Alberto Tallone, l’editore che stregò Valéry

Tallone anni 50

Il giornalista e scrittore Giulio Caprin (1880-1958), nell’agosto del 1946, era inviato speciale a Parigi per il quotidiano «La Stampa». Lì ebbe l’occasione di incontrare Alberto Tallone, allora giovane bibliofilo che da quasi otto anni aveva fondato una propria casa editrice, dopo aver svolto un prestigioso apprendistato nelle botteghe dei celebri tipografi Léon Pichon e Maurice Darantiere. Lì, Giulio Caprin conosce da vicino l’atelier tipografico, con la sua inarrivabile collezione di caratteri di ‘cassa’ (tutti sbalzati a mano, molti provenienti dalla collezione dello stesso Darantiere), di colui che sarebbe diventato uno dei più raffinati artigiani dell’editoria italiana del Novecento (dopo gli anni parigini, Tallone tornerà in Italia, ad Alpignano, dove ancora oggi ha sede la casa editrice).

Il 1946 fu, tra le altre cose, l’anno in cui Tallone diede alle stampe, per conto della Nouvelle Revue Française di Gallimard, L’Ange di Paul Valéry: un vero capolavoro dell’editoria, oggi – e già allora – una rarità bibliografica di una bellezza definitiva. Anche di questo Giulio Caprin ci parla, raccontando come andarono le cose, come Valéry s’innamorò dei fogli mirabilmente spaziati di Tallone, come il poeta trovò che quel modo di comporre la pagina entrasse in profonda comunicazione col suo fare poesia.

Qui di seguito, quindi, il resoconto di quella visita avvenuta più di settant’anni fa. Il titolo originale dell’articolo era Nella tradizione di Bodoni.

Da «La Stampa» di giovedì 12 agosto 1946

***

Le librerie di Parigi passano il migliaio. Specialmente quelle della Riva sinistra, tra la Senna e il Lussemburgo, non sono soltanto spacci di libri ma anche luoghi di culto intorno al libro. Non grandi, più che la quantità curano il raccoglimento. Quasi tutte, nelle vetrine, più in vista del libri correnti, presentano libri di grande formato, stampati in esemplari numerati su carte di lusso, illustrati nel testo o intercalati di disegni e di acqueforti, combinazioni di più arti, prodotti di gran prezzo per bibliofili signori.
Sia passione d’arte o semplice snobismo, il libro bello e ricco, ha resistito alla guerra, anzi ne ha tratto fortuna. Quando, anche in Francia, gli arricchiti di occasione compravano di tutto, magari col segreto pensiero di rivendere, ci sono stati dei camionisti che hanno comprato libri di arte. Ora il mercato è fiacco, ma gli editori continuano a produrre, per la ripresa. Il libro che, indipendentemente dal suo contenuto, è un bell’oggetto, dà piacere anche a chi non lo leggerà, è merce di esportazione.
Si può discutere se questi libri sontuosi sono sempre dei bei libri. A volte le illustrazioni che li arricchiscono sono sovrapposizioni arbitrarie. Il bibliofilo puro chiede la bellezza alla pura stampa su carta a mano, alla armonia intrinseca fra i caratteri e la composizione, a un equilibrio intrinseco che è quasi architettura e musica.
Paul Valéry, in una delle sue ultime scritture miscellanee, racconta che un giorno, mentre stava componendo una cantata in alessandrini, andando all’Accademia, l’occhio gli si posò sopra una grande pagina di versi nobilmente stampati. «Avvenne allora un singolare scambio fra me e questo pezzo di nobile architettura. Ebbi l’impressione di essere ancora davanti al mio abbozzo e mi misi inconsapevolmente, per una lunga frazione di minuto, a tentare, sul testo affisso, dei cambiamenti di termini. Ma il testo non si lasciava smuovere. Fedra mi resisteva…»
Il pezzo di nobile architettura tipografica, definitiva come erano definitivi i versi di Racine trascritti, che aveva fermato l’occhio penetrante ogni bellezza di Valéry, era una pagina dell’edizione della Fedra, bella come scolpita su marmo, fatta a Parigi da un italiano artefice della stampa pura.
Questo tipografo, Alberto Tallone — uno dei figli del grande pittore che fu Cesare Tallone — ha in questo momento la soddisfazione di stampare lui, in una plaquette di pochi esemplari, che sarà una rarità bibliografica, l’ultimo canto, un canto in prosa, che Valéry ha scritto prima di morire, L’Auge. Sono periodi quintessenziati, «nei quali par di indovinare come un testamento del suo spirito. L’Angelo — la parte spirituale e intellettiva dell’uomo — vede se stesso riflesso, in una fontana, netta figura di un uomo che piange: sicuro, com’è l’angelo, che per l’intelligenza anche il dolore non è che un problema, si stupisce di vedersi e di sentirsi piangere. Concetto alto, ma arcano. Pare di riuscir meglio a penetrarlo, inciso periodo per periodo, con il suo ritmo segreto, in questa stampa spaziata, solenne, chiara. La tipografia è un’arte materiale, ma quando, con la nobiltà dei caratteri e delle proporzioni accompagna un testo difficile, aiuta anch’essa a farne trasparire lo spirito.
Alberto Tallone, questo italiano che, avendo in mente Manuzio e Bodoni, tratta la tipografia come un’arte bella, lavora come un artigiano antico nella sua singolare officina a Parigi, in una strada popolare dietro la Bastiglia. Varcato l’umile portone sulla strada, appare nel cortile la facciata a colonne di un palazzetto del Seicento, classico. È l’antico hotel de Sagonne, che l’architetto più famoso del grande secolo francese e di Luigi XIV, si costruì per sua abitazione, mentre edificava Versailles. Si vuole che ci dimorasse anche Ninon de Lenclos e che nelle sue sale Molière le leggesse il Tartufo. Certo quelle stanze di bottega artigiana mantengono un’antica signorile struttura.
Tallone aspira ad essere il nobile tipografo del più nobili libri di ogni tempo. Oggi richiama alla cultura, oltre che alla bibliografia, uno dei più singolari romantici francesi, Gérard De Nerval. Les confidences de Nicolas, un libero studio su quell’originale uomo e scrittore che fu, nel Settecento, Restif de la Bretonne, possono passare per l’archetipo di quelle che sono poi state le biografie romanzate. Ed ecco, appena sfornata, dello stesso Nerval la traduzione in prosa delle poesie di Enrico Heine. I sedicesimi oblunghi in carta a mano sono appena cuciti, le copertine, piegate a millimetro, pronte. Quante prove solo per comporre un titolo che risulti in ogni sua parte equilibrato sopra una copertina: riuscire evidente evitando ogni volgarità avventante!

