Libri tanto amati: La recherche di Gennaro Oliviero

recherche

Per l’appassionato proustiano, che Alla ricerca del tempo perduto sia – tra i capolavori assoluti della letteratura del Novecento – il più conosciuto, tradotto e letto, è un dato acquisito. Che poi da questo primato nasca – a livello soggettivo – il convincimento che l’amore per la Recherche abbia “cambiato la propria vita” (o che può “cambiarvi la vita”, come suggerisce Alain de Botton nel suo celebre libro) è questione tutta da verificare e chiarire. Chiarimento che non può che avvenire a livello del singolo individuo, così come singolare e irripetibile è l’opera di Proust (lo era anche per Virginia Woolf, che forse rivolgendo il pensiero all’inimitabile gigante proustiano scriveva: “Il nostro compito è di mettere insieme parole antiche in un ordine nuovo, perché sopravvivano e creino la bellezza, e la verità”). Ma veniamo al “je” (io) tanto proustiano, andiamo alla personale “recherche du temps perdu”. Quando avevo 14 anni (nel lontano 1954) mi innamorai di una ragazza di 19 anni, che vedevo la domenica mattina in chiesa: sorrisi, qualche parola, saluti furtivi, ecc. Era sempre accompagnata dalla madre, guardinga e sospettosa. Ma capitava talvolta che riuscivo a intrattenerla un po’ di più, quando la “suocera” si fermava dal parroco o dalle beghine della beneficenza. Attimi deliziosi e struggenti; indimenticabili attimi e desideri, sì, proprio desideri, ora, a distanza di anni, non solo in sogno, spesso “ritrovati”; ritrovati però in quel modo mirabilmente espresso da Proust: “I nostri desideri interferiscono via via l’uno con l’altro e, nella confusione dell’esistenza, è raro che una felicità giunga a posarsi proprio sul desiderio che l’aveva invocata”. Ma un triste giorno venne il momento della verità. Era la mattina di Pasqua, non c’era la “guardiana” (ammalata? connivente del mio “rivale”? ), ma c’era la mia morosa (si fa per dire…) in compagnia di un aitante giovane con una barba rossiccia da vichingo (io ero allora uno sbarbatello nel senso proprio del termine: avevo meno di 14 anni!): allacciati, mano nella mano, per me…inguardabili. Le passai accanto, ma non mi salutò neppure… la fedifraga. Capii che il sogno era svanito e caddi, per lunghe settimane, in uno stato di prostrazione che cercavo di mascherare nei confronti dei miei genitori. Se ne accorse però una mia zia, vorace lettrice, che mi disse: “leggi questo libro e forse guarirai”. Era Un amore di Swann: lo conservo ancora tra le mie reliquie più preziose. Quando lessi quell’explicit e quella amara conclusione sul rischio di “morire per una donna che non era il mio tipo” capii che era il momento di cambiar pagina: ma non cambiai quelle della Recherche, che diventarono, e lo sono tuttora, il mio “livre de chevet”. Poi vennero – molti anni dopo – la costituzione dell'”Associazione Amici di Marcel Proust” (ne sono il Presidente), la fondazione della rivista “Quaderni proustiani” che tuttora dirigo, la realizzazione del “Giardino di Babuk” (creato nella suggestione del Giardino di Illiers-Combray, paese d’infanzia di Marcel Proust), il premio letterario “Giardino di Babuk – Proust en Italie” e – ovviamente – la pubblicazione di tanti articoli e saggi proustiani. Cosa è oggi per me Proust? Un amico sempre presente, un interlocutore silenzioso, direi addirittura l’osservatore a distanza della mia vita: una sorta di “mise en abyme”, due specchi che si fronteggiano, immagini collocate nell’infinito; anche talvolta una “descente aux enfers” e tante – ma ora sempre più rare – risalite gioiose. Le tracce di questo percorso? Una l’ho trovata tanto tempo fa, nelle parole di Giacomo Debenedetti: “Per quanto singolare, per quanto differenziato, il protagonista della Ricerca era, tra tutti i personaggi che allora mi furono offerti, quello con cui si sentiva più forte la tentazione, più immediata e ricca, la possibilità di identificarsi”. E ancora: “Gli altri scrittori erano semplicemente scrittori, della stessa razza di quelli che avevamo studiato nelle storie letterarie, mentre Proust sembrava far parte direttamente del nostro destino, sembrava prendere la durata uniforme dell’esistenza e farne una fluida, stupenda, incessante calligrafia di luce”. Cambiare il proprio modo di vedere dopo la lettura della Recherche: per me ha significato anche – in molti momenti della mia vita e per lunghi anni – identificarmi con questo o quel personaggio. Oggi è diverso: sono convinto che la simpatia umana di Proust si esercita nella sua facoltà di non sopraffarci mai, anzi di farsi sentire vicino, confidenziale, fraterno, dovunque spinga – magari a un estremo che, a prima vista, potrebbe sembrare troppo sottile, prolisso, insaziato e farraginoso – la sua ricerca. Mi affascina ora – dopo varie letture del testo integrale (comprese le 3.000 pagine dell’edizione Pléiade), anche la docilità con cui l’opera proustiana – non solo la Recherche ma anche il Jean Santeuil, il Contre Sainte-Beuve, i “Saggi”, ecc. – si presta ad essere smembrata in “morceaux choisis” (brani scelti) malgrado il carattere di continuità che presenta, per il lettore, quell’ ninterrotto e quasi fatale fluire. Voglio concludere con un riferimento ad un aspetto dell’opera proustiana, che solo per brevità etichetto come il suo “côté” filosofico; la Recherche non è solo un travolgente viaggio nella memoria ma anche un germinare continuo di tematiche e riflessioni filosofiche che non hanno mai smesso di appassionare critici, studiosi e ovviamente lettori. Penso al riguardo che nessuno scrittore di nessuna epoca ha sentito più di Proust il conflitto, se non addirittura la contraddizione, fra l’ansia di una realtà oggettiva, evidente, e l’orrore di una deriva soggettivistica che trasformasse quella stessa realtà in un sogno elusivo, in una impalpabile proiezione di se stessi. Ecco perché l’opera, il pensiero e – perché no – anche il fascino che emana dalla figura di Marcel Proust mi hanno cambiato la vita: “Quel Marcel!”.

