Inventare storie: le 10 regole di Andrea Nicolussi Golo

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1. Abita la tua storia a lungo. Fai che non contrasti con il vero, ma che non sia vera.
2. Raccontala a te stesso ad alta voce. Imparala a memoria.
3.Scrivi. Non è la storia che già sai, ne stai scrivendo un’altra, ma non puoi farci niente.
4.Scrivi sempre e quando sei stanco scrivi ancora. Rare parole ogni giorno.
5. Rileggi. Ogni volta dall’inizio ad alta voce.
6. E quando sei stanco rileggi ancora. Dall’inizio. Di nuovo. Ad alta voce.
7. Riscrivi tutto da capo.
8. E quando sei stanco riscrivi di nuovo.
9. Quando pensi di aver finito ricomincia ogni cosa dall’inizio.
10. Fai leggere a qualcuno, ti dirà che è tutto sbagliato, tutto da rifare. Ok non è divertente, se hai di meglio da fare fallo senza pensieri. Personalmente vado in bicicletta.

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Andrea Nicolussi Golo (1963) lavora come operatore culturale presso l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Da dieci anni scrive in lingua cimbra sui maggiori quotidiani locali del Trentino e su varie riviste, ha collaborato con la rivista di montagna “Alp”. È accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM). Nel 2010 per le edizioni Biblioteca dell’immagine ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche. Nel 2011 gli è stato assegnato il prestigioso premio “Ostana Scritture in lingua madre”.  Nel 2013 su autorizzazione Einaudi Editore ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2014 ancora per Biblioteca dell’Immagine ha pubblicato il romanzo Diritto di memoria. Ha pubblicato varie fiabe per ragazzi.

Inoltre è stato finalista e segnalato al premio ITAS letteratura di montagna 2017 con l’ultimo libro Di roccia di neve di piombo (ed. Priuli & Verlucca collana I Licheni 2016).

I dischi di Guido Michelone: Al Di Meola, Live ’95

AL Di Meola

Ventun anni dopo la realizzazione, vengono pubblicati i nastri (opportunamente rimasterizzati) dei concerti tenuti dal chitarrista del New Jersey (ma con origini italiane), all’epoca quarantenne, presso Down Peabody Under a Cleveland (Ohio) esattamente il 19 gennaio 1995 (Hi Hat Records, Disco Buscadero). Già  allora leggendario quale chitarrista fusion, Di Meola, era però ricordato più per il contributo ai Return To To Forever di Chick Corea e Stanley Clarke o per la collaborazione al super trio con Paco DeLucia e John McLaughlin, mentre i lavori discografici a nome proprio non ottenevano la completa benevolenza da parte della critica musicale, forse a causa delle stesse ragioni, con le quali Al voleva imporsi a 360 gradi. L’obiettivo primario – avvertibile, poi, anche in questo Live ’95 – era infatti sfidare o abbattere ogni forma di categorizzazione stilistica, da un lato lanciandosi allo strumento elettrico verso un crossover plateale, dall’altro proponendo invece alla chitarra acustica un sound virtuosisticamente raffinato, tra  la classica e la world music, un po’ come succedeva del resto dividendosi tra Corea-Clarke nel primo caso e DeLucia-McLaughlin nel secondo. Per conciliare queste duplici peculiarità , Al inventa questo World Project, in cui alterna non solo svariati modelli chitarristici, ma soprattutto spazia attraverso distanti sonorità ben oltre il jazz acustico e/o elettrico da lui interpretato: nel doppio CD si avvertono infatti le presenze del tango, del samba, del flamenco, dei ritmi latinoamericani e delle melodie mediterranee. Andato originariamente in onda su Radio WPCN-FM, Live ’95, con un booklet che riporta un articolo del Los Angeles Time (18-2-1995) sul dualismo di Di Meola, offre dodici lunghi brani: Paradisio, Capoeira, Chilean Pipe Song, If We Meet Again, Cielo E Terra nel primo dischetto e Summer Country Song, Theme Of The Mothership 1, This Way Before Us, Orange & Blue, Mediterranean Sundance, Tango Suite Part 1, Song To The Pharoah Kings.

