I dischi di Guido Michelone: Hamilton De Holanda, World Of Pixinguinha

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Questo è il tributo che un grande solista del jazz brasiliano di oggi vuole dedicare al leggendario protagonista del sound carioca di ieri: Hamilton De Holanda, quarant’anni dal marzo scorso, nato a Rio De Janeiro è un virtuoso del bandolim, strumento etno-moderno a metà fra liuto, chitarra, mandolino, con il quale interpreta e rielabora un linguaggio acustico intimista che sa fondere mirabilmente il jazz americano con il samba e il choro locali. Alfredo da Rocha Viana Filho detto ‘Pixinguinha’ resta un musicista oggi definibile multidisciplinare: alla voce, al flauto, ai sassofoni, alla composizione è, fin dagli anni Venti, in grado di unire vecchio e nuovo, tradizione e avanguardia, insomma choro e jazz, rivelandosi artista straordinario (paragonato addirittura a Heitor Villa-Lobos) e quasi un precursore dell’odierna world music. Risulta chiaro quindi il fatto che Hamilton De Holanda, con questo World Of Pixinguinha (Adventure Music), omaggi il ‘mondo di Pixinguinha’, risuonando – in duetto con nove ‘maestri’ contemporanei – undici celebri brani divenuti ormai standard celebratissimi anche fuori dal circuito verde-oro (il dodicesimo è invece una composizione originale). Il bandolimista si affida perlopiù ai pianisti, essendo il pianoforte così duttile, completo, persino energico, forse lo strumento che meglio si accorda alla delicatezza delle dieci corde del leader: ecco quindi il compatriota (ma fluminense) André Mehmari per Capricho, poi il nostro Stefano Bollani su Cancao da obalisca e Seu Lourenco no vinho, quindi i cubani Chico Valdés e Omar Sosa rispettivamente con Lamentos e Benguelé e con Yaõ, il portoghese Mario Laginha in Rosa. C’è spazio anche ai fiati grazie a Wynton Marsalis ovviamente alla tromba per Um a zero e grazie a un altro carioca quale Carlos Malta (sax tenore) in Carinhoso, mentre il coté europeo è completato dal fisarmonicista nizzardo Richard Galliano con Agradecendo e Ingenuo. A parte lo statunitense Marsalis prevale dunque una linea latina quasi a sottolineare il debito, soprattutto negli aspetti melodici (indiscutibilmente prossimi al romanticismo) che legano Pixinguinha e Hamilton De Holanda a un’identità brasilera e al contempo a una musica jazz comunque senza barriere e oltre i confini, nella sua bellezza classica di pregio attualissimo.

 

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Libri tanto amati: Stefano Piedimonte e Boris Vian

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(Foto di Stefano Piedimonte)

La schiuma dei giorni, del geniale Boris Vian, è un romanzo difficile da spiegare. Nelle pagine strane e allucinate di questo capolavoro che all’epoca dell’uscita (1947) rimase incompreso, troviamo tutto e il contrario di tutto. Vian esprime un gusto, un talento e dei tempi comici sbalorditivi, ma è anche rigoroso, nella sua folle incoerenza. La storia è popolata da personaggi che sembrano usciti un po’ da Alice nel paese delle meraviglie, un po’ da un horror di serie B, un po’ dall’Ubu Re di Alfred Jarry. Bisogna avere il coraggio di leggerlo, questo romanzo, che significa: il coraggio di seguire Colin (protagonista della storia) e la sua amata Chloé per le strade di una Parigi che non è Parigi, assecondare l’insana passione di Chick per lo scrittore Jean-Sol Partre (di cui conserva gli scritti, registra le conferenze, custodisce le reliquie), esplorare le abitudini del topo con i baffi neri (animale domestico e grande amico di Colin) e del cuoco-autista Nicolas, ascoltare la musica di Duke Ellington che ha il potere di deformare case e strade.

