La Resistenza in carne e ossa

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di Marco Albeltaro

Dopo decenni di storia militare e politica in senso stretto, questo settantesimo anniversario della Liberazione ha riportato sulla scena della saggistica e della letteratura le soggettività. Le persone in carne e ossa che hanno combattuto la Resistenza si sono riprese la scena spostando l’asse della narrazione dai solenni momenti collettivi ai grovigli interiori ed esistenziali di chi ha scelto di lasciare tutto – lavoro, famiglia, amori – per combattere, armi in pugno, la lotta di liberazione nazionale. Se Giovanni De Luna, con il suo La Resistenza perfetta (Feltrinelli), ha calato l’indagine storiografica nel terremoto di passioni e di tensioni che hanno animato la Resistenza in un microcosmo locale, Giacomo Verri, nei suoi Racconti partigiani (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, pp. 126, euro 14) ha messo in scena tante storie individuali che affondano le radici nella Resistenza valsesiana.

Gli otto racconti di Verri sono molto diversi l’uno dall’altro, ma qualcosa li accomuna: ci sono le speranze, le paure ma ci sono soprattutto le frustrazioni. O meglio, un senso di sconfitta che si accompagna alla gioia della vittoria. Molti partigiani avevano creduto che la Resistenza non dovesse concludersi il 25 aprile ma essere piuttosto capace di trasformarsi, di diventare qualcosa di diverso, in grado di intridere di sé il profilo della nuova Italia. Ben presto, però, la retorica della pacificazione nazionale aveva imbrigliato le istanze di rinnovamento, relegando la Resistenza e i partigiani nel panorama mummificato delle glorie della nazione (quando non sul banco degli imputati). Nelle prime pagine del libro, questo sentimento appare in modo quasi tragico nella figura del partigiano che, la sera del 25 aprile, prima di addormentarsi, si interroga su «cosa avremmo fatto col sole nuovo» per poi accorgersi, col trascorrere dei mesi, che «si smetteva di fare bene per fare benino, ogni volta di più».

La Resistenza, nei racconti di Verri, si manifesta in tutta la sua portata esistenziale come l’apice della vita di chi l’ha combattuta. Un apice che verrà coltivato per decenni, rivendicando un ruolo, cercando spazi per raccontare la lotta antifascista in una società sempre più sorda a quei valori. L’idealtipo del partigiano diventa così colui che «considera meravigliosa la sua giovinezza imprudente, ritiene che nulla potrà mai eguagliarla, che nulla mai sarà bastevole, che si stava meglio quando si stava peggio, che la guerra te la ricordi per sempre e diventa l’«esperienza più gigantesca che uno possa fare, la memoria meglio attanagliata e più svelta a tornare». Frustrazione, sì ma non rassegnazione. Perché in questi racconti la trasmissione della Resistenza, della sua memoria e dei suoi valori assume i tratti di una scelta profondamente politica e, soprattutto, antiretorica. Verri, memore delle pagine di Calvino, sa bene che nella temperie della guerra civile il caso giocava un ruolo pesante nel far trovare una persona da una parte o dall’altra, ma sa anche che una volta compiuta la scelta di campo, fra chi decideva di fare il partigiano e chi, invece, sceglieva di rimanere al suo posto, si apriva un abisso politico ma soprattutto etico e morale, insormontabile. Ecco: i Racconti partigiani di Giacomo Verri ci calano in questo abisso e ci fanno respirare, in tutta la sua materialità, la generosità che ha permesso di scrivere la pagina più alta e bella della storia del nostro paese.

Recensione apparsa la prima volta su Il Manifesto, il 10 luglio 2015

Cristovão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche

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“… il professore che dice con tranquillità non dobbiamo, come ci si aspetta da lui naturalmente, la correzione, è questo che ci aspetta da ogni professore, la correzione…”

(Cristovão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche)

Heliseu da Motta e Silva è un professore di filologia, è il professore per eccellenza, un “bracciante” della mente, uno scienziato che “racimola le cose pian pianino”, sui libri, nella mente, nell’aula – suo regno –, sacerdote della parola dalle facoltà ludiche e della lezione dai poteri curativi. Una carriera di prestigio, da che all’inizio superò “tutti gli esami e i concorsi per scandaloso eccesso di competenze”, a oggi, questa mattina in cui, a settant’anni, riceverà una medaglia per meriti accademici. O professor di Cristovão Tezza (magistralmente portato in italiano da Daniele Petruccioli nel titolo infedele ma splendido, intuizione di Valentina Bortolamedi, di La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi, pp. 237, euro 17,50) è un’autobiografia suonata a ritroso dal flusso di coscienza di un vecchio, abbracciato ormai sempre a un nemico – il corpo, la memoria, la mancanza di senso? –, vittima della consueta “catena di angosce mattutine”; alle spalle il matrimonio sbagliato con Mônica, la paternità guasta con il figlio gay (che ha lasciato il Brasile e tutto quanto, parla adesso un inglese perfetto, “eppure non sono mai riuscito a comunicare con lui in nessuna lingua”), i trascorsi con Therèse, dottoranda e amante, e quella sapienza – utile, inutile? – intorno alla caduta delle consonanti intervocaliche che generò mill’anni or sono lo iato tra Spagna e Portogallo. Continua a leggere su Nazione indiana.

