Libri tanto amati: Chiara Bongiovanni e Shosha di I. B. Singer

 

È un esperimento che mi capita di fare. Riprendere oggi un libro che ho amato da ragazzina e su cui in seguito per me è calato il silenzio: non ne ho sentito più parlare, né ho letto nulla che lo riguardasse. Mi piace ricordare sensazioni e giudizio a libro ancora chiuso e poi metterli alla prova. E quasi sempre la ragazzina fa un’ottima figura. Aveva dodici anni ed era più furba di me.
Non ricordo dove e come mi fossi procurata Shosha, ma so che l’avevo scelto anche se la copertina di Ferenc Pintér mi irritava profondamente. Era sbilenca e sbavata, non somigliava né a Munari né a Lady Oscar. Sapevo a stento che cosa fosse lo yddish e non provavo una particolare fascinazione per la cultura ebraica. Era tutto strano, là nella Varsavia degli anni ’30, le donne sposate avevano la parrucca e gli uomini dondolavano, accendevano un sacco di candele e parlavano continuamente di Dio, un altro argomento che mi lasciava del tutto indifferente.
Quando l’ho ripreso in mano qualche settimana fa poche cose affioravano nitide: il mio entusiasmo di allora, l’amore tra shosha e Arele e la storia che il tempo è un libro e i morti non spariscono mai, perché continuano a vivere nelle pagine già sfogliate. Era la storia che Arele, l’adulto, lo scettico, lo scrittore, inventava per Shosha dopo averla sposata e doveva raccontarla con parole semplici perché altrimenti Shosha non avrebbe capito. Lei non era cresciuta, non aveva imparato a leggere e scrivere e vedeva i fantasmi. Era rimasta ferma ad aspettarlo nella strada dove avevano vissuto insieme da bambini, con la memoria intatta, il corpo ancora immaturo e la mente intorpidita dall’attesa.
Il mio entusiasmo doveva essere molto contagioso perché avevo convinto la mia nonna a leggere il libro. Era una grande vittoria, non succedeva mai. Avvertivo con divertimento il suo imbarazzo fin da metà lettura: “ma gioia mia, come ti è venuto in mente? È una storia tra un uomo sano e un’handicappata, Singer sarà anche un grande scrittore, per carità, ha vinto il Nobel, gli ebrei sono sempre stati precoci e intelligentissimi, pensa a Furio Jesi, ma questo è sgradevole, innaturale. Se consuma il matrimonio lui è un mostro, un porco”.
Ignoravo chi fosse Furio Jesi, ma ridevo sotto i baffi perché erano le prime volte che scoprivo che il giudizio della mia nonna poteva essere tanto diverso dal mio, ma non per questo assoluto o migliore e se era vero mi si apriva un mondo in cui avrei potuto fare di tutto anche il bagno mezz’ora dopo mangiato.
Sapevo, come credo sappia una qualunque dodicenne, che l’amore è sempre innaturale, imbarazzante, doloroso, asimmetrico. La differenza era nel meccanismo di identificazione. La mia nonna aveva una lettura ingenua tanto quanto la mia, ma lei vedeva Arele con quello stesso sguardo incredulo e inorridito che nel romanzo hanno per lui sua madre, i suoi amici, le sue donne adulte e consenzienti. Io con l’unico sguardo di cui potessi appropriarmi, quello di Shosha. Perché la Chiara adulta che potevo immaginare allora – immaginare davvero, di nascosto, lasciando da parte le Barbie, le riviste o la televisione – era pur sempre una dodicenne gettata senza salvagente nel mondo dei grandi. Ed essere amata da uno di loro, grande ma in grado di riconoscersi in me, sospettavo fosse l’unico modo per sopravvivere.
Qualcosa di simile sarebbe successo l’anno dopo con Lolita. Io, beata, lo alternavo ai giornaletti di supereroi subito dopo l’esame di terza media. La nonna navigava a vista, incerta tra la censura e l’incoraggiamento. In effetti, benché Humbert Humbert fosse molto più porco di Arele, bisognava ammettere che Nabokov era letterariamente più raffinato di Stan Lee. Il dilemma tra cultura e morale veniva quindi risolto dalla nonna con astuzia spiegandomi che Nabokov in realtà era un uomo normale con una moglie normale e che adolescenti come Lolita potevano esistere soltanto in America dove venivano mandate in campeggio da piccole e perciò diventavano maleducate e ninfomani. Anche in questo caso, però, io non coglievo lo scandalo, o meglio, sapevo che era un’invenzione delle nonne di tutto il mondo. Ero consapevole che una ragazzina, specie se deliziosamente maleducata, può piacere a un uomo, che sedurre è divertente, ma non sempre è facile tirarsi indietro. Quello che mi piaceva da matti in Lolita erano i meccanismi mentali della controparte, muovermi, da tredicenne, nella testa del porco. Capivo nebulosamente che quel romanzo, come altri che avevo letto, portava all’estremo una comunissima fantasia e ci scavava dentro, conseguenza dopo conseguenza. Humbert Humbert era attratto dalle ninfette così come Jim Hawkins era affascinato dai pirati e dai tesori nascosti, solo che uno girava per motel e l’altro si ritrovava accanto a Long John Silver.
Rileggendo Shosha nel modo in cui leggo oggi e cioè d’istinto, senza cultura critica, ma con un occhio che necessariamente va oltre la trama, ho trovato almeno tre cose che non ricordavo e all’epoca certo non avevo notato.
La prima è il crescente senso di morte in cui sono immersi tutti i personaggi mano a mano che si avvicina l’invasione hitleriana (che significativamente non verrà descritta; nell’epilogo, in Israele, troveremo i sopravvissuti a fare la conta dei morti). Molti di loro potrebbero salvarsi per tempo, ottenere passaporti e fuggire negli Stati Uniti, ma non lo fanno. Anzi, rifiutano ogni aiuto. Sono sempre stati e continuano a essere inadatti alla vita e restano impigliati nella fine del mondo a discettare su Dio e su Spinoza in una sorta di lucida e brillante agonia che non prevede speranza.
La seconda cosa è come può essere bella una nevicata che inizia nel centro di Varsavia il giorno del matrimonio di Shosha e Arele, andando avanti per più di dieci pagine, senza mai una parola di troppo. La neve “asciutta come il sale” invade le strade del ghetto e fodera e attutisce la luna di miele nei boschi e la tormentosa prima notte di nozze.
La terza, infine, mi è venuta in mente proprio scrivendo questo pezzo ed è quanto siano simili nella loro abissale distanza Shosha e Lolita, le due non donne che catturano con una femminilità monca e sterile un professore di letteratura e uno studioso di hassidismo affascinato dai falsi messia. Due figurette esili e bionde, sotto il metro e sessanta, che in entrambi i casi rappresentano ben più che un’amante adolescente o una moglie sbagliata.
Nabokov, russo, scrive in inglese tra Ithaca e Harvard, dopo aver vissuto a Londra e Berlino e pubblica a Parigi, per via del famoso scandalo delle nonne. Dopo dieci si ritradurrà in russo. E la sua Lolita ha la sguaiata e sleale volgarità di un’insopportabile America senza passato, senza casa e sempre protesa alla fuga. Esserne attratti è un insopprimibile sigillo di depravazione.
Singer, ebreo polacco, quarantatré anni dopo essere fuggito a New York si intestardisce a scrivere nella lingua ormai semimorta dei suoi antenati per autotradursi in un secondo tempo in inglese. La sua Shosha ha la tarda docilità della vittima sacrificale, uno sguardo acuto solo per l’invisibile e una memoria perfetta per il passato lontano. E’ un tutt’uno con la via Krochmalna, l’arteria del ghetto, il cuore dell’ebraismo orientale, che lei percorre ossessivamente da un capo all’altro spiando dentro i portoni. Ricambiare il suo amore è un destino senza scelte e senza uscite come quello di un “ago attratto da un magnete”.
Shosha muore due giorni dopo aver lasciato Varsavia in un’affannosa fuga tardiva. Muore di lontananza e l’amore non le basta.
Lolita sopravvive gravida e bianca in un sobborgo senza nome. La ninfa però non ce l’ha fatta, è morta di vecchiaia a quindici anni. Essere amata non è stato sufficiente.
Humbert e Arele sopravvivono sradicati in patrie d’elezione. Per Humbert il carcere, voluto con caparbietà. Per Aron un’Israele luminosa e protetta da guerre continue e uomini armati come ai tempi della Bibbia.