La schiuma dei giorni è un lavoro magistrale di coniugazione fra umorismo e tragedia: è uno dei romanzi più drammatici che si possano leggere, ed è uno dei romanzi più divertenti che si possano leggere. E’ cresciuto, arrivando a noi, grazie a un lento e progressivo amplificarsi del passaparola, fino a diventare libro di culto. Quando l’ho letto – in tempi anche abbastanza recenti – ho pensato (come lettore e come scrittore, quindi come studioso della scrittura): che stupido a non averlo fatto prima.

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Stefano Piedimonte è nato a Napoli nel 1980 e si è laureato all’università L’Orientale. È stato per alcuni anni giornalista di cronaca nera. Attualmente firma la rubrica “Nella testa di lui” su Donna Moderna e collabora con Class, Il Mattino, Gioia e altri. È autore dei romanzi Nel nome dello zio (2012), Voglio solo ammazzarti (2013), L’assassino non sa scrivere (2014), L’innamoratore (2016).

I dischi di Guido Michelone: Weather Report, Live In Tokyo

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Si potrebbe definire questo Live In Tokyo (Wounded Bird Records) come il Bitches Brew dei Weather Report, o meglio ancora il pendant espressivo dei tre Live che sempre Miles Davis registra dal vivo, due anni prima degli amici-rivali, nei mitici Fillmore di New York e San Francisco. Come le due pietre miliari del trombettista sono gli atti fondativi del jazzrock, così il terzo album del quintetto ‘bollettino del tempo’ – poco dopo gli studio album Weather Report e I Sing The Body Electric – inaugura in pubblico la breve, ma felice e intensa stagione in cui si sperimenta di tutto: il jazz va dunque a braccetto con il rock, non senza dimenticarsi delle martellanti free form e di un’elettronica dolcemente immaginifica. È il 23 gennaio 1972 quando alla Shibuya Kokaido Hall nella capitale nipponica si presentano in scena l’austriaco Joe Zawinul al piano elettrico, gli afroamericano Wayne Shorter ai sax tenore e soprano, ed Eric Gravatt alla batteria, il cecoslovacco Miroslav Vitous al contrabbasso, il brasiliano Dom Um Romão alle percussioni (tutti e cinque però attivi negli Stati Uniti) a dar vita a un set straordinario, ancor oggi non solo di valore storico, ma di estremo attualismo, che nulla ha perso della primigenia dirompente novità. Riascoltando il doppio CD (come in origine per il vinile) gli applausi tra un brano e l’altro sono tiepidini, forse perché il pubblico giapponese (peraltro onnivoro in fatto di jazz) non è, all’epoca, ancora abituato a tali sonorità mirabolanti e appunto originalissime. I cinque Weather Report sorprendono altresì l’audience per il modo in cui strutturano il concerto: sono ‘solo’ cinque pezzi, ma architettati in medley per durate che vanno dai dieci minuti alla mezzora; si parte infatti con la lunga suite Vertical Invader/Seventh Arrow/T.H./Doctor Honoris Causa (Vitous, Zawinul), si prosegue con l’impegnativa Surucucú/Lost/Early Minor/Directions (Shorter, Zawinul), si apprezza l’intermezzo Orange Lady (Zawinul), si va avanti con l’interessante Eurydice/The Moors (Shorter) e si termina con la vivace riassuntiva Tears/Umbrellas (Shorter, Zawinul). Come detto prima, la sintesi (o ‘fusione’, come si dirà qualche tempo dopo) è davvero mirabile: echi, accenni, passaggi di prog, psichedelismo, new thing, hard bop, modale, world music tra cinque personalità oltretutto eccezionali anche dal punto di vista solistico e improvvisativo.