Nerval Tallone
L’artiere, agile, giovanile, sensibile a tutto, brioso e coraggioso in una vita che è stata di avventura e di fatica, di nulla si compiace più che di un libro riuscito schietto, in cui deve sparire la ricchezza materiale e solo valere una sobria armonia. È che lui, prima di comporli, penetra nei suoi testi, ne è il copista devoto e intelligente. Il potere magico del libro opera anche su chi ha solo da materialmente ripeterlo, se in lui è spirito di artista. Sostenuto da codesta magia, oltre che dall’amore per il mestiere, questo artiere è riuscito a lavorare quasi clandestinamente, anche quando ogni opera e ogni vita a Parigi erano minacciate dalla presenza dei tedeschi, e gli italiani erano sospetti tanto ai francesi quanto ai tedeschi. Anche sui libri d’arte i Fritz allungarono le unghie: ma i libri d’arte da loro preferiti erano quelli che fossero anche pornografici.
Tallone ha l’ambizione di farne per gli intendenti di un libro d’arte che sia puro in tutti i sensi: le sue edizioni numerate ne trovano quanti bastano a un artigianato di qualità. Italiano in Francia, egli lavora, secondo il suo stile, per un mondo ideale di tutte le patrie che mantengano una comune tradizione umanistica. Ci sono segni confortanti che questa tradizione non sta per finire. Quella del bel libro si è salvata forse anche per la rarità del suo prodotto; rimane, affermando in un mondo meccanico la bellezza propria di ciò che non è meccanico. L’artiere nella sua officina vuole servire i nobili autori di ogni nobile tempo. Ora egli si accinge a stampare gli antichi Lais francesi di Maria di Franica, ma anche il Don Chisciotte e la Certosa di Parma di Stendhal e le Rime di Gino da Pistoia. Un tipografo d’arte può essere eclettico e indifferente alla moda del giorno. Sono tutti autori sicuri quelli che egli stampa, con l’ambizione di ripresentarli in veste tale che, se quelli potessero rileggersi, così nobilmente presentati, ne sarebbero assai contenti. È l’approvazione ideale che fa più piacere al maestro tipografo che lavora con le sue mani accanto a quelle dell’operaio.
È un riposo degli occhi e dello spirito passare qualche ora nella stamperia raffinata e artigiana in cui, fra i bei libri nelle vetrine e stampe antiche alle pareti, lavora e vive, un po’ bohème e un po’ antiquario, questo italiano entrato nella casa in cui conversò Ninon de Lenclos e Mansart lavorò per il grande re di Francia. Ma a due passi è la colonna repubblicana dove fu la Bastiglia, e il vicinato tutto popolare vede soltanto un artigiano al lavoro.

