Collezionismi: Un antefatto di SE (quarta parte)

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Un antefatto di SE: quarta parte

di Mauro Maraschi

Ma torniamo a «Topologia». Pur avendo saputo tutto quello che c’era da sapere, non riuscivo a smettere di cercarlo. Avevo recuperato uscite della collana altrettanto rare, ma «Topologia» non voleva saltare fuori, e prenderlo in prestito era ormai escluso. Così alla fine me lo sono procurato in modo poco ortodosso, poco prima che un amico libraio mi regalasse la sua copia[1] e che quella speditami dalla persona che me l’aveva consigliato, una copia apparentemente smarrita, arrivasse a destinazione, dopo tre mesi, col risultato che, al momento, ne ho tre copie. Il libro l’ho poi letto, ed è un nouveau roman all’ennesima potenza, mesmerizzante quanto oggi invendibile.

A quel punto, però, mi rimanevano altri 36 libri che non rientravano nelle mie priorità di lettura, 36 libri acquistati a un prezzo medio di 20 euro, per un totale di circa 700 euro, un’ingombrante collezione involontaria alla quale dovevo dare un senso. Non c’è niente di più triste di una collezione di libri: finché si collezionano portauova non si trasgredisce la natura gratuita di una collezione; una collezione di libri, al contrario, somiglia pericolosamente a una sezione di una libreria personale, e quindi a una sequenza mutevole di libri letti o da leggere, quando è invece un blocco statico e impolverato di libri acquistati per essere posseduti e non letti, interi scaffali di libri rari, in serie, cercati a lungo e costati più del dovuto, libri che non saranno letti proprio perché rari, e che finiranno per re-immettersi nel mercato dell’usato soltanto alla morte del possessore. A riguardo, in un articolo intitolato «Le biblioteche dei morti», Francesco Pecoraro scrive: «Nelle librerie d’occasione e sulle bancarelle dell’usato comincio a vedere intere biblioteche che hanno un’aria familiare: sono i libri che leggevo, che avrei voluto leggere, che mi pareva necessario leggere, a venti-trent’anni. […] Il mio primo pensiero è che i titolari di queste biblioteche non se ne siano volontariamente sbarazzati: non è il tipo di libri che dai via. È più plausibile che siano invece morti. La mia generazione comincia ad andarsene»[2]. Pecoraro è del ‘45, io del ‘78, ma la sua sensazione è una mia sensazione, la sensazione che «la mia generazione comincia ad andarsene». Ogni volta che entro in una libreria di modernariato, o costeggio delle bancarelle, quello che vedo sono i libri collezionati per anni da qualcun altro e che dopo la sua morte sono stati svenduti da parenti ignari del loro valore. Immagino un ipotetico cultore che raccoglie le 33 uscite della «Biblioteca di Babele», e poi vedo questi libri abbandonati in uno scaffale, per cinque o sei anni, dopo la scomparsa di questo collezionista, finché non vengono recuperati da uno «svuota-cantine» e rivenduti a una media di 30 euro l’uno. Tutto ciò non deve impressionare, perché è alla base del mercato dell’usato: gli oggetti sono soltanto oggetti, e siamo noi a dargli un senso, affinché ci distraggano dall’inutilità di ogni cosa.

Così, per dare un senso alla mia collezione involontaria, ho stilato delle schede bibliografiche di ogni volume della collana, composte da una scansione della copertina più paratesti e note biografiche, dando vita a un lavoro di archivistica ospitato alla voce «Prosa Contemporanea» sul sito di Federico Novaro[3]. Il progetto ha richiesto tempo, ed è andato online proprio mentre scoppiava la bufera per un articolo di Cordelli, intitolato «La palude degli scrittori», che gli è valso le antipatie di molti[4]. Questa polemica non ha comunque portato visibilità al progetto, che d’altronde si rivolge a una nicchia. Di conseguenza, quando un anno dopo lo scrittore Giacomo Verri ha aperto sul suo sito una rubrica dedicata al collezionismo, e mi ha invitato a raccontare una mia esperienza personale, ho deciso di farlo senza vincoli di forma e lunghezza, perché se è vero che oggi nessuno legge più del 25% di qualsiasi articolo online[5], è anche improbabile che qualcuno arrivi mai alla fine di questo testo.

[1] Andrea Esposito, uno dei librai (insieme a Davide Manni) della libreria minimum fax, in via della Lungaretta 90/e, a Roma.

[2]              Su «Le parole e le cose», 18 aprile 2016: http://www.leparoleelecose.it/?p=22662

[3]              http://www.federiconovaro.eu/categorie/materiali/prosa-contemporanea/

[4] «Quell’articolo è stato una sciagura. Lo scrissi per necessità, ma non lo rifarei». Sempre da «L’era glaciale dell’avanguardia e il frigorifero di Cordelli», a cura di Marco Cicala, «Il Venerdì», 13 gennaio 2017.

[5] Stando a un’indagine di «The Believer», di cui però non trovo più la fonte.