Kent Haruf, Holt, western, buoni e cattivi: un’evoluzione

di Marco Patrone

Quanto la storia editoriale di un libro o di una serie di libri ne condiziona la lettura, la maniera di vederlo e interpretarlo? Il recupero di Kent Haruf nel nostro paese, merito di NN Editore, ha visto pubblicato per primo il potente Benedizione (Benediction) del 2013, per poi proseguire con Canto della pianura (Plainsong) del 1999, con Crepuscolo (Eventide) del 2004 e infine con Le nostre anime di notte (Our souls at night) del 2015 (le date si riferiscono alla prima edizione americana). La trilogia di Holt può quindi ben essere vista come tale (visione dell’editore), ma anche come una coppia (i primi due per data di uscita sono legati tra di loro da personaggi e storie) e ancora come una quadrilogia, se ci si mette dentro l’ultimo, e ci si ricorda che Haruf stesso parlò di “loose trilogy” – una trilogia sciolta, aperta quindi a bisogni e modalità del lettore. Io sono di quest´ultimo avviso. Quattro, per quel che mi riguarda.

Non so se le definizioni, le distinzioni, la divisione in blocchi logici e omogenei facciano bene alla letteratura: per quanto mi riguarda, dopo essermi goduto i quattro romanzi, ci sono tornato sopra e ci ho riflettuto, e trovo adesso legittimo fare qualche considerazione evolutiva, vederli in relazione l’uno all’altro, in particolare per quel che riguarda le ambientazioni e i temi, i paesaggi e le stanze, la definizione dei buoni e dei cattivi, la maniera in cui Holt interagisce con il resto: in questo senso definirei i primi due romanzi come ciclo western e della natura e gli ultimi due come ciclo della famiglia e degli interni.

Parlando di western, in Canto della pianura troviamo una forte caratterizzazione di questo tipo in alcuni personaggi: il Professor Guthrie ha tratti quasi da cowboy solitario, da bravo sceriffo in ambasce di fronte a una certa violenza implicita e in qualche modo insensata, rappresentata dal suo alunno Russell Beckman e dai genitori,  e in effetti la scazzottata che si produce tra di loro ha contorni da western tradizionale, magari da buon prodotto popolare di genere (non che qui si voglia attribuire ad Haruf un atteggiamento ironico o postmoderno in questo senso – no, si tratta di realismo, di cose che avrà visto accadere svariate volte a Holt – nei suoi luoghi trasformati nella fiction in Holt).

Se Beckman e la sua famiglia rappresentano (vengono descritti come) vilain privi di particolari sfumature (questo ruolo verrà interpretato in Crepuscolo dall’ancora più malefico Hoyt Reines, come vedremo), dal lato dei buoni troviamo diversi personaggi, alla testa dei quali si trovano ovviamente Harold e Raymond McPheron, fratelli indivisibili e contadini, intenti alle loro attività, uomini che vivono e sbuffano giorno dopo giorno, nei campi, nelle stalle, col bestiame, nel sacrificio apparentemente privo di ricompensa.

Sbagliando secondo me per troppa passione Antonio Franchini durante un suo intervento sullo scrittore ha paragonato Holt a Derry e sottolineato come da una parte nella cittadina kinghiana vi sia una contrapposizione tra il bene (rappresentato dalla comunità) e il male (il pagliaccio, come elemento malvagio-trasgressivo) mentre a Holt il male sarebbe nella comunità (gretta, sospettosa, malpensante) e i McPheron rappresenterebbero un contraltare salvifico rispetto a IT. Mi pare non possa essere proprio così, intanto – seguendo il ragionamento su King – direi che il pagliaccio è emanazione e quasi catarsi del male pensato ed esperito nella cittadina del Maine, non mi pare però (proprio per questo) si possa dire che i McPheron stiano in positivo a Holt come il Clown lo fa in negativo a Derry, i due fratelli non nascono da Holt, anzi, se ne tengono separati, in un certo senso, non ne espiano i peccati, si limitano a salvarne (se così vogliamo) una singola rappresentante, peraltro aiutati e sostenuti da altre persone che a Holt ci vivono, di conseguenza non mi pare nasca una chiara dinamica dentro/fuori, semplificando in città c’è del marcio, ma non lo è tutto, e in campagna c’è del buono, ma non indiscriminatamente (per fare un esempio, le bestie, gli animali non sempre sono davvero innocenti).

