Le nuove Operette Morali: Dialogo della Terra e della Luna

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Oggi presentiamo il terzo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro sapiente palinsesto sul Dialogo della Terra e della Luna; la penna è ancora quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Dialogo della Terra e della Luna

Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; perché come ho sentito tante volte dai poeti, tu sei una persona; e i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo vedono e in quell’età  ragionevolmente la vista è acutissima. Quanto a me, non dubito che tu non sappia che sono né più né meno una persona; tanto che, quand’ero più giovane, feci molti figli: sicché non ti meraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, pure se ti sono stata vicina così tanti secoli, che non ne ricordo il numero, finora non ti ho mai parlato,  perché le faccende mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo per chiacchierare. Ma oggi che i miei affari ridotti a poca cosa, anzi posso dire che procedono da soli, io non so che fare, e scoppio di noia: perciò mi propongo, per l’avvenire, di parlarti spesso, e occuparmi molto dei fatti tuoi, salvo non ti dia fastidio.

Luna. Non dubitare di ciò. Così la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come son certa che da te non ne avrò. Se ti va di parlarmi, parlami quanto desideri; ché quantunque io sia amica del silenzio, come credo tu sai, io t’ascolterò e ti risponderò volentieri, per servirti.

Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?

Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.

Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da’ miei poli all’equatore, e dall’equatore ai poli, e sembra non saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un suono così dolce ch’è una meraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l’ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e perciò non l’odo.

Luna. Anch’io senza dubbio sono assordata; e, come ho detto, non l’odo: e non so di essere una corda.

Terra. Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti guardo, come un lumacone; non arrivo a scoprire in te nessun abitante: sebbene sento dire che un tal Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi, che spandevano un bucato al sole.

Luna. Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata.

Terra. Di che colore sono codesti uomini?

Luna. Che uomini?

Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d’essere abitata?

Luna. Sì, e per questo?

Terra. E per questo i tuoi abitanti non saranno poi tutte bestie.

Luna. Né bestie né uomini; che io non so che razze di creature siano né gli uni né l’altre. E già di parecchie cose che tu mi sei venuta accennando, credo sugli uomini, io non ho ci ho capito un’acca.

Terra. Ma allora che specie di popoli ti abitano?

Luna. Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come io non conosco le tue.

Terra. E’ una notizia che mi pare così strana, che, se io non la sentissi da te medesima, non la crederei per nulla al mondo. Fosti mai conquistata da qualcuno de’ tuoi?

Luna. No, che io sappia. E come? e perché?

Terra. Per ambizione, per cupidigia delle cose altrui, colle arti politiche, colle armi.

Luna. Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, insomma niente di quel che tu dici.

Terra. Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci però la guerra: perché, poco tempo fa, un fisico di quaggiù, con certi cannocchiali, che sono strumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto su di te una bella fortezza, coi suoi bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.

Luna. Perdona, signora Terra, se io ti rispondo un po’ più liberamente di quanto forse non convenga a una tua suddita o domestica, come sono. Ma invero mi sembri  un po’ presuntuosa, con la tua idea che tutte le cose di qualunque parte dell’universo siano conformate come le tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente dappertutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo deduci che i miei abitanti devono essere uomini. Ti avverto che non lo sono; e tu ammettendo che siano altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e le stesse vicende de’ tuoi popoli; e mi porti come prova i cannocchiali di non so che fisico. Ma se codesti cannocchiali non vedono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la stessa buona vista de’ tuoi fanciulli, che scoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove mai li abbia.

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Terra. Dunque, non sarà vero neppure che le tue province sono fornite di strade larghe e definite; e che tu sei coltivata; cose che dalla parte della Germania, pigliando un cannocchiale, si vedono chiaramente.

