I dischi di Guido Michelone: Keely Smith, The Intimate Keely Smith

Keely Smith
Questo bell’album riporta all’attualità la voce e la musica di una cantante americana dal talento indubbio, ma dalla carriera travagliata, in cui si incrociano questioni personali che ne condizionano fortemente la continuità: questo CD – che riproduce esattamente l’originario long playing, uscito nel 1965 (Real Gone music, 1965, distr. IRD) in origine per la Reprise di Frank Sinatra – succede al fortunato Sings the John Lennon-Paul McCartney Songbook (1964) e precede il buon That Old Black Magic (1966), che costringerà la Smith a un lungo ritiro dalle scene discografiche: salvo infatti l’intermezzo con I’m In Love Again (Fantasy 1985), è solo con l’inizio del nuovo Millennio che l’ormai anziana Keely, classe 1928, avrà ancora la forza di sfornare un poker di notevoli tributi ai padri ispiratori e a se stessa con Swing, Swing, Swing (2000), Sings Sinatra (2000), Swings Basie Style with Strings (2002), Vegas ’58 – Today (2005) tutti per la Concord. Nata a Norfolk (Virginia), mezza cherokee e mezza irlandese, la Smith si fa strada nello show business grazie al collega Louis Prima, che sposa e che le consente di entrare in contatto con il citato Sinatra, che a sua volta la prende sotto l’ala protettrice, facendola esordire alla Capitol con l’eccellente I Wish You Love (1957) basato su arrangiamenti e conduzione di Nelson Riddle. Da allora fino al 1963 Keely sforna in media due-tre padelloni all’anno, dividendosi musicalmente tra swing, pop music e torch song. E proprio nelle veste di torch singer (quasi l’equivalente del coroner maschio) la si ritrova in questo 33 giri appunto intimissimo come dice il titolo: si tratta di undici ballate o pezzi a ritmo lento che vengono pescati da repertori consolidati, quasi tutti riferibili (compresi i due bonus tracks) al grande songbook classico americano, dall’iniziale morbida Somebody Loves Me di George Gershwin a una commovente God Bless The Child di Billie Holiday qui per voce sola. Del resto in tutto il disco l’accompagnamento è minimale, benché siano presenti qua e là gli archi grazie agli arrangiamenti di Jack Nitzsche (che in seguito farà fortuna nella musica da film); dunque un pianoforte (Jeff Lewis alternato a Ernie Freeman), una chitarra (Dennis Budimer), un contrabbasso (Red Mitchell), una batteria (Irv Cattler) a contornare una voce sobria, elegante, a tratti scura, romantica, sognante, crepuscolare, in grado insomma di affascinare un mondo jazzistico di lì a poco scomparso per almeno un trentennio.

I dischi di Guido Michelone: Lee Konitz Kenny Wheeler Quartet Olden Times

Lee Konitz

Sarebbe inutile cercare di inquadrare la collaborazione fra questi due giganti per uno storico concerto – 4 dicembre 1999 al Jazzclub ‘Birdland di Neuburg in Germania in quartetto con i locali Frank Wunsch (pianoforte) e Gunnar Plumer (contrabbasso) – essendo sia l’americano (sax alto) sia il canadese (tromba e flicorno) musicisti unici variamente associati, nel corso degli anni associati a stili jazz anche molto eterogenei come il cool, il free, il post-bop. La musica di questo album (Challenge Recordings, 1999), probabilmente, si adatta tutte queste possibilità, e l’attuale rimasterizzazione, oltre migliorare l’esperienza dell’ascolto, offre soprattutto una musica colma di pensiero, di originalità e di vitalismo. Konitz inizia la session con la propria composizione Lennie (dedicata al ricordo dell’amico/collega Tristano), che inizia bruscamente con Konitz a fare il proprio numero, riempendolo di una lunga improvvisazione, dove Wheeler entra poi con diversi chorus dal gioco intenso, mentre il pianista già mostra i lampi di un fraseggio interessante; il pezzo si chiude con un lungo tratto di stellare unisono tra Konitz e Wheeler. Il Wheeler di Where Do We Go From Here? non pone tanto una domanda, quanto offre piuttosto una dichiarazione entusiastica che risulta piena di intuizioni creative, dalla stessa front line a un Wunsch intensamente concentrato. Kind Folk ha una qualità mistica che origina, in Wheeler, qualche intrigante registro superiore giocare da Wheeler, mentre da un lato furbescamente Konitz spazia lungo e in largo con vena esplorativa, dall’altro Wunsch continua a stupire per intuizioni riflessive. La title track Olden Times è un altro original di Wheeler in cui controlla la composizione medesima attraverso un’azione personale che sembra quasi una master class per il flicorno, in quanto a inventiva ed esuberanza. La traccia finale No Me scritta dal pianista e fino allora inedito offre un tema è stabilito dall’unisono elaboratissimo tra Konitz e Wheeler, dopo di che il sax alto prende la sua strada attraverso un viaggio tematico con il trombettista al solito perfetto ed energeticamente curioso.

I dischi di Guido Michelone: Jimmy Giuffre 3 Bremen & Stuttgart 1961

Bremen-Stuttgart-1961Gli inizi degli anni Sessanta si confermano una stagione bellissima per l’evolversi del jazz contemporaneo: accanto alle ricerche sul modale di Miles Davis e John Coltrane, sul free con Ornette Coleman e Cecil Taylor, sul magma sonoro di Charles Mingus ed Eric Dolphy, esiste anche una linea bianca sperimentale che vede in Jimmy Giuffre il massimo rappresentante, benché solitario, personalissimo, rimosso dalla critica ideologizzata (pronta solo a giudicare il valore di un musicista in base alle simpatie per la causa nera o persino in base alla militanza nel black power), ma recuperato alla distanza ad esempio dalla improvised music britannica: non a caso queste registrazioni escono di nuovo adesso con la Emanem, l’etichetta di Martin Davidson che più di ogni altra sta contribuendo al rilancio e alla valorizzazione del free inglese del passato recente (Derek Bailey, Paul Rutherford, Iskra 1903, Spontaneous Music Ensemble) e tutt’oggi attivissimo (Evan Parker, Lol Coxhill, Phil Minton). Che cosa fa Giuffre per risultare così vicino all’avanguardia londinese? Nel 1961 crea un trio in cui affianca il proprio clarinetto al pianoforte di Paul Bley e al contrabbasso di Steve Swallow; e con loro firma due album epocali, Thesis e Fusion, che poi verranno riuniti nel CD 1961 dalla ECM; quindi il Jimmy Giuffre 3 effettua alcuni concerti in Europa che vengono miracolosamente registrati e che usciranno in compact nel 1993 come Emphasis & Flight 1961 per Hatology. Ora la Emanem ripubblica quelle performance avvenute alla Mozartsaal Liederhalle di Stoccarda il 7 novembre 1861 (cd b) e alla Sendesaal di Brema il 23 successivo (cd a), aggiungendo alcuni inediti per soli piano e contrabbasso e un paio di alternate tracks dagli album Verve. Ne fuori esce un’idea esauriente di quanto il genio di Giuffre inventa in perfetto interplay con Bley e Swallow e affrontando il jazz quasi in un’ottica dodecafonica, con frasi spezzettate, passaggi atonali, improvvisazione libera dove lo swing marcato viene trasmutato in prezioso camerismo.

I dischi di Guido Michelone: Bobby Darin & Johnny Mercer Two Of A Kind

Bobby Darin

Per capire la grandezza di questo disco (Atco Records, 1961) che risale al 1961 basta dare un’occhiata ai brani presenti nel long playing originale e in questa riedizione su CD: sul lato A si ascoltano la title track, Indiana, Bob White, Ace In The Hole, East Of The Rockies, If I Had My Druthers, sul lato B I Ain’t Gonna Give Nobody None Of My Jellyroll, Lonesome Polecat, My Cutey’s Due At Two-To-Two Today, la Medley con Paddlin’ Madelin’ Home Row Row Row, Who Takes Care Of The Caretaker’s Daughter, Mississippi Mud, Two Of A Kind, mentre nel CD ci sono sette bonus tracks mai editati: Cecilia, Lily Of Laguna, Bob White, East of the Rockies, I Ain’t Gonna Give Nobody None Of My Jellyroll, My Cutey’s Due At Two-To-Two Today, Mississippi Mud. Sono insomma venti brani diversi che danno un’idea definitiva di questo storico incontro nel canto jazz, troppo spesso sottovalutato da critici e recensori. Cosa rende ormai questo disco un classico della musica americana tout court? Sono diversi i fattori che concorrono a esercitarne la grandezza e l’originalità, a cominciare dalla differenza anagrafica fra i due vocalist: all’epoca Bobby Darin ha ventisei anni, Johnny Mercer cinquantadue, quasi il doppio, anche se all’ascolto le voci sembrano fresche uguali,poiché entrambe protese a esaltare il lato swingante, divertito, generoso di un jazz carico di ritmi vorticosi, feeling seducente, vocalità sincopate. E dire che i due sembrerebbero distanti anni luce fra loro per via delle rispettive carriere: Mercer lavora come paroliere, compositore, impresario per il teatro e per il cinema lungo quasi mezzo secolo, Darin è un recente fenomeno pop fuori tempo massimo per via dell’invasione rock. Eppure i due, insieme, fanno scintille, paiono quasi due gemelli nell’interpretare, anche con molto humour, un repertorio leggero che esalta la bellezza della forma-canzone e il ruolo degli arrangiamenti per big band grazie alla conduzione impeccabile di Billy May & His Orchestra.

I dischi di Guido Michelone: Slowly Rolling Camera, Into The Shadow

Into the shadow
Ecco un validissimo esempio di ciò che può essere considerato ‘jazz inglese contemporaneo’: all’inizio del 2015 esce questo disco (Edition Records) di confine, di ricerca, di attualità, di debordaggi e di sintesi musicali, proprio come quasi tutta la musica in Gran Bretagna da oltre mezzo secolo in qua, da quando insomma da lato i Beatles e i Rolling Stones, dall’altro Alexis Corner e John Mayall tentano di innovare rispettivamente il rock and roll e il vecchio blues aggiungendo o togliendo inedite peculiarità espressive. Ed è quanto sta ora facendo il quartetto denominato Slowly Rolling Camera, seguendo progressivamente la linea innovativa di band o solisti che nell’acid jazz e nel nu jazz britannici, dagli anni Novanta, continuano a mescolare con destrezza e disinvoltura ritmi, timbri, armonie, melodie. In tal senso Slowly Rolling Camera è una riuscitissima fusion del jazz e della canzone d’autore via via con il trip hop, il soul, il r’n’b, l’elettronica in un unico paesaggio sonoro: e su tutto è proprio l’idea del soundscape a prevalere con una singolarità che è pure tipica dei nostri giorni e di molti climi avanguardisti. Il quartetto nasce a Cardiff nel 2013 con Dionne Bennet (voce), Dave Stapleton (piano e tastiere), Deri Roberts (trombone ed effetti), Elliott Bennett (batteria): per questo disco che è molto breve (dura circa 24 minuti) e comprende solo quattro brani – River’s End, Anne, Riga e la title track – si fanno aiutare da un sacco di ospiti: Stuart McCallum (chitarra), Ben Waghorn (sassofono), Aidan Thorn (contrabbasso), Veneri Pojola (tromba), Matt Robertson (sintetizzatore) più un settetto d’archi classico. La ragione di tanti musicisti è chiara: il disco è molto intenso nella propria sinteticità: ogni pezzo racchiude quasi una piccola sinfonia o una rapida messinscena, raccontando e dispiegando melodie incisive che a loro volta sanno di ricordi e malinconie. È in definitiva un bel modo, tutto british, di rifare il jazz.

I dischi di Guido Michelone: Esbjörn Svensson Trio, Gagarin’s Point Of View

Gagarin

Nel trio, con questo (forse il capolavoro) e con gli altri dischi, il compianto tastierista svedese Esbjörn Svensson (16 aprile 1964 – 14 giugno 2008) era, da sempre, leader assoluto, pur nel perfetto democratico interplay con Dan Berglund (contrabbasso) e Magnus Öström (batteria), pur includendo talvolta celebrati evergreen – ma gli undici medio lunghi brani dell’album sono tutti a firma Svensson o E.S.T. – Esbjörn compone, inventa, dirige, improvvisa, soprattutto traccia le linee guida di un trio che in maniera fantasmagorica, tanto controllata quanto esuberante, assorbe e riplasma gli ultimi decenni di storia musicale; assieme al bebop, al modale, al quasi free, si mescolano infatti in Gagarin’s Point Of View (ACT, 1998) linguaggi giovanili attuali, dal drum’n’bass al prog rock, dal techno al funky, tra sprazzi melodici talvolta vicini alle canzoni dei Radiohead o assolo radicali che, grazie all’uso dell’elettronica, fanno pensare alla Scuola di Darmstadt. Restano integri, però, un senso del ritmo, un innato calore swing, persino un alone blues, che pongono Esbjörn Svensson al centro della musica jazz, a incarnare simbolicamente il presente, il futuro e oggi, purtroppo, anche il passato di una persona cara, mite, schiva, dolcissima, che qui infine omaggia il mito e la figura di Jurij Alekseevic Gagarin, celebre cosmonauta sovietico, nonché primo uomo a volare nello spazio!

I dischi di Guido Michelone: Ponty Clarke Lagrene, D-Stringz

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Che bello sentire ogni tanto il suono romantico di un violino, un contrabbasso e una chitarra classica da soli ‘tutti assieme’. Questo nuovo trio di all stars giunge finalmente su disco (Universal Music) nel 2015 a distanza di tre anni dalla breve apparizioni (solo venti minuti) al Teatro Chatelet di Parigi, dove Jean-Luc Ponty festeggiava il mezzo secolo di carriera in compagnia di grandi ospiti. Stanley Clarke è un vecchio amico del francese e ancora di recente si sono ritrovati insieme nella riedizione dei Return To Forever di Chick Corea, mentre assieme avevano già dato vita a un trio analogo con Al di Meola, dove però il sound era orientato verso la fusion con tutti brani originali. Ora, invece, l’inserimento di Biréli Lagrene consente di sposare un linguaggio musicale acustico più tradizionale o classicheggiante, sempre però in linea con una modernità spalmata su bebop, mainstream, post-bop, in un genere che gli americani chiamano straight ahead (termine, invece, assai poco amato dai critici europei). Ma, straight ahead o no, si tratta di ottima musica che sembra l’ideale prosecuzione, ottant’anni dopo, dello swing-gitan del Quintette du Hot Club de France, se solo Django Reinhardt e Stéphane Grappelli fossero stati ascoltati a fondo e non semplicemente imitati, come accaduto anche al Lagrene degli esordi giovanissimi. Tuttavia, proprio quest’ultimo, a differenza di molti suoi colleghi ‘gitani’, ha saputo superare il complesso di soggezione facendo anche altro, come appunto dimostra questa unione con Clarke e Ponty, anche loro spesso in bilico su vari generi (soprattutto jazzrock e tardo hard bop). I tre quindi – sotto la direzione di Ponty che è sicuramente il mattatore del disco – danno sfoggio di virtuosismo, dinamicità, coesione di gruppo nei funambolici interplay alle prese con la scaletta che comprende il lento Too Old To Go Steady immortalato nell’album Ballads (1963) di John Coltrane; e ancora coltraniano è il celebre Blue Train trattato molto fluidamente. Ed il disco scorre piacevolmente quasi come un racconto sulla storia del jazz che, transitando pure attraverso begli originals – To And Fro, Paradigm Shift,  passa in rassegna periodi anche precedenti dal soul-jazz di Joe Zawinul per Cannonball Adderley con Mercy Mercy Mercy al bebop parkeriano di Bit Of Burd, fino alla classicissima Nuages – presa su tempi leggermente più veloci – in onore del mitico ‘zingaro’.