Se IT è il mostro evocato, creato, per stigmatizzare e punire le malignità di Derry, i McPheron insomma non sono venuti al mondo per moralizzare, evangelizzare Holt.

Tuttavia, la domanda se qui Haruf abbia peccato di eccessivo nel tratteggiare i due fratelli è lecita e mi pare destinata a trovare risposta nella riuscita letteraria: sulla pagina i personaggi funzionano, come la loro dinamica con gli altri.  Certamente nel corso della serie l’autore aggiungerà alla sua tavolozza una maggiore gamma di sfumature.

Sostanzialmente Crepuscolo segna una continuità con il suo predecessore: i McPheron sono sempre (molto) buoni, gli animali si rivelano ancora meno innocenti, come dicevo il ruolo del cattivo viene interpretato da Hoyt Reines, e credo non sia un caso che questo personaggio venga accostato a una coppia d ulteriori “buoni” in qualche modo speculari ai McPheron, ovvero i Wallace: Betty (nipote di Hoyt) e il marito Luther. I McPheron hanno fatto una scelta di isolamento – i Wallace l´hanno subita. I primi sanno riconoscere il male e in qualche loro modo testardo e ingenuo difendersene, i secondi lo sanno riconoscere, ma sono troppo deboli per opporvisi. I McPheron possono pur essere definiti – con un certo margine di approssimazione – vicini a una categoria di ingenuo sapiente, l’ingenuità dei secondi sfocia più francamente nel disadattamento e nell´idiozia. In un certo senso – anche per come è costruito il personaggio – potremmo essere in un girone dantesco, dove Hoyt è un demonietto che tormenta anime perse e senza alcuna possibilità di replica, questo valga anche per contestualizzare gli aspetti religioso/biblici che ogni tanto sembrano intrufolarsi nella maniera in cui Haruf costruisce determinati personaggi e scene.

Sul versante western/bucolico questi due libri sono pure zeppi di descrizioni tecniche (che uniscono competenza fattuale a ottima ispirazione letteraria) relative all’allevamento dei vitelli, ma da notare pure una certa insistenza sul vestiario, specie quello maschile: cappelli a larghe tese, altri “della domenica”, camicie di flanella, stivali da lavoro, giacche imbottite contro il freddo, un vero e proprio campionario “redneck” (in accezione qui non negativa), che ben si attaglia alle predilezioni dei personaggi (anche chi non fa l’allevatore di mestiere – come Guthrie – se ne occupa diciamo per hobby, è disposto comunque a dare una mano, il legame con la terra rimanendo quasi caratterizzante, distintivo, una sorta di titolo di merito e aggancio alla tradizione).

Non mancano però riferimenti a quello che verrà: in particolare la vita all’interno delle famiglie, frante, divise, problematizzate, e la comparsa dell’amore “senile”. Passeranno nove e undici anni, e ne varrà la pena.

In effetti con Benedizione assistiamo a dei primi ma incisivi cambiamenti, che non contraddicono la poetica di Haruf ma direi la completano, o forse la spostano. Mi pare che dalla prevalenza di esterni si passi a un sovrappeso degli interni, e dalla contrapposizione di bianchi e neri si passi a una maggiore gamma di sfumature, come suggerivo prima.