 

L’amore senza metodo di Noemi Cuffia

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Romanzo di amori favolosi, terribili e assoluti, di cotte adolescenziali voltate in tenere dedizioni, di tormenti disperati, di rimonte sfibranti, di esistenze marcate dai bizzarri ritmi del cuore. Lei è Celeste, lui è Leone, i protagonisti del libro d’esordio di Noemi Cuffia, Il metodo della bomba atomica (pagine 150, euro 15,00 LiberAria). È un pomeriggio d’ottobre del 1984 a segnare, quando ancora sono bimbi, l’inizio della loro amicizia e dell’affetto che li legherà in nodi definitivi. Gli adolescenti diventano adulti e l’amore si dimostra la variabile impazzita, quella che scardina il moto ordinato del cuore, quella che rende ciechi o veggenti, quella che inganna e sconvolge ogni metodo messo a punto per abbandonare le paure, per tornare a stare bene. C’è il metodo del jazz, quello della bellezza, il metodo della disciplina, quello della sospensione dei pensieri, il metodo del no, della ferita che si chiude, del maratoneta. È Leone a inventarli premurosamente per Celeste, la sua piccola Celeste di cui egli si prende cura come di una sorella: perché è fragile, perché soffre, perché è sfibrata dalle sofferenze di un’anima segnata da segreti inconfessabili e enormi. I suoi turbamenti riemergono dopo il ritrovamento di un cadavere nel lago artificiale del parco della Pellerina a Torino. Da lì inizia il viaggio a ritroso, il percorso a precipizio nelle latebre della coscienza di Celeste, mentre a lei non resta che galleggiare «nell’acqua della vita senza una direzione». Noemi Cuffia ci accompagna tra le malinconie di questa ragazza, i delicati tormenti, le malate passioni: quella per Umberto, l’altro uomo della sua vita, per i suoi «occhi blu scuro, iniettati di vene rosse come minuscoli rami di Bonsai, gelidi, marini», per la leviatanica bellezza al cui magnetismo lei non può sottrarsi. Ed è l’abisso. Celeste si perde, piange, si rannicchia nell’afflizione, vinta dalla vita e dalle passioni più grandi di lei; dirà: «non capisco cosa succede. Non l’ho mai capito. La vita mi supera, mi prende in giro. Mi inganna». Non c’è metodo che tenga, neppure quello della bomba atomica funziona. O forse sì, perché quel metodo non serve infine a cancellare il male di vivere ma a farlo esplodere, a nutrirlo così oltre misura da non poter più tenerlo a bada. È inutile che Celeste fugga dai pensieri, che fugga dall’amore, che fugga dalla bomba atomica; soffre per destino: «io vedo il dolore, ovunque. Sento il dolore degli altri dentro di me, diceva, toccandosi il cuore». E a quel punto non resta che lasciarlo deflagrare.

Recensione appasa per la prima volta su l’Unità, il 24 settembre 2013: http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2585000/2580055.xml?key=Giacomo+Verri&first=1&orderby=1&f=fir

Libri tanto amati: Elisa Ruotolo e I Fratelli Karamazov

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(Foto di Elisa Ruotolo)

Un libro senza fondo: I Fratelli Karamazov

“Oh, non credete all’unità dell’uomo.”

F. M. Dostoevskij

 

