I dischi di Guido Michelone: Gato Barbieri, Last Tango In Paris

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Il nome ma anche il sound dell’uomo e dell’artista Gato Barbieri (1937-2016) restano ancor oggi associati, nell’immaginario collettivo, allo score di una pellicola – Ultimo tango a Parigi, a firma di Bernardo Bertolucci – entrata anch’essa nella mitologia popolare per ragioni extrafilmiche note a tutti (sequestro per oscenità, condanna al rogo in Italia e assoluzione solo in tempi recenti). Anche la musica di questo ‘ultimo tango’ (United Artists, 1972) è conosciuta (positivamente) fuori dagli ambiti jazzisti, mentre alcuni duri-e-puri non la ritengono vero jazz, benché s’avvalga di un ‘maestro’ quale Oliver Nelson (arrangiamenti e direzione orchestrali), oltre la partecipazione di molti solisti italiani, francesi, argentini di stampo jazzistico. Quel che è certo è che rimane un gran bel disco (anche romantico); e la struggente melodia che fa da leit-motiv, con il senno di poi (ovvero la giusta distanza storica) è pure da ritenersi il primo riuscito esempio di tango-jazz destinato a perpetuarsi solo molti anni dopo.

I dischi di Guido Michelone: TSF, Best Of

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TSF è stato in assoluto uno dei migliori gruppi vocali europei, un divertente cocktail di swing revival e di canzone jazzata in lingua francese: attivo per soli sette anni tra il 1988 e il 1994 e con soli quattro album alle spalle  esattamente Drôlement vocal (1988), Ca Va, ça Va (1990) Un P’tit Air Dans La Tête (1992), Rêver d’amour (1994) viene ora recuperato con un’antologia (Best Of, JMS 1988-1994) che in diciassette brani (più un bonus video) presenta il meglio del meglio, anche forse un cofanetto con l’opera omnia avrebbe reso ancora maggior giustizia a un ensemble pionieristico sia in Francia sia sul Vecchio Continente in un momento in cui, in questo genere, furoreggiano solo i quattro Manhattan Transfert e pochi altri negli Stati Uniti. La peculiarità dei TSF, definito anche sulla copertina di questo CD le groupe vocal drôle et élégant (divertente ed elegante) era appunto la capacità di unire un registro comico, spassoso, ironizzante a un suono raffinato, virtuosistico, tipicamente jazzy nel cantare all’unisono o nell’imitare con le singole voci i timbri di ance o percussioni (come facevano negli anni Trenta i Mills Brothers o, dieci anni dopo, gli Ink Spots). Ma c’è di più: a differenza di quasi tutti gli altri vocal groups i TSF erano anche abili strumentisti: Marinette Maignan suonava il sax alto, Jean-Yves Lacombe il contrabbasso, Philippe Berthe la chitarra semiacustica e Dominique Vissuzaine la tuba: ai quattro si aggiungono spesso altri due cantanti, Thomas Dalle (anche alla batteria) e Daniel Huck (sassofoni), nocnché Richard Porier (per il ritmo). Se si esclude l’iniziale Le feutre taupe del grande cantautore Charles Aznavour, gli altri pezzi sono tutti griffati e arrangiati individualmente o insieme dai quattro TSF, che si divertono (e ci divertono) a raccontare buffe storielle con garbo sincopato e con preziosismi formali tra scat e vocalese.

Filippo Scroppo, Il pastore dell’arte

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di Mariolina Bertini

Non sono molti i luoghi, a Torino, rimasti uguali a com’erano intorno al 1950. Uno è l’ingresso dell’Accademia Albertina: il gran portone di chiaro legno opaco continua ad aprirsi sull’androne semibuio, che conduce al cortile erboso dominato da quel curioso esempio di panopticon subalpino che è la Rotonda del Talucchi. A destra, ben più luminoso, lo scalone monumentale che porta al primo piano.