Luna. Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade non le vedo

Terra. Cara Luna, tu devi a sapere che io sono ingenua e di intelligenza scarsa; e non è meraviglia che gli uomini m’ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiù si proposero di conquistarti; e con questo fine si prepararono accuratamente. Se non che, salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de’ piedi, e stendendo le braccia, non ti poterono raggiungere. Inoltre, già da un pezzo io vedo spiare minutamente ogni tuo sito, mappare i tuoi paesi, misurare le altezze di codesti tuoi monti, de’ quali sappiamo anche i nomi. Queste cose, per l’affetto che ti porto, mi è parso bene di fartele sapere, afinché tu prenda le tua precauzioni. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da’ cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano nel pozzo? Sei femmina o maschio? perché anticamente ci furono opinioni opposte. È vero o no che gli Arcadi vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o come devo chiamarle, sono ovipare; e che una delle loro uova cadde quaggiù non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno?che sei fatta, come affermano alcuni Inglesi, di cacio fresco? che Maometto un giorno, o forse una notte, ti tagliò a metà, come un cocomero; e che un bel pezzo del tuo corpo gli sscivolò dentro alla manica? Stai volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del bairam?

Luna. Va’ pure avanti; che mentre continui così, non ho motivo di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se hai caro d’intrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; invece di rivolgerti a me, che non ti posso intendere, sarà meglio che ti faccia fabbricare dagli uomini un altro pianeta da farti girare intorno, che sia composto e abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare altro che d’uomini e di cani e di cose simili, delle quali ho tanta notizia, quanta di quel sole enorme, intorno al quale odo che giri il nostro sole.

Terra. Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l’acqua del mare in alto, e poi lasciarla cadere?

Luna. Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro effetto, io non mi accorgo di fartelo: come tu pure, io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori de’ miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza.

Terra. Di codesti effetti veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me la tua; così come ti faccio tale lume nelle tue notti, che in parte a volte lo vedo. Ma dimenticavo una cosa che importa più d’ogni altra. Io vorrei sapere se veramente, secondo quanto scrive Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo, la gioventù, la bellezza, la salute, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell’indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le istituzioni utili; tutto sale e si raduna da te: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini. In caso che questo sia vero, credo che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più spazio; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (l’amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine), non già solo in parte, e l’uno o l’altro di loro, come in passato, ma tutti e interamente. E certo che se tutte quelle cose non sono da te, non credo si possano trovare in altro luogo. Perciò vorrei che noi facessimo insieme una convenzione, per la quale tu mi rendessi adesso, e poi di mano in mano, tutte queste cose; anche perché penso che anche a te faccia piacere essere sgomberata, soprattutto del senno umano, che certo occupa su di te un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.

Luna. Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta da’ tuoi confini, vuoi proprio farmi impazzire, e levare il giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si sia, né se vada o resti in nessuna parte dell’universo; so bene che qui non si trova, come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi.ù

Terra. Almeno mi saprai tu dire se presso di te sono in uso i vizi, i misfatti, gl’infortuni, i dolori, la vecchiezza, in conclusione i mali? comprendi questi nomi?

Luna. Oh questi sì che li comprendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a meraviglia: perché ne sono tutta piena, invece di quelle altre che tu credevi.

Terra. Quali prevalgono ne’ tuoi popoli, i pregi o i difetti?

Luna. I difetti di gran lunga.

Terra. E hai maggior numero di beni o di mali?

Luna. Di mali, senza paragone.

Terra. E generalmente gli abitanti tuoi sono felici o infelici?

Luna. Tanto infelici, che io non mi scambierei col più fortunato di loro.

Terra. Lo stesso è qui. Sì che mi meraviglio come essendo tanto diversa da me diversa nelle altre cose, in questa mi sei uguale.

Luna. Anche nella forma,  e nel movimento, e nell’essere illuminata dal sole io sono come te; e non c’è da meravigliarsi di ciò come del resto: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo, o almeno di questo sistema solare, come la rotondità e le altre condizioni che ho detto, né più né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro universo e li interrogassi se in loro ci sia infelicità, e se i beni prevalgano sui mali o cedano a loro, ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver domandato le medesime cose a Venere e a Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate vicine: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.

Terra. E tuttavia io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono per l’avvenire molte felicità.

Luna. Spera quanto ti pare: e io ti prometto che potrai sperare in eterno.

Terra. Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono in grande agitazione: perché dalla parte da cui ti parlo, è notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormivano; e allo strepito che noi stiamo facendo parlando, si sono destati pieni di paura.