https://www.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fattribution_link%3Fa%3D4ILjAoPy4aw%26u%3D%252Fwatch%253Fv%253D16CtiAXoNIc%2526feature%253Dshare&h=hAQF-qpK9&s=1

***

Gennaro Oliviero è nato a Napoli nel 1940, dove attualmente risiede. È direttore della rivista annuale Quaderni Proustiani (l’unica bilingue – italiano/francese – tra quelle esistenti in Europa). Ha fondato l’ “Associazione Amici di Marcel Proust” nel 1998, di cui è Presidente. È autore di pubblicazioni riguardanti la figura e l’opera di Marcel Proust. Attualmente – dopo una lunga attività  di docenza universitaria svolta fino al 2007, durante la quale ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali in organismi pubblici e privati – si occupa della promozione di iniziative culturali riguardanti la letteratura, l’arte, lo spettacolo, ecc., nell’ambito delle strutture  della “Saletta Marcel Proust” e del “Giardino di Babuk” (via Giuseppe Piazzi, 55 – Napoli; sito  www.amicidimarcelproust.it). Ha curato – nel 2013 – insieme a Philippe Chardin, il numero monografico su Proust della rivista francese Europe, celebrativo del centenario della pubblicazione di Du côté de chez Swann .

Tra le numerose pubblicazioni (Il travet perduto, Come Quando Dove, ecc.) segnala il volume La Babilonia imprigionata (Clean Edizioni, 1995), resoconto di due viaggi umanitari in Iraq “all’epoca di Saddam Hussein”; ma oggi preferisce ricordare i saggi sull’opera di Proust: Proust e le cattedrali. Les Cathédrales de la Mémoire, Apparizioni pittoriche nella Recherche, Frammenti proustiani: vita e opere, Da Illiers a Caboug, Il Tempo ritrovat : un po’ di tempo allo stato puro nell’atmosfera della grande Guerra (pubblicati nella rivista annuale “QUADERNI PROUSTIANI” e nel sito www.larecherche.it).