In generale sono gli avvenimenti feroci a cambiarti radicalmente la vita, oltre ad essi – se sei fatto del materiale giusto – riescono in questo anche i libri. Gentili in apparenza, sommano con naturalezza la loro vita alla tua, e non sempre un essere umano può sopportare un affronto simile. Ora che la corda della mia vita comincia ad allungarsi e nel contempo a tendersi, posso dire che la presenza costante dei libri nel quotidiano (non solo come ingombro di svariate pareti domestiche) ha fatto di me una persona diversa. Non so se migliore, ma sicuramente dissimile da ciò che sarei stata se avessi gestito in altro modo i miei spazi parietali e i miei tempi. Se mi siedo a osservare gli scaffali riesco a ricordare quel che ho fatto o che mi è capitato negli anni (non molto, in verità, e non so distinguere tra il bene o il male di questa confessione) a partire dal libro che avevo tra le mani. Leggevo Dumas la prima volta che presi l’autobus da sola per andare a scuola; Dickens la sera precedente la mia prima versione di greco; Il Grande Gatsby lo incontrai a nove anni in un autogrill, la volta che andavamo a Roma tutti insieme e guidava ancora mio padre, lui che adesso ha bisogno di me per farsi strada. Ora i libri occupano il mio posto di bambina sul sedile posteriore, si infilano negli spazi che l’adultità lascia ancora liberi, assottigliano il tempo delle notti. Mi chiedono di fare in fretta a trovarli o a incontrarli ancora, perché la corda è quel che è, e bisogna fare un buon uso della sua lunghezza. Tra i molti libri amati ce n’è uno che mi segue da sempre, che riprendo in mano ciclicamente, che rileggo a brani o meticolosamente con gli occhi di chi cerca ancora di capire. I fratelli Karamazov di Dostoevskij non credo mi abbiano cambiato la vita (l’espressione sa di concluso, di archiviabile ed è l’unica cosa che questo libro non permette), ma che piuttosto me la stiano cambiando anche adesso che ne scrivo e continueranno a farlo ogni volta che avrò il bisogno di abitare quella storia.

È un romanzo eccessivo, debordante, a volte mi domando quale destino avrebbe avuto se gli fosse capitato di venire a luce in questo nostro tempo, fatto di semplificazione, di immediatezza, e di messaggi intellegibili in simultaneità con i tempi di lettura. Di chiarezze che sanno di tenebra o di deformità scambiate per bellezza, come direbbe Čechov. Comunque sia, in questo deserto morale ed emotivo in cui, con i dovuti e benedetti distinguo, prendiamo siderali distanze dal dolore e da quel che siamo nonostante la pretesa di essere umani, leggere I Karamazov diventa un modo per esaudire il nostro bisogno di verità. Per chi cerchi la pace, la quiete, il risarcimento da un presente che molesta, Dostoevskij è certamente controindicato. Lui non metterà mai il lettore in una posizione comoda, non lo conforterà con l’idea di un bene attingibile alla nostra natura; i suoi personaggi non sono miti e conseguenti; le innocenze non sono immuni dalla corruzione, come del resto la depravazione non esclude bagliori di santità.

Dostoevskij non darà pace perché nessuno può rendere all’altro ciò che non possiede. Basta scorrere la sua biografia per capire che il destino gli fu prodigo di talento ed eccezionalità, ma gli sottrasse il resto. Visse l’esilio e la miseria, i lutti e i debiti; contrasse il suo primo matrimonio quasi per un fanatico bisogno di scendere al fondo (“fu un’oscura tragedia del sacrificio” scrive Stefan Zweig); verrà arrestato per cospirazione, rinchiuso per mesi nella fortezza di San Paolo e, in un procedere a dir poco kafkiano, condannato a morte. La grazia arriverà solo dopo aver indossato la camicia mortuaria e aver sentito il rullo dei tamburi annunciare l’esecuzione. La sua natura già esagitata e incline alle allucinazioni troverà il suo sfogo solo allora, perché neanche l’infermità gli sarà risparmiata. O forse sì, se Dostoevskij deciderà di mutare in pepita la scheggia luminosa del suo male che, a ben guardare, era solo un coccio di vetro infilato nella carne: era epilessia.

Solo chi crede a dismisura riesce a mutare il male in bene senza accorgersi dello scambio o patirne: è la logica del martirio, che è nel contempo “testimonianza” e prova di un castigo subìto perché si è oggetto d’amore (siamo innanzi a uno dei basilari rovesciamenti prodotti dalla cristianità).