Luna. Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno.

Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di spezzare loro il sonno, che è il maggior bene che abbiano. Perciò ci riparleremo un’altra volta. Addio dunque; buon giorno.

Luna. Addio; buona notte.

Dialogo di un Venditore di calendari e di un Passante

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Oggi presentiamo il secondotesto del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro splendido palinsesto sul Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un passeggere; la penna è ancora quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Dialogo di un Venditore di calendari e di un Passante

Venditore – Calendari, calendari nuovi! Agende nuove! Le servono, signore, calendari?

Passante – Calendari per l’anno nuovo?

Venditore – Si, signore.

Passante – Credi che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore – Oh, illustrissimo, sì, certo.

Passante – Come quest’anno passato?

Venditore –  Di più, assai di più.

Passante – Come quello precedente a questo?

Venditore – Di più, di più, illustrissimo.

Passante – Ma come quale? Non ti piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi anni?

Venditore – Signor no, non mi piacerebbe.

Passante – Quanti anni sono passati da che vendi calendari?

Venditore – Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passante – A quale di questi vent’anni vorresti che somigliasse l’anno prossimo?

Venditore – Io? Non saprei.

Passante – Non ti ricordi di nessun anno in particolare che ti paresse felice?

Venditore – No in verità, illustrissimo.

Passante – Eppure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore – Questo si sa.

Passante – Non torneresti a vivere questi vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da quando nascesti?

Venditore – Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passante – Ma se dovessi rifare la vita che hai fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che hai passati?

Venditore – Questo non lo vorrei.

Passante Oh, che altra vita vorresti rifare? La vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe proprio come te, e che, dovendo rifare la stessa vita già fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore – Questo lo credo.

Passante – E potendo tornare soltanto a patto di rivivere la stessa vita non torneresti?

Venditore – Signor no, davvero, non tornerei.

Passante – Oh, che vita vorresti tu, dunque?

Venditore -Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passante – Una vita a caso, e non saperne altro, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore – Appunto.

Passante – Così vorrei anch’io se dovessi rivivere, e così tutti. Ma questo dimostra che il caso, fino a quest’anno incluso, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che, se col patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere, ciascuno ritiene che sia stato di più o più notevole il male che gli è toccato, che il bene. Quella vita ch’è una cosa bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene te e me e tutti gli altri e si comincerà la vita felice. Non è vero?

Venditore – Speriamo.

Passante – Dunque, mostrami il calendario più bello che hai.

Venditore – Ecco, illustrissimo. Questo vale trenta soldi.

Passante Ecco trenta soldi.

Venditore – Grazie, illustrissimo: a rivederla. Calendari, calendari nuovi! Agende nuove!

Dialogo del Tasso e del suo Genio familiare

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Oggi presentiamo il primo passo di un cammino che speriamo lungo e fruttuoso: quello della riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Iniziamo con un palinsesto sul Dialogo del Tasso e del suo Genio familiare; la penna è quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Dialogo del Tasso e del suo Genio familiare1

Genio. Come stai, Torquato?

Tasso. Come si può stare in prigione, e nei guai fino al collo.

Genio. Ma va’, dopo cena non è il momento di lamentarsi! Rasserenati, e ridiamone insieme.

Tasso. Non ci riesco. Però la tua presenza e le tue parole mi consolano sempre. Siediti vicino a me.

Genio. Sedermi? Non è mica facile per uno spirito. Ma fa’ come se fossi seduto.

Tasso. Oh potessi rivedere la mia Leonora! Ogni volta che mi ritorna in mente, provo un brivido di gioia, che dalla testa m’arriva ai piedi; e mi si scuotono tutti i nervi e le vene. A volte, pensandola, mi si ravvivano immagini e sentimenti, tali, che in quei momenti, mi sembra di essere lo stesso che ero prima di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, mi sembra d’essere quel Torquato che è morto. Sì, perché mi pare che l’esperienza della vita e conoscere la sofferenza fanno nascondere e addormentano in noi quel ch’eravamo: che ogni tanto per un po’ si risveglia, ma sempre più raramente col passar degli anni; sempre più poi si ritira verso il nostro intimo e ricade in un sonno più profondo, finché, se viviamo abbastanza a lungo, muore. Alla fine mi stupisco di come il pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per così dire, l’anima, e farmi dimenticare tante sciagure. E se non fosse che non ho più speranza di rivederla, crederei non avere ancora persa la capacità di essere felice.