L’eroe della storia è Dad Lewis, un uomo retto, che avrebbe potuto diventare un altro monolite di bontà e senso pratico, ma nella malattia e nell’avvicinamento alla morte veniamo a sapere del suo difficile rapporto con il figlio a causa della sua omosessualità, che Dad non è mai riuscito ad accettare. Dallo scontro di forze, di violenze, direi quasi “a chi ce lo ha più duro” dei romanzi precedenti, si passa a quello di valori interno alle dinamiche familiari, come uno scontro di valori viene ingaggiato dalla comunità con il personaggio problematico del reverendo Lyle. Quest’ultimo suscita reazioni violente negli abitanti di Holt e negli stessi familiari, la contrapposizione e il combattimento escono però dal piano dello scontro fisico – direi della lotta da saloon come qualche volta accaduto nei romanzi precedenti – per assumere contorni dialettici, quasi da dibattito, da tribuna politica, seppur (o proprio per questo) accanita e urlata. Emblematica la scena del sermone e della chiesa, in questo senso, costruita in maniera quasi teatrale con personaggi che si alzano per prendere la parola ed esibirsi di fronte agli altri.

La bontà e la speranza non mancano però neppure in questo caso, rappresentati dalle figure di Willa e Alene Johnson e dal loro rapporto con Lorraine – figlia di Dad Lewis – e con la piccola Alice, direi sublimati nella famosa e cinematografica scena del bagno nella cisterna.

Torniamo a Dad: l’uomo è nelle sue convinzioni morali tanto integralista (giustamente, dal punto di vista del lettore) con il proprio dipendente disonesto, quanto lo è (ingiustamente, dal punto di vista del lettore) con il figlio. La tensione fisica dei primi due libri rimane però repressa: Dad vorrebbe che il figlio – con cui sta cercando una difficile redenzione, sul letto di morte – gli spaccasse la faccia. Ma lui, ovviamente, si rifiuta. Non che voglia far passare Haruf e i suoi personaggi dei primi due libri come dei bifolchi senza speranza e pronti a menar le mani, ma mi pare che qui si entri in un’altra e più dolente, più sfaccettata dimensione.

Nell’ultimo Le nostre anime di notte la focalizzazione sul familiare e sull’interno si acuisce. Possiamo immaginare di trovarci qualche anno dopo rispetto alle vicende di Benedizione (il tema del tempo e della collocazione è comunque abilmente eluso in Haruf, in Canto della pianura l’unico appiglio era stata una battuta su Nancy Reagan, qui addirittura compare un telefono cellulare, aiutandoci un po’). La storia può essere definita come un dramma o una commedia (tragica) da camera, se anche l’entità chiamata Holt, già negli altri romanzi allo stesso tempo quinta teatrale ma allo stesso tempo coro giudicante, assolve il suo ruolo disapprovando e chiacchierando la relazione tra Louis e Addie, è in primis la famiglia della seconda a caricarsi sulle spalle il ruolo di contendente, di polo negativo, di elemento di contrasto e lotta, anche in questo caso  condotta puramente sui canoni della morale, o a volerla dire meglio delle apparenze e del perbenismo.

Ironico: laddove Dad Lewis aveva giudicato e disapprovato un atto omosessuale consumato dal figlio adolescente, qui Gene – il figlio di Addie – giudica e disapprova un non-atto eterosessuale non-consumato dalla anziana madre (visto che l’amore tra i due protagonisti è fatto di parole). Come coi fratelli McPheron, pare anche qui che negli anziani si concentri l’energia diciamo salvifica, ma diciamo che le generazioni successive in Le nostre anime fanno una figura più magra e meno onorevole che nei precedenti libri di Haruf. Era d’altra parte probabilmente in premessa per una storia di addio (scritta da Haruf nell’imminenza della morte e nel rimpianto, nel dolore seppur pacificato), che lo scrittore congegna in maniera in qualche modo più lineare e urgente, con meno concessioni alla coralità e al montaggio parallelo. Come dire – questa volta al centro ci sono io. Sto morendo, ho qualcosa da dire.