I dischi di Guido Michelone: John Coltrane, Afro Blue Impressions

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Torna in doppio cd con succosi bonus track un monumento della già poderosa discografia di John Coltrane: Afro Blue Impressions esce postumo per la prima volta nel 1973 su doppio long playing e già allora si grida al miracolo per la bellezza di un concerto berlinese che viene immortalato su vinile, a cominciare dalla versione del cavallo di battaglia My Favorite Things che occupa un’intera facciata del vinile, ben 21 minuti contro i sette dell’originale incisa in studio: segno che ‘Trane’ non ripeteva mai un brano alla stessa maniera, anzi ciascun pezzo di un repertorio consolidato è per lui l’impegnativo pretesto per l’incessante ricerca sulle potenzialità garantite dall’improvvisazione tonale, talvolta mescolata alla più classica variazione sul tema. E da lì a un paio d’anni, dopo il concept A Love Supreme, la svolta free con Ascension andrà ancora più in là nel percorso della sperimentazione. Dunque a Berlino il 2 novembre 1963 con quello che la storia del jazz forse ricorderà come il maggior quartetto di ogni tempo – il leader ai sax tenore e soprano, McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria – si dà vita a un set di circa settanta minuti, in cui si susseguono i brani-chiave degli studio album sia Impulse sia Atlantic, con sette lunghe improvvisazioni, nell’ordine concertistico di Lonnie’s Lament, Naima, Chasin’ The Trane, la citata My Favorite Things, Afro Blue, Cousin Mary, I Want To Talk About You, più Spiritual e Impression tratte dal precedente concerto di Stoccolma (22 ottobre 1963); e non caso i Bonus riguardano differenti versioni di Naima, I Want To Talk About You, My Favorite Things (‘solo’ 14 minuti) sempre dalla performance svedese. Che cosa aggiungere di nuovo attorno a un disco pluriosannato? Anche su CD (Pablo Records) e a distanza di quarant’anni dalla prima pubblicazione non solo resta un documento fondamentale per comprendere e apprezzare la creatività istantanea di un genio del jazz, ma rimane pure tra i migliori dischi live di sempre, al di là di generi o categorie.

Boileau-Narcejac: Le incantatrici

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È successo di nuovo. Leggere un libro della “più grande coppia della letteratura nera” è sempre un’esperienza sconvolgente. Questa è la volta de Le incantatrici (testo del 1957, portato ora per la prima volta in italiano da Adelphi, nella traduzione di Federica e Lorenza di Lella), il secondo di una serie, speriamo molto lunga, di titoli che l’editore milanese sta approntando per la trentennale collana ‘Fabula’. Dopo l’ipnotico e agghiacciante I diabolici, il duo Boileau-Narcejac ci conduce ora nel suggestivo mondo dei saltimbanchi: la famiglia è quella degli Alberto, illusionisti, prestigiatori, gente che fa miracoli con l’arte dell’inganno lusinghiero. Ma Pierre Doutre, il loro figliolo, confinato in un collegio di gesuiti a Versailles, è diverso; lui che non può seguire in tournée le stramberie di famiglia, “aveva la sensazione di appartenere a una razza inferiore, si vergognava della propria goffaggine, desiderava restare solo, come un orfano”. Eppure. Eppure qualcosa lo ossessiona, qualcosa lo attrae, forse la vertigine stessa dell’inesistenza. “Esiste davvero – si chiede – il figlio di un prestigiatore?”.