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Collezionismi: Un antefatto di SE (terza parte)

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Un antefatto di SE: terza parte

di Mauro Maraschi

Andato via da Guanda, D. P. fonda la propria casa editrice, SE (acronimo di Studio Editoriale), utilizzando la veste grafica da lui stesso disegnata per Prosa Contemporanea. «L’idea di fondo», si legge nell’unico editoriale in circolazione, «è stata da subito quella di mettere nuovamente a disposizione dei lettori testi considerati fondamentali, ma lasciati cadere nell’oblio dalla grande editoria generalista». Da allora, SE ha pubblicato, tra gli altri, Jaspers, Lukács, Deleuze, Bataille, de Unamuno, Blanchot, Merleau-Ponty, Weil, Thoreau, Mishima, Ortega Y Gasset, Schönberg. Nel 1998 è nato il marchio ES, dedicato a testi intrisi di eros, e caratterizzato dalla variante bianca della veste madre, mentre nel 2001 si è aggiunta Abscondita, che contiene saggi sull’arte e ha una veste dedicata, tutta nera[1]. SE è distribuita nazionalmente, e a volta riesce a conquistarsi intere sezioni di librerie illuminate (come La Bussola di Torino o la piccola Easy Reader di Palermo). Per alcuni la casa editrice è avvolta da un certo mistero, perché non ha un sito, non partecipa alle fiere, non organizza eventi né presentazioni, e al massimo allestisce uno stand in qualche museo, come in occasione della mostra di Chagall, di cui ha pubblicato l’autobiografia («La mia vita»). Nel 2009 lo scrittore Massimiliano Parente, che ha pubblicato in ES, raccontava l’impatto con la vecchia sede di via Manin: «[…] salendo una scalinata con passatoia di velluto rosso, passando tra statue neoclassiche, entrando in una casa editrice dove si respira aria d’altri tempi, da impero austro-ungarico, silenzio e serietà e gusto sobrio, ci si ritrova davanti il mitico D. P. con le forbici in mano che fa le prove di una copertina con dedizione artigianale […]. Uno dei pochi editori veri rimasti, tant’è che la sublime qualità del loro catalogo è inversamente proporzionale all’esibizionismo di D. P., che se lo nominate pubblicamente borbotta maledicendovi per mesi»[2]. E infatti, quando nel gennaio del 2016, grazie alla garbata amicizia con Carlo Alberto Corsi[3], ho avuto l’onore di visitare la nuova sede in Via San Calimero, a Milano, del «mitico D. P.» non ho visto l’ombra. Rilevo però che anche questo nuovo ambiente rispecchia il carattere dei libri che vi vengono creati, e che la redazione è silenziosa e posata, e circondata da alte librerie nere colme di SE, ES e Abscondita, e che in essa dominano la bicromia e l’eleganza, nonché quella gentilezza sottovoce che oggi sembra essersi estinta.

[1]. Secondo Riccardo Falcinelli, art director di Einaudi e teorico, gli Abscondita sono «i libri più belli del mondo».

[2]. Tratto dall’articolo «Breve guida comica dell’editoria italiana», apparso il 28/11/2009 sul Giornale.

[3] Tra parentesi, Carlo Alberto Corsi è anche un fine narratore, di cui ho letto diverse opere, e per quanto di non immediata reperibilità sento di poter consigliare «Amapola», seguito da «Io, Caravaggio» e da «La storia del mago», che meriterebbero tutti una migliore collocazione editoriale.

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La prima puntata qui.

La seconda qui.

Collezionismi: Un antefatto di SE (seconda parte)

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Un antefatto di SE: seconda parte

di Mauro Maraschi

Tutto ha inizio a Modena, nel 1932, quando il ventiseienne Ugo Guandalini fonda la casa editrice Guanda. Il logo, rimasto immutato fino a oggi, si ispira alla fenice a mosaico che decora la pietra tombale di D. H. Lawrence. Dopo aver dato spazio a opere di stampo filosofico-teologico, Guandalini trasferisce la sede a Parma e affida ad Attilio Bertolucci «quella che si sarebbe rivelata la collana di poesia più illustre d’Italia»: «La Fenice»[1]. Vengono così tradotti, per la prima volta, García Lorca, Prévert, Eliot e Dylan Thomas; in seguito trovano spazio «autori antichi e nuovissimi», dalla Dickinson a Sartre, e nascono col tempo nuove collane; negli anni Cinquanta, mentre la «Piccola Fenice» pubblica Marziale, Jarry e Quasimodo, nella «Fenice della narrativa» appare un volume dedicato alla Beat generation. La casa editrice non smette di guadagnarsi fama e prestigio fino al 1971, anno della morte del fondatore. A quel punto il timone passa a D. P.[2], che affida a Giovanni Raboni una nuova stagione di poesia (Woolf, Tagore, Ferlinghetti, Mandel’štam, Cvetaeva) e a Cordelli, qualche anno dopo, la narrativa; ad affiancarli, tra gli altri, Maurizio Cucchi e Roberto Rossi. Questa formazione va avanti fino al 1986, quando Guanda viene acquistata dal gruppo Longanesi e trasferita a Milano, sotto la direzione di Luca Brioschi, artefice di successi editoriali come Hornby, Welsh, Safran Foer e Sepúlveda.