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Chiara Bongiovanni, insegnante di scuola media e traduttrice dal francese. E’ stata per diversi anni lettrice del premio Calvino e collabora all’Indice dei Libri del mese.

Libri tanto amati: Gianluigi Bodi e Raymond Carver

Nella più precisa delle ipotesi io e Raymond Carver ci siamo incontrati grazie ad una Cattedrale. Era il 2002 e la casa editrice era Minimum Fax. A Minimum Fax c’ero arrivato attraverso Jonathan Lethem, ma questa è un’altra storia, anche se sarebbe interessante perché a Jonathan Lethem ero arrivato grazia a “Dispenser”, programma radio condotto su Rai Radio 2 da Matteo “Ferrato” Bordone, ma anche questa è un’altra storia.

Allora non lo sapevo, ma avevo iniziato a bazzicare nel terreno dell’editoria indipendente. Infatti, recuperare i libri di Ray non fu un’impresa facile perché le librerie che frequentavano non andavano al di là dei soliti noti e delle solite note case editrici.

In realtà non so con certezza se Cattedrale sia stato il mio primo contatto con Ray. So con certezza che Una cosa piccola ma buona è stata la scintilla che ha fatto scoccare un fuoco che non accenna a spegnersi.

Quei genitori investiti da una disperazione capace di togliere il respiro erano diventati parte della mia vita. Anche se allora non avevo figli non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione che avrei dovuto temere con tutte le mie forze quella cupa tristezza.

È stato in quel momento che io e Ray siamo diventati amici. Ha visto dentro di me e ha capito.
E in effetti, anche con gli amici può capitare di non ricordare bene quando è stata la prima volta che li abbiamo incontrati. È più facile che ci ricordiamo il momento in cui hanno iniziato ad essere importanti e necessari, anche se spesso questi ricordi sono lontani nel tempo.

Quello che mi piaceva di Ray era il suo modo di raccontare la quotidianità. Osservavo la foto di copertina, quella sigaretta accesa, quello sguardo profondo che sembrava dirmi: parla pure, ti ascolto. Mi sembrava che sarei potuto essere anche io uno dei personaggi descritti nei suoi racconti. Era come se sapesse raccontare le minime imprecisioni dell’animo umano senza per forza di cose lasciarsi andare ad effetti speciali. Era come innamorarsi della ragazza acqua e sapone.

Tutti noi dovremmo avere un amico così, tutti noi lettori dovremmo avere uno scrittore con il quale dialogare attraverso le sue opere. A me capita, in momenti di disperazione, di cercare rifugio nelle pagine scritte da Ray, che siano racconti o poesie, bastano anche i suoi saggi e i suoi articoli. La sua voce silenziosa mi sussurra che andrà tutto bene. È questo che fanno gli amici.