 

Pierpaolo Vettori: La vita incerta delle ombre

incerta ombre

Non vi dico come va a finire Miranda Montelimar, ma sappiate che la sua storia mi ha fatto salire i brividi, a fasce veloci, lungo le gambe e poi sulla schiena. Di Miranda Montelimar ci si innamora; forse anche Alessandro, un ragazzo fragile e tormentato dagli incubi, l’avrebbe voluta vedere da vicino, per scoprirle i lineamenti del volto, per udire la sua voce, o per sorprenderla nuda tra le rovine del tempio di Asclepio. Ma di Miranda non può che conoscere la vicenda attraverso le parole di ‘zia’ Severina, che la conobbe di persona e ne conserva il segreto.
Miranda Montelimar è il fulcro lattiginoso della Vita incerta delle ombre di Pierpaolo Vettori, che torna in libreria, sempre per Elliot, dopo il forunato Le sorelle soffici. È una storia in quattro tempi, scanditi da titoli che ricalcano con naturale sapienza le disadorne qualifiche di alcune tra le più celebri composizione chopiniane, come preludio, studio e notturno. Sì, perché Miranda Montelimar, una silfide ragazzina reclusa, in qualità di orfana, tra le surreali stanze del collegio Sacré Cœr, è anche un’amante degli Studi di Chopin, una musica che per lei, e in misura minore per le amiche, rappresenta l’avvio più impalpabile verso la scoperta di quelle forze invisibili che urtano il sangue delle donne e a cui gli uomini si rivolgono, per citare il Proust presente in esergo, “come a oscure divinità”.
È un romanzo bello, questo, sul senso del confine e sul suo superamento, sul fragile divario che separa nella vita di noi tutti il divino e l’umano, la femmina e il maschio, l’amore senza limiti e quello che i limiti li pone, la vita incerta da quella vera; e Vettori, con una maturità che lo trattiene vicinissimo (più che nelle Sorelle Soffici), e con maggiore sofferenza, alle soglie di quello che Calvino chiamava il ‘fantastico quotidiano’, dal presente degli anni duemila ci sprofonda, con una struttura a cornice, in una torrida estate del 1962, tanto lontana nell’atmosfera e negli ambienti da risultare remota. La struttura è quella dell’imbuto, e nella disposizione cronologica dei capitoli, e nella collocazione spaziale dei luoghi. C’è un lago al centro, il lago di Malvento che ribolle in basso, con le acque dense e glassate dal mistero. Delle piccole isole ne punteggiano lo specchio, tra la vegetazione di una di queste fiorisce la cupola gialla del tempio di Asclepio, “colpita da frustate di ori antichi e rossi cupi”. Lì è il centro dell’imbuto (di un inferno, di un paradiso?), il luogo di confine verso cui convergono gli sguardi e le passioni delle ragazze del Sacré Cœr e dei cadetti della scuola militare di Boccafolle. Giovani fanciulle e aitanti ragazzi. Unica occasione di incontro il ballo annuale nella cittadina di Malvento Riviera. Per il resto del tempo l’isolamento: le femmine in “un edificio art nouveau con numerosi avancorpi e bovindi simili a bozzoli” (che nulla avrebbe da invidiare alle architetture di Gaudì), i maschi in una fortezza che avrebbe tutte le carte in regola per chiamarsi Bastiani.
L’estate, cardarelliana, fatta di grandi mattini e di giorni identici e uguali, in cui si svolge la vicenda, è il tempo dell’attesa, è la linea di confine sulla quale premono gli istinti delle ragazze  e dei ragazzi. Eppure, buzzatianamente, sembra non succedere nulla. Neppure durante il tanto sospirato ballo in cui i maschi avrebbero voluto immergersi nel gruppo delle femmine, “amarle tutte come se fossero state un unico organismo, un insieme indistinto, odoroso e morbido chiamato ‘ragazze’”. Per questo alcuni maschi, Stern, Sforza e Zomer, si decidono per una prostituta del paese, Velma; mentre le femmine forzano la mano fuggendo, di notte, verso l’isoletta del tempio di Asclepio, munite di gin e del mangiadischi con i vinili degli Studi di Chopin: lì attendono di diventare le adepte del dio, di scorgerne la coda, di farsi spiare dai vogliosi occhi dei ragazzi del forte. Ma è come se qualcosa li tenesse sempre lontani, irrimediabilmente separati, forse a causa di quella “maledizione dell’adolescenza, che li condannava alla vergogna e alla paura di essere inadeguati”.
Cosa accade? Che la coda del dio appare forse davvero e “quando vedi la coda di un dio, non torni più indietro. Questo mondo non esiste più per te”. La misteriosa e splendida Miranda Montelimar si volta in una specie di divinità per i cadetti; alcuni di essi divengono furiosi, per amore, per struggimento, per la malinconia della loro lunghissima attesa, del loro eterno corteggiamento. Il mondo attorno sembra crollare, gli adulti si eclissano, ammalati o spariti, i giovani desiderano senza freni, riducendosi infine a ombre, dalla vita incerta, ammaliati da chimeriche ossessioni, folli per le splendide menzogne che tra loro si raccontano, e incapaci di tornare alla realtà, quella realtà in cui la scuola rappresenta tutto ciò che è loro rimasto. Sognano: e con i sogni fanno una sacra rappresentazione della loro felicità, sperando di non essere solo degli “ospiti della vita”, ovunque disperati, senza essere stati felici da nessuna parte.
Poi accade l’irreparabile.