Mi capita, a volte, di affacciarmi a quell’ingresso. Penso che mio padre, Aldo Bertini, è passato quotidianamente di lì, dalla fine degli anni Quaranta al 1960, negli anni in cui insegnava Storia dell’Arte all’Accademia. Più tardi, quando ha insegnato all’Università, mi ha spesso confidato con un sospiro: “Sai, io preferivo l’Accademia. I colleghi erano tutti artisti, come gli studenti migliori. Era un ambiente così libero, aperto, pieno di vita… Mi divertivo tanto di più.”
Queste parole di mio padre mi sono tornate in mente leggendo la bella biografia di Filippo Scroppo pubblicata da sua figlia Erica (Filippo Scroppo (1910-1993) Il pastore dell’arte, Prefazione di Simonetta Agnello Hornby, Claudiana, Torino, 2016, pp. 80, € 12,50). Pittore, critico, insegnante, Scroppo ha lavorato all’Accademia Albertina dal 1948 al 1980, agli inizi come assistente di Felice Casorati, poi dirigendo la Scuola del Nudo. E con la sua personalità vulcanica, con la sua appassionata militanza per l’arte moderna, con il suo generoso entusiasmo ha certo contribuito in modo determinante a fare dell’Accademia quell’ambiente “libero, aperto e pieno di vita” che mio padre tanto apprezzava. Il suo nome mi era familiare da sempre, e pensavo di avere di lui un’idea abbastanza completa: conoscevo molte sue opere, sapevo che era stato il critico d’arte dell’”Unità” e che aveva creato una scuola privata di pittura di alto livello. Mi mancavano però diversi elementi fondamentali: non sapevo nulla delle origini siciliane di Scroppo né dell’importanza che rivestiva per lui la spiritualità, la religiosità valdese nella quale era stato educato. Grazie al libro di Erica, la sua figura si è arricchita per me di una nuova dimensione e ha acquistato una più precisa fisionomia sullo sfondo della Torino dove sono nata e cresciuta.
Torino, insieme alle vicine valli valdesi, è la patria d’elezione di Filippo Scroppo: vi approda a ventiquattro anni per restarvi per sempre. Ma non è lo sfondo della sua infanzia e della sua prima giovinezza. Di nascita, Filippo è siciliano, di Riesi, e la sua formazione avviene nella Sicilia profonda, tra Riesi e Piazza Armerina. Nonni e genitori appartengono alla chiesa valdese, che agli albori dell’unità d’Italia ha intrapreso la diffusione dell’Evangelo in Sicilia, creando in alcuni centri scuole elementari d’eccellenza e combattendo l’analfabetismo, l’arretratezza, i pregiudizi secolari. Da un nonno scultore forse Filippo eredita la vocazione artistica; lettore precoce, è certamente stimolato e incoraggiato dalla mamma , che è maestra come molte altre donne della famiglia. Cresce in un ambiente in cui il fervore religioso ricorda quello dei primordi del cristianesimo; agli studi liceali lo prepara il pastore Arturo Mingardi, ex-francescano passato attraverso l’esperienza del Modernismo, uomo coltissimo e dal forte carisma. La ricostruzione, documentata con molte immagini, di questo mondo delle origini famigliari, è tra i punti di forza del volume di Erica Scroppo, perché ci introduce in una comunità ben poco conosciuta e davvero ammirevole per coraggio, determinazione, coerenza e cultura.

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L’impronta della comunità valdese di Sicilia ci permette ci capire molto della vita di Filippo Scroppo, che è una vita d’artista, certo, ma del tutto immune da quell’egocentrismo e da quel ribellismo di maniera che gli stereotipi romantici attribuiscono alla figura del bohémien. Non è un vita incentrata sull’io, ma aperta sugli altri: trapiantato in Piemonte, il giovane Scroppo dipinge, lavora come maestro, dirige la corale valdese, suona l’armonium, studia teologia e Lettere, ed è tentato dalla carriera pastorale. La prima esposizione pubblica è del 1940; gli anni della guerra sono, per lui come per tutti, anni complicati, con i quadri portati avventurosamente in salvo sotto i bombardamenti, i rari incontri con la futura moglie Lucilla, l’esperienza della lotta partigiana. Alla fine, dopo qualche anno di lavoro in banca che gli permette la sopravvivenza materiale, dal 1947 sceglierà di dedicarsi all’arte completamente, appoggiato in questa scelta poco prudente dalla moglie, che condivide i suoi ideali e accetta una vita fatta di impegni che si accavallano, di lavoro matto e disperatissimo, di calorose amicizie e di iniziative portate avanti con un coraggio che rasenta l’incoscienza.
Scegliendo la vocazione artistica, è come se Scroppo vi investisse quel fervore di apostolato che lo orientava verso la carriera del pastore. Mentre la sua arte evolve dal figurativo all’astrattismo, e poi al “concretismo”, che rifiuta la riproduzione delle forme naturali, è tra gli organizzatori di esposizioni importantissime – a Torino, a Roma, a Torre Pellice – nelle quali sono rappresentate tutte le tendenze della pittura contemporanea. Al di fuori di ogni settarismo, è lo spirito dell’arte moderna che lo appassiona in tutte le sue forme: con l’amico Albino Galvano, studioso e critico d’immensa dottrina, promuove cicli di concerti, conferenze, iniziative d’ogni genere.
Dagli anni Quaranta sino agli anni Settanta, gli anni delle aerografie, l’arte di Scroppo si rinnova continuamente: lo constatiamo osservando le riproduzioni dei meravigliosi autoritratti degli anni ’20 e ’30, del drammatico Incendio in Val Pellice. Rappresaglia nazista del 1944, le arborescenze e le ricerche coloristiche degli anni successivi. Ma nella biografia scritta da Erica c’è molto più di un percorso attraverso l’estetica del Novecento. C’è la Torino delle amicizie decisive, come quella con Paola Levi Montalcini, la gemella pittrice di Rita; il mondo del giornalismo, quando sull’Unità, accanto agli articoli di Scroppo, comparivano quelli di Calvino e Natalia Ginzburg; i balli del Circolo degli Artisti, favolosi per l’eleganza delle signore, tra cui spicca Carol Rama con la sua frangetta battagliera e una gonna a righine orizzontali vagamente marinaresca, alla Chanel…