 Negli ultimi giorni il rapporto con Ray è diventato ancora più stretto. Ho deciso di ricostruire la sua storia letteraria in Italia andando a recuperare tutte le edizioni delle sue opere. Ho iniziato dalla collana “I libri di Carver” perché era da lì che attingevo quando l’ho conosciuto. Poi ho scoperto che un paio dei volumi pubblicati in quella collana avevano un’edizione precedente sempre con Minimum Fax. Poi sono andato a ritrovo, Pironti, Garzanti, Serra e Riva, Mondadori. Spero di non arrivare mai alla fine. Sarà un lavoraccio, diventerà un’ossessione. Non importa, per gli amici questo e altro.

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Bodi Gianluigi è nato nel 1975. Le prime mosse consapevoli lo vedono frequentare lungamente l’Università Ca’ Foscari di Venezia dove si laurea in lingue e letterature straniere e dove consegue un master in didattica dell’italiano a stranieri. È il fondatore del blog letterario Senzaudio.it e si occupa di servizi editoriali attraverso SSE – Senzaudio servizi editoriali. Nel 2015 vince il premio letterario “Cartacarbone Festival”. Nel 2016 è uscita per Verbavolant la raccolta di racconti “Teorie e tecniche di Indipendenza” da lui curata e nella quale è presente un suo racconto.

Libri tanto amati: Ivano Porpora e Joseph Roth

Oddio. Non so se fosse il 2009 o il 2010. Ma secondo me era il 2009, sì, era il 2009, perché era l’estate più calda, qualcuno girava senza maglia, si scoprivano gli ombelichi, e io nell’estate del 2009 – un’estate rovente – decisi di fare un lavoro estivo presso il Consorzio del Pomodoro di qua.
Mi proposi, mi presero, in mezzo ci sono tante storie raccontabili e altre irraccontabili; alla fine mi trovai a fare il contafusti, che è un lavoro un po’ particolare, molto di responsabilità, non meno fisico.
Mettiamola così: dovevo coordinare un gruppo di ragazzi senegalesi che preparavano i fusti da 200 kg circa in cui stava il pomodoro, aspettare che il sacco col pomodoro si riempisse, controllare che il ragazzo – sempre senegalese – che chiudeva i fusti a martellate facesse il suo mestiere, indicare la stiva giusta ai mulettisti indiani, andare con loro, contare i fusti portati nelle stive.
Eccetera.
Di giorno il lavoro era a ritmo continuo, sfiancante. Persi cinque chili rapidamente. Di notte, invece, le linee procedevano più lentamente, e quindi mi trovavo ad avere ventiquattro minuti esatti tra un carico di trattore, pieno di fusti, e l’altro. Quei ventiquattro minuti decisi di trascorrerli leggendo; e il primo libro che lessi fu il Giobbe di Roth.
Dire che è bellissimo non credo che renda l’idea. Ma credo che per ricreare alla perfezione il modo che ho avuto io di leggere il Giobbe bisognerebbe acconciarsi alla mia. Mettersi un timer di 24 minuti, esatto – o il trattore parte, i fusti dove li mettono non lo sanno nemmeno loro. Leggere, leggere, leggere con la fame di sapere come vada a finire la questione di Minuchin, assaporando con il gusto del ladruncolo la scrittura di Joseph Roth in questo miracoloso Adelphi. Darsi un’incombenza di dieci minuti esatti.
E poi tornare.
Così, per tutta la notte, interrompendo alcuni dei ventiquattro minuti per motivazioni futili – c’è da fare un cambio linea, sono finiti i tappi, si è rotta la macchina dei fusti, si è addormentato il mulettista, eccetera.
Quando il libro finisce, il massimo sarebbe che capitasse come capitò a me. Che, cioè, il libro finì nel penultimo dei ventiquattro minuti. Erano le 5. Controllai le ultime stive, così si chiamano i punti di raccolta dei fusti; andai a mettere a posto il muletto; mi tolsi le scarpe antinfortunistica, mi facevano un male così forte che piangevo a metterle e sfilarle.
Dissi L’ultimo giro fatelo voi; gli indiani mi guardarono, capirono, andarono. Misi via le bottiglie di Gatorade, i miei panni; il libro, sgualcito. Suonò la sirena, timbrai, salutai l’altro contafusti, andai alla macchina. Rimasi dieci minuti a guardare il traffico sulla provinciale per Bozzolo, le macchine che passavano, il sole che iniziava a sporcare un po’ la giornata. Dieci minuti fermo.
Sospirai, e partii.
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Ivano Porpora nasce a Viadana (MN) il 12 marzo 1976 da padre napoletano e madre mantovana. Ha una casa minuscola nella quale gioca a scacchi, scrive, legge. Ha pubblicato con Einaudi un romanzo, La conservazione metodica del dolore, ed è in uscita per Marsilio Nudi come siamo stati. Ha pubblicato anche un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, 2016), uno di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai) e una favola per bambini (La vera storia del leone Gedeone).

Libri tanto amati: Simone Marcuzzi e Edoardo Nesi

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(Foto di Simone Marcuzzi)

È la primavera 2007, da poco mi sono laureato e ho cominciato a lavorare in un’azienda metalmeccanica friulana. È un momento di passaggio, di cambiamento di paradigmi. L’impatto con il mondo del lavoro non è privo di dolore: la libertà e i meccanismi tutto sommato meritocratici che avevo conosciuto nella scuola non valgono più, e la tensione a obiettivi spesso conflittuali tra i diversi uffici sfavorisce lo sviluppo di rapporti umani sani (“Non siamo qui per giocare a pallone assieme”). Capisco presto che una parte di me, in estrema sintesi quella a cui interessano i libri, deve restare fuori dai cancelli. Dentro deve andarci solo l’altra parte, quella pragmatica, forgiata da anni di buona educazione e di studio alla facoltà di ingegneria, che sa che essere naif va bene fino a un certo punto.

