I dischi di Guido Michelone: Keely Smith, The Intimate Keely Smith

Keely Smith
Questo bell’album riporta all’attualità la voce e la musica di una cantante americana dal talento indubbio, ma dalla carriera travagliata, in cui si incrociano questioni personali che ne condizionano fortemente la continuità: questo CD – che riproduce esattamente l’originario long playing, uscito nel 1965 (Real Gone music, 1965, distr. IRD) in origine per la Reprise di Frank Sinatra – succede al fortunato Sings the John Lennon-Paul McCartney Songbook (1964) e precede il buon That Old Black Magic (1966), che costringerà la Smith a un lungo ritiro dalle scene discografiche: salvo infatti l’intermezzo con I’m In Love Again (Fantasy 1985), è solo con l’inizio del nuovo Millennio che l’ormai anziana Keely, classe 1928, avrà ancora la forza di sfornare un poker di notevoli tributi ai padri ispiratori e a se stessa con Swing, Swing, Swing (2000), Sings Sinatra (2000), Swings Basie Style with Strings (2002), Vegas ’58 – Today (2005) tutti per la Concord. Nata a Norfolk (Virginia), mezza cherokee e mezza irlandese, la Smith si fa strada nello show business grazie al collega Louis Prima, che sposa e che le consente di entrare in contatto con il citato Sinatra, che a sua volta la prende sotto l’ala protettrice, facendola esordire alla Capitol con l’eccellente I Wish You Love (1957) basato su arrangiamenti e conduzione di Nelson Riddle. Da allora fino al 1963 Keely sforna in media due-tre padelloni all’anno, dividendosi musicalmente tra swing, pop music e torch song. E proprio nelle veste di torch singer (quasi l’equivalente del coroner maschio) la si ritrova in questo 33 giri appunto intimissimo come dice il titolo: si tratta di undici ballate o pezzi a ritmo lento che vengono pescati da repertori consolidati, quasi tutti riferibili (compresi i due bonus tracks) al grande songbook classico americano, dall’iniziale morbida Somebody Loves Me di George Gershwin a una commovente God Bless The Child di Billie Holiday qui per voce sola. Del resto in tutto il disco l’accompagnamento è minimale, benché siano presenti qua e là gli archi grazie agli arrangiamenti di Jack Nitzsche (che in seguito farà fortuna nella musica da film); dunque un pianoforte (Jeff Lewis alternato a Ernie Freeman), una chitarra (Dennis Budimer), un contrabbasso (Red Mitchell), una batteria (Irv Cattler) a contornare una voce sobria, elegante, a tratti scura, romantica, sognante, crepuscolare, in grado insomma di affascinare un mondo jazzistico di lì a poco scomparso per almeno un trentennio.