Dostoevskij ha vissuto tutto questo, quando ci consegna I Karamazov che non raccontano solo il parricidio, lo sgretolarsi del seno familiare, la tracotanza genitoriale. Raccontano anche il bisogno di credere e di dubitare, rispettivamente attraverso due personaggi indimenticabili: Alëša e Ivan Karamazov. Io ricordo soprattutto Ivan, benché rappresenti (e forse proprio perché rappresenta) la parte nera del romanzo, la coscienza dell’inconciliabilità tra il dolore del mondo e la misericordia divina. È davanti al male che colpisce l’innocente che la fede si incrina, si impenna, comincia a imbarcare acqua. È il corpo di un bambino naufragato e abbandonato su una spiaggia qualsiasi, come se dormisse, a far montare il dubbio e la rabbia: “Io voglio trovarmi lì, quando tutti, d’improvviso, verranno a capire perché il mondo sia stato tale qual è. […] Posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di sofferenza la futura armonia,  che c’entrano però i bambini, me lo dici tu, per favore?” L’atroce domanda di Ivan Karamazov, è il quesito di ogni uomo innanzi al male ingiustificabile – forse più plausibile in virtù di una caotica casualità che presupponendo l’idea di Dio. Ivan è l’uomo dell’evidenza non dei dogmi (e noi tutti insieme – innamorati come siamo della superficie – non formiamo forse la civiltà delle cose visibili, più che di quelle invisibili?); è colui che mostra di conoscere più di altri la reale natura umana quando la definisce schiava e desiderosa di genuflessione, non di libertà. Il nostro presente, fatto di uniformità estremizzate in cui l’identità langue, e di schiavitù rispetto a strumenti di piacere e di controllo divenuti capillari (e possibili grazie ad internet), sembra dargli ragione.

Muoversi nell’opera di Dostoevskij significa perdersi nel labirinto di possibilità dell’umano, senza il conforto di alcun filo d’Arianna, e con la certezza che il Minotauro ci sia fratello, proprio nella sua natura dimidiata.

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Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano e storia in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta Ho rubato la pioggia (vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito). Nel 2014, sempre per le edizioni nottetempo, esce il suo primo romanzo Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane).

Libri tanto amati: Eleonora C. Caruso e Michael Cunningham

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(Foto di Eleonora C. Caruso)

Ho un’edizione economica di Le Ore che, come si conviene a tutti i libri regalati da persone molto care, conserva tra le sue pagine un biglietto d’auguri per i miei 18 anni. Mi era arrivato da Genova dentro una busta imbottita, l’ho aperto e l’ho letto seduta stante in un’unica tirata, interrotta da qualcosa come cinque pisolini. Pare un insulto, lo so, ma a me la buona letteratura concilia il sonno, e se consideriamo che al tempo soffrivo d’insonnia (adesso dormo poco e male, ma almeno dormo, grazie dell’interesse) potete farvi un’idea di quanto amai quel libro. C’è una citazione che ancora adesso mando a memoria, dice così: “Si sente una donna strana, potente e squilibrata come si dice siano gli artisti, piena di visioni, piena di rabbia, impegnata soprattutto a creare… cosa? Questo. Questa cucina, questa torta di compleanno, questa conversazione, questo mondo tornato alla vita.”

Tutto questo preambolo, e Le Ore non è neanche il mio Libro Tanto Amato. È tra i più amati, però, senza alcun dubbio, anche perché feci una tale testa al mio ragazzo che lui non solo lo lesse, ma dopo averlo fatto sfruttò il suo status privilegiato di cittadino milanese per andare in una vera libreria (io vivevo nell’estrema provincia, il concetto di “libreria” passava per gli espositori di Harmony in cartoleria) a comprare gli altri due romanzi di Michael Cunningham, entrambi precedenti a Le Ore: Una casa alla fine del mondo e Carne e sangue.

Una casa alla fine del mondo mi piacque moltissimo. Su Carne e Sangue, che dire. È stato Quel Libro, sapete, quello che lo aprite e dopo dieci righe state già pensando: “Oddio, ti ho trovato! Questo è esattamente quello che volevo leggere!”.

