I dischi di Guido Michelone: Al Di Meola, Live ’95

AL Di Meola

Ventun anni dopo la realizzazione, vengono pubblicati i nastri (opportunamente rimasterizzati) dei concerti tenuti dal chitarrista del New Jersey (ma con origini italiane), all’epoca quarantenne, presso Down Peabody Under a Cleveland (Ohio) esattamente il 19 gennaio 1995 (Hi Hat Records, Disco Buscadero). Già  allora leggendario quale chitarrista fusion, Di Meola, era però ricordato più per il contributo ai Return To To Forever di Chick Corea e Stanley Clarke o per la collaborazione al super trio con Paco DeLucia e John McLaughlin, mentre i lavori discografici a nome proprio non ottenevano la completa benevolenza da parte della critica musicale, forse a causa delle stesse ragioni, con le quali Al voleva imporsi a 360 gradi. L’obiettivo primario – avvertibile, poi, anche in questo Live ’95 – era infatti sfidare o abbattere ogni forma di categorizzazione stilistica, da un lato lanciandosi allo strumento elettrico verso un crossover plateale, dall’altro proponendo invece alla chitarra acustica un sound virtuosisticamente raffinato, tra  la classica e la world music, un po’ come succedeva del resto dividendosi tra Corea-Clarke nel primo caso e DeLucia-McLaughlin nel secondo. Per conciliare queste duplici peculiarità , Al inventa questo World Project, in cui alterna non solo svariati modelli chitarristici, ma soprattutto spazia attraverso distanti sonorità ben oltre il jazz acustico e/o elettrico da lui interpretato: nel doppio CD si avvertono infatti le presenze del tango, del samba, del flamenco, dei ritmi latinoamericani e delle melodie mediterranee. Andato originariamente in onda su Radio WPCN-FM, Live ’95, con un booklet che riporta un articolo del Los Angeles Time (18-2-1995) sul dualismo di Di Meola, offre dodici lunghi brani: Paradisio, Capoeira, Chilean Pipe Song, If We Meet Again, Cielo E Terra nel primo dischetto e Summer Country Song, Theme Of The Mothership 1, This Way Before Us, Orange & Blue, Mediterranean Sundance, Tango Suite Part 1, Song To The Pharoah Kings.

I dischi di Guido Michelone: Stan Getz, Interpretation # 2

Stan Getz

Stan Getz (Filadelfia 1927 – Malibu 1991) resta forse il maggior sassofonista bianco nella storia del jazz, quello che al tenore, in oltre trent’anni di carriera quasi mai interrotta, sa conferire una sonorità cool originalissima, da un lato ereditata dal maestro nero Lester Young, dall’altro messa a punto assieme agli altri musicisti di pelle bianca che all’inizio dei Fifties cercano una via diversa dalla focosità e dalle astrusità dei black boppers come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonius Monk. Getz assieme a vari Gerry Mulligan, Chet Baker, Lee Konitz, Dave Brubeck dà vita a ciò che in Italia viene subito ribattezzato ‘jazz freddo’, ignorando che l’aggettivo ‘cool’ in ambito jazzistico sta invece a connotare qualcosa di calmo, tranquillo, rilassato; e tale è appunto la musica che possiamo ascoltare nello stupendo Interpretation # 2 (Poll Winners Records) in tredici brani per quintetto con l’eccellente Bob Brookmeyer (trombone a valvole) e una ritmica spumeggiante composta da John Williams, Teddy Kotick, Frank Isola. Poi attorno al 1956 i neri si riprendono la scena jazz con un nuovo stile ancor più irruente del bebop, subito denominato hard bop, nel quale al sax tenore si mettono in luce due geni assoluti quali Sonny Rollins e John Coltrane. Per Getz e compagni è una botta mica da ridere: molti scompariranno dalla vita jazzistica, altri, come il nostro, tenterà fortuna all’estero risiedendo per molti anni in Danimarca, sposando una ragazza svedese e cercando, musicalmente, con seria efficace inventiva, di adattare soprattutto il linguaggio rollinsiano alle proprie caratteristiche: ne è prova il cd AT Nalen Live In The Swedish Harlem, inedito di Stan che improvvisa in un bellissimo club di Stoccolma, appunto l’Harlem Nalen, ancor oggi in attività: era il novembre 1959 e la metropoli scandinava contende a Parigi lo scettro di capitale del jazz europeo: non a caso accompagna egregiamente Getz un trio nordico con il già noto Jan Johansson (pianoforte), Daniel Jordan (contrabbasso) e William Schopffe (batteria). Alle prese con dodici standard più o meno noti (talvolta anche cool, come due firmati da Mulligan), il tenorista s’allarga nelle improvvisazioni sfoderando un fraseggio e un gioco assai più robusto, articolato, incisivo, pur senza intaccare il lirismo di fondo della propria voce sassofonistica. Da allora fino alla morte, senza mai inseguire mode effimere, Stan Getz resterà un grande improvvisatore senza limiti e senza bisogno di definizioni e inquadramenti: il suo è alla fine jazz moderno o contemporaneo, sempre al passo con i tempi e soprattutto con se stesso.

I dischi di Guido Michelone: Henri Texier, L’intégrale. Les années JMS

Texier

In questo doppio CD antologico (L’intégrale. Les années JMS) sono raccolti i tre long playing – Amir (1975-76), Varech (1977), À corde set à Cris (1979) – che il contrabbassista francese, all’epoca come oggigiorno, pubblica per l’etichetta francese specializzata nel jazz sperimentale. Ma va subito detto che non si tratta di astruserie o di radicalismo, a cui il jazz d’Oltralpe, una volta scoperto il free, si abitua per quasi tutti i Seventies (Texier compreso, in album collettivi o per altre compagini): questa ‘integrale’ si fa ascoltare piacevolissimamente grazie a un innato melodismo e a una verve quasi romantica che avvolge tutti i quindici brani (composti perlopiù da Henri e spesso molto brevi). Sui temi partono quindi le improvvisazioni fluide, i vocalismi avvolgenti, le sonorità complessivamente morbide (mai spigolose), le armonie talvolta complesse (ma ridotte all’essenzialità): alla fine si ha la sensazione di riascoltare, con mente serena, un suono molto ‘Anni Settanta’ di quando il jazz si apre non solo all’avanguardia, ma coglie suggestioni da altre realtà musicali, che a loro volta, in questo caso, sanno di arcano, classico, esoticheggiante. Va poi ricordato che in due album su tre Texier fa tutto da solo, usando e sovraincidendo contrabbasso, violoncello, oud, basso Fender, flauto, piano, percussioni e voce; nel terzo intervengono a volte Aldo Romano (eccezionalmente alla chitarra e non alla batteria), Gordon Beck, Didier Lockwood, Jean-Charles Capon, ma la sostanza resta le medesima con Henri proiettato verso un jazz cameristico immaginifico e tuttora attualissimo, forse perché non si vuole o non si sa più esprimersi in questo modo.