 

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L’incubo nel Ghetto di Roma: 16 ottobre 1943

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Sulla Judenrampe
Oswiecim/Auschwitz 2014 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Settantantaquattro anni fa l’incubo nel Ghetto romano. In presa diretta Debenedetti scriveva un libro sveltissimo e luminoso, 16 ottobre 1943, una tra le più sentite testimonianze della tragedia che si perpetrò il 16 ottobre del 1943 nei confronti della comunità ebraica. Quel giorno 1024 persone vengono prelevate tra le vie, nelle case, negli esercizi. L’azione è capillare, un lavoro fino che trecento SS compiono abitazione dietro abitazione, seguendo lo storto rigore di certi elenchi approntati per i tedeschi da qualche ariano ‘piccolo piccolo’, mosso da una troppo alacre viltà. La razzia ha inizio intorno alla mezzanotte del venerdì 15; a quell’ora ogni buon ebreo è coricato in letto; alcuni si mettono a sedere, altri s’azzardano a raggiungere la finestra. Di là dai vetri ci sono gli elmetti delle truppe tedesche: sparano, urlano e niente altro. “Facessero qualche cosa, sfondassero una porta, una saracinesca, una bottega, almeno si capirebbe il perché. […] È come il mal di denti, che non si sa quanto può durare, quanto può peggiorare”.
Sappiamo che peggiorò, sappiamo che la situazione se ne andò in una somma disgrazia. Ma non di colpo, non subito. Ed è proprio questo clima di incertezza torbida, di tentennamenti catastrofici, di lenta e ignara agonia a fare lo spessore tragico della vicenda narrata. Debenedetti lavora con la lima della finzione per dare il risalto più grande al vero. Fa ciò che recentemente Siti ha attribuito al Realismo: “coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”. Basta fare alcuni più precisi – ancorché incompleti – prelievi dentro al testo, là dove esso si allontana dagli attributi della cronaca-documento (nella quale categoria il libretto può essere collocato), optando per una struttura più letteraria, quella che Giuliano Manacorda ha definita “un’invasione della narrativa nella saggistica”. Qui sta l’aspetto maggiormente efficace del racconto-resoconto debenedettiano.
E così alcuni passi, mentre fanno risuonare Manzoni, riescono a sortire effetti di tragicomica assurdità: “Non la macilenta salmodia del cantore sperduto sul lontano altare; ma dall’alto della cantoria, nella romba osannante dell’organo, il coro dei fanciulli gloriava un cantico di sacra tenerezza […] Era il mistico invito ad accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa. Giungeva invece nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia”. Questa che incede, ricordandoci il don Abbondio in procinto di fare l’incontro coi bravi, è la Celeste, una tizia strana, un po’ tocca, “una chiacchierona, un’esaltata, una fanatica”. Il caso vuole che capiti proprio a lei il compito fatale di portare la nuova dell’arrivo dei tedeschi. Pochi le prestano orecchio, nessuno le crede. Siamo quasi di fronte a una scena da tragedia greca, alla sciagura di una verità negata. E proprio così si apre 16 ottobre 1943: con una diminuzione di realtà a favore di una quieta ignoranza, con la mancata intelligenza iniziale che è cifra della caduta successiva.
Ma accanto ai guasti della conoscenza, c’è pure la pigrizia della coscienza, indurita nelle proprie abitudini, anche ancestrali. L’autore ne elenca diverse: quella, per gli ebrei, di coricarsi per tempo: “forse la memoria di un antico coprifuoco è rimasta nel loro sangue; di quando, al cadere delle tenebre, i cancelli del Ghetto stridevano con una inveterata monotonia […] a rammentare che la notte non era per gli ebrei, che per loro la notte era pericolo di essere presi, multati, imprigionati, battuti”. E poi: “contrariamente all’opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti. Per meglio dire: sono diffidenti, allo stesso modo che sono astuti, nelle cose piccole, ma creduli e disastrosamente ingenui in quelle grandi”. Gli ebrei minimizzano, gli ebrei sperano, gli ebrei “hanno un disperato bisogno di simpatia umana”.
Amore non corrisposto. Perché al contrario i tedeschi avanzano robotici, non si lasciano comprendere. Sono autori e personaggi, a un tempo, di un gioco perverso e grottesco dalle regole illeggibili. Ma fanno davvero paura. È l’inizio della fine. È la realtà che strappa la fantasia più terribile. Accanto agli ebrei razziati, i giovani soldati ridono felici di poter visitare la città eterna. Con le vetture colme di esistenze rubate visitano “Piazza S. Pietro, dove parecchi dei camion stazionarono a lungo. Mentre i tedeschi secernevano i wunderbar da costellarne il racconto che si riservavano di fare, in patria, a qualche Lili Marleen, dal di dentro dei veicoli si alzavano grida e invocazioni al Papa, che intercedesse, che venisse in aiuto”.
È quasi l’epilogo dell’assurdo 16 ottobre 1943. Il resto è Storia. La tragedia più grande arriverà nelle ore a venire, nei giorni, nei mesi successivi. Le Fosse Ardeatine, Kappler e poi Priebke. Ma è il libro di Debenedetti a raccontare l’inizio di una storia che ancora pulsa nel cuore di Roma. Una storia da conoscere, una memoria da conservare.