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Nella vita piena e intensa di questo infaticabile “pastore dell’arte” non mancano gli episodi divertenti, raccontati da Erica con humour affettuoso. Sempre di corsa tra mille impegni, Filippo arriva in ritardo perfino al proprio matrimonio, reclutando al volo un testimone improvvisato.
Critico dell’“Unità”, ne frequenta la redazione, dove si lega d’amicizia con un giovane cronista, Diego Novelli. Un giorno di marzo del 1951, proprio mentre è al giornale, arriva una telefonata allarmante. Nel quadro di “Arte in vetrina”, un’iniziativa promossa dall’ente Provinciale del Turismo, i principali negozi del centro cittadino hanno esposto opere di artisti contemporanei. In via Roma, Galtrucco ha collocato, tra le sue splendide stoffe, “un bellissimo quadro di Fontana, di quelli crivellati di buchi”. Ma un manipolo di benpensanti, sobillato dai capi del conservatore MARP (Movimento per l’Autonomia della Regione Piemonte), ha inscenato una protesta violenta: minaccia di sfondare a sassate la vetrina e di distruggere quell’opera oltraggiosa per il senso comune. Intervenuto di gran corsa insieme al critico Luigi Carluccio, a Novelli, al gallerista Pistoi, Filippo Scroppo dispiega con successo tutta la sua energia oratoria, riuscendo a indurre a più miti consigli gli scriteriati. Novelli dirà in seguito di aver visto all’opera in quell’occasione il predicatore, quasi il missionario che era in lui.
Alla fine della lettura della biografia di Erica, l’impressione è quella di aver partecipato a una lunga, affascinante avventura: la pittura di Filippo Scroppo, esposta nei musei di tutto il mondo, ne è certo il centro, ma intorno a questo centro turbinano amicizie, esperienze, ricerche, iniziative di vasta portata. Ed emerge, nettissimo, il profilo dello Scroppo “protestante di Sicilia” tracciato da Italo Calvino con la consueta precisione: quello di un “duro della pittura italiana, un uomo a cui è consueto considerare il piano dei valori ideali come il più forte e decisivo, un ribelle non emotivo o agitato, ma con l’ostinata certezza interiore di essere nel giusto, che è propria di una severa nozione della Grazia”.