I dischi di Guido Michelone: Kenny Dorham, The Flamboyan

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Un discorso speciale si può fare per questo jazzman nero, un trombettista tra bebop e hard bop, nato a Fairfield il 30 agosto 1924 e morto a New York, il 5 dicembre 1972, un solista che nasce artisticamente con il bebop postbellico ed esplode con l’hard bop attivo tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sixties. Il disco in questione (The Flamboyan, Uptown) proviene da una seduta live, ovvero dal locale chiamato The Flaboyan nel quartiere Queens, il 15 gennaio 1963, un lunedì dopo mezzanotte eccezionalmente aperto alle jam sessions, con il quartetto del trombettista Kenny Dorham (1924-1972), all’epoca una stella di casa Blue Note con LP straordinari da Showboat a Matador, da Una Mas a Trompeta Toccata. Ai quattro si aggiunge come guest star Joe Henderson al sax tenore, anch’egli in quegli anni fulgidissima stella dell’hard bop. E la ritmica non è da meno con Ronnie Matthews al pianoforte, Steve Davis al contrabbasso e J. C. Moses alla batteria. Tre standard celeberrimi (Summertime, Autumn Leaves, I Can’t Get Started) e tre original (Dorian, My Injun From Brazil, Dynamo) e lunghe improvvisazioni che mettono in luce l’efficacia, la forza e la maestria dei cinque, in particolare Henderson e Dorham, il quale, come Lee Morgan e Freddie Hubbard, ha il merito di non lasciarsi influenzare dalla linea cool alla Miles Davis o alla Chet Baker, ma di proseguire con le sonorità più calde, rotonde, pastose di Clifford o Dizzy Gillespie, con cui tra l’altro aveva cominciato.

I dischi di Guido Michelone: Havana Jam, Live in Cuba March 1979

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Anche Cuba ha avuto la sua Woodstock, ma con un ritardo di dieci anni: lo scarto temporale deriva dai ben noti motivi politici, con l’interdizione ai musicisti di entrambi i Paesi a esibirsi in liberi scambi artistico-culturali. Tuttavia sotto la presidenza di Jimmy Carter la diplomazia statunitense si è aperta verso l’isola caraibica filosovietica, portando nella capitale, L’Avana, un festival di enormi proporzioni, che all’epoca venne registrato dalla radio statale e già subito documentato nel supporto fonografico del long playing in due distinti volumi e in un CD postumo (Ron Vox). La kermesse svoltasi nell’immenso Karl Marx Theater nei giorni 2, 3, 4 marzo 1979 era sponsorizzato da due case discografiche americane (la CBS e la Fania) e dal Ministero della Cultura di Cuba: era presente il meglio della moderna e classica musica cubana Irakere, Pacho Alonso, Zaida Arrate, Elena Burke, Orquesta de Santiago de Cuba, Conjunto Yaguarimú, Frank Emilio, Juan Pablo Torres, Los Papines, Tata Güines, Cuban Percussion Ensemble, Sara González, Pablo Milanés, Manguaré, and Orquesta Aragón, ma solo il primo gruppo – Irakere – è presente su disco con due brani, forse perché il più originale fra tutti i cubani nel mescolare salsa, jazz, funk, ethno in una riuscita miscela esplosiva, grazie agli apporti solistici dei futuri esuli Arturo Sandoval e Paquito D’Rivera.

Anche la delegazione nordamericana è numerosa al festival, in una varietà di stili che comprende figure oggi un po’ rimosse come Billy Swan, Bonnie Bramlett, Mike Finnigan, che assieme a uno scatenato Billy Joel e ai supergruppi jazzistici Trio of Doom e CBS Jazz All-Stars non compaiono in quest’album, lasciando la scena discografia, nell’ordine, ai soli Stephen Stills Band, Kris Kristofferson & Rita Coolidge, The Weather Report e le Fania All-Stars. Il gruppo capitanato dal cantautore ‘orfano’ di Crosby, Nash, Young, in tre brani propone un rock grintoso, mentre la coppia – anche nella vita – di folksingers rappresenta, con quattro pezzi, la tradizione country-rock rivisitata. Arrivano poi i Weather Report nella classicissima Birdland che da sola, per i jazzofili, vale l’acquisto del disco, anche perché c’è modo di ascoltarli nel breve periodo in cui si sono ristretti a quartetto, non avendo a disposizione un nuovo percussionista – assurdo o paradossale in quel momento nella patria dei tamburi e dei ritmi afroamericani – e forse desiderosi di accentuare maggiormente la loro vena jazz più che quella etnica (già ispiratrice di una World music ante litteram): tuttavia Wayne Shorter, Joe Zawinul, Jaco Pastorius e Peter Erskine qui confermano uno stato di grazia a livello di coesione e di intesa nel proporre la miglior fusion in assoluto. E la fusion dei pur bravissimi Irakere e Fania All Stars impallidisce di fronte a Birdland, benché da un lato Irakere esprima al meglio un nuovo raffinato afro-Cuban-bop nei tre Contradanza, Flute Concerto, Adagio e dall’altro le ‘stelle’ della Fania con Rubén Blades e Johnny Pacheco quaglia front men nella Descarga a Cuba a chiudere l’album offrano una salsa allegra e pimpante dagli echi funk-soul.

I dischi di Guido Michelone: Venti grandi album di jazz dal 1968 al 1997

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Venti grandi album di jazz dal 1968 al 1997

In quest’ultimo mezzo secolo di vita jazzistica è difficile poter storicizzare alcuni LP (e poi CD) definendoli già indiscussi capolavori, a parte forse il periodo post-sessantottesco, allungabile fino alla metà degli anni Settanta. Da allora a oggi, operare una selezione obiettiva, diventa arduo, ragion per cui i classici del jazz, discograficamente parlando, arrivano grosso modo sino a vent’anni fa. Dopo di che, si è ancora in presenza dell’attualità.

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Muhal Richard Abrams, Spihumonesty (Black Saint) 1979

Pianista, bandleader, teorico, talent scout, agitatore, didatta, Abrams va ritenuto il musicista di “raccordo” fra Sun Ra e la chicagoana AAMC (Association for Advancement of Creative Musicians), di cui è fondatore nel 1965. Dopo un periodo di scarsa produzione discografica alla fine degli anni Settanta, il sodalizio con l’etichetta milanese (fondata dal critico e produttore Giacomo Pellicciotti) specialista nell’avanguardia, offre ben nove dischi che contribuiscono a definire la figura di Muhal come strumentista e compositore. Artista eclettico, Abrams è senza dubbio il continuatore della tradizione afro-americana che però si allarga alle esperienze contemporanee di musica colta. Nei quattro brani contenuti in questo 33 giri particolarmente significativo compaiono jazzisti prestigiosi, del giro chiacagoano, quali Roscoe Mitchell al sax contralto e flauto, George Lewis al trombone, sousaphone e sintetizzatore, Amina Mayers alle tastiere e Jay Clayton voce. Abrams conduce l’ascoltatore lungo un percorso assai complesso che tocca l’improvvisazione e la musica elettronica con un coinvolgimento dei musicisti che tendono infine a privilegia il senso corale decisivo.