Il “lavoro” è tanto nel nord-est, per molti è tutto. La gente qui ti saluta dicendo “Buon lavoro”, quasi mai “Buona giornata”. È una terra dove tantissimi, negli anni del boom, hanno aperto la loro fabbrichetta e si sono inventati con successo imprenditori, creando un benessere diffuso tra i più limpidi d’Italia, addirittura un modello economico poi studiato e imitato. Ma nel 2007 gli anni del boom sono lontani. Il lavoro sta migrando altrove, non più garantito per tutti, la globalizzazione e l’automazione hanno già fatto il loro corso, le vecchie aziende padronali vengono acquisite da gruppi internazionali, ridimensionano, riorganizzano, dentro i capannoni c’è sempre meno gente e una nuova crisi incombe. Le promesse e le grandi aspettative che mi riempivano la testa da bambino, alla resa dei conti si sono dimostrate fuorvianti, false, estinte.

In quel periodo di ricerca di un nuovo equilibrio, compro L’età dell’oro (Bompiani). È il primo libro di Edoardo Nesi che leggo, il suo ultimo pubblicato fino a quel momento. In prima istanza il mio acquisto è un piccolo tributo all’eroico traduttore di Infinite Jest di David Foster Wallace, uno degli scrittori che più ho amato negli anni dell’università. Inizio a leggere senza particolari aspettative, trovandomi presto immerso in un romanzo travolgente, con al centro un personaggio memorabile come il settantenne e malato Ivo Barrocciai, un imprenditore pratese del tessile, un arricchito con la piscina sul tetto della ditta, che ha sposato un’americana e ne è stato lasciato, e che dopo anni di successi è caduto in disgrazia per i cambiamenti del mercato, l’avvento dei cinesi e la partenza anche di questi ultimi. Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo, il 2010, dove Prato ha le sembianze di un deserto, o di un cimitero. Sostituendo il tessile con un altro comparto d’industria, ad esempio quello della sedia, e a Prato una cittadina del nord-est, ad esempio Manzano, pare di leggere la fine del mondo in cui vivo, raccontato sulla pelle di qualcuno che conosco. Ivo Barrocciai potrebbe essere uno degli amici di mio padre, se al posto del dialetto toscano si mettesse qualche sfumatura di friulano o veneto. Il cortocircuito è potente, uno di quei piccoli miracoli che ci riserva la lettura ogni tanto: un libro che parla esattamente a me, nel momento giusto. Un libro che forse non è in grado di darmi tutte le risposte ma che certamente mi aiuta a formulare le domande giuste.

Strutturalmente, L’età dell’oro è un romanzo ambizioso, in cui si alternano capitoli di solo e serratissimo discorso diretto ad altri di narrazione indiretta con il gusto per la frase complessa e infinita, in cui cambiano i punti di vista, si passa dalla terza alla prima persona senza che si perda l’effetto di sospensione dell’incredulità. Nella resa è malinconico, divertente, a tratti spietato, a tratti pietosissimo. Il più grande merito di Nesi è, secondo me, quello di prendere sul serio un uomo come Ivo Barrocciai, poco colto, poco elegante, che ha fatto i soldi e con i soldi ha fatto anche stupidaggini. Personaggi, o meglio persone, come lui, li avevo trovati poco nei libri fino a quel momento, se non come macchiette. Troppo facili da deridere, forse, per chi possiede un minimo di strumenti intellettuali. Avrà mai letto un libro, il Barrocciai? Eppure quelli come lui sono le persone che forse più di altre hanno contribuito a plasmare anche la mia zolla di mondo, e suppongo molte altre. In questo senso L’età dell’oro contiene allora un pezzo di storia sociale, cioè di tutti. Infine, per il me del 2007 è anche la testimonianza di una possibilità, quasi un invito alla convivenza pacifica delle due anime che ipotizzavo di poter vestire solo in modo disgiunto, continuando a nascondere, e a nascondermi, chi ero davvero.

Perché oggi sembra una barzelletta, ma a quei tempi c’era sottoproduzione, cioè non si riusciva a produrre tutti i tessuti che il mercato chiedeva, e il magazzino era sempre stato il reparto preferito di Ivo. I giorni più belli erano quelli in cui le pezze rientravano dalla rifinizione tardi, dopo le otto o le nove, spesso il venerdì, e poiché dovevano per forza essere inviate ai clienti quella sera stessa, gli operai rimanevano a lavorare e Ivo telefonava al miglior ristorante di Prato e faceva portare in fabbrica spaghetti alle vongole per venti, e mangiava con gli operai perché voleva andar via sempre per ultimo, esser quello che chiudeva la porta, così con i ragazzi che rimanevano – lo straordinario essendo qualcosa che a Prato l’operaio, invece di subire, chiedeva di poter fare per guadagnare di più – si creava uno strano legame che per qualche ora faceva a brandelli le teorie di Marx, e circolava l’idea di un lavoro fatto insieme e di ugual dignità, svanivano le differenze, e gli operai comunisti smettevano di sdegnare un padrone che quando c’era bisogno si toglieva la giacca e caricava le pezze sul camion insieme a loro, anche perché non c’era operaio in Italia che guadagnasse quanto un operaio pratese, e non c’era operaio pratese che guadagnasse quanto quelli della Barrocciai Tessuti, che se poi avevano bisogno di soldi glieli prestava il titolare, praticamente senza interessi, e li prestava anche al branco di terzisti che filavano, aspavano, ritorcevano, ordivano, annodavano, rincorsavano, tessevano, rammendavano, trasportavano, carbonizzavano, follavano, tingevano, rifinivano per Ivo e la sua Barrocciai Tessuti. Macché banche, macché banche! Così per anni, per trenta, quarant’anni. Per una vita. Quasi.