 

I dischi di Guido Michelone: Eliane Elias, Light My Fire

Eliane Elias
Basterebbe un solo ascolto del brano che dà il titolo quest’album del 2011 (Concord Picante) – è proprio la song-capolavoro di Jim Morrison con i Doors! – a consigliarne l’acquisto immediato e ad alzare di colpo quotazioni e punteggi di un insieme di tredici canzoni tutte comunque egregiamente interpretate dalla bionda cantante/pianista di São Paolo do Brasil, ma ormai in pianta stabile negli Stati Uniti. Cinquantaseienne oggi, a soli ventitré anni entra nel gruppo Steps Ahead accanto a Michael Brecker, Mike Maineri, Peter Erskine, Eddie Gomez, per intraprendere quindi una carriera solista, che, con una ventina di album a proprio nome, ha quali modelli di riferimento il pianismo del grande Bill Evans, il gusto per la tradizione carioca e il desiderio di esprimere una personalità originale. Nella seconda metà dei Novanta arrivano per la Elias i dischi migliori, con differenti formazioni, dal quintetto alla big band, da The Three Americas a Sings Jobim, da Impulsive! a Everything I Love, tutti per la Blue Note. Il cambiamento di etichetta vede ora Eliane ancor più vicino all’intrinseco spirito latin, con un repertorio assai eterogeneo dove lei canta, suona, arrangia, dirige, compone, produce. Oltre a Light My Fire, trasformata in seducente ballad, con sonorità acustiche essenziali, la Elias interpreta la dolce My Cherie Amour di Stevie Wonder, la virtuosistica Take Five di Paul Desmond, la saliente Aquel Abraço di Gilberto Gil, presente, come ospite in questo e altri due pezzi. Del resto Eliane da sempre ama circondarsi di musicisti di pregio, dalla sezione ritmica fissa (Oscar Castro-Neves, Marc Johnson, Paulo Braga) al nuovo team (Marivaldo Dos Santos, Rafael Barata, Romero Lubambo, Ross Traut, Lawrence Feldman) fino agli altri invitati celebri, ossia la coppia RanDy e Amanda Brecker. E il disco reitera lo stile brazilian jazz di una leader autorevole, tanto nei momenti più intimi e delicati tra Isto Aqui O Que È a Bate Bate quanto mediante la schietta vivacità di Rosa Morena o Samba Maracatù. Del resto l’album è un misto di emozioni, come racconta l’autrice stessa, quando lo definisce “cool, sexy e divertente”.

Braciola, Panetto e gli altri (seconda parte)

 

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Museo del Deportato 
Carpi, Fossoli 2015 ((Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Fu un giorno che pioveva a dirotto, e che di camminare non se ne parlava neanche con l’ombrello. Quella volta dovetti arrendermi e accettare l’invito; ma la Fiammetta non s’era sentita bene, e allora niente ragù, bensì brodo caldo di gallina.
«Quella vera, che le ho tirato il collo io, mica del supermercato!»
Ne mangiai due piatti pieni, tra lo stupore generale.
«L’ultima volta credo di averla mangiata che ero ancora bambino,» mi giustificai.
La Fiammetta volle saperne di più.
«Ricordo poco, ma c’era questo contadino che ogni tanto ci portava qualcosa: delle uova, qualche verdura, una gallina appunto».
«Noi s’è sempre avuta la terra, finché c’ha retto la schiena per lavorarla».
«E poi,» continuai, «ci siamo trasferiti in città per lavoro, e dalla finestra non vedevo neanche più le stelle».
«Le persone non lo sanno cos’è che si perdono, ma ormai son sempre di fretta, sempre a correre per fare soldi».
E fu a quel punto che Nello tirò fuori l’album delle fotografie, forse per mostrarmi quel che intendeva. In quelle immagini c’erano i genitori, i fratelli, gli animali e i campi; ma soprattutto l’infanzia: quella che la guerra gli aveva portato via troppo presto.
«Questo sono io, avrò avuto dieci anni, non di più».
L’immagine mostrava un bambino con dei pantaloni lunghi fino al ginocchio e tenuti su da un paio di bretelle.
«Visto che ometto?»
«Peccato che ancora non lo conoscessi,» aggiunse soddisfatta la Fiammetta. Aveva un sorriso furbo, che la ringiovaniva. Dentro a quel corpo così gracile, alla pelle macchiata e tirata sulle sporgenze delle ossa, si dibatteva ancora una grande energia.
«E quest’altri sono invece i miei fratelli: Luciano, Ernesto e Franco. Son rimasto solo io».
«La guerra?»
«Solo Ernesto, gli altri due son morti dopo per dei malacci».
Quel giorno Nello mi confidò che gli sarebbe piaciuto parlare di tutto, non soltanto della resistenza: anche della paura e dell’angoscia di chi rimaneva a casa, ad esempio, o di quelli che li avevano tolti di mezzo senza saperne niente.
«Non mi pare giusto che si racconti soltanto la storia di chi ce l’ha fatta».
«Ma come si fa?» obiettai: «Bisognerebbe inventarla da capo a piedi. E quanti libri che ci vorrebbero…»
«Anche, perché no? Non è forse quello che deve fare uno scrittore? I libri dovrebbero essere tanti quante sono le storie da raccontare, non credi?»
E in effetti dovetti confessare, rivelarmi per quello che ero: un impostore, un farabutto; uno buono soltanto a documentarsi e a trascrivere, ossessionato dal corpo del reato.
«Sono anni che cerco di scrivere un romanzo, di portarlo a termine, ma c’è sempre qualcosa».
«E allora sei più uno studioso che vuol rimettere le cose al loro posto. O un giornalista. Mica è un male di questi tempi, con tutti i bugiardi che ci sono in giro».
Gli confessai che non ero uno con le conoscenze giuste, al contrario di come m’ero invece presentato.
«Son vecchio, ma mica rimbecillito!»