Genio. Cosa ti sembra più dolce: vedere la donna amata, o pensarla?

Tasso. Non so. Certo che quando mi era presente, mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.

Genio. Queste dee sono così benigne, che quando le accosti, in un attimo ripiegano la loro divinità, si staccano i raggi e se li mettono in tasca, per non abbagliare il mortale che si è fatto innanzi.

Tasso. È vero, purtroppo. Ma non ti pare un gran difetto delle donne che, alla prova, si mostrino così diverse da come noi le immaginavamo?

Genio. Non capisco che colpa abbiano d’esser fatte di carne e sangue, invece che di ambrosia e nettare. Qual cosa del mondo ha un’ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate debba esserci nelle donne? E anche mi pare strano, che mentre non vi meravigliate che gli uomini siano uomini, cioè esseri poco lodevoli e poco amabili, non sappiate poi comprendere che le donne reali non siano angeli.

Tasso. Malgrado tutto questo, io muoio dal desiderio di rivederla e di parlarle ancora.

Genio. Coraggio, questa notte in sogno io te la riporterò; bella come la gioventù, e così gentile che prenderai coraggio di parlarle chiaro e spedito come non hai saputo mai: anzi alla fine le stringerai la mano; ed ella, guardandoti fisso, ti trasmetterà una dolcezza che ne sarai sopraffatto; e per tutto domani, ogni volta che ti tornerà in mente questo sogno, il cuore dalla tenerezza ti balzerà nel petto.

Tasso. Che consolazione: un sogno invece del vero.

Genio. Che cos’ è il vero?

Tasso. Ne so quanto Pilato.

Genio. Bene, risponderò io per te. Devi sapere che dal vero al sogno, non c’è altra differenza, se non che il sogno a volte può essere così bello e dolce, che il vero non può mai uguagliarlo.

Tasso. Vuoi dire che un piacere sognato, vale quanto uno vero?

Genio. Sì. Anzi conosco uno che quando sogna la donna che ama, se nel sogno gli appare gentile, egli, per tutto il giorno seguente, fa in modo di non incontrarla e non rivederla. Perché sa che ella non potrebbe reggere il paragone con l’immagine del sogno, e che il vero, cancellandogli dalla mente il falso, lo priverebbe del piacere straordinario di quel sogno. Perciò non sono da condannare gli antichi, molto più solleciti, accorti e industriosi di voi moderni circa ogni tipo di piacere possibile alla natura umana, se facevano di tutto per procurare in vari modi la dolcezza e la giocondità dei sogni; né Pitagora è da criticare per aver proibito il mangiar fave, che credevano disturbatore della tranquillità dei sogni, e adatto a renderli inquieti2; e sono da scusare i superstiziosi che prima di coricarsi pregavano e sacrificavano a Mercurio conduttore dei sogni, perché ne mandasse di lieti; ed è per questo motivo che tenevano la sua immagine intagliata sulle pediere dei letti3. Così, non trovando mai la felicità da svegli, cercavano d’essere felici dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l’ottenessero, e che da Mercurio fossero esauditi più che dagli altri Dei.

Tasso. Pertanto, poiché gli uomini nascono e vivono solo intenti al piacere, del corpo o dell’animo, e se d’altra parte il piacere è solamente o per lo più nei sogni, converrà che scegliamo di vivere per sognare: alla qual cosa, in verità, io non mi so adattare.

Genio. Già sei in questa situazione e già hai fatto questa scelta, dal momento che vivi e accetti di vivere. Che cosa è il piacere?

Tasso. Non ne ho tanta pratica da poterlo sapere.