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Simone Marcuzzi è nato a Pordenone nel 1981. Laureato in Ingegneria Meccanica, ha pubblicato le raccolte di racconti Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele (Zandegù, 2006) e 10 italiani che hanno conquistato il mondo (Laurana, 2011), e i romanzi Vorrei star fermo mentre il mondo va (Mondadori, 2010), Dove si va da qui (Fandango, 2014) e Ventiquattro secondi. Autobiografia di Vittoriano Cicuttini (66thand2nd, 2016). Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. Vive e lavora a Udine.

Libri tanto amati: Gabriele Di Fronzo e Yoko Ogawa

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(foto di Gabriele Di Fronzo)

 

L’anulare

 

(L’orrore di guastare è ancora più forte dell’angoscia di perdere).

ROLAND BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso

Il romanzo di Yoko Ogawa (Piccola Biblioteca Adelphi, trad. di Cristiana Ceci, 2007, pp. 103) è un mostro a cui, di tanto in tanto, desidero portare un mazzo di fiori. Ho con questo libro un rapporto lambiccato tra molte cortesie e cautele, finora mi è capitato di averlo letto tre volte. L’anfratto che ritagliano queste centotré pagine è inospitale e la donna che lo abita è sola. Ha appena trovato da lavorare come segretaria nel laboratorio del dottor Deshimaru. Prima era assunta in una fabbrica che produceva gazzosa, finché un giorno si schiacciò un dito negli ingranaggi della macchina, “il sangue era schizzato nella cisterna tingendo di rosa la gazzosa e spumeggiava tra le bollicine”. Smette, quindi, di bere quella bevanda gassata e quando ciò non è sufficiente si licenza. Lascia il villaggio sulla costa e arriva in città, non ha amici né parenti. La palazzina un tempo era un pensionato femminile. Nel laboratorio del dottor Deshimaru non esiste approssimazione e il lavoro, dopotutto, è semplice: i clienti portano oggetti che desiderano siano trasformati in “esemplari”. Lei accoglie la clientela, prende in consegna gli oggetti e ci mette sopra le etichette. Lui trascorre le giornate nel seminterrato, luogo a lei interdetto, a fare i suoi prodigi. Il primo esemplare che vede sono tre funghi: li portò una ragazzina che li aveva visti crescere tra le macerie della sua casa andata in fiamme. Un’altra cliente porta lo spartito del brano che il fidanzato di una volta aveva composto per lei: vuole liberarsene. Gli oggetti, dopo essere stati tramutati in esemplari dalle cure doviziose del dottor Deshimaru, sono catalogati e conservati lì, nelle stanze sempre più stipate del vecchio pensionato femminile. Finora nessun cliente è mai venuto a ritirarli, non è previsto che questo accada. Quel grande magazzino contiene, tra il resto, ornamenti per i capelli, nacchere e binocoli da teatro. Si tratta di ricordi penosi, commoventi, dolorosi, strazianti e il costo per trasformare ciascuno in un esemplare, come lei ha imparato a dire presto, è “più o meno l’equivalente di un menu completo per una persona in un ristorante di cucina francese”. La voce della donna è intatta, sembra che non l’abbia mai usata prima. Ed è bella come una stalattite, appena venata da una turpe dolcezza. Ha una modestia femminile, tanto pronta all’opera quanto alla sofferenza. La vedo attraverso gli shoji, quei pannelli scorrevoli in carta di riso su intelaiatura di legno, usati in Giappone sia da finestre che come divisori tra le stanze, mentre s’innamora del dottor Deshimaru. Lei ha da subito un’inclinazione per lui che presto, quando questi inizierà a condurla nella sala da bagno con le piastrelle blu che sembrano farfalle, diventerà un gorgo in cui la ragazza non vorrà più smettere di fluttuare. Il suo più grande desiderio ora è che il Dottor Deshimaru dedichi al suo anulare sinistro, sbeccato al tempo della gazzosa, la consueta coscienziosità e che se ne prenda cura con amore, come fa con ogni lavoro commissionato. Allora, il giorno che potrà veder finalmente trasformato il suo anulare in un esemplare, lei verrà accompagnata nel seminterrato del laboratorio e per sempre sarà “completamente immersa nello sguardo di lui”.

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Gabriele Di Fronzo (1984) è nato a Torino. Scrive per L’Indice dei Libri del Mese e Rivista Studio. Ha pubblicato racconti su Nuovi Argomenti e Linus. Il grande animale (nottetempo 2016, Premio Augusta, Premio Volponi Opera Prima, Finalista Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante) è il suo primo romanzo.

Libri tanto amati: Serena Daniele e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