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Silvano Sarti
Sant’Anna di Stazzema | Bottega “Gamba Carlo”
Settembre 2014 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Anche la Fiammetta l’aveva capito: «Dal primo giorno! Uno con le conoscenze non ha certo bisogno d’andare in giro a fare chissà che. Tutto il giorno a camminare con la testa per aria».
«Soprattutto al bar per parlare col Cardelli!»
In realtà, a Nello non importava niente del libro: «Tanto non sarei campato in tempo per leggerlo»
La Fiammetta scosse la testa: «Ma cosa dici? O son discorsi da farsi, questi?»
«Son discorsi come altri. A me più che altro mi garba avere una persona che stia qui ad ascoltarmi».
«Ma ai vostri figli non interessa?»
Le foto erano tutte appese sopra al caminetto.
«Eccoli i nostri figli, che erano tanto bellini… Ma ora son grandi, e hanno altre preoccupazioni per la testa».
Nello si accalorò: «E poi anche loro hanno smesso di votare per i comunisti!»
«Ma anche volendo, i comunisti non ci sono più,» obiettai.
«E però t’interessano i partigiani, e ce ne vorrebbero di nuovi… vedresti quanta gente a portare i sacchi di farina».
«Io non credo che siano più i tempi».
«Ma che discorsi, da te poi! Me lo dicevano anche da giovane, che non erano tempi, ma dio bono se non li abbiamo fatti maturare, i tempi!»
«Ma oggi non c’è mica la guerra!»
«È a dire così che ci ricascherete… Ora non ti sembra, non ti pare che possa accadere, ma le cose precipitano anche in un solo giorno, e ti ritrovi col fucile in mano senza nemmeno sapere da che parte si tenga. E il fucile è una cosa, le parole un’altra».
Nello aveva ragione: la scrittura non c’entrava niente, il libro men che mai. Quello che cercavo era una prova, la testimonianza che in passato era stato diverso. Per questo ero ossessionato da quel Braciola e da quel Panetto: perché sentivo approssimarsi il giorno in cui la sua voce si sarebbe spenta per sempre, e non avrei più saputo a chi chiedere. Certo, la Fiammetta mi avrebbe raccontato ancora dei patimenti e degli stenti, della noia di ritrovarsi adolescente in un casolare buio, accerchiata dai fratelli minori. Mi avrebbe descritto la cucina fresca in cui passava intere ore a rimestare patate e cipolle, ad ascoltare il rumore dell’artiglieria in lontananza, o del passaggio degli aerei in formazione. Lei aveva conosciuto, ancorché bambina, la paura di viver rintanati come conigli, ma non aveva visto che quella sua casa e il campo tutto intorno. Dei nascondigli per le armi e dei giacigli per la notte sapeva soltanto Nello, e anche di chi aveva pagato con la vita.
«Ma non è così! Non erano mica soltanto uomini, come pensano alcuni».
C’era ad esempio la Paolina, che a diciassett’anni faceva la staffetta e sorrideva sempre: «Diceva che era per farci sentire meno soli, anche se i genitori li aveva persi entrambi e s’era ritrovata a dover badare ai nonni e al fratello più piccolo».
E di certo non si sarebbe mai dimenticato della Margherita, che più di una volta lo nascose nella sua cucina.
«Una bomba degli alleati cadde proprio sul tetto della sua casa, quando il marito gliel’avevano già ammazzato, ma non esplose. In cucina, che era subito sotto al tetto, ci lasciò un buco grande così».
E quel buco, mi spiegò Nello mimandone la circonferenza con le braccia spalancate, lo attraversava per andarsi a nascondere tra il muro e i mobili della cucina, rimasti miracolosamente intatti sul pezzo di solaio che non aveva ceduto.
«E come facevi ad attraversare il buco?»
«In un cantiere avevo trovato una tavola lunga più di tre metri. Dopo esser passato la toglievo e la mettevo per lungo sotto i mobili, spingendola a ridosso del muro. Io mi ero ricavato uno spazio dietro la vecchia cassapanca. C’andavano anche i piccioni passando per il buco rimasto nel tetto. C’era una puzza… però mica la sentivo dalla paura! E poi stavo così stretto e attaccato al muro che a fatica ci respiravo».
Perché lì dietro Nello mi spiegò che ci doveva stare di fianco, con una spalla poggiata a terra.
«È per quello che quando cambia il tempo mi fa male. Per via dell’umidità che c’era su quell’impiantito».
Eppure, nonostante il freddo e tutti i patimenti, ha campato quasi novant’anni, e la Fiammetta lo sentiva che era arrivato all’ultimo giro, e proprio per questo non l’interrompeva mai, anzi lo spronava.
«Raccontagli di quella volta che Carlone cadde nel fosso,» e giù a ridere da non saper continuare oltre.
Nello aggiungeva ogni volta un’espressione diversa, qualche particolare in più, ma il succo era sempre quello: che Carlone, per rubare l’uva, finì nel fossato in mezzo alle serpi.
Meno male che c’era un bel sole, perché Carlone si ritrovò inzuppo fino alla cinta dei pantaloni, e in tasca gli c’entrò anche una piccola ranocchia. È questo il particolare che ogni volta fa sbellicare dal ridere la Fiammetta.
«Si prese in giro per giorni. Gli si diceva che c’aveva guadagnato, che al posto della frutta aveva trovato del pesce fresco. La gente i partigiani se li immagina chissà come, ma in tanti eravamo poco più che ragazzetti».
Carlone fu uno dei tanti: di quelli che l’Italia non fecero in tempo a vederla liberata; ma Nello riusciva persino a riderci, tanto diceva che ormai era pronto a raggiungere anche lui i compagni dall’altra parte del fossato.
E infatti sì, non è che potesse andare poi tanto diversamente, ma a scriverne m’è successa una cosa che non avrei mai detto: che in mezzo a loro, a Carlone, Caterina, il Bencini, Mariano e Paolina mi ci sono sentito anch’io. E anche con quel Braciola e quel Panetto, che per quanto non sia riuscito a saperne niente, mi sembra d’averci passato un bel pezzo di tempo.
A guardare indietro, cinque anni son stati davvero tanti, e tutte le domeniche. Lo dice sempre anche la Fiammetta: «Meno male che la domenica ci vieni te a trovarmi, perché i miei figli, tra lavoro e famiglia, non c’hanno mai tempo per la loro mamma».
A volte le porto qualche dolcetto, più spesso un po’ di frutta fresca, che le ricorda di quando avevano la terra. A pranzo adesso mi fermo sempre, perché alle tagliatelle fatte in casa non riesco proprio più a rinunciare.
Piuttosto: il libro lo sto ancora scrivendo, ma ho smesso di fare domande. Certe idee mi vengono quando chiudo gli occhi, un attimo prima di addormentarmi sul divano, ma per appuntarle attendo il risveglio: mi dico che se resisteranno all’oblio, allora varranno davvero la pena.
La Fiammetta sostiene che io sia troppo severo con me stesso, e mi dice che a volte le ricordo il suo povero Nello.
«Era sempre a dire che avrebbe potuto far meglio questo e quello, ma penso che il suo l’abbia fatto, no?»
E io le dico che sì, che Nello il suo l’ha sicuramente fatto.
«E invece te ti senti in debito».
«Sì, penso che sia così».
Penso sia per questo che non voglio concludere, che mi trascino il lavoro dietro: perché dilazionando il tempo mi sembra di sdebitarmi, e per giunta con gli interessi.