Finché arriva il gran giorno: il posto è scritto su un telegramma: Kursaal, Amburgo; la persona è un uomo basso, pantaloni da cavallerizzo, giacca di pelle, e un collo tanto magro da sembrare “un intreccio di tendini”. L’uomo lo conduce in mezzo a dei carrozzoni su cui aleggia un odore di stalla e il sapore di un primo dolore, lasciato lì, tra corde, cappelli e bottiglie di champagne: è quel mondo arcano da cui, a un tempo, è attratto e spaventato. Gli esseri che lo popolano sono bizzarri, feerici, c’è Odette, la madre di Pierre, c’è Vladimir, “un individuo di una magrezza innaturale” e ci sono soprattutto le due gemelle, Hilda e Greta, i loro corpi fatati da silfidi, i loro occhi vitrei. La presenza delle due donne, tanto identiche che la loro visione pare l’effetto di una droga tra le più torpide, introduce Pierre Doutre nel mondo del doppio: doppifondi ovunque, doppie vite, doppie apparenze, doppie perversioni, doppie afflizioni. E, ovviamente, una doppia morte.

Come già avveniva ne I diabolici, anche qui il testo s’appoggia ma non si esaurisce nella corsa alla scoperta del colpevole. Boileau e Narcejac respingono anzi nelle ultimissime pagine del romanzo la funzione testuale non solo di svelare, ma pure di mettere in scena i movimenti abduttivi che conducono allo scioglimento del mistero. Il baricentro sta invece, e mirabilmente, nell’inquietante desiderio che aleggia intorno alle gemelle, nell’obnubilante agnizione che oscilla tra desiderio e spossatezza. Hilda e Greta sono candidamente lascive, sul palco il loro corpo è avvolto “in un velo di vapore azzurrino, in un chiarore mistico che ricorda le vetrate di una cattedrale”.

Romanzo di una sensualità perturbante, Le incantatrici mette in scena le inquietudini del desiderio, la possanza di una giovinezza tanto trionfante da far male, un amore impossibile e il dolore di scoprire che il sogno vissuto nel “buio caldo e umido del teatro” è l’incubo stesso che sostanzia il grande maligno utero che è la nostra esistenza. Il romanzo è una corda tesa, le parole che i protagonisti pronunciano un’eccitante astensione che mantiene fino all’ultimo un piede al di qua della tragedia (“non osavano parlarsi, per paura di dirsi cose irrimediabili”).

In un mondo in cui l’apparenza è tutto, ma l’apparenza non è un simulacro dell’esserci quanto del non-esserci, il protagonista del libro, Pierre Doutre, trova infine una soluzione nel diventare il centro medesimo dell’assenza attraverso una ossimorica e “diabolica presenza” che lascerà senza fiato i suoi spettatori e il lettore stesso, mostrando come il vero artista – tale si definisce l’uomo nelle ultime pagine del romanzo – non può che trovare una via grottesca ma sublime per astrarsi da (e addomesticare) l’orrore delle proprie illusioni.

Libri tanto amati: Martino Ciano e Céline

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(Foto di Martino Ciano)

Morte a Credito – Louis-Ferdinand Céline

Ferdinand lo sapeva bene che scrivendo questo libro sarebbe diventato immortale, anche se i tempi non erano maturi, anche se tutto era contro di lui. Un vero scrittore, però, se ne infischia delle epoche, della retorica e dell’educazione.

Sapeva bene che descrivendo la propria dissoluzione avrebbe parlato anche di quella degli altri. Un sentore comune è un fiore che sboccia nell’inconscio collettivo e sempre di più cresce nell’anima delle generazioni che verranno.

Sapeva bene che i debiti si scontano vivendo. La morte è un casello dove non si paga il pedaggio. Arriviamo alla fine del percorso esausti, pronti a dire finalmente è finita. Cos’altro può chiederci la morte se per raggiungerla ci siamo già dannati?

Sapeva bene Ferdinand che raccontando della sua adolescenza, vissuta in quei primi anni del XX secolo, in quel periodo che gli storici chiamano Belle Époque, avrebbe potuto raccontare solo del bel marciume che si annidava nella sua Francia malata di positivismo e di “borghesismo”.

Lui, ragazzino, poi adolescente, poi pronto a partire per la Grande Guerra.

Lui, che si fidava solo di suo zio.

Lui, che usava l’indifferenza per ribellarsi ai propri genitori.

Lui, che non voleva studiare, che non voleva lavorare, che non riusciva a dare un senso alla sua vita.

Lui, che si faceva le prime scopate con una donna matura.

Lui, che se lo faceva succhiare da un ragazzino più piccolo, ma buongustaio perché aveva scoperto che le palle di Ferdinand producevano tanta sborra.

Lui sapeva benissimo che scrivendo queste parole nel 1936 avrebbe creato ribrezzo e disapprovazione.

Il degenerato Céline, però, ha tirato dritto per la sua strada. La realtà è un insieme di cose che hanno un nome e un cognome. Non hanno un senso, così come non ce l’ha la vita di ogni essere umano, a meno che non si lotti per essere se stessi. Perciò Ferdinand se ne andava a zonzo, infischiandosene delle belle maniere, delle belle parole e dei buoni costumi. Doveva scoprire la sua vocazione, se stesso, il senso del non senso della vita.

