestito indossato per l’uopo può essere scambiato per uno più comodo.

Ho partecipato a poche cerimonie di premi, e tranne uno o due, tutte noiose, tutti i premi sono orridi, vascelli, pergamene e targhe, esattamente come descrive Bernhard, e il primo o il secondo posto si squagliano come neve al sole confondendosi…

Rimane la lucida ironia di un autore, in questo libro pubblicato postumo, nel 2009, sulla base dei suoi appunti, un dattiloscritto di cinquanta pagine, corrette e numerate, e sul margine inferiore, annotato a mano, “9 premi su 12 o 13” nonché le dichiarazioni delle sue dimissioni dall’Accademia Tedesca per la Lingua e la Poesia di Darmstadt, “un’accademia fondata col fermo proposito di soddisfare il narcisismo dei suoi vanitosi membri, si riunisce due volte l’anno per autoincensarsi, a spese dello Stato, mangia e beve alle tavole imbandite, rimestando per quasi un’intera settimana il suo scipito e stantio pastone letterario”. Scritto fra il 1980 e la fine del 1981 testimonianza di un mondo di premi sempre uguale.

Resta, al di là dei premi e delle miserie dei partecipanti e degli organizzatori, resta la bellezza dell’allontanarsi sottobraccio con la zia, come vorrei esser io e non sarà mai.

Mi accorgo alla fine di aver scritto su una casa editrice che amo: l’Adelphi. Di aver scritto sull’unicità del libro, sull’unicità dei rapporti, sulle affinità che ci uniscono, che ci fanno incontrare, sia che siamo esseri umani o libri su uno scaffale. Mi accorgo di aver raccontato di libri non pubblicati che mi rimasero in testa, libri che non saranno mai premiati nel gioco, a volte insulso, dei premi.

“I libri unici erano perciò anche libri che molto avevano rischiato di non diventare mai libri” scrive Roberto Calasso nel suo L’Impronta dell’Editore così come i rapporti unici sono quelli che rischiano di non essere mai, nella “opera perfetta che non lascia tracce”

Nel dopo dei miei premi premiamoli così. Molto amati.

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Ippolita Luzzo, laureata in filosofia, scrive sul blog Ippolita la regina della Litweb, Trollippblogspot, dal giugno 2012. Collabora con “Ultima Voce” e con “Lameziaterme.it” Sue rubriche e pezzi sono presenti su qualche giornale cartaceo e digitale. Scrive grazie a quel briciolo di libertà concesso dallo spazio bianco del web. Recentemente sembra che la sua intervista su RadioLibri sia stata la più ascoltata nel concorso indetto nell’ambito di Più Libri Più Liberi a Roma