Count Basie, Beatles On Basie (Happy Tiger) 1969

Già a metà degli anni Sessanta, in piena beatlesmania, le canzoni dei Fab Four attirano l’interesse di certe jazzisti, al punto che alcuni vecchi leader ne inseriscono i brani in repertorio, ma è ancora la big band del mitico ‘conte’ a stupire (in meglio): dopo Basie’s Beatles Bag ecco Beatles On Basie a interpretare undici celebri brani con il proverbiale corposo swing dagli echi boppistici, ma Insomma Basie rimane coerente con se stesso e al contempo fedele alle linee melodiche e alla freschezza di un beat, che a sua volta si va evolvendo verso qualcosa di più complesso, così come denota la verve compositiva di Lennon/McCartney da Penny Lane a Hey Jude, da Eleanor Rigby a The Fool on the Hill.

Paul Bley, Open to Love (ECM) 1972

Nella produzione del pianista canadese, uno dei pochi bianchi già protagonisti della prima stagione del free jazz, segnaliamo questo disco di solo piano registrato nel mitico studio Bendiksen di Oslo nel 1972. Studio mitico perché qui registrano altri pianisti del calibro di Chick Corea e Keith Jarrett. Bley, dopo la seconda metà degli anni Sessanta incide dunque questo lp molto intimista in cui si rifà in parte alla lezione tristaniana del cool jazz. Raggiunge quindi risultati straordinari nei brani Ida Lupino o in Open to Love in cui la sua poetica fatta di note trattenute, colori tenui seguiti da accordi di sapore impressionistico rivelano una formazione classica o comunque di stampo colto occidentale. Forse ha ragione Franco Fayenz quando dice che i lirici assolo di Bley paiono riflettere “le inquietudini e il senso di isolamento dell’uomo contemporaneo”. Per diverso tempo s’interessa anche all’elettronica, ma è sicuramente il pianoforte acustico la dimensione migliore per la sua estetica.

Carla Bley, Escalator Over the Hill (JCOA) 1968-1971

Questo suo triplo lp è unanimemente considerato il suo capolavoro: si tratta di una cosiddetta opera jazz (tra le più lunghe in assoluto come durata) su testi del poeta Paul Haines, in cui sperimentazione vocale, rock, free e citazioni esotiche vengono magistralmente fuse, dall’intuito musicale di Carla stessa. Nel disco suonano – sotto l’egida della Jazz Composer’s Orchestra Association, produttrice altresì del vinile – musicisti di varia estrazione musicale fra cui ricordiamo Jack Bruce, Gato Barbieri, Linda Ronstadt, John McLaughlin, Paul Motian, Enrico Rava. Dice della sua opera la Bley: “Sono passata da una musica europea a della musica americana: Sono nata e cresciuta in una piccola comunità svedese e per molto tempo non mi sono sentita americana”. Quando però approda al jazz i risultati sono strepitosi.

Dollar Brand, African Sketchbook (Enja) 1973

Questo album, scelto quasi a caso in una discografia abbondante sempre su altissimi livelli, vede Brand esibirsi con flauti e pianoforte in solitudine, cogliere l’essenza più afro del jazz, quasi una musica che si rifà alle ‘origini delle origini’ del blues, melodie semplici con improvvisazioni che si aprono secondo linee quasi descrittive. Oggi Dollar si fa chiamare col nome musulmano di Ibrahim Abdullah, per la conversione alla fede islamica che molti altri suoi colleghi afroameric ani seguono in polemica col protestantesimo dei bianchi razzisti. E African sketchbook pare simbolicamente rammentare che se essere neri nel Sudafrica degli anni Sessanta-Settanta è duro, essere un pianista jazz è anche peggio. Il grande “Dollar” che deriva il suo nome dall’abitudine degli avventori delle taverne di Johannesburg dove si esibisce, di mettere un dollaro in un bicchiere posto sul pianoforte, si impone, non a caso, in esilio, all’attenzione del pubblico di tutto il mondo dimostrando che l’Africa non è solo la ‘grande madre’ degli antenati dei musicisti americani ma è ancora un serbatoio di talenti.

Don Cherry, Mu, Part One & Part Two (BYG Actuel) 1969

Un disco questo che si può definire di passaggio, perché Cherry in Mu (dal nome di un continente scomparso in età preistorica) transita dal free jazz (di cui con Blackwell, egli è l’iniziatore a casa di Coleman) e le forme avanguardiste da Terzo Mondo, che segneranno gli anni a venire. Mu quindi si pone come ideale prosecuzione di Complete Communion uscito quattro anni prima e la svolta panfoklorica di Brown Rice invece di quattro anni successiva. Caratteristiche fondamentali in Mu sono la predominante struttura percussiva, il polistrumentismo accentuato e la forte presenza di esotismi profondi. Blackwell alle batterie e Cherry con l’immancabile pocket trumpet (tromba tascabile, ossia cortissima) dimostrano qui un perfetto affiatamento, risultato di una collaborazione decennale che, pur nella formula del duo per loro inedita, si svela in un grande equilibrio solistico e in una riuscita immediatezza esecutiva.

Chick Corea, Now He Sings He Sobs (Solid State) 1968

Nella vasta produzione di questo eclettico musicista scegliere un disco vuole anche dire optare per un genere poiché il tastierista di origini italiane tocca nella sua lunga attività molti stili, dall’hard bop all’avanguardia più radicale, dal neobop alla fusion, dal neoromanticismo del solo piano alle atmosfere elettrizzanti, in tutti i sensi, del jazzrock. Proponiamo curiosamente il suo primo disco, che incide dopo l’abbandono del gruppo di Stan Getz e che risulta un’opera fondamentale, giacché mette in mostra la profonda conoscenza armonica, la brillantezza del tocco, la scorrevole inventiva, l’invenzione ritmica e melodica che ne fanno subito un beniamino per tutti gli appassionati di jazz e del pianoforte in particolare. Lo accompagnano un veterano della batteria come Roy Haynes già attivo con Charlie Parker, e uno dei comprimari dei futuri Weather Report, il bassista cecoslovacco Miroslav Vitous: qui il genere è ancora saldamente jazzistico, senza i clamori free, ma con la necessaria durezza hardboppistica, che non esclude qualche occhiata al modalismo davisiano.

Jan Garbarek & Hilliard Ensemble, Officium (ECM)1997

Dopo aver partecipato ad alcune sedute di registrazione con Keith Jarrett nei primi anni Settanta il sassofonista norvegese si avvicina a un concetto del linguaggio jazzistico affine a quello che viene definita oggi world music. Le atmosfere rarefatte, il distillare dei suoni del sax, l’uso di scale musicali prese dalla tradizione nord europea trova qui un humus particolarmente fecondo. L’affiatamento con il quartetto di voci classiche dell’Hilliard Ensemble è infatti totale. Si tratta di una musica spirituale che si lega alla tradizione sacra delle cantate trecentesche, ai mottetti quattrocenteschi e agli intrecci polifonici di Claudio Monteverdi sui quali interagisce il sax tenore di Garbarek dando vita ad atmosfere in apparenza quasi new age, ma che hanno però il merito di distinguersi dalla piattezza di questo stile mondano grazie agli interventi solistici di un personaggio che sembra rileggere il misticismo coltraniano alla luce delle antiche cattedrali o negli spazi algidi dei fiordi. Il disco a sorpresa gradito da ogni tipo di pubblico e critica viene particolarmente apprezzato dai jazz fan proprio nel riuscito connubio tra jazz e rinascimento.