Restituire la libertà al buon Dio

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di Lucia Malengo

Se sei nato in Palestina in questi tempi di eterna guerra contro i coloni israeliani, in una famiglia di tipo patriarcale allargata – diciamo tribale – che si vede espropriare o devastare giorno per giorno la terra coltivata dai padri…. Se tuttavia hai una madre che ti fa sentire un principe ed un padre che ti invita a credere nella possibilità di vivere in un mondo libero dalla logica dell’odio e della vendetta…. Se poi col sostegno affettuoso della tua famiglia e con tutta la tua fatica riesci a studiare nelle migliori scuole d’Israele e a diventare un chirurgo bravissimo e stimatissimo che svolge con assoluta competenza il proprio lavoro al servizio di ogni persona, tanto da conquistarti la cittadinanza israeliana…. Se inoltre ti innamori e sposi una donna bellissima, intelligente, moderna e colta, originaria del tuo stesso paese e innamorata teneramente di te…. Be’, non immagini di scoprire un giorno, dopo una notte trascorsa a ricucire le vittime dell’ennesimo attentato, che tua moglie sia proprio la kamikaze responsabile del macello.
In un colpo solo non hai più accanto la donna che amavi più di ogni cosa, scopri che non sei stato capace di renderla felice come credevi, soprattutto di cogliere i segnali del suo disagio, e capisci di non essere neppure integrato perfettamente nella società in cui hai scelto di vivere, perché di colpo tutti ti guardano come un mostro, una serpe, un nemico, insomma. E possono permettersi di riempiti di botte, di sputarti addosso e di devastare la casa in cui sei vissuto felice.
Questo succede ad Amin Jaafari, protagonista del romanzo L’attentato (trad. dal francese di Marco Bellini, Sellerio, pp. 264, euro 14) di Yasmina Khadra (pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, membro dell’esercito algerino, rifugiatosi in Francia, costretto a non pubblicare col proprio nome per questioni di censura). Quest’uomo per tanto tempo ha creduto alla filosofia di vita di suo padre: “Per lui gli insuccessi non erano prove, ma incidenti di percorso che occorreva superare, a rischio di patirne nei minuti successivi. La sua umiltà ed il suo buonsenso erano un piacere. Ho tanto voluto assomigliargli, godere della sua frugalità e della sua moderazione! Grazie a lui, mentre crescevo in una terra tormentata dalla notte dei tempi, rifiutavo di considerare il mondo come un’arena, […] temevo come la peste chi mi chiedeva di versare sangue per purificare la mia anima. Non volevo credere alle valli di lacrime né a quelle di tenebre: ci sono altri posti più affascinanti e meno irragionevoli intorno a noi”.
Per il padre uno di quei posti era la pittura, praticata con ostinazione un po’ infantile, nonostante l’incomprensione della famiglia e l’insuccesso a livello di mercato. Ma quello che ora è capitato ad Amin è ben più di un insuccesso, pone domande che toccano le radici stesse del suo essere uomo, marito e figlio. Ed egli riscopre tutte le fragilità che pensava di aver vinto con la volontà e la cultura acquisita nelle migliori scuole.
La prima fragilità è la voglia di negare l’evidenza: non può essere Sihem, sua moglie, la kamikaze! È un equivoco degli investigatori. Però la donna stessa, con un messaggio postumo, gli toglie ogni possibile illusione.
La seconda fragilità è convincersi che qualcuno l’abbia manipolata: chi è stato ad indottrinarla? “Ho la sensazione che mi rassegnerò alla perdita di mia moglie solo dopo aver visto coi miei occhi il porco che le ha usurpato la mente”, dice Amin all’amica Kim. Ora la moglie stimata e colta diventa, nella mente sconvolta dell’uomo, un essere debole facilmente manipolabile…. Ed egli non si accorge neppure, con un simile dubbio, di mancarle di rispetto. Dunque si mette in viaggio sulle orme di Sihem per scoprire un altro colpevole. Ed è così costretto a ri-vedere quel mondo da cui ha voluto uscire, la famiglia di origine, la casa del patriarca un tempo fiorente e rispettata e ormai ridotta a miseri resti materiali ed umani, eppure ancora capace evocare ricordi ed emozioni, e soprattutto è costretto a vedere i giovani di quella famiglia, che hanno negli occhi la stessa espressione di Sihem quando l’ha salutato per l’ultima volta…
Che sua moglie abbia incontrato ed amato in questo ambiente un altro uomo? È la terza fragilità, la gelosia, la pretesa piccolo borghese – acquisita con l’integrazione in una società più “evoluta” di quella tribale?- di avere il controllo sulla propria donna come sugli altri beni della propria vita, in competizione con un eventuale rivale: “Voglio vedere la sua faccia, capire che cos’ha più di me”. Perfino l’eterno, piccolo, miserevole dramma borghese potrebbe essere più accettabile di una verità tanto indicibile….
Amin percorre in qualche modo il cammino di Edipo: vittima di una tragedia forse inevitabile perché scritta nelle cose, non sa accettare con rassegnazione e senso del limite il proprio destino – come pure gli aveva suggerito proprio quel padre a cui sembra ispirarsi…- , ma vuole sapere di più, vedere, a costo di dannarsi, come puntualmente avviene.
Sapere… Capire… Vedere.. . Ed invece l’unica cosa che da tempo Amin, a differenza di Sihem, non vede più, perché non vuole vedere, è il senso di profonda, storica umiliazione vissuto dal proprio popolo, privato persino di quei luoghi di memoria e di identità che sono le case di famiglia… Lui ha lasciato dietro a sé tutto questo per costruirsi, con fatica ed onestà, una felicità da difendere anche dai ricordi, in cui ha incluso Sihem, ma ha lasciato fuori quelli che, in senso lato, l’hanno generato. E allora, “a che serve la felicità, se non è condivisa?”
La forza di questo romanzo sta proprio nel mettere in luce chiarissima come non ci si possa salvare da soli. Un po’ come nella Ciociara di Moravia, nessuno puo’ pensare di passare indenne attraverso la guerra, lasciandola fare agli altri e ponendosene al difuori. La storia “non si ferma davanti ad un portone”; dunque in qualche modo occorre agire su di essa, in essa, per tentare di renderla diversa.
Ma in primo luogo occorre disinnescare l’alibi religioso.
C’è, verso la fine del libro, un dolente ma lucidissimo – a tratti persino ironico – discorso fra Amin ed un vecchio eremita ebreo, divenuto tale in quanto lasciato ai margini appunto dalla storia cui egli si sente estraneo; Gerusalemme col suo orribile muro ne è lo sfondo: i due descrivono la tragedia della città santa citando, in un dialogo fatto con le parole della Scrittura, il profeta Isaia. Alla fine l’eremita è stupito:

– Mi fai rimanere a bocca aperta – riconosce. – Dove hai imparato questi versetti di Isaia?
– Ogni ebreo di Palestina è un po’ arabo e nessun arabo d’Israele può pretendere di non essere un po’ ebreo.
– Totalmente d’accordo con te. Ma, allora, perché così tanto odio fra consanguinei?
– Perché non abbiamo capito granché delle profezie né delle più elementari regole di vita.
Annuisce, triste.
– Allora, cosa possiamo fare? – chiede.
– Prima di tutto, restituire la libertà al buon Dio. Da troppo tempo è ostaggio della nostra bigotteria.

“Questo libro ci voleva”, mi ha detto una giovane lettrice. Ogni volta, infatti, che viene provocata una strage da un kamikaze, se ne cercano le ragioni in quelli che sono oramai diventati luoghi comuni: si scoprono personaggi poco religiosi, magari anche con una storia di devianza, che ad un certo punto si “radicalizzano”, e quindi si ha buon gioco a dire che la loro scelta sia stata dettata dal desiderio di essere una volta tanto visibili e protagonisti, oppure ci si trova di fronte a persone insospettabili, magari anche apparentemente ben integrate nel mondo occidentale, quando non occidentali tout court. E allora? Non funzionano più i valori della nostra società? Si cercano modelli di vita più appaganti a costo di qualsiasi sacrificio, anche di quello estremo?…
Questo libro non trova alcuna giustificazione all’opera dei kamikaze, ma prova ad andare oltre, per capire meglio questa realtà radicata nella storia del nostro tempo denunciandone le tragiche contraddizioni, e lo fa ancora con il dialogo fra Amin e l’eremita:

– È raro che qualcuno passi da queste parti negli ultimi tempi. Per via del Muro. Èdavvero tremendo, vero? Com’è possibile costruire simili orrori?
– Gli orrori non dipendono solo dalle infrastrutture.
– Giusto, ma in questo caso, francamente, potevano trovare di meglio. Un muro? Cosa significa? L’ebreo è nato libero come il vento, inafferrabile come il deserto di Giudea. Se ha dimenticato di delimitare i confini della sua patria al punto di rischiare che gliela confiscassero, significa che ha creduto a lungo che la Terra promessa fosse anzitutto quella in cui nessun muro impedisce al suo sguardo di arrivare più lontano del suo grido.
– E del grido degli altri, cosa se ne fa?
Il vecchio abbassa la testa.

Come dire: ogni estremismo nasce dal non ascoltare il grido degli altri. E ancora: a furia di costruire contro gli altri dei muri, questi finiscono per rinchiudere i costruttori stessi.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Il Sorcio di Georges Simenon