Quella che interessava a me, però, era la seconda delle «famose tre vite di Guanda», ossia il periodo raboniano ‘71-’86, e in particolare l’arco che andava dal 1980 all’84, nel quale si era dipanata la collana Prosa Contemporanea. In redazione dal ‘75, Cordelli inaugurò la sua curatela con «Sentieri nel ghiaccio» di Herzog, ai tempi «la sua ossessione» (così come Robbe-Grillet era quella di Rossi). Da lì a cinque anni, la collana ospitò Bernhard, Perec, Mishima, Handke, Isherwood, Gadda, Cortázar e molti altri. Si trattava a volte di opere minori, scelte forse per la mole contenuta[3] o per l’urgenza di presentare un autore in Italia, come nel caso de «L’italiano», che permise a Cordelli – in uno slancio di «giovanile vanità» – di pubblicare Bernhard pochi mesi prima che lo facesse Adelphi con «Perturbamento» (1981). In altri casi, come per «Cancroregina» di Landolfi, «Un uomo solo» di Isherwood o «Topologia di una città fantasma» di Alain Robbe-Grillet, ci troviamo di fronte a opere che, se non sono la vetta dell’autore, ne saggiano la cifra stilistica. Filo conduttore della collana, l’annosa e conflittuale indagine di Cordelli sulle possibilità contemporanee della forma romanzo, o sulla sua presunta morte[4]: «A diciassette anni, nel 1960, la lettura della “Noia fu folgorante […]. Ma quello che nel 1960 era ancora, e senza dubbio, un culmine, dieci anni dopo appariva letteralmente polverizzato. Come continuare a scrivere romanzi se nessuno ne voleva più leggere: nessuno, intendo, in una più o meno riconoscibile élite culturale? […] Il tracollo venne altri dieci anni dopo, nel 1980: tornava in auge ciò che era stato vilipeso. Che c’era di più ridicolo della negazione del romanzo? Nessuno più ne leggeva, come prima; ma tutti ora ne scrivevano»[5].

Eppure, proprio negli anni Ottanta, Cordelli decide di curare una collana di romanzi, pur con una spiccata preferenza per le avanguardie e rivolgendo l’attenzione più all’unicità dell’autore che all’opera selezionata, in quell’ottica che considera la casa editrice (o la collana) come un’antologia, nella quale ogni pubblicazione costituisce un capitolo di un progetto più ampio[6]: vista così, Prosa Contemporanea è l’opera critica più rappresentativa e coesa di Cordelli, e meriterebbe uno studio a sé stante. Da segnalare: la presenza di Carson McCullers, autrice da noi sempre bistrattata; un tentativo di uscire dalla nicchia tramite un libro in cui Cordelli credeva molto, ossia «Fuoribordo» di Renata Adler, ripubblicato nel 2014 da Mondadori, con il titolo «Mai ci eravamo annoiati» e la nuova traduzione di Silvia Pareschi; la mancanza di autori feticcio di Cordelli, come Gombrowicz o Uwe Johnson, che sicuramente avrebbero trovato spazio, prima o poi, se nel 1986 Guanda non fosse stata comprata da Longanesi. Ma è a questo punto che nasce SE.

***

[1] Da qui in poi, tutta la storia di Guanda è principalmente una rielaborazione di un articolo di Nello Ajello, apparso su «la Repubblica» del 14 aprile 2002.

[2] In più occasioni, e da persone diverse, mi è stata rispettosamente ribadita la discrezione dell’editore di SE, che non ho mai incontrato e che sembra davvero preferisca «essere lasciato nell’ombra». Ho pertanto deciso di non riportarne il nome esteso.

[3] Buona parte dei titoli della Prosa Contemporanea di Cordelli ruotano intorno alle 128 pagine, con formattazione fissa.

[4] «Mai detto che il romanzo è morto. È morta una forma storica che va da Cervantes alla fine del 900. Quanto a me, non sono un romanziere, al limite uno scrittore», risponde Cordelli nell’intervista intitolata «L’era glaciale dell’avanguardia e il frigorifero di Cordelli», a cura di Marco Cicala, «Il Venerdì», 13 gennaio 2017.

[5]. Cordelli, La democrazia magica, Einaudi, 1997.

[6]. Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi, 2013.

Collezionismi: Un antefatto di SE (prima parte)

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Un antefatto di SE: prima parte

di Mauro Maraschi

Ho cominciato a cercare «Topologia di una città fantasma» il giorno stesso in cui mi è stato consigliato, non perché mi interessasse Robbe-Grillet, bensì incuriosito da quel titolo improbabile, che sembrava un’invenzione di Wilcock, o uno di quei titoli che si sognano, le rare volte che si sogna un titolo. Il libro, però, pubblicato da Guanda nel 1983, era fuori catalogo, nonché irreperibile sui canali di vendita online dedicati all’usato. Considerato il motivo per il quale lo cercavo avrei quindi lasciato perdere, se in un’inserzione scaduta su eBay non avessi scoperto che, pur essendo Guanda, «Topologia» aveva la stessa veste grafica delle edizioni SE.

La prima volta che mi sono imbattuto in SE è stato con «Fuoco fatuo» di Pierre Drieu La Rochelle[1]. Avevo vent’anni[2] e di quel libro ricordo poco, se non che mi sembrò il più bello letto fino ad allora, e non soltanto per il contenuto: allungato, austero e indistruttibile, fu il primo libro a farsi notare dal punto di vista cartotecnico. In seguito, lettura dopo lettura, quell’infatuazione si è trasformata in un solido legame, che ha reso SE una delle mie case editrici preferite, e di certo quella che sento più «mia». Spinto da una sorta di gelosia retroattiva, ho quindi deciso di scoprire perché le sue inconfondibili fattezze si ritrovassero su un libro Guanda del 1983, e mi sono rimesso a cercare «Topologia» con maggiore determinazione.

Sui canali online, però, non ce n’era traccia. Nell’arco di un mese ho setacciato le librerie di modernariato romane e telefonato a quelle di tutta la penisola, trascorso ore tra le bancarelle e infine contattato le 51 biblioteche che, stando a OPAC, ne possedevano una copia, nessuna delle quali però è stata disposta a vendermi la propria. Ho anche scritto ai 29 utenti di aNobii che sostenevano di averlo, ma anche qui nessuno era disposto a cederlo, a nessun prezzo.