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Montemaggio 
Marzo 2012 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

«Scrivo, cancello, riscrivo, cambio parole in continuazione. Forse dovrei arrendermi all’idea di essere uno scrittore mediocre».
«Se ti sentisse il mio povero Nello, con tutte queste lamentele. Andiamo a tavola, va».
E in silenzio mangiamo, chini ognuno sul proprio piatto.
La domenica è sempre questa storia, ormai saranno due anni, e non ne salto una. Cinque anni non si dimenticano così presto, non con un libro ancora tutto da scrivere e due nomi dispersi tra le righe della storia. Non con un monumento che lo vedono soltanto i piccioni e i gabbiani, perché il mare è vicino e col salmastro, si sa, la ruggine corre anche più veloce.
«Se ti sentisse il mio povero Nello, ti direbbe che sbagliare è un dovere, perché di quelli che per non sbagliare non hanno fatto niente se n’è conosciuti fin troppi».
La Fiammetta sembra mangiare perché è lenta, ma nel piatto non ci mette quasi niente. Si direbbe che usi piuttosto la forchetta per raccogliere i pensieri e digerirli piano, prima di azzardare una frase.
«Se ti sentisse… ma non può più sentirti, e mi manca il suo borbottare e maledire il mondo».
«Se ti sentisse che sei così nostalgica,» azzardo.
«E c’hai ragione, sembro proprio una vecchia bacucca».
E insomma il silenzio non è che duri molto, perché alla fine, senza neanche rendercene conto, ripetiamo gli aneddoti che Nello ha raccontato per anni.
«Come quella volta che Braciola e Panetto si sentirono male per quanto avevano mangiato, e gli prese a entrambi un attacco di diarrea proprio mentre dovevano scappare dai tedeschi».
«Sì, e poi dovettero pulirsi con l’erba secca».
«E puzzarono per giorni, perché non avevano sapone e neanche altri vestiti».
«E com’è che diceva il mio Nello?»
«Che lo stesso stavano uniti, e anche a dormirci accanto la puzza non dava fastidio, perché erano compagni».
«Era proprio così, ma ormai a chi vuoi che interessi?»
Dopo pranzo, la domenica, rimango ancora un poco ad aiutare: sparecchio la tavola e spazzo le briciole da terra, ma i piatti li vuol fare sempre la Fiammetta.
«Di forza ne ho ancora. Piuttosto, potresti andare a prendere dei fiori».
I fiori son quelli da mettere sotto al ritratto in bianco e nero, perché Nello la tomba non l’ha voluta e sulla bara chiese che non ci fossero corone.
«Buttami a mare,» le disse: «Quando muoio buttami a mare, che così mi mangiano i pesci».
«Ora che sta zitto, però, si fa come dico io».
E così ogni domenica mi manda dal fioraio davanti al piccolo cimitero, che ormai già lo sa cosa voglio e se non fosse per me, i garofani rossi non li terrebbe nemmeno più.
Ieri la Fiammetta mi ha fatto promettere che quando non ci sarà più dovrò prenderli anche per lei, perché tanto i figli faranno di testa loro e le porteranno le rose e i crisantemi, o addirittura quegli orribili fiori di plastica che basta spolverarli una volta l’anno.
«Mi raccomando,» mi ha detto, «nel libro dovrai scriverci anche questo. Che i garofani rossi non li vuole più nessuno. Scrivici che a noi piacevano le cose vere, le persone vere. Che alla fine ci hanno preso tutto. Scrivilo anche se non ci crederà più nessuno».
Ormai mi guarda in un modo che sembra già essere altrove, in un modo che lo può vedere chiunque cos’è che attende.
«Certo,» le ho risposto, «lo farò senz’altro».
Ebbene sì, cinque anni non sono affatto pochi, e alla fine non è che poi potesse andare tanto diversamente.