Sorcio

“La mia vera tentazione – leggiamo in un’intervista concessa da Simenon a “Médecine et hygiène” nel 1968 – era quella di finire clochard. Ho sempre avuto, in fondo, una specie di “vertigine del clochard”. Non sono lontano dal considerare la condizione del clochard come una sorta di ideale. È evidente che l’autentico clochard è un uomo più completo di noi.”
Il Sorcio, scritto nel febbraio del 1937, ci dimostra che Simenon già la pensava allo stesso modo trent’anni prima. Mette in scena un personaggio a suo modo geniale: Ugo Mosselbach, organista e professore di solfeggio che, in seguito a qualche scandalo ormai dimenticato, ha disertato la società borghese per rinascere, con il soprannome di “Sorcio”, nel mondo anarchico dei barboni che vivono alla giornata tra i lungosenna, i petits bistrots e le celle, tutto sommato molto accoglienti, dei commissariati dei vari arrondissements. Il Sorcio è un conoscitore incomparabile della vita parigina, osservata naturalmente dal suo particolare angolo visuale: sa a che ora la folla sciamerà fuori da un certo teatro, in quale caffè all’aperto si incontrano i turisti più generosi, qual è il momento più propizio per offrire i propri servigi a un autista o al portiere in uniforme di un locale. Il suo campo d’azione sono i quartieri della vita notturna più elegante: gli Champs-Élysées, la rue Royale con i suoi gioiellieri e il mitico ristorante Chez Maxim, il teatro dell’Opéra, place Vendôme. Il primo elemento di fascino del romanzo sta proprio nel contrasto tra la figuretta del protagonista, dignitosamente paludata in abiti cenciosi sempre troppo grandi, e lo splendore di questa Parigi sontuosa e gaudente. In fondo, con il suo ironico sogghigno, Mosselbach non è altro che l’eterno picaro, destinato con la sua sfrontata libertà a mettere in ridicolo l’esistenza convenzionale dei benestanti che lo guardano dall’alto in basso.
La tentazione della ricchezza, però, è irresistibile anche per lui, e irrompe nella sua routine in forma drammatica. Tra l’ambasciata d’Inghilterra e l’Eliseo – la sua zona è sempre quella –, il Sorcio una sera apre la portiera di una lussuosa automobile parcheggiata sotto la pioggia, per chiedere l’elemosina al guidatore. Nel giro di pochi secondi, capisce però che da quel signore in abito da sera non avrà nulla: poco prima qualcuno gli ha sparato ed è un corpo privo di vita quello che scivola a terra, davanti a lui, dal sedile dell’auto. Uomo “più completo di noi”, secondo Simenon, il clochard davanti alla morte ha un atteggiamento pragmatico, senza isterismi. Abbandona al suo destino il cadavere, per il quale tanto non c’è più nulla da fare, e intasca il portafoglio ben gonfio che è caduto dalle sue tasche insieme a una vecchia busta e alla fotografia di una donna. Da questi tre oggetti prende le mosse la vicenda del romanzo: perché il morto aveva con sé una somma così cospicua? Perché conservava la busta di una lettera indirizzata molti anni prima a un certo “Sir Archibald Landsburry”? Chi è la donna che figura nella fotografia?
Il Sorcio medita machiavelliche strategie per riuscire a impadronirsi di quei soldi piovuti dal cielo senza suscitare sospetti. Gli sembra un’idea brillante affidare il denaro alla polizia – omettendo naturalmente le circostanze del ritrovamento – per poterlo riscuotere un anno dopo, nel caso che nessuno lo reclami. Ma la vicenda si complica e l’arcigno ispettore Lognon sospetta – giustamente – che dietro l’improvvisa fortuna toccata al clochard, che è una sua vecchia conoscenza, ci sia qualcosa di poco chiaro. A complicare ulteriormente il tutto, l’elegante cadavere derubato dal Sorcio è scomparso nel nulla… Il barbone e l’ispettore portano avanti due indagini parallele, spiandosi reciprocamente, mentre poco per volta affiorano i contorni di una vicenda complicata che coinvolge le alte sfere della finanza internazionale.
Giustamente il risvolto di copertina definisce Il Sorcio “un Maigret senza Maigret” (Adelphi, trad. di Simona Mambrini, pp. 155, euro 18). In effetti, a cercar di sbrogliare la matassa dell’intreccio compaiono due antichi collaboratori di Maigret: il melanconico ispettore Lognon e Lucas, promosso commissario negli uffici del Quai des Orfèvres. Ma del loro patron non c’è traccia. Dove è finito? Il fatto è che Simenon l’ha mandato in pensione, nel romanzo Maigret del 1934. La Parigi post-Maigret del Sorcio è dunque la stessa nella quale si svolgono i racconti – redatti nel 1938 e pubblicati nel 1941 – di due recenti e bellissimi volumetti adelphiani: L’uomo nudo (2016) e La fioraia di Deauville (2017). Nell’Uomo nudo, come nella Fioraia di Deauville, Maigret è ricordato con affetto, e anche un po’ imitato, da un altro suo antico collaboratore, Torrence, che ha lasciato il Quai des Orfèvres per fondare una fortunata agenzia di polizia privata. Torrence però, benché come Maigret fumi la pipa e abbia un debole per la buona cucina, è ben lontano dalla perspicacia del suo modello. La vera mente dell’Agenzia O è un giovanotto dai capelli rossi, Émile, che agli occhi del pubblico è soltanto un umile impiegato, ma nasconde dietro apparenze modeste un genio investigativo eccezionale.
Con o senza Maigret, la Parigi di Simenon conserva comunque sempre la sua magia. Dopo l’acquazzone estivo sotto il quale è cominciata l’avventura del Sorcio, la città si sveglia come rinnovata:

Era una splendida mattina, con un sole ancora più sfavillante dopo la pioggia della notte. Si sentivano stridere le saracinesche di alcune vetrine e dai caffè arrivava un profumo di croissant caldi.

Anche lo sguardo del clochard, pur così preso dalla sua avventura, ne coglie l’incanto festoso:

Le otto meno dieci… Vedeva l’ora all’orologio della Tour Eiffel, illuminata nonostante non facesse ancora buio. Tra il fogliame degli alberi si acquattavano ombre bluastre. C’era gente ovunque: tantissime coppie di innamorati, famigliole con bambini tenuti per mano e i più piccoli in braccio.

Pubblicato a puntate sul quotidiano di destra “Le Jour” dal 7 marzo al 10 aprile del 1937, Il Sorcio era stato scritto in febbraio, a Porquerolles, l’isola provenzale dove Simenon amava condividere, a volte anche nei mesi invernali, la vita dei pescatori. Uscì in volume nel 1938, da Gallimard, e non ebbe un successo particolarmente clamoroso. Dieci anni dopo, però, il due maggio del 1948, André Gide scriveva a Simenon:

Sulla foto che pubblicherà “France Illustration”, sto leggendo (si distingue molto bene il titolo) Monsieur La Souris.

Il Sorcio aveva trovato almeno un estimatore d’immenso prestigio.

Tra gli scaffali di Guido Michelone

 

Avendo una casa grande ed essendo un appassionato di libri (e di lettura), ovviamente posseggo moltissimi volumi, anche se non li ho mai contati (e non li ho nemmeno letti tutti). Viaggio comunque sulle migliaia di titoli! Non saprei dire se la quantità di libri dipenda dai metri quadrati abitativi o viceversa, è un po’ come la questione della nascita dell’uovo e della gallina. Io e Francesca, grazie alle sue competenze di architettura d’interni (con tanto di diploma all’Istituto Europeo di Design di Milano, dove peraltro ci siamo conosciuti e fidanzati, io da docente, lei da tutor), prima di diventare linguista e scrittrice, abbiamo tentato di razionalizzare al meglio gli spazi della dimora, in modo da collocare i libri in luoghi diversi a seconda degli argomenti; abbiamo quindi sei librerie, a partire dal seminterrato dove la distribuzione risulta la seguente: nel salone buddista ci sono: narrativa, poesia, fumetto, teatro, storia, filosofia, critica letteraria, scienze umane; nel lungo corridoio: arte classica, architettura, design e critica d’arte, riviste rilegate; nel mio studio: musica, cinema, massmedia; nella stanza dei long-playing: fotografia e ancora musica (e accanto la stanza dei CD); nel cucinino: gastronomia, enologia, ricette. Al piano nobile, in sala, nel Piroscafo (un mobile griffato di Aldo Rossi) abbiamo collocato l’arte contemporanea e infine in camera da letto i libri scritti da me e da Francesca.