Qualche volta riferendosi alla trilogia o quadrilogia di Holt potrebbe nascere la sensazione di trovarsi di fronte a un blocco uniforme di ambientazioni, temi e personaggi. Pur nella fedeltà sostanziale a un luogo e a un modo direi dolente, umano, pietoso (ma realistico) di vedere le cose, direi che gli adattamenti e le evoluzioni di Haruf sono stati notevoli, dalla semi-epica western e naturalista dei primi due libri al romanzo di interni quasi intimista degli ultimi due, a cui fanno il paio il linguaggio più espressionista e per certi versi barocco nel primo caso, e secco, quasi minimalista nel secondo. Di se stesso lo scrittore ha detto “sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di Monaco, per impedirle di spegnersi”. Mi sembra che in queste evoluzioni, e in altre che altri lettori decideranno di vedere e cogliere, ci sia il succo di questo sforzo, di questo rinfocolare la fiammella, uno sforzo – mi pare – onesto, pulito, come i sacrifici fatti da alcuni dei suoi personaggi e – come certe incantate soddisfazioni che gli stessi ricevono in cambio, a volte inaspettatamente – premiato dai risultati.

Tra gli scaffali di Roberto Saporito

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Con Roberto Saporito inauguriamo, oggi, una rubrica dedicata alle piccole (o grandi) biblioteche domestiche di scrittori, traduttori e critici.

Attraverso immagini e parole, i proprietari degli scaffali ci guideranno tra i loro tesori di carta.

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Quando ho messo su casa la prima cosa che ho fatto è stata farmi costruire, da un abile falegname, una libreria, come la immaginavo da anni, nella stanza più importante e sulla parete più grande. Quando l’ho vista finita mi è venuto il forte dubbio che non ce l’avrei mai fatta a riempirla. Il problema è che sono (purtroppo? per fortuna?) un lettore forte, e nel giro di pochi anni ho dovuto farne costruire un’altra (che nel frattempo ho già riempito), infatti oggi leggo più eBook che libri cartacei, che, almeno, non “pesano”, anche in maniera pericola (ho spesso il terrore che possa cedere e sprofondare al piano di sotto), sui pavimenti della mia casa.

Tra i libri della mia libreria ci sono (tra gli altri) tutti quelli pubblicati (con l’autore in vita, i libri postumi, in generale, non mi sono mai piaciuti) da Charles Bukowski, Don DeLillo, Milan Kundera, Raymond Carver, J D Salinger, Philip Roth, Jay McInerney, Bret Easton Ellis, Douglas Coupland e Pier Vittorio Tondelli

Inventare storie: le 10 regole di Simone Ghelli

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Inauguro oggi una nuova rubrica: Inventare storie. In questo spazio accoglierò i suggerimenti di amici scrittori che, attraverso indicazioni tecniche e orientamenti etici, indicheranno la loro personale via per scrivere una storia. Iniziamo oggi con Simone Ghelli.

Simone Ghelli ha studiato il cinema e per un po’ ha fatto il critico, prima di dedicarsi alla narrativa. È stato tra i fondatori del collettivo Scrittori precari.
Con la raccolta L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio, 2011) è stato finalista del Premio Loria 2011. Nel 2013 è stato tra gli autori selezionati per l’antologia Toscani maledetti (Piano B edizioni), curata da Raoul Bruni. Alcuni suoi racconti sono comparsi su riviste e siti letterari vari, tra cui Minima et Moralia, Nazione Indiana, Poetarum Silva e Cadillac Magazine.
Voi, onesti farabutti (CaratteriMobili, 2012) è il suo ultimo libro.

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1. Scrivi del tempo presente
2. Non avere vergogna della realtà
3. Costruisciti una lingua adeguata
4. Non dimenticarti mai del lettore
5. Sii onesto con te stesso
6. Scrivi dai frammenti dell’Io e da ogni senso
7. Scrivi delle nuove forme di alienazione
8. Scrivi delle tue mappe (il sapere) che non ti portano da nessuna parte
9. Scrivi senza mai dimenticarti di chi ha scritto prima di te.
10. Scrivi perché lo sai fare.