Genio. Nessuno lo conosce per pratica, ma solo come idea: perché il piacere è un soggetto della meditazione, e non è reale; è un desiderio, non un fatto; è un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, è un concetto, non un sentimento. Non vi accorgete che mentre provate un piacere, anche se l’avevate desiderato infinitamente, e ve l’eravate procurato con fatiche e disagi indicibili; non riuscendovi accontentare in nessun istante di quel piacere, ne aspettate continuamente uno più grande e più vero, nel quale alla fine possiate riconoscere quello che attendete; e continuamente proiettate nel futuro l’attesa di quel piacere? Piacere che finisce sempre prima d’avervi soddisfatto e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veracemente in un’altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi stessi d’aver goduto, raccontandolo anche agli altri, non per solo vanto, ma per aiutarvi a persuadere voi stessi. Perciò, chiunque accetta di vivere, in sostanza non lo fa con altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di poter godere, o di aver goduto; cose ambedue false e illusorie.

Tasso. Gli uomini non possono mai credere di provar godimento nel presente?

Genio. Se lo credessero, in effetti godrebbero. Ma dimmi se in un qualunque istante della tua vita ti ricordi d’aver detto con piena sincerità e convinzione: io godo. Invece ogni giorno dici sinceramente: io godrò; e parecchie volte, ma con sincerità minore: ho goduto. Così il piacere è sempre o passato o futuro, mai presente.

Tasso. Che è quanto dire è sempre nulla.

Genio. Così sembra.

Tasso. Anche nei sogni.

Genio. Esatto.

Tasso. E tuttavia l’obbiettivo e l’intento della vita nostra, non solo essenziale ma unico, è il piacere; intendendo per piacere la felicità; che deve in effetti esser piacere. Da qualunque cosa venga.

Genio. Certissimo.

Tasso. Perciò la nostra vita, mancando sempre del suo fine, è continuamente imperfetta: e quindi il vivere è per sua natura uno stato violento.

Genio. Forse.

Tasso. Mi pare certo. Ma dunque perché viviamo noi? voglio dire, perché accettiamo di vivere?

Genio. Che ne so io? Lo saprete meglio voi, che siete uomini.

Tasso. Io per me ti giuro che non lo so.

Genio. Domandalo ad altri, tra gli uomini più saggi, e forse troverai qualcuno che trovi la risposta.

Tasso. Così farò. Ma certo la vita che conduco è tutta uno stato violento: perché anche lasciando da parte i dolori, la sola noia già mi uccide.

Genio. Che cosa è la noia?

Tasso. Su questo l’esperienza per soddisfare la tua domanda non mi manca. A me pare che la noia sia come l’aria: che riempie tutti gli spazi impediti alle altre cose materiali, e tutti gli spazi vuoti di ciascuna; e da dove un corpo si sposta e il posto non viene occupato da un altro corpo, ella immediatamente vi si colloca. Così tutti gl’intervalli della vita umana tra i piaceri e i dispiaceri sono occupati dalla noia. Così come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, il vuoto non esiste, così nella vita nostra non c’è vuoto, se non quando la mente per qualsiasi causa smette di pensare. Per tutto il resto del tempo, l’animo considerato in se stesso e come disgiunto dal corpo, contiene sempre qualche passione; per lui essere vuoto di ogni piacere e dispiacere comporta essere pieno di noia, la quale è pur’essa una passione, non diversamente dal dolore e dal piacere.

Genio. E poiché tutti i vostri piaceri sono di una materia simile alle ragnatele: tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l’aria in queste, così la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Invero col termine ‘noia’ non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità, non soddisfatto dal piacere, e non ferito dal dispiacere. Il qual desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana è composta e intessuta parte di dolore, parte di noia e dall’una passione non ha riposo se non cadendo nell’altra. E questo non è il tuo destino particolare, ma quello comune a tutti gli uomini.

Tasso. Che rimedio potrebbe giovare contro la noia?

Genio. Il sonno, l’oppio, e il dolore. E questo è il più potente di tutti: perché l’uomo mentre soffre non si annoia per nulla.