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Non mi ricordo esattamente quando l’ho preso dallo scaffale della libreria di mio padre, ma so che all’inizio del ginnasio lo conoscevo già incredibilmente bene. Dovevo averlo letto per la prima volta verso i tredici anni; a quei tempi ero una lettrice compulsiva di fumetti, di gialli e di fantascienza, di piccole donne, richiami della foresta, moschettieri e orfani dickensiani, ed è probabile che quel libro dalla copertina bianca, con un’immagine inspiegabile sotto il titolo (era Bulgakov quell’uomo dal naso ricurvo e le sopracciglia aggrottate, era suo quel ritratto che pareva consumato dal tempo, quel viso dai contorni dissolti là dove la tela sembrava aver assorbito il colore? E chi lo aveva sfregiato tracciando quei graffiti insoliti e suggestivi?) fosse uno dei primi libri ‘adulti’ ad attirare la mia attenzione. È stato un colpo di fulmine, un amore totale fin dalle prime righe; vedevo i due cittadini Berlioz e Bezdomnyj passeggiare per il viale costeggiato dai tigli, incontrare il misterioso straniero che con sinistra allegria predice l’avvento di una stagione di sciagure; vedevo diavoli dalle personalità artistiche, intellettuali impazziti e una donna che recupera la propria umanità solo quando tradisce la morale borghese; e vedevo ogni svolta nella trama, ogni personaggio, ogni descrizione saldarsi ai miei occhi in una visione del mondo che ero pronta ad abbracciare, subito. Volevo credere ciecamente a quella giustizia capovolta, portata avanti dal Male in persona per esasperazione, perché l’ignavia e la corruzione degli umani urta i nervi perfino nell’aldilà. E la narrazione del sovrannaturale in un libro ‘adulto’, per me bambina convinta che il fantastico fosse solo l’evoluzione della fiaba, e quindi inverosimile e falso, e quindi ‘da bambini’, mi aveva meravigliato e colpito nel profondo. Voleva dire che le due principali categorie dell’essere, i grandi e i piccoli, avevano qualcosa in comune.

Solo più tardi mi resi conto che l’incontro con Il Maestro e Margherita aveva significato per me il primo approccio con il romanzo. L’epica trascendente dei miti greci o biblici, concatenazioni di eventi immobili nel tempo, assoluti, senza un prima e un dopo, veniva sostituita dalla consapevolezza di una trasformazione irrimediabile, l’esperienza di un cambiamento che deprivava e arricchiva nello stesso momento. Non ero più la stessa, quel racconto mi segnava come aveva segnato i suoi protagonisti, mi obbligava a un confronto senza scampo con ciò che ero stata. Nella mia esperienza intellettuale aveva fatto irruzione una forza incontenibile che mi avrebbe spinto a cercare narrazioni ancora più complesse, più ricche e più deprivanti. Un desiderio quasi tangibile di sapere quali e quante realtà si stendevano oltre quelle immagini, l’ansia di esplorarle tutte. Impossibile sottrarsi e impossibile rifugiarsi dietro concetti semplificati. Un romanzo aveva smesso di essere solo un romanzo: era diventato vita di altri, e quindi anche mia.

Stratificato, leggibile su piani diversi, dove il confine tra simbolo e segno è tanto più labile quanto più si cerca di definirlo, il romanzo racconta tre vicende: l’arrivo del diavolo a Mosca e gli eventi catastrofici che ne conseguono, la storia di Pilato e Hanozri e la storia dei due amanti, il Maestro e Margherita. Tre filoni che si snodano e si uniscono poco alla volta, per giungere a un finale apocalittico, dove la rivelazione diventa anche una resa dei conti. Però attenzione, questo diavolo indimenticabile non arriva a Mosca per distruggere, piuttosto per irridere. Il suo scopo non è trascinare all’inferno la pletora di scrittorucoli di regime, la maggioranza silenziosa di cittadini aggravati dagli appartamenti condivisi e ossessionati dal miraggio della ricchezza, pronti alla minima delazione; no, questo diavolo arriva per dispensare castighi memorabili e a volte esilaranti, per mettere in scena la verità in un teatro, contrapposta alla finzione che si allestisce quotidianamente nella realtà. Woland non è il diavolo del Dottor Faustus di Thomas Mann, dimesso e repulsivo, non va dal Maestro per aiutarlo a superare una crisi creativa, ma arriva per deridere e punire la viltà. La storia di Pilato, funzionario di Stato pavido e tormentato è la narrazione letteraria (il prodotto artistico) di questa missione. Nell’inevitabile condanna di Jeshua Hanozri, infatti, non pesa tanto il tradimento di Giuda di Kiriat, trattato alla stregua di una insignificante e crudele delazione, pari a qualunque altra che avveniva quotidianamente in tutta l’Unione sovietica, ma l’arroganza disperata del procuratore romano, intrappolato in una provincia lontana di cui teme la ferocia e l’estraneità. Pilato si pente immediatamente della decisione di condannare a morte Hanozri e cerca di rimediare con soluzioni parziali e vane, ma soprattutto tardive. La scomparsa del corpo dalla tomba e la morte di Giuda alimentano così il mito millenario del Cristo ma non lasciano scampo a Pilato, che si strugge nella speranza del perdono. E allo stesso modo il Maestro, intellettuale, scrittore che ambisce alla pubblicazione, poeta in cerca di pubblico, viene confinato nella provincia lontana della sua pazzia, altrettanto feroce ed estranea, e colpevolmente si arrende. Al suo opposto, tanto più simile ai diavoli che non teme affatto, c’è Margherita, pronta prima di tutto a salvare se stessa non solo rinunciando ma rinnegando il suo status privilegiato, e riservandosi il piacere della vendetta verso il consesso dei critici che ha distrutto il Maestro. Sono gli amanti che avranno diritto alla giustizia e al riposo, non alla luce.

Altri due sono i personaggi fondamentali di questo romanzo. La città di Mosca, diversissima dalla Mosca di adesso, invece di stendersi come un sontuoso scenario all’apocalisse assume un corpo, ha una voce e un respiro, è costantemente piena di musica – una radio, l’orchestra in un locale, e la meravigliosa sequenza della via crucis di Ivan Bezdomnyj verso il ristorante Griboedov, nella quale, dopo l’inspiegabile bagno nel fiume e il furto dei vestiti, indossa quello che trova, si appunta un’icona sul petto e cammina scalzo nei vicoli dell’Arbat, “tormentato in modo indicibile dall’onnipresente orchestra, col cui accompagnamento un basso cantava gravemente il suo amore per Tat’jana”. È la musica che fa da contrappunto alla pazzia, o piuttosto è la musica che emerge come una dimensione sovrannaturale, né più né meno come quella che si apre per far entrare Woland.