I dischi di Guido Michelone: Stan Getz, Interpretation # 2

Stan Getz

Stan Getz (Filadelfia 1927 – Malibu 1991) resta forse il maggior sassofonista bianco nella storia del jazz, quello che al tenore, in oltre trent’anni di carriera quasi mai interrotta, sa conferire una sonorità cool originalissima, da un lato ereditata dal maestro nero Lester Young, dall’altro messa a punto assieme agli altri musicisti di pelle bianca che all’inizio dei Fifties cercano una via diversa dalla focosità e dalle astrusità dei black boppers come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonius Monk. Getz assieme a vari Gerry Mulligan, Chet Baker, Lee Konitz, Dave Brubeck dà vita a ciò che in Italia viene subito ribattezzato ‘jazz freddo’, ignorando che l’aggettivo ‘cool’ in ambito jazzistico sta invece a connotare qualcosa di calmo, tranquillo, rilassato; e tale è appunto la musica che possiamo ascoltare nello stupendo Interpretation # 2 (Poll Winners Records) in tredici brani per quintetto con l’eccellente Bob Brookmeyer (trombone a valvole) e una ritmica spumeggiante composta da John Williams, Teddy Kotick, Frank Isola. Poi attorno al 1956 i neri si riprendono la scena jazz con un nuovo stile ancor più irruente del bebop, subito denominato hard bop, nel quale al sax tenore si mettono in luce due geni assoluti quali Sonny Rollins e John Coltrane. Per Getz e compagni è una botta mica da ridere: molti scompariranno dalla vita jazzistica, altri, come il nostro, tenterà fortuna all’estero risiedendo per molti anni in Danimarca, sposando una ragazza svedese e cercando, musicalmente, con seria efficace inventiva, di adattare soprattutto il linguaggio rollinsiano alle proprie caratteristiche: ne è prova il cd AT Nalen Live In The Swedish Harlem, inedito di Stan che improvvisa in un bellissimo club di Stoccolma, appunto l’Harlem Nalen, ancor oggi in attività: era il novembre 1959 e la metropoli scandinava contende a Parigi lo scettro di capitale del jazz europeo: non a caso accompagna egregiamente Getz un trio nordico con il già noto Jan Johansson (pianoforte), Daniel Jordan (contrabbasso) e William Schopffe (batteria). Alle prese con dodici standard più o meno noti (talvolta anche cool, come due firmati da Mulligan), il tenorista s’allarga nelle improvvisazioni sfoderando un fraseggio e un gioco assai più robusto, articolato, incisivo, pur senza intaccare il lirismo di fondo della propria voce sassofonistica. Da allora fino alla morte, senza mai inseguire mode effimere, Stan Getz resterà un grande improvvisatore senza limiti e senza bisogno di definizioni e inquadramenti: il suo è alla fine jazz moderno o contemporaneo, sempre al passo con i tempi e soprattutto con se stesso.

Le nuove Operette morali: Dialogo della Natura e di un’Anima

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Oggi presentiamo il quarto testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro sapiente palinsesto sul Dialogo della Natura e di un’Anima ; la penna è ancora quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Dialogo della Natura e di un’Anima