Tasso. Se mi tocca questo rimedio, mi va bene annoiarmi per tutta la vita. Ma pure la varietà delle azioni, delle occupazioni e dei sentimenti, anche se non ci libera dalla noia, perché non ci reca piacere vero, tuttavia la solleva e l’alleggerisce. Invece in questa prigionia, separato dal rapporto con gli uomini umano, privato anche dello scrivere, ridotto a contare per passatempo i rintocchi dell’orologio, esaminare i buchi, le fessure e i tarli del palco, guardare le piastrelle del pavimento, trastullarmi colle farfalle e coi moscerini che volano nella stanza, trascorrere quasi tutte le ore nello stesso modo, non ho nulla che mi diminuisca almeno in parte il peso della noia.

Genio. Dimmi: quanto tempo sei ridotto in questa situazione?

Tasso. Più settimane, lo sai.

Genio. Non trovi diversità nel fastidio che ella ti reca, dal primo giorno ad oggi?

Tasso. Certo il fastidio al principio era più forte: perché poco alla volta la mente, non occupata da altro e non distratta, mi si abitua a conversare con se stessa molto di più e con maggior divertimento di prima, e acquista un’abitudine e una capacità di parlare con se stessa, anzi di conversare, tale, che parecchie volte mi pare quasi avere nella testa una compagnia di persone che stiano conversando, e ogni piccola cosa che mi si affacci al pensiero, mi basta per farne tra me e me un mare di chiacchiere.

Genio. Quest’abitudine ti si confermerà ed accrescerà di giorno in giorno al punto che, quando poi ti sarà di nuovo permesso frequentare altre persone, ti parrà essere meno impegnato stando in compagnia loro, che in solitudine. E non credere che l’assuefazione a questo modo di vivere intervenga solo in quelli come te, già abituati alla riflessione, ma si verifica in chicchessia, a chi in più a chi in meno tempo. Di più, essere separato dagli uomini e, per così dire, dalla vita stessa, porta con sé l’utilità che l’uomo, anche se sazio, consapevole e disamorato delle cose umane per l’esperienza, a poco a poco abituandosi di nuovo a vederle da lontano, da dove sembrano molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo come piace a lui; torna ad apprezzare, amare e desiderare la vita; e , se non gli è tolto o il potere o la fiducia di poter tornare fra gli altri uomini, si nutre e diletta di quelle speranze come faceva da ragazzo. Così la solitudine fa quasi l’effetto della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, rafforza e rimette in opera l’immaginazione, e rinnova nell’uomo d’esperienza i benefìci di quella prima inesperienza che tu rimpiangi. Io ti lascio, perché vedo che cominci ad aver sonno, e vado a prepararti il bel sogno che t’ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; ché questo è l’unico frutto che se ne può avere, e l’unico intento che vi dovete proporre ogni mattina al risveglio. Spessissimo bisogna trascinarla con tutte le forze. Ma, infine, il tuo tempo non è più lento a correre in questo carcere, che nei salotti e nei giardini di chi ti tiene in questa prigione. Ti saluto.

Tasso. Arrivederci. Ma senti. I tuoi discorsi mi dànno tanto conforto. Non perché mi facciano passare la tristezza, ma questa di solito è come una notte nerissima, senza luna né stelle: quando sono con te, somiglia al bruno piacevole del crepuscolo. Affinché d’ora in poi possa chiamarti o trovarti, dimmi dove abiti.

Genio. Ancora non l’hai capito? In un liquore bello forte.

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NOTE:

1 Torquato Tasso, nel tempo della sua follia, ebbe un’opinione simile a quella famosa di Socrate; cioè credette a volte di vedere uno spirito buono ed amico, e avere con lui molti e lunghi ragionamenti. Così leggiamo nella vita del Tasso descritta dal Manso: il quale si trovò presente a uno di questi o colloqui o soliloqui, come meglio ci pare chiamarli.

2 Apollonio, Hist. commentit. cap. 46. Cicerone, de Divinat. lib 1, cap. 30; lib 2, cap. 58. Plinio, lib. 18, cap. 12. Plutarco, Convival Quæstion. lib. 8, quæst. 10, opp. tom. 2, p. 734. Dioscoride, de Materia Medica, lib. 2, cap. 127.