VITA INCERTA DELLE OMBRE def_Layout 1
A raccontarcelo, con una lingua che ripete delle screziature del lago la gamma infinita dei toni e delle modulazioni, è la voce esterna del narratore, focalizzata sul personaggio di una ragazza, Severina, dall’ingombrante apparecchio per i denti. Un’apparente gregaria della vicenda che sarà invece il legante di tutti gli ingredienti, il filo rosso che aggancia il passato al presente. Un presente in cui Severina sembra l’unica superstite di quel mondo lontano, di quell’estate bruciata; e non solo l’unica superstite: direi anche la staffetta di un messaggio che deposita nelle mani di Alessandro, un’eredità che dipinge l’amore come un dio pericoloso da guardare in faccia, che “ti rapisce, ti trascina e ti lascia come un guscio vuoto”. Ma al quale è impossibile sottrarsi.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction

http://www.satisfiction.me/la-vita-incerta-delle-ombre/

Giacomo Verri: il prosatore inverno

di Gianluigi Ricuperati

Giacomo Verri è stato una delle rivelazioni letterarie del 2012, con un romanzo, Partigiano Inverno, dal linguaggio molto aderente, come sognato in un sogno molto preciso intorno ai mille-volte-raccontati fatti della Resistenza, di rado così vividi ed esemplari. E’ anche un libro interessante perché è in parte nato dalla possibilità mancata di un altro libro: “Nell’estate del duemilaotto mi capitò tra le mani, svolgendo una ricerca estranea a questo scritto, un articolo apparso il venticinque aprile millenovecentocinqiantotto su un settimanale locale, il Corriere Valsesiano, dove l’uscita di ‘Gettone’ Einaudi dovuto a un tale Remo Agrivoci era data come un fatto certo…”. La cosa più speciale di questo romanzo, scandito in 24 capitoli intinti nel rigore di dicembre, è l’incedere talvolta salmodiante della prosa: una rivelazione, che a tratti mi ha ricordato la versione di The Partisan di Leonard Cohen, con quel passaggio tra inglese e francese, e il peso quasi intollerabile della sua voce ferma, stabile, nel centro dello stereoscopio, freedom soon will come, preceduta dalla frase più terribile: these frontiers are my prison.

Articolo apparso su “Rolling Stone” del marzo 2013, p. 142.

Libri tanto amati: Enrico Macioci e Stephen King

misery

E fu così che scoprii Stephen King

Nel 1991 avevo sedici anni e, dopo un’infanzia sommersa dai libri (e dal calcio) non leggevo più già da tempo, per motivi che qui sarebbe troppo lungo spiegare. Un pomeriggio (febbraio? Marzo?) pioveva a dirotto; non avevo compiti da fare o li avevo già fatti; non avevo amici da vedere; m’annoiavo. Rovistai distratto fra gli scaffali e notai un volume né grande né piccolo incastrato laggiù: Misery, s’intitolava. L’autore era Stephen King, un nome non ignoto alle mie orecchie; anni prima – quando ancora leggevo – avevo comperato Cujo, attratto dall’immagine di zanne sanguinanti su sfondo nero, ma mia madre me lo sequestrò e lo fece sparire in un amen. A Misery – spedito da Euroclub proprio a mia madre – mancava la sovraccopertina; nessuna sinossi dunque, nessun commento, solo una scarna tela azzurra con su scritti in caratteri d’argento nome e cognome dell’autore e titolo dell’opera – la ipsilon finale ad allungarsi verso il basso in una specie di svolazzo. Portai il libro in camera con me, chiusi la porta (a quel tempo dovevo considerare la lettura un’attività vergognosa, temo) e attaccai a leggere. Mi fermai solo a cena, dopo aver divorato circa un terzo del libro, col cuore a martello e le nocche bianche; gli altri due terzi li finii l’indomani o al massimo due giorni dopo: per me iniziò ufficialmente l’era/King che oggi, a distanza di oramai venticinque anni, prosegue più viva e florida che mai. In un senso piuttosto concreto posso affermare che tutto ciò che ho scritto e che scriverò nacque allora, io steso sul letto della mia camera nel lago di luce elettrica della lampada, la pioggia fuori, la paura e l’eccitazione e lo stupore della scoperta dentro.