Keith Jarrett, Facing You (ECM) 1970

Con quest’album il pianismo jazzistico entra nell’immaginario collettivo alla pari della tradizione pianistica classica. A livello stilistico si tratta del primo piano solo nella carriera di Jarrett: l’approccio alla tastiera, come in tutti i successivi, si situa a cavallo fra gospel, bebop, free e romanticismo dotto con una eco lontana di culture folcloriche. La tecnica portentosa permette a Jarrett di creare estemporaneamente, tra Chopin e Debussy, Cecil Taylor e Bill Evans grazie a un feeling talvolta swingante che da un lato ricorda i propri inizi funky, dall’altro svela una ricchezza di memorie e di nostalgie che a sua volta poggiano sui riff suonati con la mano sinistra portati avanti secondo canoni ora blues ora quasi post-weberniani. Una musica, insomma, tra colto e popolare, ma difficilmente etichettabile, come ammette lo stesso musicista: “Io per esempio non so se quello che suono sia jazz oppure no. Non mi pongo nemmeno il problema, perché se me lo ponessi, mi limiterei”.

Steve Lacy, Trickles (Black saint) 1976

In questo importante disco il sopranista, già allora concertista in solo (o in duo con Mal Waldron), raduna un quartetto di cui fanno parte i ‘vecchi’ amici Roswell Rudd al trombone, Kent Carter al contrabbasso e violoncello, Beaver Harris alla batteria. Qui le melodie del sassofono di Lacy si incontrano e scontrano con le linee musicali dei suoi partner fino a produrre lunghi campi sonori in contrasto ai caotici momenti di improvvisazione totale. Di derivazione monkiana, il sound di Steve è sempre fedele a se stesso, in quanto, proprio in questo album, si dipana attraverso lucide simmetrie dove il trombone di Rudd interviene sintetizzando quasi le storie di questo strumento.

Giuseppi Logan, The Giuseppi Logan Quartet (ESP) 1964

Misterioso fino a diventare una leggenda, impostosi all’attenzione dei cultori della free music e con solo due dischi incisi – questo e More del 1966 – Giuseppi Logan è un caso più unico che raro. Qui lo accompagnano alcuni pilastri dell’avanguardia degli anni Sessanta come Milford Graves alla batteria, Eddie Gomez al contrabbasso e Don Pullen al pianoforte. Al sax alto Logan da sfogo alla più libera improvvisazione su pochi grappoli di note dove ai riff seguono sofferte intensità liriche che arrivano da luoghi profondi, insomma nei paraggi di Ornette Coleman e Albert Ayler. Nel primo brano Giuseppi utilizza addirittura l’oboe pachistano che offre echi di sonorità primordiali, con una musica in cui Africa, Oriente, America contemporanea sono fusi insieme alla rabbia di gente alla ricerca di una negata identità culturale.

Gerry Mulligan, The Age of Steam (A&M) 1971

Andando decisamente in controtendenza, dell’inventore del piano less quartet, del partner ideale di tanti solisti cool e mainstream, del leader della Concert Jazz Band, qui non viene scelto un album navigato, bensì il vinile più maledetto e al contempo sperimentale, che però a distanza di tempo si merita un ascolto meno frettoloso e più analitico di quanto fatto da pubblico e critica all’apparire. L’insuccesso economico di Age of Steam (che vuol forse essere coraggiosamente l’analogo di ciò che per Miles Davis è Bitches Brew) conduce però Mulligan a tornare sui propri passi: ma in questo album c’è quasi il punto di vista dell’autore sulla scena contemporanea: dall’impiego di solisti di varie epoche (Harry Edison, Bob Brookmeyer, Bud Shank, Tom Scott, Joe Porcaro su un elenco di tredici elementi intercambiabili) alle sonorità fluttuanti tra pop, jazzrock, hard bop con una scrittura di temi molto belli.

Michel Petrucciani, Michel Petrucciani (OWL Records) 1981

Dello sfortunato pianista francese (di origini italiane) questo il primo dei tre dischi incisi in trio con Furio Di Castri al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria (due italiani stabili a Parigi) praticamente agli esordi della carriera. Il long playing contiene pure l’evergreen di Bruno Martino Estate (unico autentico jazz standard tricolore) che Petrucciani ripropone sino alla morte e che interpreta qui con lirico romanticismo. Il tocco pianistico è dunque prezioso, incisivo, con svariate concezioni armoniche di derivazione evansiana: rispetto a quanto fatto in precedenza su versanti opposti da Cecil Taylor e da Keith Jarrett, non si tratta ovviamente di pianismo rivoluzionario, bensì di un sound costruito su coordinate intelligentemente postmoderne.

Sam Rivers, The Quest (Red Record) 1976

Il rigore formale complessivo della musica del multistrumentista che fa di ogni suo concerto un evento unico è rintracciabile anche in questo disco. Autore polivirtuosistico Sam Rivers qui è accompagnato da Dave Holland al contrabbasso e Barry Altschul alla batteria. Nel disco si alternano sequenze furibonde a momenti di assoluta quiete, mescolando tempi strani a soluzioni ritmiche mirabolanti. Tutto questo, tra free, post-bop, creative music, viene gestito con attenzione assoluta in cui nulla è mai lasciato al caso, anche se in apparenza sembra il contrario: basta pensare alla struttura logica in quattro parti dove in ciascuna Sam a Rivers adopera uno strumento differente: soprano, tenore, flauto, pianoforte.

George Russell, Electronic Sonata for Souls Loved by Nature (Flying Dutchmann) 1969

Ascoltando questo lp possiamo asserire che Russell è da considerarsi una leggenda del jazz antico e moderno, tanto per la profonda conoscenza che ha della musica afroamericana dal blues all’avanguardia, quanto per la trasversalità fra i generi che da sempre esalta; questa sonata elettronica è dunque testimone di una grande cultura musicale e di un singolare linguaggio creativo. Sono con George in questa incisione alcuni europei: il tenorsassofonista Jan Garbarek, il chitarrista Terje Rypdal, il trombettista Manfred Schoof immersi nel suono del nastro magnetico registrato dello stesso compositore. Electronic Sonata for Souls Loved by Nature insomma conferma il pianista, compositore e band leader, come figura più unica che rara: per carisma e intentiva può confrontarsi e contrapporsi solo a Gil Evans, Ornette Coleman, Gunther Schuller: e fra tutti i jazzisti Russell è forse il principale (o unico?) teorico della musica, in quanto a lui si deve l’introduzione nella teoria jazz di una tecnica chiamata Lydian Concept, che a sua volta deriva dai sistemi musicali pitagorici. Si tratta di una teoria pratica anche in questo disco in cui sono presenti da un lato le sensibilità jazzistiche e dall’altro i canoni bizzarri della musica elettronica occidentale.