3 Meursio, Exercitat. critic. par. 2, lib. 2, cap. 19, opp. vol. 5, col. 662.

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Alba Coppola è docente di Lettere in ruolo presso gli Istituti di Istruzione superiore Laureata in Filosofia con un programma antico- medievistico e poi in Pedagogia con un programma di Italianistica. Ha lavorato con incarichi di esami, lezioni ed esercitazioni presso le cattedre di Letteratura Italiana e Storia della grammatica e della lingua tenute da Michele Cataudella, presso l’Università degli Studi di Salerno, dal 1993 al 2000. Le sue ricerche si sono sviluppate sulla letteratura volgare della Napoli aragonese, sull’opera tassiana, sulla letteratura libertina fra Cinque e Seicento. Ha al suo attivo anche interventi su Settecento e primo Ottocento italiano.
Tra le sue pubblicazioni:
1. [Monografia] Le novelle avellinesi di Maiolino Bisaccioni in “Quaderni dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale”, 1994;
2. [Monografia] Del Tuppo e il suo Esopo volgarizzato in “Quaderni dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale”, 1995;
3. [Monografia] Ferrante Pallavicino e il pensiero poetante in “Esperienze letterarie”, 1996;
4. [Monografia] L’Albergo di Maiolino Bisaccioni in “Nuove Lettere”, 1996;
5. [Monografia] A proposito di alcuni sonetti del Tasso per Margherita Sarrocchi, (intervento letto al Convegno su Torquato Tasso organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nell’anno 2001), in “Studi Tassiani Sorrentini”, 2002, pp. 25-31;
6. Su “Il Corriere dell’Irpinia” nel 2002 è apparso un suo racconto liberamente tratto dalle “novelle avellinesi” di Maiolino Bisaccioni;
8. [Monografia] Albe, tramonti e notti nella Gerusalemme Liberata, in “Studi Tassiani Sorrentini” 2003, pp. 99-102;
9. [Monografia] Sul carteggio Tasso – Grillo, (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2003) in “Studi Tassiani Sorrentini” 2004, pp. 45-56;
10. [Monografia] Una piacevole contesa tra cugini: Ercole e Torquato Tasso sul prender moglie; (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2004) in “Studi Tassiani Sorrentini” 2006;
11. [Monografia] Una piacevole contesa tra cugini: Ercole e Torquato Tasso sul prender moglie, con il testo della lettera di Torquato, a cura dell’Associazione Studi Storici Sorrentini, collana Studi, n. 1, 2007;
12. [Monografia] Lettura del XIII canto della Gerusalemme liberata, (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2007) in <> 2008;
13. [Monografia] Un’ode per Torquato Tasso, (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2007) in <> 2008;
14. [Monografia] Costantinopoli di Edmondo De Amicis, intervento letto nel settembre 2007 al Convegno dell’AATI organizzato dall’Università del Canada e dall’Università di Trieste a Trieste, ora in “Esperienze Letterarie” I, 2010;
15. [Monografia] Le patologie di Torquato Tasso attraverso le sue lettere, in “Studi Tassiani Sorrentini”, 2010;
16. [Monografia] Alcune osservazioni sul IV canto della Gerusalemme Liberata, in “Studi Tassiani Sorrentini”, 2012.
17. Articolo su “l’Unità” del 23/08/2016: Casanova e Voltaire recensiscono l’Ariosto
Ha pubblicato poesie in antologie di poeti contemporanei
In corso di pubblicazione:
1. Ad Juventutis Neapolitanae Principes, una tarda elegia latina di Torquato Tasso
2. Due sonetti inediti di Margherita Sarrocchi per Torquato Tasso, per la rivista <>
3. Toponomastica a Portici, per gli atti del Convegno di Toponomastica Femminile, tenutosi a Napoli nel novembre 2016
E’ socia dell’Associazione Focus Art, per la quale tiene conferenze specialistiche e di divulgazione sulla letteratura meridionale con particolare riferimento ai secoli XV-XVII
Fa parte dell’Associazione “Toponomastica Femminile”, fondata da Maria Pia Ercolini, associazione con la quale collabora con ricerche ed attività varie.
E’ socia dell’Associazione “AMICI DI MARCEL PROUST”, di Napoli
E’ socia dell’ “Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale”, di Napoli