Ho battuto piste anche meno convenzionali. Ho cercato di contattare un utente di Amazon che aveva recensito «Topologia» con un commento sprezzante[3], in un’inserzione scaduta: pensavo che, avendolo odiato, sarebbe stato disposto a vendermelo. L’utente, che si firmava MM, non aveva però indicato un recapito. Dalle sue recensioni era chiaro che amasse la fantascienza, e in particolare Luigi Menghini, del quale aveva recensito tutti i romanzi con lo stesso commento: «Luigi Menghini è uno dei migliori scrittori di fantascienza italiana. Ogni sua opera è un piccolo capolavoro. Sono felice di avere tutti i suoi libri nella mia biblioteca». Ho quindi cercato Luigi Menghini su aNobii e, tra chi aveva i suoi libri, un utente con le iniziali MM, ma senza risultati. Poi mi è caduto l’occhio sui dettagli della copertina di uno dei libri di Menghini, Il messaggio di Calten, tra i quali era riportato l’illustratore di tutti i libri di Menghini, e cioè Michelangelo Miani, il mio MM, il quale però, contattato tramite Linkedin, Facebook e email varie, non ha mai risposto.

Dopo un mese di queste e altre astruserie mi ero quasi convinto a desistere, quando alla Libreria Simon Tanner[4] ho trovato la prima edizione de «La croce buddista», di Jun’ichirō Tanizaki, anch’essa Guanda e con la veste grafica di SE. In quel libro c’era la prima ovvia risposta: «Topologia» non era una caso isolato, ma apparteneva a una collana, la Prosa Contemporanea diretta da Franco Cordelli. Prima di Tanizaki, che era la diciassettesima uscita, la collana aveva già ospitato Herzog, Perec, Handke, Isherwood, Bernhard, Mishima e Landolfi, e non potevo sapere quanti altri fossero venuti dopo Tanizaki. A quel punto, da appassionato della storia dell’editoria italiana, e poiché su internet non c’era traccia della parentela tra Guanda e SE, ho pensato di ricostruirne la storia: alla ricerca di «Topologia» si è così affiancata quella indiscriminata di tutti i titoli della collana[5].

Il terzo volume rinvenuto è stato «Un uomo che dorme» di Georges Perec, nascosto tra gli scaffali della libreria Equilibri[6]. Ai tempi della sua pubblicazione, nel 1981, di Perec era stato tradotto soltanto «Le cose», nel 1966, per Mondadori. In una recensione di questa seconda uscita, il critico Luigi Grazioli scriveva dell’autore: «da noi è ancora poco noto, ma si può prevedere che lo diventerà non appena “La vie, mode d’emploi” verrà tradotto»[7]: quest’ultimo è poi uscito nel 1984 per Rizzoli, ma  «Le cose» rimane tutt’oggi l’opera più letta di Perec, e «La vita» semmai quella più nota, nei limiti concessi a un oulipiano[8].

Da lì in poi l’acquisto dei volumi della collana, principalmente su eBay, è diventato una routine. Nell’arco di un mese mi sono ritrovato con venti uscite, e la certezza che ne mancassero altre diciassette. A ogni libro acquistato ho avuto la sensazione di aver accorciato le distanze con l’oggetto principale della ricerca, ma al contempo l’ispessirsi di questa collezione involontaria, al centro della quale spiccava un buco, non faceva che sottolinearne la mancanza. Va detto che alcune delle uscite le ho acquistate a prezzi sfavorevoli, ansioso di porre fine a quello spreco di soldi a costo di aumentarne l’entità.

Nel frattempo, però, ho instaurato un dialogo con uno degli utenti di aNobii in possesso di «Topologia», la traduttrice Paola Ghigo, che mi ha messo in contatto con Carlo Alberto Corsi, uno dei veterani di SE, nella speranza che potesse spiegarmi come erano andate le cose. Nel gennaio del 2014 ho scritto a Corsi, che mi ha però indirizzato a Cordelli, dicendo che era lui «il mio uomo». Ho quindi contattato Cordelli, che mi ha concesso un’intervista telefonica, grazie alla quale ho ricostruito quello che si può definire un antefatto di SE.

(Continua mercoledì 29 marzo).

***

[1] Le Feu follet, 1931, uscito in Italia nel 1964 per Sugar, poi nel 1966 per Garzanti e infine nel 1987 per SE, sempre nella traduzione di Donatella Pini. Mi risulta anche un’edizione Mondadori del 2008, e altre ce ne saranno state, ma non è di nostro interesse in questa sede. Sarebbe interessante, invece, approfondire la storia della casa editrice Sugar, nata a Milano nel 1957 per volontà di Piero Sugar e Massimo Pini; per il momento mi limito a riportare che il primo nome della casa editrice fu Sugar Editore e la sede in Galleria del Corso 4, dove si trovavano le attività musicali del gruppo Sugar Music, fondato da Ladislao Sugar, padre di Piero; e che nel 1972 Piero Sugar lasciò la casa editrice, la cui attività fu portata avanti con il marchio SugarCo dal suo socio, Massimo Pini; per queste informazioni ringrazio Sonia Franchi.

[2] Forse perché «a vent’anni non si è ancora letto abbastanza perché la letteratura ci abbia insegnato a leggere davvero la letteratura». Vedi James Woods, «Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori», trad. di Massimo Parizzi, Mondadori, 2010.

[3] La recensione diceva, e dice: «Illeggibile. Uno dei pochi libri che, nonostante tutto, non sono riuscito a finir di leggere. Solo per lettori con capacità superiori».

[4] Libreria d’occasione Simon Tanner, via Lidia 58, Roma. Tel.: 06 7834 7908. Forse la migliore libreria di modernariato d’Italia, che ho avuto la fortuna di avere sotto casa per due anni, e dove ho potuto apprezzare la crescente accoglienza, il garbo e l’insondabile conoscenza dei librai Vincenzo Goffredo e Rocco Lorusso.