Shakti, Shakti With John McLaughlin (CBS) 1975

John McLaughlin, eclettico chitarrista della scena inglese, compagno di Miles Davis in Bitches Brew, scopre già negli anni Settanta la musica indiana e dopo periodi di ritiro in ashram elabora un sound vitalistico e contemplativo. In quel periodo si fa chiamare Mahavisnu e fonda il quintetto Shakti appunto con musicisti orientali, in cui rivisita diverse geografie sonore come accadrà con altri esperimenti (famoso ad esempio il ritorno all’acustico o all’hard bop). Quando si parla di world music questo album può dunque venire citato quale antesignano, come un esempio appropriatissimo. La strabiliante tecnica di McLaughlin alla chitarra acustica qui si confronta con tabla e sitar in improvvisazioni  su scale pentatoniche e su raga di epoca antichissima. I partner in questo ‘storico’ disco sono tutti rigorosamente musicisti indiani dagli studi classici locali: Li Shankar al violino, Hariprasad Chaurasia al bansuri, Zakir Hussain alle tabla, T.H. “Vikku” Vinayakram al ghataham, Uma Metha alla tampura.

McCoy Tyner, Sahara (Milestone) 1972

Del grande pianista accompagnatore di John Coltrane, di cui rimane orfano troppo presto, si deve sottolineare il grande rigore e la scrupolosa aderenza alle idee musicali del saxman prematuramente scomparso. Le armonizzazioni politonali, un certo senso di “negritudine” sonora abbandonano mai Tyner, il quale infatti privilegiava le ritmiche poderose percepite dal lavoro che nel quartetto coltraniano svolge il batterista Elvin Jones, ma che McCoy spesso rimpiazza con due o tre percussionisti. Le composizioni di Sahara risentono talvolta ancora della influenza coltraniana, anche se ormai McCoy riesce via via a sviluppando una linea personalissima come nei brani Ebony Queen e nella lunga suite Sahara. Con lui nel disco ci sono Sonny Fortune al sax, Calvin Hill al contrabbasso e Alphonse Mouzon alla batteria. L’album è fra i più belli di quel periodo, anche se forse il meno simile alle precipue esperienze musicali di McCoy Tyner, perché è il suo lavoro più africano e meno boppistico, quello insomma dove riecheggiano echi folclorici e terzomondisti, pur senza rinunciare all’impronta jazzistica. Da lì in poi il pianista tornerà ai trii o addirittura formare vere e proprie big band.

Weather Report, I Sing The Body Electric (CBS) 1971-72

In questo 33 giri, il secondo del gruppo, sono già presenti diversi accenni a molte tendenze: rock, modale, folk e hard bop. Fra i molti brani dell’album segnaliamo Unknown Soldier quasi un poema sinfonico in cui sono espresse al meglio le poliedriche virtù del combo che, dopo un paio di decenni di intensa attività e numerosi avvicendamenti nella sezione ritmica, si scioglie restando tra le jazzrock band più amate e imitate, anche con la successiva tendenza fusion, che lo stesso Weather Report giustamente rivendica. In questo album molto variato comunque spiccano ancora le doti solistiche dei singoli componenti da Joe Zawinul (tastiere) e Wayne Shorter (sassofoni), appunto i due leader, alla ritmica di Miroslav Vitous (basso), Eric Gravatt (batteria), Dom Um Romao (percussioni), fino ai numerosi ospiti (Ralph Towner, Hubert Laws, Andrew White, ecc.). Prima di diventare internazionalmente arcinoti alla fine degli anni Settanta quasi come  pop star, i cinque (letteralmente bollettino del tempo, così battezzatisi da una frase di un jazzista o forse da un song di Dylan) dunque sperimentano il funk strumentale o anche il jazz elettrico sulla scia di Miles Davis, con il quale i cofondatori Zawinul e Shorter collaborano a varie riprese.

World Saxophone Quartet, Dances and Ballads (Elektra Nonesuch) 1987

Un disco esemplare nel mostrare le potenzialità sassofonistiche di Julius Hemphill, Oliver Lake, David Murray e Hamiet Bluiett, grazie alla ricchezza di composizioni originali (il titolo è di proposito fuorviante giacché qui non esistono standard) che vengono suonate con grande carica espressiva, per l’ultima volta dalla formazione originaria. E il cambiamento di etichetta, come nel precedente Play Duke Ellington giova in orecchiabilità e comunicativa; ascoltando il disco si capisce anche che, pur non essendo inventata dall’avanguardia, la formazione di soli sassofoni si adatta magnificamente alle composizioni improvvisate del jazz contemporaneo. In tal senso il World Saxophone Quartet crea infatti un repertorio di proposte timbriche e strutturali che vengono splendidamente interpretate dai due ai tre tipi di sassofoni imboccati a testa, mentre le dieci composizioni offrono possibilità sia per l’esecuzione collettiva per assolo, interplay e momenti corali.

Frank Zappa & Jean-Luc Ponty, King Kong, 1969

Zappa è considerato uno dei padri della controcultura americana e la sua fama quale compositore e chitarrista va ancora crescendo con il passare del tempo. Negli anni Sessanta rivendica ironicamente le utopie hippy dell’area californiana rielaborandole con sardonico aplomb musicale in strumentazioni commiste di pop, rock, soul e jazz, attraversando tre decenni e mantenendo sempre un livello di grande maestria sonora. Questa è del resto una necessità, la musica infatti per Zappa vuole risultare estremamente complessa e per essere interpretata richiede musicisti di grandi capacità. Forse per tale ragione Frank chiama al suo fianco il giovane violinista francese Ponty (al quale molti critici attribuiscono la paternità dell’album) indicato come una sorta di Stéphane Grappelli del free jazz. I due intanto nell’album rivelano una passione per l’uso dadaistico dei mezzi sonori: in particolare Zappa indica nel r’n’b e in Varese e Stravinsky rispettivamente lo stile e i compositori che maggiormente lo influenzano. Anche in King Kong Frank si rivela straordinario chitarrista (molti fusion men senza magari saperlo gli sono debitori) con un gusto per il paradosso e l’ironia che va di pari passo all’immenso spazio dedicato all’improvvisazione quasi jazzistica.

I dischi di Guido Michelone: Venti grandi album di jazz dal 1960 al 1967

Bill Evans 10,Copenhagen 1964

Venti grandi album di jazz dal 1960 al 1967

Proseguendo il discorso su dischi fondamentali – come la volta precedente suddivisi per ordine cronologico (ma indicati in senso alfabetico per nomi di musicisti) – si può notare come in un arco temporale strettissimo ci siano una quantità enormi di autentici capolavori, a dimostrazione che anche il jazz – alla pari di tutte le altre forme artistiche – non è distribuito omogeneamente, ma può vantare periodi in cui la creatività e l’inventiva brillano meglio che in altre epoche magari più diffuse e meno compresse.

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Albert Ayler, Ghost (ESP) 1964

Di questo grande tenorista afroamericano – morto prematuramente in circostanze tragiche e dubbiose – si segnala il primo disco che lo espone prepotentemente all’attenzione di pubblico e critica, che in quei primi anni Sessanta, per miopia intellettuale, non nutrono grosse simpatie verso di lui e il suo free jazz. La carica visionaria (non a caso il titolo Ghost, vuol dire fantasma) è quasi palpabile e alla creatività allo stato puro fanno contrappunto gli essenziali partner ayleriani: Sunny Murray alla batteria, Gary Peacock al contrabbasso. Nel trio dunque le improvvisazioni tematiche dalle quali è abolito ogni centro tonale armonico fanno sì che un senso di estrema libertà pervada tutta la musica; ma non è free cerebrale: a un ascolto immediato possiamo già subito avvertire elementi cantabili tratti dalla musica caraibica, cenni alle fanfare di New Orleans, in un fluire continuo e inarrestabile: insomma Ayler e Ghost con una sonorità aspra e dirompente rivoluzioneranno il rapporto con la musica di un’intera generazione di musicisti.