I dischi di Guido Michelone:​ The Microscopic Septet,Friday the Thirteenth

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Il Settetto Microsocpico, così denominato per il suono fortemente orchestrale scaturito da un ensemble tutto sommato di ridotte dimensioni, compie nel 2010 i trent’anni di attività lungo una carriera abbastanza tortuosa. Ma, va subito detto, il nuovo disco festeggia nel modo migliore un compleanno invidiabile per le jazz band: solo il Modern Jazz Quartet di John Lewis, Milton Jackson, Percy Heath e Connie Kay seppe fare meglio come longevità. Friday the Thirteenth è un CD che reca quale sottotitolo The Micros Play Monk. Ed è in tutto e per tutto un tributo al geniale pianista, bopper, compositore, genio del jazz, Thelonious Sphere Monk (1917-1982), a cominciare sin dal titolo, che è uno dei dodici classici monkiani di cui si compone questa sorta di concept-album; gli altri pezzi, notissimi, sono in ordine alfabetico: Brilliant Corners, Bye-Ya, Epistrophy, Evidence, Gallop’s Gallop, Misterioso, Off Minor, Pannonica, Teo, We See, Worry Later e appunto Friday the 13th. Oggi The Microscopic Septet è formato da Don Davis (sax alto), Richard Dworkin (batteria), Joel Forrester (pianoforte), Mike Hashim (sax tenore), David Hofstra (contrabbasso), Phillip Johnston (sax soprano), Dave Sewelson (sax baritono); di fatto è un quartetto sassofonistico con ritmica, ma con un sound particolarissimo tra avvolgente e strutturato, che lo fa sembrare una felice big band in miniatura. A guidare le danze è lo storico leader Johnston e forse è proprio il caso di parlare di musica a danza per la cantabilità, la ballabilità, la melodiosità dei trattamenti e degli arrangiamenti verso l’irraggiungibile arte monkiana: a ciò si aggiunge, poi, un senso di ricerca, sperimentazione, avanguardia, sempre ben calate in un progetto di ascolto, che danno a Friday the Thirteenth (Cuneiform Records, 2010) il sapore di un’opera unica, in grado di richiamare alla memoria Duke Ellington e John Zorn Albert Ayler e quei Lounge Lizard esordienti a loro volta trent’anni fa proprio come questi magici Micros.

I dischi di Guido Michelone: ​Sarah Vaughan & Quincy Jones, You’re Mine You

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Ritorna con una veste grafica nuova (disco Buscadero), grazie alle belle foto di Jean-Pierre Leloir, un classico album (Jazz Images, 1962, distr. Egea) di un’accoppiata vincente nella storia del jazz afroamericano: da un lato una cantante ormai riconosciuta al top del vocalismo nero assieme a Ella Fitzgerald (Billie Holiday è scomparsa da poco), dall’altro un giovane arrangiatore che si va facendo le ossa con la rinata grande orchestra swing di Count Basie: dunque la Vaughan e Jones assieme, nel 1962, non possono che produrre un altro piccolo capolavoro di arte jazzistica nel perfetto equilibrio tra il timbro al contempo scuro, profondo, vellutato di Sarah e l’accompagnamento tanto discreto quanto deciso della big band di Quincy: entrambi valorosi e creativi sia nelle ballad tenere sia con i ritmi molto sostenuti. Sono dodici, come usa allora nei long playing, i pezzi in scaletta, con un repertorio eterogeneo che va dalla romanticissima title track all’allora di moda Maria (dal musical e film West Side Story), passando attraverso evergreen famosissimi dalla veloce Witchcraft alla blueseggiante So Long, da Fly To The Moon a On Green Dolphin Street. Come bonus nel CD vi sono anche un tredicesimo e quattordicesimo brano, scartati per il 33 giri originario, ma usciti come singolo: One Mint Julep e Mama He Treats Your Daughter Mean vengono probabilmente esclusi in quanto fuori contesto, nel senso che curiosamente si tratta di due twist ballabili, pensati forse per far guadagnare più soldi a entrambi; ad ascoltarli oggi non sono per niente commerciali, anzi riescono a stupire grazie alla versatilità di una cantante in grado di affrontare davvero ogni tipo di musica. La collaborazione tra Sarah e Quincy ha un precedente: a Parigi i due nel 1958 registrano Sarah And Violins (inserito nel CD), dove l’orchestra è ritmosinfonica e le melodie (ancora standard notissimi) iniziano a celebrare il talento, con un occhio di riguardo al pubblico dell’easy listening, di due figure-chiave nell’ambito della musica moderna.