Fu magnifico, ma fu anche uno choc. Per mia scelta o per obblighi scolastici avevo già assaggiato libri coinvolgenti, L’isola del tesoro, Pinocchio, Le avventure del Capitano Grant, Viaggio al centro della Terra, L’Isola misteriosa, Lo scarabeo d’oro, Il fantasma di Canterville, Il vecchio e il mare, Il giovane Holden, La metamorfosi e parecchi altri; ma non sapevo che la lettura potesse trasformarsi in un’ipnosi, in un brusco e assoluto sequestro dal mondo reale. In compagnia di Stevenson o Verne rimanevo assorto però non mi assentavo, non del tutto (anche se il vecchio Long John Silver…); una parte di me restava vigile. Invece leggendo Misery mi tuffai a corpo morto nella storia come uno che si getta in un lago di notte, uscendone solo per voltarmi a controllare la tenda quando udii provenirvi un rumore. Ero terrorizzato, Dio santo! Ero divenuto Paul Sheldon ed Annie Wilkes si trovava vicina, vicinissima, nella mia stanza, alle mie spalle; e da un momento all’altro sarebbe venuta fuori da dietro la tenda, m’avrebbe afferrato per poi calare su di me la sua terribile ascia… e sciacquare il pavimento. In particolare mi colpì la scena in cui Annie ammazza il povero giovane poliziotto giungendo in groppa alla falciatrice come una grottesca valchiria fra le dune nevose; agli occhi di Paul Sheldon, e di chiunque parteggi per lui, Annie diviene là ben più che una psicotica: è una dea.

Quando giunsi all’ultima frase – “Ora la mia storia è raccontata” – avevo in mente due cose: il dispiacere che il libro fosse finito e il desiderio (anzi il bisogno) di procurarmene un altro – di  Stephen King, naturalmente. Cercai subito Cujo ma non lo trovai, mia madre l’aveva portato nella casa giù al paese, altro che inquisizione; mi precipitai in libreria e comperai Christine. Christine m’incantò. Dopo Christine comperai Le notti di Salem, e poi La zona morta, e poi Quattro dopo mezzanotte, e poi Cose preziose, e poi La metà oscura, eccetera eccetera eccetera. Grazie a Misery si riattivò in me il piacere di leggere, un piacere puro e incontaminato, scevro da secondi fini. Non so come King si collocherà nel tempo a livello artistico ma d’un fatto non dubito: è lui il più grande dei cantastorie. Lui racconta con la facilità e la naturalezza con cui respira. Lui lascia fluire le storie come scorrono i fiumi nei loro alvei. Ho letto l’intera sua sterminata produzione tranne la saga della Torre Nera, vale a dire una sessantina di libri; di questi una decina mi hanno deluso, un’altra decina mi hanno lasciato tiepido, una ventina mi sono piaciuti molto, una decina moltissimo e una decina mi hanno sconvolto, commosso, segnato, trasformato; hanno spaccato quel famoso ghiaccio interiore di cui parla Kafka; mi hanno aiutato a comprendere meglio me stesso, gli altri, il mondo (penso alla novella Il corpo nella raccolta Stagioni diverse, penso a Il miglio verde, penso a 22/11/63 o a Cuori in Atlantide o al racconto breve Il braccio, nella raccolta Scheletri). Inoltre, per quanto possa sembrare strano vista la loro crudezza, questi libri mi hanno regalato gioia. Perché un buon libro, seppure narra faccende tristi o drammatiche o spaventose, provoca un incremento di vita, una trasfusione di energia. Tu lo leggi ed è come se avessi fatto benzina e fossi pronto a ripartire lungo la strada impervia dell’esistenza. Un simile innamoramento non mi è mai più scattato in seguito per nessun romanziere. Non so se sarebbe accaduto lo stesso qualora invece di Misery mi fossi imbattuto in un altro libro di King; è possibile, ma è possibile anche di no. Misery si colloca fra le sue opere migliori. Però non ha molto senso chiederselo. Mia madre mi proibì Cujo ma era abbonata ad Euroclub; si dimenticò di ordinare il libro mensile ed Euroclub le spedì un libro a caso; quel libro a caso era Misery e sempre per caso un pomeriggio di pioggia mi capitò sott’occhio, lo tirai fuori dallo scaffale, mi chiusi in camera, iniziai a leggerlo, lo amai. C’è abbastanza caso da credere al destino; e io ci credo.