[5] Parlare di collana è sbagliato, perché la narrativa di Guanda si chiama tutt’oggi «Prosa Contemporanea».

[6]. Libreria Equilibri di Tommaso Gorini, via degli Equi 14, Roma. Tel.: 06 446 9991.

[7]. Recensione apparsa sull’inserto culturale di Bergamo Oggi e di Brescia Oggi, il 24 maggio del 1981, e riproposta per gentile concessione dell’autore sul sito di Federico Novaro, a questo indirizzo.

[8]. «Un uomo che dorme» è stato ripubblicato soltanto nel 2009 da Quodlibet.

Collezionismi: il rock sovietico di Gian Piero Piretto

La parola collezione per la mia raccolta di dischi sovietici in vinile è forse troppo altisonante. Si era tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso quando iniziai a tornare dai miei viaggi in Unione Sovietica portando in valigia quattro o cinque long playing di generi musicali diversi. Insegnavo lingua russa all’Università di Bergamo. Le lezioni in laboratorio linguistico erano all’avanguardia e ogni soggiorno in URSS era un’occasione per reperire materiali autentici e vivi da proporre agli studenti in luogo degli stereotipati sussidi audiovisivi allegati a manuali o eserciziari. A questo si univa il mio interesse personale per canti popolari e cantautori che si sarebbe presto allargato ai pionieristici esperimenti di rock, ancora fuori legge in grande maggioranza ma già de facto sulla rampa di lancio.

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All’epoca, oltre a frequentare il Paese per soggiorni di studio e convegni, ci accompagnavo gruppi di turisti italiani e questo mi forniva l’occasione, oltre a raggranellare qualche soldino, di uscire dagli scontati itinerari legati alle capitali, Mosca, Leningrado e loro dintorni. Anche sul fronte degli acquisti e degli approvvigionamenti ogni repubblica sovietica era diversa dalle altre, più o meno ricca, più o meno fornita di beni materiali, ma sempre con qualche attrattiva peculiare per chi, come me, fosse curioso e attento ad aspetti che andavano al di là delle consuete esigenze turistiche. Questo valeva anche per la musica e per i dischi. A dare il là alla mia “collezione” contribuì la collaborazione con Radio Popolare di Milano dove, al fianco del Maestro di radiofonia Sergio Ferrentino, condussi per alcuni anni, a cavallo del 1985, una trasmissione di musica russo-sovietica intitolata Vaghe stelle dell’Orso. L’esigenza di reperire dischi sempre diversi e aggiornati divenne irrinunciabile e i due o tre esemplari per viaggio si trasformarono in una decina, peso del bagaglio da imbarcare permettendo. I costi erano assai ridotti per me occidentale. Da qualche decina di centesimi (copechi) per i 45 giri a un paio di rubli nel caso di interpreti famosi per i 33 giri, fino agli 8 rubli per i cofanetti che contenevano due o più dischi. Ogni esemplare riportava la data di produzione, lo studio e la città di registrazione, oltre al prezzo.

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Lo stipendio medio sovietico all’epoca era di circa 120 rubli mensili. Qualche immancabile speculazione al mercato nero e qualche scambio con amici e conoscenti russi forniva a me i rubli extra necessari per gli acquisti. Di solito ai negozi ufficiali della Melodija, la casa discografica di stato, ma anche, e queste erano le occasioni più ghiotte, in giro per chioschi, grandi magazzini sforniti di articoli basilari ma con un banco discografico sempre presente. Le commesse, come ovunque nei negozi di stato, erano svogliate e spesso scorbutiche. Bisognava rivolgersi a loro per visionare un disco, che stava al sicuro negli scaffali alle loro spalle. Lo porgevano annoiate e con mala grazia. I clienti più arditi riuscivano anche a chiedere di poterlo ascoltare prima di comprarlo. Se confezionato, veniva avvolto con maestria in una carta leggera e sottile, fragilissima, ripiegata e incastrata con arte sopraffina per chiudere il pacco in mancanza di nastri adesivi. I sacchetti di plastica non esistevano e quelli portati dai turisti occidentali erano oggetto di scambio al mercato nero.

Uscivano anche riviste contenenti dischi di plastica flessibile azzurri o rosa inseriti tra le pagine che raccoglievano le incisioni più disparate, dai discorsi dei politici, alle interviste a personaggi illustri di cultura e società, alle filastrocche per bambini ecc. I doganieri, sempre attentissimi a scovare oggetti proibiti e sospetti da sequestrare ai viaggiatori stranieri, squadravano stupiti i miei tesori e arrivavano, talvolta, ad accennare un incredulo sorriso quando spiegavo le ragioni che mi spingevano a raccogliere quei bizzarri souvenir.

Anche in quel settore esisteva il problema del deficit. Come per i libri, alcuni autori “delicati” erano stampati in tirature ridottissime e di difficile reperibilità. O non stampati affatto. All’esterno dei negozi, in piena luce reale e metaforica, ferveva il commercio non ufficiale. Gruppi di giovani, appoggiati a muretti o in piedi lungo le pareti, offrivano reperti introvabili o rari. Come per i libri, garantiti erano i classici politicamente corretti, inni di propaganda, alcuni cantanti pop allineati, i cori dell’Armata Rossa.

E poi un sacco di paccottiglia, dal punto di vista degli acquirenti russi, ma preziosa per un osservatore straniero che volesse offrire un quadro sufficientemente completo della sonorità del Paese: carillon di campane, canti dei pionieri (i boy scout sovietici), concerti di balalajka, voci folk dell’Asia Centrale o del Caucaso.