Solo portando a termine questo difficoltoso viaggio ci meritiamo la giusta morte, quella assegnataci “a credito”, come una ricompensa.

Ed è così che il degenerato Céline parla a tutti noi.

Per questo Morte a credito è una pietra miliare.

Chi non legge questo romanzo è destinato a non veder mai terminare la propria notte.

***

Giornalista per l’emittente televisiva della provincia cosentina Rete 3 Digiesse, con un amore smisurato per la letteratura e la filosofia. Martino Ciano (1982) collabora con Satisfiction, Zona di disagio del critico e poeta Nicola Vacca, Gli Amanti dei Libri e la Rivista Euterpe. I suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e siti internet. Nell’aprile 2016 ha pubblicato per la Bookmark Literary Agency il racconto La logica del difetto. In uscita, per la casa editrice Opposto Edizioni, il romanzo Zeig.

I dischi di Guido Michelone: Tony Bennett, Live at The Sahara e Sings For Two

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Sarebbe ora di considerare Tony Bennett tra i maggiori cantanti di scuola jazz, particolarmente dotato nel genere crooner, di cui questi due dischi – titoli completi Live at The Sahara: Las Vegas, 1964 (Columbia) e Tony Bennett Sings For Two (Solar Records), uno live, l’altro in studio, sono testimonianze eloquenti nel periodo aureo del cantante newyorchese tra il 1959 e il 1964. Il raffinato pop jazz singer, nato nella Grande Mela la bellezza di ottantasette anni fa e tuttora attivissimo, anzi rinato a una seconda giovinezza artistica dal 2000 a oggi come mostrano ad esempio i duetti con Amy Winehouse o Lady Gaga. Oggi forse, per motivi anagrafici, difetta un po’ la voce, ma non lo stile e però, se si vuole ascoltare un Bennett al meglio della forma canora nel senso del tono, del ritmo, della potenza, dell’espressività è utile tornare all’album dal vivo registrato il 6 aprile 1964 nella Congo Room dell’immenso Sahara Hotel alla capitale del gioco d’azzardo, che poteva concedersi il lusso di invitare i maggiori entertainer dal mondo intero. Sulla scia dunque di Frank Sinatra e Dean Martin, che risultano un po’ i numi tutelari di Tony (benché egli possegga addirittura una voce più bella, sul piano della limpidezza), il nostro Anthony Dominick Benedetto (questo il nome di battesimo, dalle origini reggine) dà vita a uno show di tutto rispetto anche sotto il profilo estetico, sfoderando grinta e buonumore, sottigliezze e classicismi alle prese con ben ventiquattro brani del repertorio standard, che includono un po’ tutta la storia del pop e del jazz americani del primo Novecento; con lui il Ralph Sharon Trio e l’Orchestra diretta da Louis Basil a creare un’atmosfera swing via via allegra e romantica, sbarazzina e sognatrice. A confermare l’assoluta bravura di Tony Bennett c’è la ristampa economica Tony Bennett Sings For Two dell’album del 1959 in duo con il solo Ralph Sharon al pianoforte (tredici standard superlativi) a cui è allegato come bonus track Sings A String Of Harold Arden (1960), dove dodici canzoni del grande songwriter vengono interpretate assieme a un’orchestona ritmosinfonica condotta da Glenn Osser. Mettendo insieme, nell’ascolto, Live at The Sahara: Las Vegas, 1964 (Columbia) e Tony Bennett Sings For Two (Solar Records), ne vien fuori il ritratto di un cantante jazz che la storia di questa musica dovrebbe ricordare maggiormente!

 

Libri tanto amati: Tiziano Fratus e Elémire Zolla

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(Foto di Tiziano Fratus)