***

Sono nato a L’Aquila nel 1975. Laurea in Giurisprudenza e in Lettere Moderne. Ho pubblicato la raccolta di racconti Terremoto con Terre di Mezzo nel 2010, il romanzo La dissoluzione familiare con Indiana nel 2012 e il romanzo Breve storia del talento con Mondadori nel 2015. Ho inoltre pubblicato svariati articoli su riviste sia cartacee che on line e su siti quali “Il primo amore”, “Nazione indiana” e “Vibrisse”.

Schiacciati dalla grande editoria?

grande editoria

L’acquisizione di Rcs libri da parte di Mondadori ha avuto il merito di rendere scottante il dibattito sulle sorti della piccola e media editoria. Ci ragiona in chiave ironica, anzi grottesca, Antonio Manzini, padre del vicequestore Rocco Schiavone, in un romanzo, questa volta distopico, Sull’orlo del precipizio (Sellerio), kafkiana, o orwelliana, vicenda di Giorgio Volpe, il più grande scrittore italiano dei suoi giorni, che, tra le mani le bozze dell’ultimo lavoro, apre gli occhi su una realtà alloppiante: la casa editrice per la quale ha sempre con affetto e onestamente pubblicato è diventata un mostruoso monorganismo che tutto domina. Tutto il mercato, tutti gli autori, tutti i testi. Tutti i prodotti.

Al lettore curioso lascio di scoprire come la trappola in cui s’impania Giorgio Volpe venga o meno elusa, ragionando qui sul modo in cui oggi una piccola o media casa editrice possa resistere nel mare magnum della produzione libraria italiana. Chi scrive non è un editore né un professionista del campo. Io quel mondo lo conosco come autore (poco più che esordiente) e soprattutto come lettore. Perciò non intervengo per prescrivere formule né rimedi, ma solo per snocciolare una serie di personali riflessioni.

Innanzitutto alcuni dati (prima di scrivere questo articolo, non li conoscevo; o meglio, non ne avevo una percezione tanto nitida. Visti nero su bianco, uno dietro l’altro, mi hanno fatto inarcare le sopracciglia): in Italia vengono pubblicati (almeno nell’ultimo lustro) tra i 50.000 e i 60.000 titoli l’anno, e oltre 8.000 sono le case editrici presenti sul suolo nazionale, sebbene solo poco più di mille riescano a pubblicare almeno 10 libri ogni dodici mesi (io credo che un lettore forte conosca al massimo 100, forse 150 editori). Qualcuno potrebbe dire che la produzione libraria italiana ha una struttura vertiginosamente piramidale al cui apice stanno quei pochi Grandi che scodellano tanti libri, e poi, via via, i Medi e i Piccoli che di libri, per evidenti motivi economici, ne sfornano progressivamente di meno. C’è un però. Ed è che solo 150/200 libri all’anno raggiungono tirature di 20.000 copie, mentre l’infinito arcipelago degli altri titoli incespica tra le 500 e le 1.500. Questa non è una struttura a piramide; questo è un coperchio di padella, piuttosto largo e alquanto sottile, con un pomello piccino piccino su cui si arrampicano pochi autori e pochissimi editori.