Tra gli scaffali di Mariolina Bertini

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Lo scaffale parigino

Io ho due biblioteche. La prima esiste realmente. Ospita in doppia fila – e a volte in un supplementare strato orizzontale – una massa eterogenea e ingovernabile di volumi che, sull’arco di cinquant’anni, si sono moltiplicati in casa mia come quelle piante spinose che in un romanzo di John Wyndham invadevano la terra, soffocando ogni altra forma di vita: i trifidi. La percepisco come un’entità minacciosa e coltivo – senza osare realizzarlo – il sogno di attaccarla a colpi di machete, riconquistando una volta per tutte quello che il nefasto imbianchino tedesco definiva “Spazio Vitale”.
La seconda, che non esiste, è la mia biblioteca ideale. Accoglie soltanto testi amatissimi e irrinunciabili. Nella sua essenzialità, sfugge al caos. Allinea i libri della mia vita: Spie di Carlo Ginzburg, I Divoratori di Annie Vivanti, Topolino e il topazio dello zio in ozio, Chesterton, Colette, Toti Scialoja, Gozzano… Certo, è piccola, ma non deve mica sostituire le biblioteche pubbliche o quelle digitali, dove i classici – tanto amati anche loro – sono disponibili in ogni momento. È come i vasetti di basilico e di menta del mio balcone, che non ambiscono a rivaleggiare con l’orto botanico di Palermo né con la foresta amazzonica.
Nella biblioteca tangibile, quella che esiste davvero, c’è un solo scaffale che fa parte anche della biblioteca ideale. È quello dei libri su Parigi. È cresciuto a partire dagli anni settanta del secolo scorso, mentre studiavo Baudelaire e i suoi amici giornalisti, i teatri del 1830, i boulevards con i caffè da cui Balzac osservava l’eleganza dei dandies e delle coquettes. Non l’ho alimentato con la sistematicità del collezionista. Gli acquisti un po’ casuali, le trouvailles insperate, i regali degli amici si sono accumulati nel tempo. Alla fine, mi sono accorta che più che uno scaffale era diventato quello che i francesi chiamano un lieu de mémoire: un monumento domestico ai miei ricordi parigini. Nulla di quel che contiene avrebbe valore per un bibliofilo. Ma tutto ha valore per me, soprattutto quel che riporta in vita persone e luoghi che non esistono più.

2. Guide
Di tutti i libri del mio scaffale parigino, quello più sorprendente e più istruttivo è, credo, il Guide de Paris mystérieux pubblicato per la prima volta nel 1966, sotto la direzione di François Caradec, genio eccentrico, parodista e eversivo. È una guida alla Parigi letteraria: accurate piantine indicano le abitazioni di Balzac e gli itinerari di Nadja, l’eroina di Breton. Ma rispecchia anche i poliedrici interessi di Caradec: conduce il lettore sui luoghi dei misteri della Storia, dei drammi della cronaca nera, delle più antiche e singolari leggende metropolitane. Dalle Catacombe ai banditi anarchici della Banda Bonnot, il mito di Parigi raccontato nel Guide ha il fascino delle ballate popolari ma anche quello un po’ macabro delle statue di cera del Museo Grévin.

3. Yonnet
Non troppo diversa, la Parigi evocata da Jacques Yonnet, amico di Queneau, in Rue des maléfices (1954), è una Parigi inquietante e notturna, dove i clochards sono i depositari di storie fantastiche che rimandano a tempi lontani.

4. Clébert
Più precisa, più riconoscibile nei suoi aneddoti fitti di nomi è quella di Apollinaire nel Flâneur des deux rives (1928). Molto inconsueta è poi la città di Jean-Paul Clébert (Paris insolite, 1952), vagabondo autentico e scrittore occasionale, che descrive in presa diretta una periferia semi-campestre oggi completamente scomparsa.
Sono ben conosciuti, i libri che ho citato finora. Quello con il quale vorrei concludere, invece, non lo conosce quasi nessuno. È Paris porte à porte di Pierre Cautrat (1917-1978), pubblicato nel 1957 e poi ristampato nel 1996. Dopo la Resistenza, in cui è stato ferito e ha perso una parte della sua famiglia, Pierre Cautrat cerca di sopravvivere facendo a Parigi mille mestieri: vende porta a porta saponette, scope, spezie, giornali per ciechi, assicurazioni sulla vita, misteriosi apparecchi a raggi ora ultravioletti ora ultrarossi… Il racconto pieno di humour delle sue avventure compone davanti ai nostri occhi un’immagine inedita ed esilarante della Parigi del tempo, dalle portinerie ai caffè, dalle chiatte della Senna all’Accademia di Belle Arti.