Con l’avvento di Gorbačëv e l’inizio della perestrojka anche il rock conobbe maggior tolleranza e uscì progressivamente dalla clandestinità. Restava, ed era di notevole interesse, una grande produzione non canonica, gestita in proprio, non pubblicata né distribuita dai canali ufficiali, che mi veniva fornita da amici in audio cassette. Le portavo vergini dall’Italia. Le lasciavo in deposito e, in cambio di quelle degli idoli del pop italiano (audiocassette di Toto Cutugno, Albano e Romina, I Ricchi e Poveri, Celentano, San Remo, meno vistose dei dischi che avrebbero più facilmente attratto l’attenzione e il sequestro dei controllori) le ritiravo incise al viaggio successivo. Nei decenni precedenti, dai primi anni Sessanta in poi, in occasioni di riunioni private nelle mitologiche cucine sovietiche, di soggiorni in tenda nella tajga (la foresta siberiana), poi di serate pubbliche in case della cultura o istituti scolastici, i cantautori avevano fatto sentire le proprie timidi voci. L’epoca è passata alla storia come “rivoluzione dei magnetofoni”: le loro poesie-canzoni, tanto diverse dalle melodie di massa dell’erta staliniana, circolavano imparate a memoria, registrate con mezzi di fortuna ma popolarissime tra i più diversi strati di popolazione. Scrivo queste righe nel giorno successivo al conferimento del premio Nobel a Bob Dylan. Mi piace pensare che il prestigioso riconoscimento sia stato idealmente assegnato e possa essere condivisibile con tutti i bardi e i menestrelli che la storia della musica mondiale ha conosciuto, sovietici compresi. Bulat Okudžava, Vladimir Vysockij, Novella Matveeva, Aleksandr Galič e moltissimi altri ancora che all’onore di un disco ufficiale sarebbero arrivati piuttosto tardi e attraverso peripezie non indifferenti.

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Gruppi rock ormai entrati nella storia e nel mito, Akvarium, Kino, DDT, Mašina vremeni, Nautilus Pompilius, Leningrad si affiancavano nelle mie valigie ad altri meno illustri, Jalla, Samocvety, Stas Namin, alle vecchie glorie riscoperte e riproposte, Aleksandr Vertinskij, Isaak Dunaevskij, Pëtr Leščenko, Klavdija Šul’ženko.

E poi le star del momento: Alla Pugačëva su tutte e prima di tutte. Adorata, idolatrata, riverita, mitizzata oltre ogni immaginazione. Ricciuta e imbellettata, prorompente e vistosa, per non dire grossolana, sulle copertine dei dischi che vendeva a decine di migliaia.

Il sempre verde, tutt’ora, abominevole interprete di corte Iosif Kobzon, specializzato in canzoni di regime.

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Portai da Mosca la prima opera rock della storia sovietica (1981): Junona i Avos, la vicenda di due caravelle che avevano viaggiato dalla Russia verso la California coloniale spagnola e dell’amore infelice tra un marinaio russo e la giovane figlia del governatore.

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Portai i dischi di Janna Bičevskaja, grande interprete di canti popolari eseguiti in chiave moderna, detta la Joan Baez sovietica, successivamente sostenitrice della causa monarchica e ritirata in convento.

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Portai i primi esperimenti di aerobica russa, il contestato jazz sovietico d’epoca (Leonid Utësov, anni Venti e Trenta) e contemporaneo, i canti religiosi ortodossi, le poesie recitate dagli stessi poeti che le avevano composte, le canzoni popolari russe, armene, georgiane, azerbaigiane.

La censura sovietica non permetteva che circolassero certi autori e certi generi, e allora si ricorreva a Parigi, come per i libri. La grande comunità russa della diaspora francese aveva fatto nascere diverse librerie in cui erano in vendita anche quei dischi che la patria sovietica disconosceva. L’etichetta Chant du monde, in particolare, ha dato un considerevole contributo da questo punto di vista.

Due parole sulle copertine per concludere il mio racconto. Ne esistevano di banali e seriali, riservate a interpreti o generi minori, monocolori o con stereotipati fiori. Tutte uguali e di carta scadente (oggi lacera), indipendentemente dal disco che contenessero.

Quelle d’autore, invece, arrivavano a gradi di originalità davvero notevoli e a patinature inusitate per l’epoca. Certe uscite grafiche e musicali rockettare oggi fanno sorridere, ma all’epoca sono state di importanza vitale per la storia del costume e della cultura in generale.

Duecento dischi, o poco più, i miei. Pochi per essere chiamati collezione, ma carichi, oltre alla polvere, di avventura ed emozioni che, nel loro piccolo, hanno fatto un poco di storia e non soltanto della musica.