L’editoria nostrana è dunque un ampio e stracarico veicolo, alla cui guida, forse senza patente o in stato di ebbrezza, mi piace pensare ci stiano i sempre più deboli e meno numerosi lettori (è per questo che i libri per ragazzi sono in crescita? Per allevarne di nuovi, più freschi, più coscienti?). E quali sono i guai in cui versano i Medi e i Piccoli editori? Innanzitutto io non credo nel danno provocato all’Altra editoria da Mondazzoli (o Rizzandori, come suggerisce di nominare la virile fusione – con richiamo viagresco – il celebre agente letterario Roberto Santachiara). Mondadori e Rcs erano già grandi (parlo in termini quantitativi) prima e già prima schiacciavano i Piccoli.

La pressione ora esercitata non credo possa essere proporzionalmente maggiore. Semmai il problema sussiste per i gruppi che sono stati inghiottiti dal Minotauro, in termini di minore autonomia; non per nulla Roberto Calasso si è ricomperato il gioiello adelphiano, Rosellina Archinto lo storico marchio che porta il suo nome, e Elisabetta Sgarbi ha scarnificato Bompiani di se stessa e di un gruppo dorato di nomi illustri (da Eco a Veronesi, da Tahar Ben Jelloun a Michael Cunningham) pronti al varo della Nave di Teseo. Penso piuttosto che adesso, come prima, il problema maggiore sia il numero astronomico di libri pubblicati a petto del restringimento del bacino dei lettori. Migliaia di titoli vomitati dalla smania ipermoderna per la novità e per l’aderenza a ciò che è attualità mediatizzata (un centinaio di libri sull’Isis nell’ultimo anno, e quasi zero sulle numerose guerre che insanguinano i quattro cantoni dell’Africa) non fanno bene a nessuno. Ai Piccoli (e Medi) editori ciò induce, in particolare, una frustrante perdita di visibilità che si somma ai problemi di distribuzione e ai sempre più inconsistenti passaggi in vetrina (un libro oggi sta mediamente in libreria per 30-40 giorni e poi viene reso all’editore).

La concorrenza è spietata. I piccoli pedoni debbono reggere di fronte al gagliardo strapotere economico di alfieri, torri e regine (a volte vanagloriose, a volte semplicemente nobili per le risorse che hanno e per i libri – belli – che pubblicano). E mentre i Grandi snocciolano ai loro sottoposti forme contrattuali che alimentano il precariato (secondo la formula ormai celebre: se rinunci a questo lavoro, troveremo senz’altro qualcuno che lo farà al posto tuo), i Piccoli lavorano ormai con organici ridotti all’osso. Come resistere? (E per i più Piccolini) come continuare a esistere?

L’iperproduzione, come l’incontinenza, non si può calmierare (a meno che un giorno o l’altro il governo non introduca una ‘quota libri’ sul modello della ‘quota latte’); campi dei miracoli in cui far crescere soldi non ce ne sono. Dunque è bene che il Piccolo (forse più che il Medio) resista tenendo ben fermi i principi con i quali si è infilato nella mischia. Occorre che ci sia alle spalle un progetto editoriale netto, un progetto editoriale forte, e che esso venga sviluppato in maniera coerente nel tempo. Occorre darsi una veste grafica non solo accattivante ma ben riconoscibile. Occorre confezionare un prodotto sempre buono perché nella piccola editoria non sono tollerabili gli scarti o le seconde scelte che invece fanno massa nei folti cataloghi dei big. Occorre continuare a credere che solo con la cultura si possa uscire dalla crisi. Occorre sperare ancora nelle splendide follie della ragione umana.

Tutti apprezzabili e condivisibili propositi. Tutti da inseguire, da domare, da cavalcare. Dire come, però, non è facile. Specie per uno, come me, che non fa l’editore di mestiere. Io scrivo (poco) e leggo (molto). E credo che, di là dalle sacrosante posizioni di difesa qui elencate, il Piccolo e Medio editore non debbano mai capitolare di fronte a ciò che è facile e immediato. Ciò che è facile e immediato, il libro che carezza le nostre aspettative di lettori pigri, è appannaggio dei Grandi. Sono loro che propongono (accanto ad altri bellissimi testi) il romanzo che trucca i sentimenti e arriva subito al cuore. I Grandi hanno per loro natura – possono permettersi – un reparto di libri scheggia, di libri veloci, di libri fast. I Piccoli non hanno le risorse né la visibilità per farli. E non deve essere, a parer mio, nella loro indole. I Piccoli e i Medi devono puntare a produrre degli slow book, libri da leggere adagio, libri da assaporare come un vino buono, come un formaggio stagionato, come una spezia rara.