Zolla ovvero la radice nel sapere

Raramente mi affascinano gli scrittori che vanno per la maggiore, i Safran Foer, i Franzen, i Saviano. Tengo a dare fiducia alle voci che il tempo ha già avuto modo di macerare, sebbene ammetta di non essere del tutto estraneo al mio attuale contemporaneo. In queste prime stagioni da quarantenne ho ricominciato a gettare l’occhio a oriente, ridiscendendo le profondità dei classici cinesi e giapponesi e indiani, taoisti, confuciani, buddisti o sincretici, riaffidandomi alla verga lirica che brandivano alcuni grandi studiosi e mistici dello scorso secolo, li ritengo veri e propri pastori d’anime. Penso, ad esempio, a Pavel Florenskij, a Gregory Bateson, a Giorgio Colli, Petr Ouspenskij, Emil Cioran. Sarebbe un elenco articolato che si espanderebbe dalla poesia al diarismo di viaggio. Ma se c’è una voce che mi richiama, più potente di altre, attualmente, credo di poterla incortecciare nella «voce inabissata» di Elémire Zolla (1926-2002), docente, studioso, formatore, cultore delle spiritualità del mondo e viaggiatore. La prima volta che ne sfiorai la saggezza fu quando avevo vent’anni, metà vita fa, leggendo una selezione dei canti del Clarel di Melville, curato per Adelphi (e chi se no), l’immenso poema religioso composto, in un quarto di secolo, dal grande scrittore americano, che lo pubblicò a proprie spese, nella parte terminale della sua esistenza. Avevo già letto la traduzione integrale uscita per Einaudi, e questa ulteriore scelta di Zolla mi permetteva di approfondire diversi discorsi, quanto di iniziare a intuire che la spiritualità, probabilmente, avrebbe giocato un certo qual ruolo nel mio imminente futuro. Ho impiegato due decenni a farmene una ragione, a scavare dentro questo mio vuoto per riuscire a individuare alcune radici, da seguire e pulire. E così ci sono cascato dentro con mani, occhi e piedi: nell’abisso di significati di un volume come Uscite dal mondo (che offre, ad esempio, una delle più volanti letture del Pinocchio di Collodi, ben distanti dalla retorica e dalla critica abituali), gli immensi pilastri de I mistici dell’Occidente, una di quelle opere che non si finisce mai di leggere e con la quale si può duellare per una vita intera. Le tre vie, uscito nel 1995, è però il saggio sul quale vorrei soffermarmi per qualche battito di ciglia. La domanda che rincorre il pensiero di Zolla è come nasce la liberazione delle anime dai corpi, come noi umani possiamo riscattare la moksa, l’emancipazione: «La persona non esiste, è un raggiro della società, che ci vuole addossare i suoi doveri» dice Zolla, e proseguendo di questo passo allora mi verrebbe da chiedere e da chiedermi se non sia ancora più un raggiro la controfigura dello scrittore, del poeta, dell’intellettuale dei nostri beati giorni affrettati, ma qui ci si perderebbe in inutili faziosità. Ora, nessun uomo di minima esperienza e di cultura crede di poter scovare la profonda verità dell’esistenza e del mondo, capace di illuminare la sua strada, in un solo libro o in una sola voce, per quanto siano potenti, suggestive, soverchianti o irradianti. Si tratta pur sempre di semi, ma i semi, quando si spingono nella terra, prima o poi avvieranno qualcosa. I tre grimaldelli che Zolla afferra conducono a sondare tre diverse declinazioni di esperienza mistica e/o corporea. Una procede verso la quiete assoluta, la via della conoscenza e della meditazione, e trova attuazione nella pratica dello yoga. La seconda è la via del sentimento, fondata sul concetto di bhakti, porzione di energia cosmica che appartiene alle divinità che poi la infondono e condividono coi fedeli. La terza è il tantrismo, da tantra che può significare tessuto, trama, intreccio, e spinge ai limiti le esperienze del corpo, riunendo sentimento e conoscenza. Nonostante siano tre vie «disgiunte e divergenti», sintetizza Zolla, esse «guidano al medesimo esito». Siamo ancora oggi capaci di spingerci in quelle distanti terre interiori?

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Tiziano Fratus ha coniato il concetto di Homo Radix, la pratica dell’Alberografia e la disciplina della Dendrosofia. Pratica quotidianamente meditazione in natura e cura la rubrica “Il cercatore di alberi” per il quotidiano «La Stampa». Fra in suoi libri Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli, 2013), la Trilogia delle bocche monumentali (Laterza – L’Italia è un giardino, Il libro delle foreste scolpite, L’Italia è un bosco), il romanzo Ogni albero è un poeta (Mondadori, 2015), Il sussurro degli alberi (Ediciclo, 2013) mentre è in uscita Il sole che nessuno vede. Meditare in natura e ricostruire il mondo (Ediciclo). Ha pubblicato diverse raccolte di poesie fra le quali Un quaderno di radici (Feltrinelli) e Musica per le foreste (Mondadori); sue poesie sono tradotte e pubblicate in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, slovacco e lituano. Orchestra piccoli atti di dendrosofia dal nome La procreazione del bosco, accompagnando gruppi di persone a conoscere gli alberi, la natura e la meditazione. Vive in Piemonte in un villaggio ai piedi delle Alpi, laddove finisce la pianura e iniziano le montagne. Sito: http://www.homoradix.com