Le rarità di Feltrinelli tra Fidel, il Che e Pasternak

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Non è cosa d’ogni giorno sapere riuniti in un solo catalogo tanti libri Feltrinelli, alcuni dei quali rari, se non rarissimi. Succede alla libreria antiquaria Ardengo di Roma che ha messo assieme 252 volumi pubblicati dalla casa editrice di via Andegari (in mostra fino allo scorso gennaio) a cui si affiancano, oltre a una decina di monografie su Giangiacomo Feltrinelli, un centinaio di numeri della rivista «Cinema Nuovo», 22 fascicoli de «Il Verri», 10 dei «Quindici», e la collezione quasi completa di «Tricontinental» (1967-1971), il bimestrale curato dall’Organo teorico della Segreteria Esecutiva dell’Organizzazione di Solidarietà dei Popoli d’Asia, Africa e America Latina (l’edizione originale era quella cubana, a cui s’affiancavano coedizioni in inglese, francese e quella feltrinelliana, appunto, in italiano). Il catalogo (scaricabile in pdf dal sito della Libreria, http://www.ardengo.com) porta come titolo «La Grande Rivoluzione Editoriale di Giangiacomo Feltrinelli (Libri, riviste, opuscoli e vicende 1955-1972)» e, in effetti, molti dei testi raccolti, che non a caso s’arrestano al ’72, anno della tragica morte dell’editore milanese, ne testimoniano quell’ecletticità e quell’anticonformismo che incanalarono le prime scelte editoriali lungo direttrici che Feltrinelli stesso rese esplicite in un’intervista televisiva del 1965: «un antifascismo conseguente e coerente», «la ricerca di una forma di coesistenza tra Paesi di diverse strutture economiche e politiche», l’attenzione «per le forze nuove del terzo Mondo che uscivano dalla dominazione coloniale». Interessanti in questa direzione i titoli delle collane ‘Documenti della rivoluzione dell’America Latina’ (9 quelli presenti qui), ‘Documenti delle lotte operaie’, ‘Battaglie politiche’ e ‘La politica al primo posto’, pubblicati non sotto l’etichetta di Feltrinelli editore ma di Libreria Feltrinelli: una serie di volumi data alle stampe quasi per una ristretta cerchia di seguaci ideologicamente inquadrati. Tra questi spuntano anche tre libelli dello stesso Giangiacomo, i cui titoli (ormai degli slogan politici, prodromo all’imminente fondazione dei Gap) suonano come squilli di guerra: Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia! (1968), Estate 1969. La minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana. Con un’appendice di V. Vassilikos (1969) e Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre (1970). In catalogo c’è poi il primo titolo del ’55, Il flagello della svastica di Lord Russell (pubblicato, allora, in contemporanea con l’Autobiografia di Nehru). Manca la primissima edizione del 1967 (c’è invece la seconda, riveduta e corretta) del Diario del Che in Bolivia, quella celebre sulla cui coperta figura per la prima volta l’icona del «Guerrillero Heroico», l’istantanea scattata nel 1960 da Alberto Korda, il quale donò proprio a Feltrinelli alcune copie del famoso ritratto. Ma compaiono due titoli la cui importanza nella storia dell’editoria italiana è forse superfluo ricordare, due libri che hanno fatto grande il nome di Feltrinelli, tra i primi a essere pubblicati dall’editore, rispettivamente, nel 1957 e nel 1958, Il Dottor Zivago di Boris Pasternak e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (già rifiutato da Vittorini per i suoi «Gettoni»). Di quest’ultimo, il catalogo offre la rara editio princeps; del primo titolo, invece, un volume in trentaduesima edizione, insolito perché completo di fascetta con la scritta «Premio Nobel»; ma soprattutto spunta fuori una rarità assoluta del capolavoro di Pasternak, cioè una delle rarissime copie clandestine in lingua russa che Feltrinelli fece pubblicare, col costo in dollari, per i fuoriusciti e i dissidenti. Con prezzo a richiesta, come quest’ultimo di Pasternak, è anche la prima edizione italiana di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez (1968), inusuale con la fascetta dove l’autore colombiano è definito «il Donchisciotte del Nuovo Mondo». In assoluto, però, il pezzo forte è un volume di eccezionale rarità, un libro mai giunto in libreria, stampato solo al recto, senza coperta. Si tratta delle prime bozze non corrette dell’autobiografia che Fidel Castro stava stendendo tra il 1963 e il 1964 su invito di Valerio Riva e di Carlos Franqui. Il titolo è Diez anos de guerra y revolucion. Pruebas no coregidas en 10 ejemplares (1964). Ne furono tirati, appunto, solo dieci copie accompagnate da una lettera di Riva al «Muy Estimado Comandante» il quale, infine, non terminò i lavori per la pubblicazione del volume, nonostante avesse incamerato venticinquemila dollari di anticipo. Insomma, un reperto quasi mitico scaturito dalle tante avventure editoriali e politiche di uno tra i maggiori editori dell’Italia del Novecento.

Articolo apparso per la prima volta su l’Unità, il 18 marzo 2013: http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2530000/2525851.xml?key=Giacomo+Verri&first=11&orderby=1&f=fir

Pietro Grandi: una collezione di carta color futuro

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(tutte le foto sono di Pietro Grandi)

di Pietro Grandi

“Basta osservare un collezionista che maneggia gli oggetti nella sua vetrina: a stento li trattiene nella mano, e già sembra esserne ispirato, e il suo sguardo, come quello di un mago, sembra attraversarli per perdersi lontano.” Così scriveva il critico Walter Benjamin, ed è un po’ quello che succede a me quando guardo i miei libri collezionati in questi dieci anni. Sì, sono un bibliofilo egocentrico. Ho un po’ l’animo di quello che cerca di raccogliere ed archiviare ciò che lo rappresenta nella vita, per mostrare agli altri le storie che si celano dietro a quelle pagine. Amo i miei libri e mi piace possederli e toccarli in qualsiasi momento, tracciandone un mio percorso. La mia “malattia” è visibile e la mia curiosità si diffonde in quelle pagine di carta diverse tra di loro, per tempo, forma, colore e contenuto. Sfogliare. Forse è un gesto magico perché grazie a quel movimento, si scoprono ogni volta nuove idee.