Natura. Va’, figlia mia prediletta, che tale sarai ritenuta e detta per secoli. Vivi, e sii grande e infelice.
Anima. Che male ho commesso prima di vivere, che tu mi condanni a questa pena?
Natura. Che pena, figlia mia?
Anima. Non mi prescrivi forse di essere infelice?
Natura. Ma perché voglio che tu sia grande, e non si può questo senza quello. Inoltre che tu sei destinata a vivificare un corpo umano; e tutti gli uomini per necessità nascono e vivono infelici.
Anima. Ma tu, al contrario, dovresti fare che fossero felici per necessità; o non potendo far questo, dovresti astenerti dal metterli al mondo.
Natura. Né l’una né l’altra cosa è in mio potere, perché sono sottoposta al fato; il quale ordina diversamente, qualunque se ne sia la ragione; ragione che né tu né io possiamo comprendere. Ora, poiché tu sei stata creata e predisposta a informare un essere umano, qualsiasi forza, mia e d’altri, non può evitarti l’infelicità comune agli umani. Ma oltre a questa, dovrai sopportarne una tua propria, e ben più grande, a causa dell’eccellenza della quale io t’ho fornita.
Anima. Io non ho ancora appreso nulla, perché comincio a vivere ora: e da ciò deriva ch’io non t’intendo. Ma dimmi, eccellenza e infelicità straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? O, se sono due cose, non le potresti separare una dall’altra?
Natura. Nelle anime degli esseri umani, e proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire che l’una e l’altra cosa siano quasi una sola: perché l’eccellenza delle anime comporta maggiore forza di vita; la qual cosa comporta maggior sentimento della propria infelicità; che è come se dicessi maggiore infelicità. Allo stesso modo la maggior vita degli animi determina maggiore efficacia di amor proprio, dovunque esso inclini, e sotto qualunque forma si manifesti: la qual maggioranza di amor proprio comporta maggior desiderio di felicità, e però maggior scontento e patimento d’esserne privi, e maggior dolore delle avversità che sopravvengono. Tutto questo è contenuto nell’ordine primigenio e perpetuo delle cose create, ch’io non posso alterare. Oltre a ciò, la finezza del tuo intelletto, e la vivacità dell’immaginazione, ti toglieranno gran parte del dominio di te. Gli animali bruti usano agevolmente ogni loro facoltà e forza ai fini ch’essi si propongono. Ma gli uomini rarissime volte esercitano tutte le proprie potenzialità, impediti di solito dalla ragione e dall’immaginazione, che creano mille dubbi nel decidere, e mille freni nell’eseguire. I meno adatti o meno abituati a ponderare e considerare fra sé, sono i più pronti a decidersi, e i più efficaci nell’agire. Ma le anime come la tua, ripiegate continuamente su loro stesse, e come sopraffatte dalla grandezza delle proprie facoltà, e quindi impotenti, soggiacciono il più del tempo all’esitazione, nel decidere come nell’agire: e l’esitazione è uno dei più gravi travagli che affliggano la vita umana. Aggiungi che, mentre per l’eccellenza delle tue disposizioni trapasserai facilmente e in poco tempo, quasi tutte le altre della tua specie nelle conoscenze più gravi, e nelle discipline anche difficilissime, nondimeno, ti riuscirà sempre o impossibile o sommamente difficile apprendere o porre in pratica moltissime cose minime in sé, ma straordinariamente necessarie all’intrattenere rapporti con gli altri. E queste cose minime le vedrai nello stesso tempo perfettamente esercitate ed apprese senza fatica da mille ingegni, non solo inferiori a te, ma infimi in assoluto. Queste ed altre infinite difficoltà e miserie occupano e circondano gli animi grandi. Ma esse sono ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durata della memoria che essi lasciano di sé ai loro posteri.
Anima. Ma codeste lodi e codesti onori che tu dici, li avrò dal cielo, o da te, o da chi altro?
Natura. Dagli esseri umani: perché solo loro possono darli.
Anima. Ora vedi, io credevo che non sapendo fare quello che è assolutamente necessario, come tu dici, al commercio cogli altri, e che riesce anche facile perfino ai più meschini ingegni, io fossi destinata ad essere vilipesa e fuggita, non certo lodata, dall’umanità, o certo fossi destinata a vivere sconosciuta a quasi tutti, come inetta al consorzio umano.