 

 

Elizabeth Strout e l’estasi di ciò che è fuori controllo

 

Alessio Duranti per Elizabeth Strout
Sguardi
Rigomagno, Autunno 2016 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

Tutto è possibile (trad. Susanna Basso, Einaudi, pp. 207, € 19) è un libro che procede dalle ferite dell’anima. Siamo nel Main, nell’America rurale dell’Illinois, tra i centri di Carlisle e di Amgash, dove la gente evita le chiacchiere e i piagnistei. Per questo gli uomini della Strout, spesso reduci di guerra, si tengono tutto dentro – croci e paure – e finiscono per produrre altri e più bui dolori alle donne che amano, ai figli, agli amici. E le donne pure soffrono e tacciono, perlopiù, perché, come Dottie Blain ha imparato da zia Edna, “quando una donna si lamenta è come se ficcasse il lerciume sotto le unghie di Dio”.
Lo strazio di uno, quindi, coinvolge tutti; e le storie s’intrecciano. I capitoli del romanzo sono in fondo otto racconti che potrebbero sussistere autonomi ma che, assieme, funzionano come tessere di un domino: ne tocchi una e tutte si muovono mostrando le loro schiene colme di segni. C’è di nuovo Lucy Barton – già eroina di Mi chiamo Lucy Barton – che nel libro appare e dispare come la dama a cavallo nel Blanc Seing di Magritte. Si sa che c’è, ma si vede e non si vede; gli abitanti di Amgash ne parlano perché Lucy – in un gioco intertestuale – ha scritto un libro di memorie che getta piccoli bagliori sui misteri della comunità. Ed è proprio Lucy la prima vittima del dolore altrui: del padre Ken, che dopo la guerra è un “disastro”, e della madre che piega i figli a mangiare dalla spazzatura o taglia loro i vestiti per poi – lei sarta – rammendarli il giorno dopo. Così spiamo il povero fratello di Lucy, Pete, ormai adulto, abbattere con inusitata, e forse catartica, violenza il cartello – Orli e Riparazioni – dell’antica attività materna. Così conosciamo Marilyn Macauley e suo marito Charlie, reduce del Vietnam e uomo “dal dolore indicibile” che va a puttane e distrugge il matrimonio per poi, forse, ritrovare una pagliuzza di felicità nel torrente di un amore attempato con Patty Nicely; Patty la Grassona, nata nell’indigenza e testimone degli amplessi extraconiugali della madre, cresciuta incapace di fare l’amore con il suo primo marito (“sdraiati nel letto si tenevano per mano, e non si spinsero mai oltre”).
Tutto è possibile da quelle parti, in quella provincia dove la gente coltiva l’illusione di conoscere tutto di tutti – e forse è vero – ma solo pochi accarezzano il sogno di comprendere e di essere compresi, di entrare in connessione con gli altri e coi loro paesaggi interiori. Strout cerca di cogliere, in queste vite, le crepe e poi gli stati di grazia, “i guai immensi e insignificanti” di un’esistenza, l’incredibile sensazione di libertà provata da chi si sente amato, la paura e la vergogna ove si insaccano le famiglie, i tanti modi in cui non si sanno le cose. La solitudine e la miseria sono monete che si spendono nella vita e, come tali, hanno anche un rovescio che Strout mostra, senza indugi e all’improvviso, lanciandole nell’aria malinconica – a volte ironica – delle sue pagine e riacchiappandole subito dopo: dall’altra parte c’è magari una gioia inaspettata o un inedito senso di comunione. Tutto è possibile è ossimoricamente “l’estasi di quando finalmente ogni cosa è per sempre fuori controllo, irraggiungibile ormai, remota e basta”.