5. Cautrat
Autore di due libri soltanto, Pierre Cautrat è oggi dimenticato; ai frequentatori della Parigi di Simenon, di Modiano, di Pennac il suo nome non dice nulla. Eppure, chissà. Forse, nel momento stesso in cui scrivo queste righe, su un quai della Senna, qualcuno sta frugando nelle casse di un bouquiniste. Pesca un piccolo libro che in copertina ha la foto di una burbera concierge, di quelle che rispondono sgarbatamente persino a Maigret. È incuriosito dal titolo, Paris porte à porte, e comincia a leggere:

Ossessione delle porte. Porte delle fabbriche! Porte dei laboratori! Porte dei negozi, degli immobili, degli appartamenti! Porte dei bar, dei caffè, dei ristoranti! Porte delle chiese, delle sagrestie, delle canoniche! Porte degli uffici, dei ministeri, delle amministrazioni! Quante ne ho varcate in ventisei mesi, a caccia di un pasto? Quante? Porte, portoni, porte girevoli, cancelli, battenti, portelli? Dove mi hanno portato, queste migliaia, queste decine di migliaia di porte passate e ripassate? Da nessuna parte.
Capita a volte di perdersi nella grande città, di perdersi a Parigi …

Tra gli scaffali di Ippolita Luzzo

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Caro Giacomo, alla maniera di Andrea Barbato, una cartolina per te, dai miei scaffali.
Cartolina di Andrea Barbato abita qui, insieme a me. Non ho scaffali e non ho neppure librerie, i libri si spostano a casa mia dalla camera da letto in cucina, in soggiorno. In bagno non gradiscono, alcune volte si fermano all’ingresso, sulle scale.
In una casa a schiera sviluppata in tre piani i libri hanno scelto i divani, le sedie, il tavolo, i comodini, il comò. Un continuo girovagare. Va da sé che, quando ne devo cercare uno, lo debba chiamare, inutile mi sembra mettersi a cercarlo, confido sempre nella sua buona volontà di farsi trovare.

Di solito sono ubbidienti e non mi fanno disperare. Sanno che moltissimi altri libri sono stati messi in sacchi e sacchi e donati, depositati in scuole e biblioteca, nella raccolta differenziata!
Ho un cestino nelle scale dove cestino i libri scritti male, libri insulsi per suono, ritmo e sintassi.
Libri illeggibili per contenuto, forma e altre amenità.
Certo, costoro mi guardano un po’ male, aspettano di essere ripresi, ogni tanto infatti mi capita di salutarli e di risfogliarli, chissà!
Ornella, la ragazza che mi aiuta a casa, tenta di indurmi ad un ordine fatto di spolverate e di contenimento. Lo vede anche lei sul tavolo della cucina troneggiare Simenon di Adelphi Memorie Intime insieme a Vertigine di Julien Green e non le sembra il caso di cucinare Le Rane di Aristofane o mettersi a discutere con Il pescatore di tonni di Raffaele Mangano e invitare Jenny la secca di Claudia Lamma.

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Non so proprio cosa voglia dire ordine e quindi insieme a loro stanno la corrispondenza inevasa, le bollette antiche aperte e dimenticate, giornali dove scribacchio qualche articolo, qualche articolo di amici giornalisti su di me, le mie cartelle cliniche con le visite passate presenti e future, le mie brutte copie di appunti e appunti presi a conferenze e a eventi. Tutto riversato nel mio blog, quel regno della Litweb, vera libreria, ordinata, questo sì, basta mettere su Google mio nome accanto al titolo del libro ed ecco trovato ciò che ho scritto di quell’autore, di quel romanzo. Potenza del web! Scaffali quindi condivisi con voi tutti, scaffali con voi tutti, avevo sul divano Racconti partigiani, tuo libro, uscito con Il Sole 24 ore tempo fa, dove ti ho conosciuto, e Il grande regno dell’emergenza di Alessandro Raveggi. Possiamo aggiungere documentazione fotografica di questo bel casino, una compagnia allegra nel mortorio continuato di una città senza vita. Dagli scaffali del web un saluto da Andrea Barbato, pardon, dalla regina della Litweb.

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Ippolita Luzzo, laureata in filosofia con tesi su Stirner, L’Unico.
Da giugno 2012 scrive sul blog “Ippolita La regina della Litweb” quasi un giornale di cui lei è editorialista, direttrice e cronista. http://trollipp.blogspot.it/
Col suo blog indaga e legge ogni momento letterario ed artistico per lei autentico interpretando in modo originale il senso del testo.
Ha vinto il premio Parole Erranti il 5 agosto 2013 a Cropani, nell’ambito dei Poeti a duello, X Festivaletteratura della Calabria .
Nel 2016 ha vinto il concorso Blog e Circoli letterari indetto da RadioLibri nell’ambito di Più Liberi più libri al Palazzo dei Congressi a Roma.
Nel 2017 fa parte della giuria del Premio Brancati .
Scrive su alcuni giornali online e riviste.
Molti suoi pezzi stanno nelle cartellette degli autori che, fidandosi, le mandano i loro scritti.

Nella libertà di lettura.