Ray Charles, Live Concert (ABC Paramount) 1964

Soprannominato the Genius, perché di fatto è il genio, cantante e autore del soul, del blues e del rhythm ‘n’ blues, nonché organista, pianista (e talvolta sassofonista) molto apprezzato dai musicisti jazz. A soli ventitré anni incide il suo primo 45 giri di successo I got a woman che scandalizza i benpensanti e nel 1959 scala i vertici delle classifiche mondiali con What’d I say, un brano pieno di sensualità e ritmo, dal brioso gusto spiritual, grazie a una struttura quasi antifonale, che rimane ancor’oggi uno dei song più influenti della musica popolare della seconda metà del secolo. Ray Charles, alla stregua di Armstrong, ma con maggior senso critico, è poi in grado di conferire negritudine a ogni musica come dimostra questo bel lavoro dal vivo, dove, oltre quelli citati, si ascoltano altri 10 pezzi trascinanti da I Got Woman a Makin’ Whoopee.

Don Ellis, Live at Monterey! (CBS) 1966

Del trombettista bianco losangeleno (1934-1978) presentiamo velocemente questo disco in cui egli, nelle vesti soprattutto di big band leader, fonde impasti orchestrali di tipo progressive alla Stan Kenton (nella cui orchestra milita a lungo) con soluzioni ritmiche di sapore esotico (Balcani, India, Maghreb). Del resto proprio i tempi ritmici, affidati a una batteria e due percussioni, ci appaiono assai compositi tra binario e ternario, con l’ulteriore aggiunta di interessanti commistioni con il mondo classico, come nel brano Concert For Trumpet dove si ascolta una fuga di sapore bachiano. E proprio la tromba di Ellis rimanda ai grandi dello strumento per la limpidezza del suono, il fraseggio brillante, la padronanza dell’emissione. Questo disco risulta dunque al crocevia degli esperimenti dell’autore, il quale nei primi anni Sessanta occhieggia la third stream, ma alla fine del decennio arriva a fare una rapida digressione verso il jazzrock più elettrico secondo la moda che egli stesso anticipa con i 33 giri, sempre con una big band, appena susseguenti questo dal vivo nella nota località californiana.

Bill Evans, The Complete Village Vanguard Recordings (Riverside) 1961

Dal vivo, nel celebre club newyorchese, il grande pianista bianco punta sulle novità armoniche (in parte figlie del cool di sapore quasi classico) dagli assunti melodici che allungano la frase sull’armonia che segue, mentre la ritmica in interplay (qui formata da Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria) rimane quasi ineguagliata per precisione, originalità e aderenza alla musica. Attingendo dal proprio curriculum di tipo colto Evans inoltre è in grado sviluppare un’estetica personalissima in cui si riflette una genuina attenzione per Satie e Debussy. Questo triplo CD, registrato in presa diretta in uno dei ‘templi’ jazzistici, subito dopo la permanenza del leader nel quintetto davisiano, è l’esempio della maestria di Bill nel rivitalizzare alcuni brani evergreen di vecchia data e perlopiù tratti da celebri musical da All of You di Cole Porter a My Romance di Rodgers-Hart, fino alla magnifica interpretazione di Porgy and Bess, ovviamente di George Gershwin.

Gil Evans, Into the Hot (Impulse) 1961

Dopo il complementare Out of The Cool, ecco uno dei dischi fondamentali per la conoscenza del grande compositore canadese, che è soprattutto famoso nel campo dell’arrangiamento. Solo con la big band Duke Ellington e comunque in modo assai diverso, può funzionare la coesione di numerosi talenti in un’unica orchestra, come accade pure nel caso di Gil Evans. Infatti spesso le grosse formazioni jazzistiche posseggono una grande personalità collettiva, ma difettano di veri solisti. Invece Gil riesce a unire un sound collettivo di altissimo livello con l’abilità virtuosistica dei singoli membri. In questo album compaiono come eccellenti improvvisatori e disciplinati session men alcuni musicisti dell’intera storia afroamericana, quasi in rappresenta delle origini e del futuro della modernità. Infatti dei sei brani dell’album tre sono composti da Johnny Carisi e tre da Cecil Taylor, vale a dire rispettivamente da un iniziatore del cool e da un padre del free. E in tal senso l’album riflette un’ambivalenza formale e contenutistica, perché attorno ai due blocchi composizioni (alternate nel disco) vengono riunite due diverse band: una sull’onda di cool, mainstream, hard bop con la sicurezza di Bob Brookmeyer, Urbie Green, Clark Terry, Phil Woods, l’altra facente capo alle ultime leve arrabbiate con Archie Shepp, Roswell Rudd, Jimmy Lyons.

Dexter Gordon, Our Man in Paris (Blue Note) 1961

‘Long Tall Dexter’ attraversa la storia del jazz con grande stile dopo le prime esperienze vissute con l’orchestra di Fletcher Henderson, si unisce prima a Lionel Hampton e poi a Charlie Parker e Dizzy Gillespie contribuendo alla nascita del bebop. Personalità schiva prosegue la sua carriera tra alti e bassi: qui lo cogliamo in ottima forma, dopo un gradito ritorno, con altre due ‘vecchie’ glorie del moderno quali Bud Powell (piano) e Kenny Clarke (batteria) più il francese Pierre Michelot al contrabbasso: una rimpatriata boppistica, con Gordon che addirittura media la lezione di Lester Young e Johnny Hodges. Dopo un quarto di secolo, esattamente nel 1986, il tenorista viene assurto a improvvisa notorietà popolare quando ha già sessantatré anni, dopo oltre quaranta di carriera, Gordon è l’impersonificazione del tipico jazz moderno o anche dell’idea che ci si fa del bopper. Sempre in debito con la propria immaginazione, proteso in avanti quel tanto che basta per sentirsi inadeguato al proprio tempo cerca da sempre rifugio e consolazione nell’alcol e nella droga; e non a caso viene chiamato dal regista francese Bertrand Tavernier per il ruolo (quasi autobiografico, ma con riferimenti anche a Young e Powell) di musicista sconfitto nel film Round Midnight.

Jimi Hendrix & Otis Redding, Historic Performance Recorded at the Monterey Pop Festival (Reprise) 1967

Nel 1970 postume arrivano – in origine su facciate distinte di un unico LP – le esibizioni di due grandi artisti nel primo effettivo megaraduno rock, cogliendo il periodo più creativo del chitarrista di Seattle qui a capo del trio inglese Experience (con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria). I quattro brani dal vivo rendono ancor meglio il clima di effervescente psichedelismo (talvolta venato di soul/blues struggente o di impennate quasi free) confermano Hendrix quale emblema musicale del XX secolo. E lo stesso potrebbe dirsi per i cinque pezzi di Redding intenso cantante soul, in grado di bluesizzare qualsiasi canzone con ritmi trascinanti e voce shout.