L’altro personaggio è il manoscritto. Quello del Maestro, bruciato e recuperato dalla stufa, poi ricreato magicamente da Woland, e in generale l’opera d’arte scritta. È per un manoscritto che il Maestro perde se stesso, è per un manoscritto che viene condannato alla pazzia. Non è la poesia a morire per mancanza di pubblico, ma il poeta; e la conseguenza quasi naturale è quella per cui ‘senza documenti non esiste neppure la persona’. Ed è per questo che il diavolo e la sua corte invadono la città, tengono d’occhio il mondo intero e dispensano giustizia: perché il loro scopo è lasciare gli umani incatenati ai loro ceppi, ignorare la palude in cui si dibattono e mostrare una volta, una sola, il contrasto tra la vita biologica e la vita etica. Un bagno purificatore a cui poi deve seguire, inevitabilmente, il tuffo nel flusso impuro del quotidiano.

Non cito qui le altre edizioni del capolavoro di Bulgakov, a cura di altri editori e di altri, bravissimi, traduttori, perché il mio libro tanto amato è quello dalla copertina bianca e nera: Einaudi, 1967 (1. Edizione Gli Struzzi n.1, 1970), traduzione di Vera Dridso. Ma ve le consiglio tutte.

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Serena Daniele è nata a Napoli, cresciuta a Roma e vive a Milano, in attesa di spostarsi ancora più a Nord. È laureata in Lingua e Letteratura Russa, è stata bibliotecaria, insegnante e traduttrice, ha viaggiato troppo poco per i suoi gusti. Lavora in editoria dal 1995, prima per la rivista Linea d’ombra, poi per la Adriano Salani Editore e attualmente per NN Editore. Ama le serie tv, il cinema e diversi generi di musica. Ha perfino pubblicato, con Piemme, due libri per bambini.

Libri tanto amati: Sandra Petrignani e Pnin

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(Foto di Sandra Petrignani)