Natura. A me non è dato prevedere il futuro, quindi neppure preannunziarti infallibilmente quello che gli esseri umani ti faranno e penseranno di te mentre sarai sulla terra. E’ pur vero che dall’esperienza del passato io ritengo più verisimile ch’essi ti perseguiteranno con l’invidia, che è un’altra calamità solita farsi incontro alle anime eccelse; oppure ti opprimeranno col disprezzo e con la noncuranza. Senza contare che la stessa fortuna, e il caso medesimo, sogliono essere nemici delle anime come te. Ma subito dopo la morte, come avvenne ad uno chiamato Camoens, o al più dopo alcuni anni, come accadde a un altro chiamato Milton, tu sarai celebrata e levata al cielo, non dico da tutti, ma, se non altro, dal piccolo numero di coloro che hanno senno. E forse le ceneri della persona nella quale tu sarai dimorata riposeranno in sepoltura magnifica; e le sue fattezze, riprodotte in diversi modi, saranno viste da molti; e gli avvenimenti della sua vita saranno descritti da molti, e da altri imparati a memoria con grande studio, e, infine, tutto il mondo civile sarà pieno del suo nome. Eccetto se dalla malignità della fortuna, o dalla stessa sovrabbondanza delle tue facoltà, non sarai stata sempre impedita di mostrare agli uomini qualunque segno all’altezza del tuo valore: di questi non sono mancati in verità molti esempi, noti a me sola e al fato.
Anima. Madre mia, nonostante ancora non sappia altro, io sento tuttavia che il maggiore, anzi il solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicità. E ammesso ch’io sia capace del desiderio di gloria, certo non altrimenti posso appetirlo, non so se dico bene o male, se non come felicità, o come utile ad acquistarla. Ora, secondo le tue parole, l’eccellenza di cui m’hai dotata, potrà essere necessaria o vantaggiosa per il conseguimento della gloria, ma essa non porta alla felicità, anzi trascina all’infelicità. Neppure è probabile che mi conduca alla gloria prima della morte: sopraggiunta la quale, che utile o che piacere mi potrà pervenire anche dai maggiori beni del mondo? E per ultimo, può facilmente accadere, come tu dici, che questa gloria tanto ritrosa, prezzo di tanta infelicità, non arrivi mai, neppure dopo la morte. Così, dalle tue stesse parole concludo che tu, invece di amarmi particolarmente, come affermavi in principio, mi abbia piuttosto in ira e malevolenza maggiore di quanto mi avranno gli esseri umani e la fortuna mentre sarò nel mondo; poiché non hai esitato a farmi un dono così dannoso com’è codesta eccellenza che mi vanti, che sarà uno dei principali ostacoli a giungere al mio solo intento, cioè alla felicità.
Natura. Figlia mia, tutte le anime degli esseri umani, come ti ho detto, sono destinate all’infelicità, senza mia colpa. Ma nell’universale miseria della condizione umana, e nell’infinita vanità di ogni suo piacere e vantaggio, la gloria è giudicata dalla miglior parte dei mortali il maggior bene che sia loro concesso, e il più degno oggetto che possano proporre alle loro cure e azioni. Così, non per odio, ma per vera e speciale benevolenza verso di te, ho deciso di prestarti al conseguimento di questo fine tutti gli aiuti in mio potere.
Anima. Dimmi: degli animali bruti, che tu prima menzionavi, ce n’è qualcuno fornito di minore vitalità e sentimento degli umani?
Natura. A partire da quelli simili alle piante, tutti sono in questo gli uni più, gli altri meno, inferiori all’essere umano; che ha più vita e sentimento, d’ogni altro animale, perché di tutti i viventi è il più perfetto.
Anima. Dunque collocami, se m’ami, nel più imperfetto: o se non puoi, spogliata delle funeste doti che mi nobilitano, fammi come il più stupido e insensato spirito umano che tu abbia mai prodotto.
Natura. Su questo posso accontentarti; e lo farò, dacché rifiuti l’immortalità verso la quale t’avevo indirizzata.
Anima. E invece dell’immortalità, ti prego di accelerarmi la morte più che si possa.
Natura. Di codesto parlerò col destino.