Earl Hines, Spontaneous Exploration (Joker) 1964

In questo disco si trova l’anziano pianista di Duquesne a vivere una seconda giovinezza artistica  in compagnia di due giganti del jazz contemporaneo, Richard Davis (contrabbasso) e Elvin Jones (batteria) in un trio che concilia brillantemente tradizione e modernismo, come già accaduto qualche mese prima con Elllington in compagnia di Mingus e Roach. In queste ‘esplorazioni spontanee’ di Hines si apprezza, come sempre, una tecnica poderosa facilitata da un’incredibile estensione della mano e con lui, revivalista aperto, sembra quasi che le innovazioni dei boppers divengano spunto per improvvisazioni vorticose nell’inimitabile stile ‘trumpet-piano’ di cui è l’inventore dai tempi di Satchmo.

Mahalia Jackson, Recorded in Europe During Her Latest Concert Tour (Columbia) 1962

Per chi vuole fruire la più autentica musica spiritual (o meglio gospel, basata su testi evangelici) senza andare in un tempio presbiteriano di Harlem, deve ascoltare queste 11 registrazioni dal vivo attraverso il Vecchio Continente, per apprezzare una cantante così religiosa al punto da non esibirsi più, da allora, in concerto, riservando il proprio canto alle sole chiese. La Jackson indirettamente non perde mai di vista il jazz in ogni risvolto e grazie alla voce straordinaria, portentosa, drammatica, commovente,  infonde in questi inni sacri tutta l’anima afro e blues quasi come la maestra ideale Bessie Smith. Nella vocalità di Mahalia da questo disco ‘europeo’ si sentono infine sofferenze e speranze di un intero popolo in catene, con una sola possibilità di riscatto: la musica.

B.B.King, Live at the Regal (ABC Records) 1964

Qui sono raccolti i primi exploit del cantante/chitarrista, poi divenuto maggior rappresentante del blues elettrico, spesso cover, da Everyday I Have the Blues a Sweet Little Angel insieme a brani con orchestra dove da impasti rhythm ‘n’ blues emerge prepotentemente tutto il carisma, che per mezzo secolo miete consensi straordinari e che forse è da ritenersi anche l’emblema del blues moderno o l’incarnazione (aggiornata ai suoni urbani) di ciò che significa uno spirito bluesistico. E in questo disco live agli inizi della carriera, vi sono presenti gli ingredienti fondamentali del successo massivo: oltre il blues, gospel, folk, boogie, jazz, con uno strumento ‘sporco’ e soprattutto una voce sulfurea che sembra arrivare da molto lontano; e colpisce oltre il canto roco inconfondibile è la chitarra graffiante (Lucille, come la chiama affettuosamente), le armonie morbide alternate a riff indiavolati.

Lee Konitz, The Lee Konitz Duets (Milestone) 1967

In questo lp l’altista anticipa la moda del duetto: con lui suona ogni volta un valente personaggio della scena moderna e contemporanea, dal cool al modale, dall’hard bop al nuovo free; dialogano  infatti, nove solisti come Joe Henderson e Richie Kamuca ai sassofoni, Elvin Jones alla batteria, Marshall Brown e Karl Berger ai vibrafoni, Dick Katz al piano, Jim Hall alla chitarra, Eddie Gomez al basso, Ray Nance al violino. Con uno stile individuale fatto di essenzialità raffinata e partecipazione discreta, il sax di Konitz per così dire si adegua al sound di ogni partner, così come il disco risulta vario ed eterogeneo e proprio per questo molto stimolante.

Rolf & Joachim Kühn, Impressions of New York (Impulse) 1967

Gli esordi del pianista tedesco Joachim (1944) alla fine degli anni Sessanta al fianco del fratello clarinettista Rolf (1929) che dal 1956 al 1959 vive in America, sono molto interessanti; poi in seguito a una svolta elettrica poco originale Joachim abbandona il free per inserirsi nel solco del jazzrock e tornare di nuovo all’avanguardia accanto a maestri della new thing come Ornette Coleman e Archie Sheep. Rolf che venne addirittura paragonato da John Hammond a Benny Goodman da semrpe continua a seguire una linea mainstream, pur adattandosi a situazione anche molto spinte come in queste due lunghe suite, dove i fratelli sono accompagnati dal coltraniano Jimmy Garrison al contrabbasso e dall’italofrancese Aldo Romano alla batteria: l’album all’epoca ottenne molti consensi dagli specialisti.

Jackie McLean, One Step Beyond (Blue Note) 1963

Questa registrazione dell’alto sassofonista rappresenta uno dei più begli esempi di quel post-bop moderno-contemporaneo che negli anni Sessanta, all’avvento del free, ha in Miles Davis (prima della svolta elettrica) un valido esponente: insomma un jazz ai limiti della tonalità. In questi lunghi brani, sulla scia delle improvvisazioni hardboppistiche, oltre il leader, si notano Grachan Mancur III al trombone (che di lì a poco parteciperà con successo alle stagioni free), Bobby Hutcherson al vibrafono (un solista che dopo Lionel Hempton è tra i più sanguigni allo strumento), Eddy Khan al contrabbasso e un appena diciassettenne Tony Williams alla batteria. Si tratta, in One Step Beyond, di un jazz altamente energetico che troverà nell’etichetta discografica Blue Note un marchio di fabbrica anche per tanti altri jazzmen di quel periodo che pur non aderendo alla new thing, però non rinunciano a sperimentare sia pur nel solco di Parker, Gillespie, Monk o di Silver, Blakey, Rollins. Lo stesso McLean rimarrà sempre al di qua del free, qualificandosi comunque tra i maggiori strumentisti degli ultimi Sessanta-Settanta.

Modern Jazz Quartet, European Concerto (Atlantic) 1960

Riunito attorno al pianista e compositore John Lewis il MJQ vanta il vibrafonista Milt Jackson, il batterista Connie Kay e il bassista Percy Heath, il MJQ resta il gruppo più raffinato e colto e nello stesso tempo popolare e riverito della scena musicale degli anni Cinquanta/Sessanta. Il combo si rifà per certi versi alle forme barocche della musica europea settecentesca, giacché le strutture delle composizioni di Lewis sono talvolta sprazzi inventivi su passacaglie, fughe e contrappunti che vengono presto apprezzate dal pubblico europeo più che da quello americano, come si coglie  da questo live frutto di una trionfale visita al Vecchio Continente, in cui i quattro ripassano un repertorio ormai collaudato da nove anni di intenso algido feeling.

Art Pepper, Smack Up (Contemporary)1960

L’altosassofonista di Gardena (California), già esponente di spicco del West Coast Jazz qui è ‘fotografato’ poco prima del va-e-vieni dalle patrie galere, in compagnia di Jack Sheldon (tromba), Pete Jolly (pianoforte), Jimmy Bond (contrabbasso), Frank Butler (batteria).  E il confronto tra i quattro e un sax che sta per convertirsi a musiche più dure è sorprendente: Pepper trasforma gli standard in ballate fantasmagoriche con inventiva, feeling, dinamismo. Art è già oltre lo stile californiano e i sette brani in scaletta (di cui un solo original Las cuevas deMario) sono lì a dimostralo tra i solchi del vinile.