Carne e Sangue è la storia della famiglia Stassos. C’è il padre Constantine, un immigrato greco, la madre Mary, un’immigrata italiana, e i tre figli Susan, Billy e Zoe, la prima generazione nata in America, con tutti i benefici e le difficoltà del caso. Difficoltà che si portano dietro per tutta la vita, e si intrecciano a quelle diverse e simili dei genitori, in quell’amalgama di soffocante e sofferente affetto che sono le famiglie, un affetto che spesso somiglia al ricatto. È questo che ho amato, e che amo tutt’ora, di Carne e Sangue. Amo che gli Stassos non siano particolarmente felici, ma neanche particolarmente infelici, in fin dei conti. Amo il modo in cui, senza clamori, Michael Cunningham descrive il modo in cui i membri di una famiglia si legano così strettamente uno all’altro da non potersi mai dire davvero liberi dalla mitologia del passato.

Le famiglie condividono ferite. Alcune sembravano mortali e non lo sono state, ma non se ne guarisce mai del tutto. La cicatrice che rimane da quelle ferite, volta dopo volta, è il resto della vita.

Michael Cunningham cuce tra loro i suoi personaggi a qualsiasi livello, psicologico e narrativo. Si separano spesso, a lungo, ma rimangono intessuti insieme, sono davvero uno la carne e il sangue degli altri. È questo che non ho più trovato in nessun altro libro, qualcosa che da lettrice mi stupisce, e da scrittrice mi fa invidia. Una cucitura così fitta.

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Eleonora C. Caruso scrive di cultura pop per Wired e altre riviste. Il suo primo romanzo, Comunque vada non importa, è stato pubblicato nel 2012 da Indiana Editore, mentre il suo primo fumetto, SchooRA, verrà pubblicato da Shockdom nel 2017. Guarda troppi cartoni animati.

I dischi di Guido Michelone: Rivers, Holland & Altschul

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Sam Rivers muore nel dicembre 2011 all’età di ottantotto anni: con lui se ne va una grossa fetta di storia jazzistica legata soprattutto alla neoavanguardia che, nel caso di questo polistrumentista nativo di Enid (Oklahoma), ha da sempre il costante merito di evitare ogni autocelebrazione, persino quando il 25 marzo 2007 si trova assieme al contrabbassista Dave Holland e al batterista Barry Altschul a rifare, dopo un quarto di secolo, il trio forse più emblematico – per impegno, estro, costanza, inventiva – dell’intera epoca sperimentalista (Reunion: Live In New York, Pirecording). Sono gli anni Settanta, la new thing ormai storica (Ornette Coleman, Albert Ayler, Sun Ra, Archie Shepp) lascia posto, nel campo della black music di estrema ricerca, a un sound meno arrabbiato e più strutturale che ha due sostanziali epicentri: da un lato l’AACM di Chicago con Anthony Braxton, l’Art Ensemble, Leo Smith, dall’altro la scena loft newyorchese, dove il locale più frequentato dagli artisti è un ex magazzino che Rivers con la moglie Beatrice affitta a poco per farne un luogo d’incontro collettivo: lo Studio Rivbea – questo il nome – diviene infatti il simbolo di una stagione culminante in un free jazz denominato ‘creative music’, dove nasce l’idea di una ritmica (tra l’altro bianca) che interagisce in lunghe sequenze di un’unica ininterrotta performance in cui solisticamente cambia via via lo strumento (sax tenore, sax soprano, flauto, pianoforte), qui impiegato dal solo Rivers. Ecco quindi, per coronare il Sam Rivers Festival organizzato dalla stazione radio WKCR, che nel Miller Theatre della prestigiosa Columbia University si ritrovano Rivers, Holland, Altschul: due set e due dischi per un’ora e mezza di esibizioni totalmente improvvisate, senza titolo, ma tecnicamente scandite per comodità, nel CD, da nove tracce (Part One, Part Two, eccetera) relative al cambio di strumento da parte di Rivers; e, al di là delle diverse temporalità (i pezzi variano dai quattro ai sedici minuti) i tre jazzmen sembrano intendersi a meraviglia, come se non si vedono dal giorno prima e non invece da ben venticinque anni, con un leader ottantatreenne, giovanissimo nello spirito e nei risultati.