Articolo apparso per la prima volta su Avvenire, il 5 ottobre 2017

Alessio Duranti, un grande fotografo

 

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Monte Sole, Marzabotto
25 aprile 2017 Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

Giacomo Verri Libri, da oggi, inizia ufficialmente una collaborazione con Alessio Duranti. Chi è Alessio Duranti?

Io dico un grande fotografo, uno che con la macchina tra le mani risucchia il mondo e ce lo restituisce più chiaro, più graffiante, più commovente.

Da questo momento, Alessio accompagnerà e commenterà il blog con le proprie immagini, rigorosamente in bianco e nero, che diverranno delle vere e proprie copertine per molti articoli, recensioni, racconti.

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Qui di seguito, una sua breve biografia:

Nasce nel 1977 a Siena, città dove lavora. Vive ad Asciano.

Collabora con Dazebao News, Erodoto108, con l’associazione Altramente Scuola per tutti di Roma e dal 2016 con il blog QuiRidoIo diretto da Valerio Manisi. Nel 2014 con Samuele Mancini realizza il reportage sul trasporto pubblico “Senza Veicoli Propri” e nel 2015 fondano l’Associazione Culturale 14Imagine.

Dal 2010 porta avanti una ricerca fotografica sulla Memoria, “…Nel Cuore del Futuro”, indagando il tema della Resistenza e dei luoghi simbolo dell’orrore nazifascista nella loro attualità.

Segue manifestazioni nazionali legate al lavoro, ha collaborazioni con l’Arci Siena e con la Casa Circondariale di Siena. Collabora con l’associazione culturale Rizes, dal 2013 documenta il progetto TamTam per la compagnia teatrale Lalut di Siena e nel 2016 inizia una collaborazione con Irene Stracciati e la sua compagnia di danza.

I dischi di Guido Michelone: Corea, Clarke & White, Forever

Forever

Un album doppio straordinario, un disco vero di gran classe (Concord): queste sono le impressioni a caldo dopo il primo ascolto del progetto del 2010 di Chick Corea (pianoforte e tastiere) assieme ai fidi Stanley Clarke (contrabbasso e basso elettrico) e Lenny White (batteria e percussioni). I tre assieme ad Al Di Meola (chitarre) avevano costituito negli anni Settanta i Return To Forever, tra l’altro di nuovo riunitesi in tempi recenti per un’operazione non soltanto nostalgica ma intesa a riaffermare le ragioni di un jazzrock raffinato e sperimentale. Queste stesse premesse sono un po’ alla base del trio di Forever, con un’ulteriore fondamentale aggiunta: se nei Return To Forever l’impegno era circostanziato alla sola fusion (sia pur trattata quasi avanguardisticamente come nessun altro oggi sarebbe in grado di esternare), ora in questo Forever (e la scelta della parola ‘forever’ non è casuale) lo spettro musicale si allarga sempre di più: in pratica, di fatto, Corea, Clarke e White omaggiano tutto (o quasi) il jazz degli ultimi quarant’anni, da quando insomma i tre, assieme o separatamente, hanno iniziato a diventare famosi, senza nulla perdere dell’originaria creatività – perpetuata oggigiorno con stile e magniloquenza – pur transitando attraverso esperienze jazzistiche anche molto eterogenee e sovrapposte. Ma per fortuna in Forever ci sono spazi (e tempi) per tutto e per tutti. L’inizio ad esempio è dedicato alla storia del piano jazz trio con tre brani fatidici che rappresentano la svolta del modern jazz contemporaneo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quando ad alzare in alto il vessillo della libertà inventiva c’erano musicisti come Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Bud Powell e molti altri. La scelta dei tre pezzi – On Green Dolphin Street, Waltz For Debby, Bud Powell – è un tributo più o meno diretto allo stesso Miles che suonò On Green Dolphin Street diverse volte, in modale, prima di cambiare e virare al rock, accogliendo nel gruppo proprio un giovanissimo Corea al piano elettrico. Waltz For Debby è invece il capolavoro del pianista Bill Evans, il cui trio con Scott La Faro e Paul Motian è stato un riferimento assoluto per lo studente Corea; ed infine Bud Powell, fin dal tiolo, è l’omaggio al pianoman del bebop che per primo varò la formula del moderno jazz trio con contrabbasso e batteria non solo in mera funzione accompagnatrice, ma come sostegno dinamico, preludendo già all’interplay evansiano. A sentire la naturalezza, l’intelligenza, la coesione di Corea con Clarke e White proprio sul jazz acustico (abituati da sempre ad ascoltarli nel sound elettrificato) e dal vivo (almeno in parte) si rimane incantati: la performance è forse tra le migliori nella storia recente dei trii pianistici, persino superiore agli ensemble di Keith Jarrett e Brad Melhdau, senza nulla togliergli. E tutto il doppio album va avanti così, tra innumerevoli sorprese, graditissimi ospiti, assaggi funk, atmosfere anche latinoamericane, sentori melodici, e imprinting acutamente jazzati, senso dello swing, insomma, come si diceva prima, uno straordinario ripasso in una sola volta del presente di un jazz più vivo che mai.