Diceva Borges: «Quel che lascia uno scrittore, se ha fortuna, è un’immagine di sé». Un po’ vale anche per i libri. Anche di un libro che abbiamo tanto amato, e letto magari più di una volta, ci restano immagini, un sapore, un’emozione, e il resto scivola nella dimenticanza, persino la trama. Quando non capita, addirittura, di ricordarcelo sbagliato, di cambiargli il finale o il nome dei personaggi. Però quel passaggio che ci ha colpito, quell’affondo che è entrato nel nostro cuore, ci resta dentro per sempre. Insomma, di libri tanto amati potrei fare un lungo elenco, ma di immagini trovate in quei libri e infitte nitide, indimenticabili in me l’elenco sarebbe molto più breve. Perché non è detto poi che un romanzo, capace di incunearsi per una sua piccola parte così durevolmente in noi, sia anche il più bello.
Ho pensato questo lungo preambolo quando, di fronte alla difficile scelta, per questa rubrica, di un solo libro tanto amato ho subito deciso per Pnin di Vladimir Nabokov (Adelphi, trad. di Elena De Angeli). Perché ho scelto proprio questo e non altri libri dell’autore russo che è fra gli scrittori più significativi della mia formazione? Perché non Ada o Il dono o La vera vita di Sebastian Knight, tutti più complessi e da me adorati – e obiettivamente superiori al piccolo Pnin? Esattamente per la questione dell’«immagine». Del Dono, di Ada, di Sebastian Knight, io non ricordo un’unica scena, ma l’insieme per quanto approssimativo della storia. O ricordo il momento in cui sono piovuti nella mia vita e quello che della mia vita entrava in risonanza con essi trasformandoli negli «unici libri possibili» per me in quel periodo.
Pnin, invece, è un romanzo costruito tutto per precipitare in un’unica scena-madre e la costruzione è così sapiente che la tragedia sfiorata e la sua chiamiamola soluzione – ma vedremo che non lo è – esalta e spiega il perché di una vicenda che non avrebbe di per sé altre ragioni per essere raccontata. Pnin è il libro che mi ha spiegato il lavoro dello scrittore, di un grande scrittore.
Cominciamo dall’inizio. Intanto diciamo che la figura del calvo Timofej Pnin, dalle calze cascanti «di lana scarlatta a losanghe lilla» e dalla «sgargiante cravatta da gorilla», di anni cinquantadue, che parla un inglese mostruoso da emigrato russo incapace d’integrarsi negli Usa, è l’esatto contrario del suo quasi coetaneo autore, che viene da una nobile famiglia di San Pietroburgo e che l’inglese l’ha imparato da piccolo e sarà riconosciuto dagli americani (e dal mondo intero) come un grande innovatore della loro lingua. Quando si mette a scrivere Pnin, Nabokov ha finito Lolita, ma non riesce a pubblicarlo – siamo nel 1953 – e allora butta giù per il New Yorker, per guadagnare qualcosa, la storia a puntate di un ridicolo professore aggiunto al dipartimento di Lingua Russa – Pnin appunto – nel campus di una piccola città statunitense, Waindell, immaginaria nel nome, ma molto somigliante per il suo ambiente universitario a quello frequentato dallo stesso Nabokov a Cornell.
Presto la sua creatura prende un’anima che nelle prime intenzioni non era prevista. Diventa una specie di Don Chisciotte, l’antieroe da contrapporre a Humbert Humbert, il protagonista di Lolita, dall’aspetto fascinoso e dall’inglese elegante, ma dall’animo perverso, capace per un’idea distorta dell’amore di rapire una ragazzina e farne il suo recalcitrante giocattolo. Pnin, sotto l’apparenza qualunque e il goffo modo di stare al mondo, nasconde un animo nobile e gentile, un carattere sensibile e affettuoso che gli altri avvertono, ma per approfittarne, non per farne oggetto di stima.
Insomma Pnin, nato da necessità pecuniarie e forse da un bisogno di purezza dopo l’inquietante corruttore di ninfette, diventa una figura reale e complessa. Nabokov ne racconta la vita di grigia insignificanza: una moglie psicanalista che l’ha usato e abbandonato, una carriera universitaria modestissima. Eppure il lettore, pagina dopo pagina, resta sedotto da tanta umanissima mediocrità e, quando alle spalle dell’inconsapevole personaggio, viene a scoprire le trame universitarie che gli segheranno le gambe, entra in uno stato di apprensione e di tristezza, quasi Pnin fosse un suo amico in carne e ossa, se non lui stesso.
E dunque ecco la scena-madre che capita proprio a questo punto, quando il lettore è cotto a dovere, teso come una corda in attesa del peggio e tutto identificato col protagonista. Non solo. Ne sa persino più di lui sul destino che lo aspetta, perché ha potuto assistere a incontri e telefonate degli altri docenti, in una situazione in cui nemmeno l’unico professore che si prende a cuore il caso di Pnin, riesce a difenderlo. Insomma il lettore sa che il povero Timofej verrà presto licenziato. E proprio quando si è deciso a prendere in affitto una casetta tutta per sé e medita di comprarla, sperando in un aumento di stipendio, dopo anni passati in appartamenti condivisi. Per festeggiare Pnin dà una festa, prepara con cura la cena, i drink, e intanto si occupa di un cagnolino che, avendo finalmente una casa, può tenere con sé.
Mentre arrivano gli ospiti, sul tavolo troneggia un oggetto meraviglioso. È una coppa di cristallo che tintinna sonora. Una coppa bellissima scelta da Victor per lui e spedita in regalo. Chi è Victor? È il giovanissimo, allampanato figlio, artista e incompreso in famiglia, dell’ex-moglie di Pnin e dell’uomo per cui l’ha lasciato. Pnin ha ospitato Victor per una breve vacanza, e durante quel periodo è passata fra loro una timida profonda intesa che quel regalo sancisce e rivela. Per farla breve: gli ospiti se ne vanno e Pnin, che alla fine della serata ha saputo dal professore suo amico quel che hanno tramato alle sue spalle, dà gli avanzi della cena al cane perché «non vi era motivo per cui una sventura umana dovesse interferire con un piacere canino». Poi si mette mestissimo a lavare i piatti.
La coppa è nell’acqua saponata insieme ad alcuni bicchieri. Uno schiaccianoci sfugge dalle mani del nostro povero eroe e cade dentro l’acqua con suono di vetri rotti. La perfidia di Nabokov verso il personaggio è qui al massimo, e siccome è un vero maestro di suspense ci tiene ancora sulla corda dandoci un motivo in più per essere definitivamente sedotti. Pnin attende un momento prima di verificare l’entità del danno. Un momento eterno, per lui e per noi. «Gettò lo strofinaccio in un angolo e, voltate le spalle al lavello, rimase per un attimo immobile a fissare il buio oltre la porta spalancata sul retro del giardino. Un silenzioso, piccolo insetto verde dalle ali di merletto volteggiava nella luce di una lampadina». Poi si decide, infila le mani nel sapone, si ferisce lievemente con un vetro rotto e «con il gemito angosciato di chi prevede il peggio»… tira fuori la zuppiera intatta! A rompersi era stato solo un bicchiere insignificante.
Mi dispiace aver guastato l’attesa di chi non avesse ancora letto il libro, ma l’abilità di Nabokov è tale da ricreare a ogni rilettura lo stesso spasimo, perché quella zuppiera va ben oltre se stessa, contiene i nostri sentimenti più delicati e i nostri sogni. Ogni volta che la vediamo in pericolo, è in pericolo la nostra personale illusione sull’intangibilità di quanto di sacro riconosciamo alla vita.
Il libro continua ancora per un poco dopo questa scena, ancora un capitolo. Come succede in musica: a un grave luttuoso segue un larghetto che ci riconcilia con la stabilità sorniona delle cose. Pnin, dopo aver squarciato per noi un piccolo segreto dell’universo interiore, torna a essere il goffo uomo di sempre, il ridicolo personaggio dalla testa calva e le calze cascanti che si allontana da Waindell su un’utilitaria strabordante, con cagnolino a bordo, diretto verso chissà quante altre grigie avventure. Esce letteralmente di scena.
Ma dalla nostra anima di lettori non potrà uscire mai più.

Campocavallo
26 gennaio 2017

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Nata a Piacenza nel 1952, Sandra Petrignani vive nella campagna umbra e un po’ anche a Roma, sua città d’adozione. Ha esordito come poetessa negli anni ’70 e nella narrativa verso la metà degli ’80 con Navigazioni di Circe che vinse il Premio Morante opera prima. I suoi titoli più recenti: la fiaba Elsina e il Grande Segreto ispirato all’infanzia di Elsa Morante (Rrosélavy); Addio a Roma, racconto della città intellettuale e artistica dal dopoguerra alla morte di Pasolini; il romanzo-ritratto Marguerite, dedicato alla Duras (editi da Neri Pozza); la ristampa in tascabile (Beat) di altri due suoi titoli: Il catalogo dei giocattoli e La scrittrice abita qui (nella cinquina del Premio Strega del 2003). Alla Roma di oggi ha consacrato E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza).