I dischi di Guido Michelone: The Jazz Messengers At The Café Bohemia

The jazz messangers
Un album dal vivo, in quintetto (il sax è Hank Mobley), con lunghi brani, come la tecnica del long-playing permette da poco tempo, in cui i solisti han modo di improvvisare come in lunghe jam session, tirando fuori la grinta, il blues, la rabbia, la negritudine che cool e west coast, allora alla moda (siamo nel 1955), riescono in parte a sopire. Protagonisti i Messaggeri del jazz, capitanati da Art Blakey, forse il primo batterista a rivolgere la propria attenzione direttamente all’Africa già dagli anni Cinquanta dove di frequente soggiorna, ricerca, suona. Senza essere un innovatore assoluto dello strumento, Blakey vanta una brillante caratteristica che principalmente consiste nel riportare simbolicamente attraverso la batteria il sound, la poliritmia e la timbrica dei più ancestrali tamburi del Continente Nero. Tra gli iniziatori dell’hard bop, Blakey è famoso oltre che per il drumming vigoroso che porta comunque le percussioni in primo piano nei concerti e sui dischi, anche come indefesso scopritore di nuovi talenti sino a tutti gli anni Ottanta. Nei suoi Messaggeri, uno dei gruppi più longevi della storia jazzistica, militano infatti i più bei nomi di almeno mezzo secolo (Wynton Marsalis è l’ultima grande scoperta, ad esempio), a cominciare da questo Café Bohemia con il brillante pianista Horace Silver, caposcuola per tutti negli anni Cinquanta, presenza fondamentale in questo disco, addirittura come direttore artistico.

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I dischi di Guido Michelone: Philly Joe Jones Dameronia, Look, Stop And Listen

Look
Grande hard bop storico in queste registrazioni rarissime (Uptown), che aggiungono ancor più fascino e sostanza a un periodo e a una musica che non solo risulta la strada maestra, ma sopratutto resta la chiave di lettura per capire e interpretare tutto il jazz moderno e contemporaneo.
Philly Jo Jones (1923-1985) è stato a lungo il batterista prediletto di Miles Davis (e di Bill Evans) con i quali ha inciso tanti capolavori, restando sempre un po’ dietro le quinte e solo di rado proponendosi nelle vesti di leader peraltro con dischi assai belli come Blues For Dracula (1958), Together! (1964) assieme a Elvin Jones, Philly Mignon (1977). Poco prima della scomparsa ha voluto dedicare un intero album a Tadd Dameron (1917-1965) a sua volta geniale compositore e arranger di scuola bebop: l’11 luglio 1983 ha dunque messo insieme una sorta di cast Blue Note dagli studios di Englewood Ciffs nel New Jersey al geniale tecnico del suono Rudy Van Gelder, fino al gruppo che è sostanzialmente un settetto, al quale si aggiungono in un paio di brani Don Sickler alla tromba e in sei pezzi su dieci Johnny Griffin al sax tenore, che ovviamente catalizza l’attenzione con i suoi lunghi assolo blueseggianti, non senza dimenticare musicisti come Walter Davis, Cecil Payne, Frank Wess, Virgil Jones che hanno suonato nelle maggiori orchestre; l’esito artistico è ovviamente robusto, deciso, compatto anche a un repertorio diventato patrimonio comune di jazz standard, da Choose Now a Our Delight, da Theme Of No Repeat fino alla title track.

I dischi di Guido Michelone: Jarrett & Haden, Last Dance

Last Dance

Se solo fosse uscito quattro anni fa, Last Dance sarebbe stato, come sempre, al centro delle discussioni sui pregi e sui difetti di Keith Jarrett, perché ogni nuovo disco del pianista di Allentown fa ormai discutere fino allo sfinimento riguardo al significato innovativo o al contrario tradizionale della proposta musicale. Ma dall’11 luglio 2014 l’album si colora purtroppo di altri significati perché in quella data è venuto a mancare, dopo una lunga sofferta malattia, il cofirmatario dell’opera, il contrabbassista Charlie Haden. Ed ecco quindi che Last Dance (ECM) acquista il valore oggettivo di testamento spirituale, oppure di ‘canto del cigno’ di un grande artista che ha dato moltissimo all’universo sonoro preciupuamente jazzistico. La storia dei rapporti tra Jarrett e Haden iniziano da molto lontano, da quando insomma Jarrett, dopo la militanza nel quartetto di Charles Llyod, esordisce in proprio come trio dove ci sono appunto Charlie e l’amico Paul Motian alla batteria (entrambi fra l’altro già ritmica del precedente Bill Evans): dopo un paio di introvabili album per la Vortex – Life Between The Exit Signs (1967) e Somewhere Before (1968) – Keith ritrova Haden tre anni dopo per formare un nuovo gruppo: è lo strepitoso quartetto sperimentale che, assieme a Motian e a Dewey Redman ai fiati, incide fra il 1970 e il 1976 via via per Atlantic, Impulse, ECM, ben quattordici album: e sono tutti di altissimo livello, con almeno un capolavoro, il doppio Expectations (1971) però in sestetto e con archi. Poi le carriere di entrambi si dividono per incrociarsi solo trentun anni dopo, con il duo Jasmine che vede la luce per ECM nel 2010. Da quelle session registrate al Cavelight Studio (ovvero una parte della dimora di Jarrett ad Oxford nel New Jersey) saltano fuori questi nuovi brani, che completano una placida riunione tra vecchi amici, che però oggi ha il sapore dell’addio (più che dell’arrivederci ripetuto dai titoli di molti pezzi), anche alla luce dei toni complessivamente malinconici, intimisti, vespertini dei nove brani presenti (due dei quali alternative take di Jasmine). My Old Flame, My Ship, ‘Round Midnight, Dance of the Infidels, It Might As Well Be Spring, Everything Happens to Me, Where Can I Go Without You, Every Time We Say Goodbye, Goodbye lasciano dunque senza parole non solo per il prefetto interplay, per il romantico melodismo, per il dialogo paritetico, per le doti combinatorie, per le improvvisazioni contrappuntate, ma soprattutto per la dolcezza e la mestizia che emana il pianoforte forse consapevole del fatale destino di un grande amico.

I dischi di Guido Michelone: Regina Carter, Southern Comfort

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Se avessimo voluto inserire la recensione di questo disco in una rubrica del Country, non ci sarebbero stati problemi, perché la grande violinista nera opera con Southern Comfort (Sony Music) una svolta per lei epocale, addentrandosi, peraltro assai efficacemente, nei meandri delle grandi tradizioni in apparenza estranee, cioè bianche, popolari, ottocentesche. In realtà come si può nostre nel bellissimo lungometraggio Dodici anni schiavo di Steve McQueen e nell’altrettanto efficace colonna sonora (recensita sul Buscadero scorso) i neri ex africani negli Stati Uniti sia da schiavi sia da uomini liberi, quando facevano musica, suonavano appunto i generi delle radici folkloriche europee, ovvero danze e balli di origine anglosassone perlopiù settecentesca. Nelle note di copertina infatti Regina Carter spiega di aver affrontato, con questo album, un lungo viaggio alla ricerca delle fonti musicali dei propri familiari, spingendosi verso Bradfort (Alabama) e Detroit (Michigan), riscoprendo, come aveva già fatto il grande musicologo Alan Lomax (da lei stessa citato e dal cui songbook ha studiato e attinto in abbondanza e con intelligenza) le tante affinità tra le musiche bianche e nere che ancora persistevano fino agli anni Trenta dagli Appalachi al Deep South, magari accompagnate da quel ‘conforto sudista’ che era un popolare liquore dolce, che venne popolarizzato a fine Ottocento e assai amato dalle classi povere. Undici i brani in scaletta, tutti di pubblico dominio – in ordine alfabetico Blues de Basile, Cornbread Crumbled in Gravy, Death Have Mercy / Breakaway, Hickory Wind, I’m Going Home, I Moaned and I Moaned, Miner’s Child, Shoo-Rye, See See Rider, Trampin’ – tranne Honky Tonkin’ scritta e interpretata da Hank Williams. Regina Carter, sempre al violino, è alla testa di un quintetto acustico con Marvin Sewell (chitarra), Will Holshouser (fisarmonica), Jesse Murphy (contrabbasso), Alvester Garnett (batteria) in uno stile country&western che spazia altresì tra bluegrass, zydeko, cajun, lasciando stupefatti e convinti gli estimatori della buona musica senza confini o barriere.

I dischi di Guido Michelone: Kenny Barron, Dave Holland, The Art Of Conversation

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Disco Buscadero

A partire dagli storici duetti tra Duke Ellington e Jimmy Blanton nel 1941, l’incontro fra pianoforte e contrabbasso è diventato un classico anche nella storia del jazz moderno e contemporaneo, al punto da coinvolgere quasi tutti i maggiori virtuosi di entrambi gli strumenti. Adesso tocca a due ‘maestri’ con storie diverse, parallele, vicini comunque alle grandi idee che da sempre riescono a smuovere e raccontare la bella storia del jazz afroamericano ed europeo. Kenny Barron, settantunenne, da Filadelfia, resosi noto quale pianista di Dizzy Gillespie (pur suonando con altri mostri scari come John Coltrane, Lee Morgan, Philly Joe Jones) sviluppa nel tempo uno stile moderato, inserendosi a pieno titolo nell’attuale corrente mainstream, debitore, nel tocco alla tastiera, di numerosi colleghi da Tommy Flanagan a Wynton Kelly, da Thelonious Monk ad Art Tatum. Dave Holland, di tre anni più giovane, inglese di Wolverhampton, viene scoperto quasi per caso a Londra da Miles Davis che lo vuole nel suo epocale Bitches Brew: da allora, negli USA, continua in una perenne ricerca artistica che lo vede allontanarsi dal jazzrock per dedicarsi al free sono a inventarsi un’originale avanguardia in cui confluiscono svariati linguaggi (ha inciso tra l’altro anche un disco di country, ad esempio). Ed ora, insieme, i due si dedicano appunto, come suona il titolo, all’Art Of The Conversion, l’arte della conversazione tra due strumenti brillanti, in undici brani altamente musicali proprio nella gradevolezza dell’ascolto, fra soffici equilibri, tempi medi, perfetto interplay, poetiche melodie restando sempre sul versante del mainstream: solo tre sono gli standard – Segment di Charlie Parker, Day Dream di Billy Strayhorn e In Walked Bud di Monk – mentre gli altri portano la forma di Barron in Rain, The Only One, Calypso, Seascape e di Holland con The Oracle, In Your Arms, Dr. Do Right e Waltz For Wheeler: quest’ultimo è teneramente dedicato alla memoria del trombettista canadese di recente scomparso, con cui il bassista aveva a lungo collaborato.

I dischi di Guido Michelone: Gato Barbieri, Last Tango In Paris

Ultimo tango

Il nome ma anche il sound dell’uomo e dell’artista Gato Barbieri (1937-2016) restano ancor oggi associati, nell’immaginario collettivo, allo score di una pellicola – Ultimo tango a Parigi, a firma di Bernardo Bertolucci – entrata anch’essa nella mitologia popolare per ragioni extrafilmiche note a tutti (sequestro per oscenità, condanna al rogo in Italia e assoluzione solo in tempi recenti). Anche la musica di questo ‘ultimo tango’ (United Artists, 1972) è conosciuta (positivamente) fuori dagli ambiti jazzisti, mentre alcuni duri-e-puri non la ritengono vero jazz, benché s’avvalga di un ‘maestro’ quale Oliver Nelson (arrangiamenti e direzione orchestrali), oltre la partecipazione di molti solisti italiani, francesi, argentini di stampo jazzistico. Quel che è certo è che rimane un gran bel disco (anche romantico); e la struggente melodia che fa da leit-motiv, con il senno di poi (ovvero la giusta distanza storica) è pure da ritenersi il primo riuscito esempio di tango-jazz destinato a perpetuarsi solo molti anni dopo.

I dischi di Guido Michelone: TSF, Best Of

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TSF è stato in assoluto uno dei migliori gruppi vocali europei, un divertente cocktail di swing revival e di canzone jazzata in lingua francese: attivo per soli sette anni tra il 1988 e il 1994 e con soli quattro album alle spalle  esattamente Drôlement vocal (1988), Ca Va, ça Va (1990) Un P’tit Air Dans La Tête (1992), Rêver d’amour (1994) viene ora recuperato con un’antologia (Best Of, JMS 1988-1994) che in diciassette brani (più un bonus video) presenta il meglio del meglio, anche forse un cofanetto con l’opera omnia avrebbe reso ancora maggior giustizia a un ensemble pionieristico sia in Francia sia sul Vecchio Continente in un momento in cui, in questo genere, furoreggiano solo i quattro Manhattan Transfert e pochi altri negli Stati Uniti. La peculiarità dei TSF, definito anche sulla copertina di questo CD le groupe vocal drôle et élégant (divertente ed elegante) era appunto la capacità di unire un registro comico, spassoso, ironizzante a un suono raffinato, virtuosistico, tipicamente jazzy nel cantare all’unisono o nell’imitare con le singole voci i timbri di ance o percussioni (come facevano negli anni Trenta i Mills Brothers o, dieci anni dopo, gli Ink Spots). Ma c’è di più: a differenza di quasi tutti gli altri vocal groups i TSF erano anche abili strumentisti: Marinette Maignan suonava il sax alto, Jean-Yves Lacombe il contrabbasso, Philippe Berthe la chitarra semiacustica e Dominique Vissuzaine la tuba: ai quattro si aggiungono spesso altri due cantanti, Thomas Dalle (anche alla batteria) e Daniel Huck (sassofoni), nocnché Richard Porier (per il ritmo). Se si esclude l’iniziale Le feutre taupe del grande cantautore Charles Aznavour, gli altri pezzi sono tutti griffati e arrangiati individualmente o insieme dai quattro TSF, che si divertono (e ci divertono) a raccontare buffe storielle con garbo sincopato e con preziosismi formali tra scat e vocalese.