Resistere significherà quindi mettere un freno alla marcia a tappe forzate imposta dal mercato, vorrà dire opporre alla frenesia una tenace perseveranza. Perché? Perché comunque mancherebbe un motore sufficientemente aggressivo, perché a correre a rotta di collo tutti insieme si finisce per cadere, e perché ogni libro – ben più di un diamante – dovrebbe essere per sempre.

Articolo apparso per la prima volta su Patria Indipendente, il 15 gennaio 2016

http://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/piccola_editoria_fra_resistenza_ed_esistenza/

Libri tanto amati: Antonio Maddamma e Le notti bianche

notti bianche

Lo so, dirvi perché ho amato Le notti bianche (Belye Noči) di Fëdor Dostoevskij è un po’ come raccontarvi del mio primo amore. Per questo tacerò qualcosa. Ma vi confesserò almeno che questo prezioso libretto è stato per me come la Vita Nova di Dante, di un Dante a me più vicino, ma egualmente giovane. “In quella parte del libro de la mia memoria…”. E libro e memoria sono parole che ricorrono ossessive nelle pagine de Le notti bianche, quasi contrappunto di romanzo e sogno. Immaginate un giovane che ami così tanto la notte da vivere con angoscia fin le prime ore del mattino, che coltivi la solitudine pur con la paura di restare solo, che pretenda per la consuetudine dei suoi sguardi di conoscere gli abitanti e le case della sua città, che superatone il confine si ritrovi allegro nell’abbraccio di una campagna primaverile “proprio come se, improvvisamente, mi fossi trovato in Italia, tanta era la forza con cui la natura aveva colpito me, cittadino malandato e mezzo soffocato tra le mura della città” e che infine, inebriato di bellezza, vi rientri canticchiando, passando per una strada rasente al suo antico fiume. Finché non appaia lei. Avevo negli occhi della mente il terzo capitolo della Vita Nova mentre leggevo questi versi e forse anche il dipinto di Henry Holiday. Pietroburgo come Firenze, la Neva come l’Arno. Beatrice e Nasten’ka: la prima vestita di bianco, che accenna un virtuoso saluto; la seconda vestita di nero, che prorompe in un pianto singhiozzante. L’ora nona del giorno, le dieci della sera. Ed ecco che le storie divergono. Eppure Dante e Fëdor sono una cosa sola, due sognatori senza nome che giocano la partita con un signore che si chiama Amore, illudendosi di vincerla, come anche una cosa sola sono quelle angiolette diciassettenni, belle ed amabili, eppure impossibili perché promesse al loro sposo. Quattro notti e un mattino. “Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”

***

Antonio Maddamma è nato a Senigallia (AN), dove vive, nel 1976. Scrittore, poeta in lingua e dialetto, è risultato vincitore di diversi premi letterari. Dal 2006 è redattore del blog letterario “LibriSenzaCarta”. In veste di regista e attore ha realizzato un adattamento e riduzione teatrale del Pluto di Aristofane (2006) e dell’Anna Bolena di Benedetto Arsilli (2010). Ha curato le antologie di racconti Marchenoir (Ancona, Italic Pequod, 2012) e Tremaggio (Senigallia, Ventura Edizioni, 2014). Sue poesie in dialetto sono presenti ne I poeti dialettali di Senigallia, vol. 2 (Senigallia, Edizioni La Fenice, 2011) e nell’antologia del Premio Poesia Onesta 2014 …eppur si scrive (Camerata Picena, Associazione Culturale Versante, 2014).

La prosa vigorosa di Racconti partigiani

w-la-resistenza

di  Ida Bozzi

Prosa vigorosa, nutrita di una letteratura che va da Fenoglio al primo Calvino: interessante la raccolta Racconti partigiani di Giacomo Verri (Biblioteca dell’immagine, pp. 127, euro 14) già autore di Partigiano Inverno. Nei suoi eroi si percepisce l’irruenza e il dolore di quella stagione, ma anche la gioia tersa per la Liberazione di aprile, il senso di una lotta da abbandonare per lasciare spazio alla democrazia.

Recensione apparsa su “Il Corriere della sera, il 27 maggio 2015