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Partirei da quest’ultimo angolo, perché è naturalmente quello a cui sono maggiormente affezionato, essendo composto dalle mie, dalle nostre creature: più di cento titoli (in tutto 124 considerando le curatele e le antologie, dove comunque appaiono i nostri nomi) realizzati, da parte mia, in circa un trentennio di indefessa attività, talvolta persino nevrotica, con il desiderio impellente di scrivere, pubblicare, attendere pensando già al titolo successivo, con il rischio del non-finito michelangiolesco (al contrario Francesca centellina per bene ogni uscita). Sopra il letto sono dunque disposti – in un’altra libreria d’autore – i nostri testi (Francesca arriva a 10 titoli, tra poesia e antologie) collocati su quattro scaffali più o meno in ordine logico: guardando la foto le due macchie nere a destra concernono due blocchi relativi ad altrettanti editori: da un lato l’Educatt dell’Università Cattolica di Milano con le mie dispense sulla musica afroamericana, dall’altro Gianluca Barbera Editore (ora Melville Editrice) di Siena con biografie di musicisti. La macchia chiara sulla sinistra invece riguarda i testi di Torinopoesia (Marco Valerio Editore) tra cui spicca Frau, l’esordio di Francesca Tini Brunozzi: non lo dico perché è mia moglie, ma si tratta di una delle maggiori autrici in assoluto in questo inizio di XXI secolo! Un testo su tutti: il recentissimo Il grado zero della buona educazione. Poesie per spaccare. E tra i miei, riguardando gli scaffali, io sono particolarmente affezionato ai romanzi Cinquanta secondo Novecento e Giovane giovane giovane, ai racconti di Parigi a Vercelli, ai saggi Il jazz-film, I Simpson, Jazz forever, Pazzi per i Beatles, e ai libri di interviste Jazz Interviews e El jazz habla espanol rispettivamente in in lingua inglese e castigliana.

Tom Drury: la fine dei vandalismi, l’inizio della vita

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Dopo quella, vincente, di Haruf, l’editore milanese NN manda in stampa il primo volume di una nuova trilogia: siamo a Grouse County, immaginaria contea del Midwest e La fine dei vandalismi (trad. Gianni Pannofino, pp. 392, € 19) è il diorama che rende conto dell’esistenza di decine di personaggi sparsi come grani di sale tra bar, chiese e case mobili, fattorie malandate, concessionari di camper e roulotte, orfanotrofi in collina e auto che percorrono le strade più lunghe e monotone che possiate immaginare. Lo spazio narrativo che serve a disperarti, perderti e, più tardi, a ritrovarti. Succede di tutto, lì, o forse dovremmo dire succede tutto lì: in quella contea di settecentosessantasette chilometri quadrati da qualche parte nell’Iowa (terra natale di Drury, classe 1956, ora di casa a Berlino) la vita scorre piana ma necessaria e, come nelle bocce di vetro, ogni abitante sa che prima o poi una mano scuoterà la neve della vita. Che a volte ricade come manna dal cielo, altre come cenere di dolore. Molte altre, come neve e basta.
C’è una vicenda principale che non ha la forza di essere l’unica. Lo sceriffo Dan Norman, uomo generalmente soddisfatto delle cose in cui crede, si innamora di Louise Montrose, fotografa stipendiata da Perry Kleeborg. Lei, prima, era sposata con Tiny Darling, ladro di piccole cose e vandalo per noia e indolenza. Ma poi ci sono altre copiose manciate di personaggi, vecchi, bambini, predicatrici e pompieri, allibratori e spogliarelliste. È un libro di false partenze e di punti esatti nei quali la traiettoria del destino adagia la vita: così da uno scatolone abbandonato nel parcheggio di un market può saltar fuori un neonato, come dal folto degli alberi, nel mezzo d’una battuta di caccia, spicca il volo un uccello di rara bellezza colpito, appena dopo, dal fucile frettoloso di un cacciatore inesperto. Tra Morrisville e Grafton – luoghi in cui “le dicerie possono durare a lungo oppure riproporsi ciclicamente, come le stagioni” – succedono cose strane, c’è gente che convince l’amico a farla finita con un negozio in rovina, chi si odia, chi s’abbraccia e si rifugia dentro a case in cui si sente il tepore e anche la nostalgia, sebbene in fondo “alla gente non piace pensare alla precarietà delle cose”. È una storia fatta d’eccezioni e di casi ma tanto piccoli da sbavare davvero di poco il corso monotono dei giorni; quando invece sono più grandi è il tono stesso di Drury a ridurli pietosamente nel flusso continuo delle coscienze. E non è che non lascino ferite: gli strappi ci sono, il sangue scende (e le lacrime pure) ma con sconvolgente naturalezza e semplicità. A volte a Grouse County si nasce senza amore (e si sopravvive) e altre si cerca di uscire nel mondo colmi d’affetto senza riuscirci. Quando accade, il libro diventa di una bellezza straziante e fa l’effetto di un telefono che suona “in quella maniera neutra di quando, alla fine, nessuno risponderà”. E invece il lieve ma incessante pungolo della vita, alla fine, risponde.