Fin da piccolo, cercavo di costruire libri con carte diverse, pennarelli colorati, forbici e colla vinilica alla ricerca di nuovi formati. Mia madre, insegnante montessoriana, cercava di spronarmi a leggere i libri di Rodari, Munari o Calvino. Per questo amo le forme dei libri, non solo il loro contenuto. Ho sempre sognato di costruirmi una mia piccola biblioteca per unire immagini, volti ed impaginati grafici. Un ritrovo degli ideali che ho sempre voluto seguire. Un ipertesto cartaceo, un inseguire continuo. Finito il liceo, con i primi soldi, ho iniziato ad accumulare pagine su pagine, che avessero a che fare con la mia nuova vita professionale. Ho fondato uno studio di post-produzione video chiamato Sensitive Mind, una via di mezzo tra un laboratorio visivo-creativo ed una biblio-emeroteca. Librerie e scatole di cartone ospitano riviste e libri legati a ciò di cui sono più appassionato.
Vi chiederete ma di che sei appassionato? Di molte cose. La mia biblioteca fino ad ora comprende diverse collezioni, circa trecento volumi cartacei dedicati all’animazione tradizionale e alla computer art, riviste sulla storia personale di Walt Disney e di Steve Jobs, volumi sulla storia della Pixar Animation Studios, fino alle pubblicazioni underground della contro-cultura hippie e della rivoluzione informatica californiana. Ogni argomento è collegato. Son come briciole per la mia mente che re-impastandosi formano la mia passione. Verso sera, appena finisco di lavorare, molto spesso, apro le scatole nere dove sono racchiuse le collezioni più particolari. Una sottile pellicola di carta velina li preserva. Queste veline non hanno nome.  Nascondono la mia sorpresa come se fossero dei regali ogni volta. Volti in posa, onde tridimensionali, bozzetti di disegni animati, quotidiani psichedelici prendono vita davanti ai miei occhi.

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Articoli e Copertine dedicate a Walt Disney e Steve Jobs si intrecciano. Due generazioni a confronto, promotori di una nuova visione del futuro. Collezionarli per me è come possedere in versione scritta la loro conoscenza e il loro sapere. Bozzetti e poligoni tridimensionali, fotogrammi di giocattoli in movimento su carta formano la collezione dedicata alla Pixar che mi ha portato a scrivere nel 2014 un libro edito da Hoepli dal titolo Pixar Story, Passione per il futuro tra arte e tecnologia. La grande curiosità per la storia dell’informatica mi ha portato a conoscere le pubblicazioni della contro-cultura, l’humus culturale della Silicon Valley, e i volumi dedicati alla storia dell’evoluzione del computer. Settimanalmente racconto sul sito di Federico Novaro (federiconovaro.eu) nella rubrica dal titolo “Futureworld” questo percorso visivo delle più importanti pubblicazioni del potere psichedelico degli hippie di San Francisco e dell’emergente polo tecnologico immaginato nella Silicon Valley.

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Ma sei affezionato a qualche libro? Se devo dirvi la verità ho dei libri a cui tengo più di tutti per forma, storia e autore:  dal libro Animated Cartoons (1923) di Edwin Lutz, il piccolo volume che ha insegnato a Walt Disney a realizzare cartoni animati, al pamphlet Howl and Other Poems (1956) di Allen Ginsberg, manifesto della beat generation, alla rivista “Whole Earth Catalog” (1968) di Steward Brand che ha aperto le menti al futuro-presente, fino al pamphlet del discorso di Stanford (2005) di Steve Jobs che ha formato la mia generazione e molti altri.
Preservare la creatività. È questo che voglio della mia collezione. Raccogliere il passato di carta, sparso di segni, di movimento, di colore per immaginare un futuro più leggero a chi poi si prenderà cura di tramandare tutto ciò. D’altronde come diceva Gianni Rodari: “la mente è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni”; aggiungo io, “proprio come in una collezione di carta color futuro.”

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Pietro Grandi. Classe 1985. Nasce a Verona e vive a Mantova, dove lavora come creativo presso lo studio da lui fondato: Sensitive Mind (www.sensitivemind.it). Duttile e tecnologico, passa dalla realizzazione di videoclip emozionali, alla videoart, alla produzione di creazioni sceniche multimediali per eventi culturali, festival, concerti e campagne pubblicitarie. Tra i suoi clienti attuali e passati ci sono aziende italiane e multinazionali quali GSK, Johnson&Johnson, British American Tobacco, Telecom Italia, TIM, P&G Prestige, L’Oreal Professionel, Ducati, IMA, Ferrero, Thun, Carrera-Safilo, Birra Poretti, Loacker, amministrazioni comunali quali Santiago de Compostela, Annecy, Mantova, Verona e artisti quali Moni Ovadia, Luca Pancrazzi, Marco Nereo Rotelli, Edoardo Sanguineti, Fernanda Pivano, Luciano Ligabue. Attualmente ha supervisionato come consulente la mostra italiana dedicata a Steve Jobs creata da BasicNet a Torino. Ha supervisionato lo spettacolo “Il tormento e l’estasi di Steve Jobs” per il Teatro Stabile di Trieste per la regia di Giampiero Solari. Ha scritto il volume sulla storia degli studi di animazione Pixar dal titolo Pixar Story – Passione per il futuro tra arte e tecnologia, a cura di Massimo Temporelli per la collana Microscopi, edito da Hoepli, 2014. Scrive come blogger nel sito dedicato al mondo Disney-Pixar, “www.mynewanimatedlife.com” tenendo una sua rubrica “MyNewGreatStory” e sul sito “federiconovaro.eu” nella rubrica “Futureworld”.