The Oscar Peterson Trio, Bursting Out (Verve) 1962

Accompagnato dal fedele Ed Thippen alla batteria e da Ray Brown al contrabbasso, il pianista nero canadese esegue infocati assolo e – novità! – dialoga, come ben asserisce la dicitura in copertina, con la All Star Big Band che lo asseconda e che gli risponde con improvvisazioni di solisti quali Clark Terry alla tromba, James Moody all’alto e Slide Hampton al trombone. Una straordinaria esemplificazione di ciò che si può indicare come mainstream jazz; questo album convince che Peterson, oltre acquisire una grande tecnica resa possibile da severi studi classici (si favoleggia all’epoca delle sue interpretazioni dei preludi di Chopin, purtroppo mai registrate), rende chiara la grandezza di musicista a tutto tondo!

Frank Sinatra, Swinging Sessions! (Capitol) 1960

Tra le voci popolari jazz e pop maggiormente durature, acclamate e importanti del XX secolo, sa trasformare le melodie in qualcosa di estrema personalità e profondo significato: formatosi nelle swing band degli anni Trenta, dopo alcuni successi con la Tommy Dorsey Orchestra nei Quaranta, si dedica alla carriera da solista conquistandosi un ruolo divistico anche come attore cinematografico. Come questo, tutti i suoi dischi Capitol dalla metà degli anni Cinquanta all’inizio dei Sessanta sono un ritratto impareggiabile di un singolo artista che qualifica la canzone americana, in quanto tale. Inoltre possiede un controllo formidabile sui sentimenti che esprime con l’inconfondibile vocalismo. Dice a questo proposito la cantante Sylvia Sims: “È questo il segreto di Mister Sinatra, la sua gioia, il suo turbamento, non passano mai il segno, si fermano sempre appena in tempo”. In questo album, come sempre orchestrato da Nelson Riddle, ascoltiamo un Sinatra forse più jazzistico del solito, anche se si appoggia saldamente sulle doti collaudatissime di crooner e di pop singer di altissimo livello, intendendo qui con pop una canzone quasi senza tempo.

Jimmy Smith, Walk on the Wild Side (Verve) 1962-1967

L’organo nel jazz dopo qualche sporadica esperienza di Fats Waller e Count Basie è da sempre legato (soprattutto quello hammond o elettronico) al nome di Jimmy Smith. Apparso come una meteora appena ventenne al festival jazz di Newport nel 1955 il suo è un jazz carico di energia swing e di suggestioni soul, un genere, quest’ultimo, in cui lo strumento diventa poi strumento indispensabile. E il suono dell’organo hammond che tanto sviluppo ha a partire dagli anni Sessanta, possiamo dire che viene inventato da lui anche da un punto di vista formale e contenutistico. In questo doppio CD antologico, che come dice il sottotitolo raccoglie il meglio degli anni Verve (l’etichetta a lui più affezionata), Smith è spesso supportato dall’orchestra diretta e arrangiata da Oliver Nelson (in altri pezzi da Thad Jones) e ci fa ascoltare brani in apparenza molto facili. Temi famosi di colonne sonore di film altrettanto celebri da Goldfinger a L’uomo dal braccio d’oro sono qui un pretesto per improvvisazioni cariche di feeling e ballabilità. In anni in cui il genere funky, soul o rhythm ‘n’ blues torna di moda sotto l’etichetta di acid jazz non si può fare a meno di ricordare questo grande strumentista.

Billy Strayhorn, Lush Life (Red Baron) 1964-1965

Il lavoro di questo alter ego di Duke Ellington, nonostante la timidezza e la discrezione esercita una enorme influenza tanto sui musicisti quanto nei circoli afroamericani degli anni Cinquanta e Sessanta, per via della profonda amicizia tra il pianista/arrangiatore e il reverendo Martin Luther King. La morte del jazzman pochi mesi dopo questo bel disco a soli cinquantadue anni, ampiamente sottovalutato dal grande pubblico ma rimpianto da tutti i jazzisti, è quasi ricordata da un album che s’avvale dello stesso Ellington al pianoforte e da molti suoi orchestrali, che per un sound che fa vedere analogie e differenze con il grande maestro, a dimostrazione di come Billy Strayhorn possegga una spiccata personalità artistica. Tuttavia ne fuoriesce uno Strayhorn che soffre della vicinanza del Duca per il quale Sweet Pea (‘pisellino’, come il Duca lo chiama scherzosamente) lavora per la maggior parte della trentennale carriera; ma Billy rimane uno dei personaggi più significativi sia dell’era swing sia di quella moderna. Meglio conosciuto quale arrangiatore (e pianista) reca però la firma su almeno quattro celebri standard ellingtoniani (qui presenti), Passion Flower, Day Dream, Take the A Train e Lush life, l’unico inno gay composto da un ragazzo di colore negli anni Trenta (Billy Strayhorn è infatti omosessuale dichiarato).

Sun Ra, The Eliocentric Worlds Of Sun Ra (ESP) 1965

Sulla copertina di Eliocentric world possiamo infatti ammirare il volto faraonico di Sun Ra tra alcuni studiosi del sistema solare al quale il “gran sacerdote” vuole confrontarsi. Negli anni del disco il tastierista, compositore, band leader, filosofo e talent scout, forgia l’aspetto definitivo alla sua big band, ribattezza tra egittologia e fantascienza, Arkestra. Con lui e nel disco suonano per quasi una vita alcuni egregi solisti come Marshall Allen al sax alto, Pat Patrick al sax baritono e John Gilmore al sax tenore. Sun Ra è inoltre uno dei primi a usare i sintetizzatori nel jazz e a costituisce il ponte ideale fra l’era swing, il bebop, il r’n’b e il free, anche se nel doppio album i suoni tendono ancora a un esacerbato sperimentalismo. Riascoltando quest’album – ritenuto il migliore di una discografia vastissima – si conviene che indubbiamente si tratta di un personaggio fra i più misteriosi della musica del XX secolo: Sun Ra (al secolo Herman Sonny Blount) attraversa tutte le possibilità offerte dal jazz storico e contemporaneo. Di questo prolifico alchimista e organizzatore di suoni ed eventi, preme infatti sottolineare, al di là di The Eliocentric Worlds Of Sun Ra, la continua ricerca effettuata in una carriera molto lunga. Già dagli anni Cinquanta, insieme con alcuni jazzisti che gravitano intorno a lui, non solo musicalmente ma vivendo in una comune, effettua una brillante sintesi tra composizioni e impasti sonori di stampo quasi Kansas City e tra il free più radicale, sempre con una fluidità supportata da una comunione di intenti col gruppo non resta solo artistica ma diventa ideologica: “Il ritorno via musica al proprio pianeta”. Sun Ra infatti ama rifarsi a una personale cosmogonia che prevede un esotico futuro extraterrestre e che in The Eliocentric Worlds Of Sun Ra trova l’ambito fonografico congeniale.