Recensione pubblicata in origine su Avvenire, l’11 luglio 2017.

I dischi di Guido Michelone: Lee Konitz Kenny Wheeler Quartet Olden Times

Lee Konitz

Sarebbe inutile cercare di inquadrare la collaborazione fra questi due giganti per uno storico concerto – 4 dicembre 1999 al Jazzclub ‘Birdland di Neuburg in Germania in quartetto con i locali Frank Wunsch (pianoforte) e Gunnar Plumer (contrabbasso) – essendo sia l’americano (sax alto) sia il canadese (tromba e flicorno) musicisti unici variamente associati, nel corso degli anni associati a stili jazz anche molto eterogenei come il cool, il free, il post-bop. La musica di questo album (Challenge Recordings, 1999), probabilmente, si adatta tutte queste possibilità, e l’attuale rimasterizzazione, oltre migliorare l’esperienza dell’ascolto, offre soprattutto una musica colma di pensiero, di originalità e di vitalismo. Konitz inizia la session con la propria composizione Lennie (dedicata al ricordo dell’amico/collega Tristano), che inizia bruscamente con Konitz a fare il proprio numero, riempendolo di una lunga improvvisazione, dove Wheeler entra poi con diversi chorus dal gioco intenso, mentre il pianista già mostra i lampi di un fraseggio interessante; il pezzo si chiude con un lungo tratto di stellare unisono tra Konitz e Wheeler. Il Wheeler di Where Do We Go From Here? non pone tanto una domanda, quanto offre piuttosto una dichiarazione entusiastica che risulta piena di intuizioni creative, dalla stessa front line a un Wunsch intensamente concentrato. Kind Folk ha una qualità mistica che origina, in Wheeler, qualche intrigante registro superiore giocare da Wheeler, mentre da un lato furbescamente Konitz spazia lungo e in largo con vena esplorativa, dall’altro Wunsch continua a stupire per intuizioni riflessive. La title track Olden Times è un altro original di Wheeler in cui controlla la composizione medesima attraverso un’azione personale che sembra quasi una master class per il flicorno, in quanto a inventiva ed esuberanza. La traccia finale No Me scritta dal pianista e fino allora inedito offre un tema è stabilito dall’unisono elaboratissimo tra Konitz e Wheeler, dopo di che il sax alto prende la sua strada attraverso un viaggio tematico con il trombettista al solito perfetto ed energeticamente curioso.

La voglia di tenerezza di Kent Haruf

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di Giuseppina Torregrossa

Ve lo ricordate il film Voglia di tenerezza? Quello con Jack Nicholson e Shirley Mac Laine? La storia di una donna avanti negli anni che si nega ogni forma di sentimento. Come se l’amore, l’erotismo, la passione, il sesso fossero preclusi dopo una certa età. E poi, nel dolore, la nostra protagonista scopre il potere dirompente della tenerezza.

Le nostre anime di notte è il romanzo di chi, imbalsamato negli schemi, cristallizzato nelle proprie paure, ha voglia di aprirsi al sentimento, di regalarsi un’altra possibilità prima che sia troppo tardi. Ogni frase, ogni capitolo è un passo avanti per rompere il rigido guscio che imprigiona il cuore degli adulti. Haruf è il cantore dell’amore, in tutte le sue forme, anche le più azzardate, le più ridicole, perlomeno all’apparenza, le più impensate. E lo fa con la semplicità dei grandi, dei puri di cuore, perché l’amore è puro, anche tra i dimenticati da Dio. Leggetelo questo romanzo di Haruf, vi renderà più felici, vi regalerà speranza.