Elisa Casseri: Teoria idraulica delle famiglie

tubi

I fiori hanno bisogno di acqua. Figuriamoci un’intera schiatta di creature dai nomi vegetali, bisnonna Verbena, nonna Flora, mamma Margherita, Iris e Ortensio, che chiudono l’infilzata delle generazioni. A soddisfare di tutti le necessità un annaffiatoio non arriva, ci vuole un intero apparato di connessioni idrauliche, con tanto di valvole a farfalla e di ciambelle di salvataggio, di maniglie antipanico e di tubature, i cui flussi interni sono la storia del curioso romanzo d’esordio di Elisa Casseri, Teoria idraulica delle famiglie. Testo da far passare più volte sotto l’occhio, perché apparecchiato sulla carta con una “chirurgia – o ingegneria? – delle parole quasi fisica”, vocaboli che risalgono dalla pagina al naso del lettore mostrando, inaspettati, i loro sensi laterali, traslati, bizzarri: un linguaggio inedito, pescato nelle denotazioni della scienza – idraulica, chimica, matematica, ma anche verbale e cerusicamente lessicale – e fiorito, poi, con le connotazioni di una fantasia geometrica e rovesciante la quale, senza mai cedere al ‘nonsense’ carrolliano, conduce dritto al meraviglioso paese di Iris.
Un mondo, certo, di fatiche irrazionali, patite fin dall’infanzia, come una “sensazione di sentirsi stracolma” e incapace di far fronte ai problemi che le si ammassano dentro. Certo, accanto a Iris, c’è il nonno Giovanni, di poche ma esemplari parole, che la conduce a quel fazzoletto di terra su cui ha costruito una casetta come rifugio personale dai troppo forti moti idrici della famiglia. E ci sono mamma Margherita, preoccupata per le mene del marito Luigi, sempre distratto dalla carriera politica, e nonna Flora, regina dei fornelli e di una saggezza popolare al cui centro campeggiano i racconti sulla fantomatica zia Petunia, che cento vite viveva e “moriva cento volte al giorno, sempre in situazioni di pericolo e in storie che nascondevano malamente una morale”; c’è Verbena, la nonna bis, persa nei labirinti della memoria e nel sottovociare di melodie lontane e di formule per il malocchio; ci sono Ortensio, il fratello, e l’inseparabile Miriam, la bambina che diventa l’amica di Iris perché i loro nomi terminano entrambi con la consonante; e c’è Luigi, il primo amore.

TEORIA IDRAULICA DELLE FAMIGLIE_Layout 1
Nonostante tutto e tutti, Iris soffre, quand’è piccola, e lascia andare via le lacrime, pensando così di sentirsi più leggera; ma il rischio è quello di affogare, così, a un certo punto, decide di trasferirsi a Roma, di “traslocare dall’adolescenza alla maturità con cognizione di causa”. Forse, in realtà, la fuga romana è un modo per evitare di fare i conti con se stessa, trovandosi a doverne fare di più lunghi e complicati, il più intricato dei quali si chiama Stefano, colui che le dà un lavoro e le sottrae quel poco di senso che è riuscita a conquistare. Il buco vuoto lasciato dall’esperienza nella capitale porta Iris al ritorno. Ma è difficile restituirsi al passato e trovare tutto uguale e un poco differente, le tubature in cui scorre la storia della sua famiglia sono un poco logore, guastate dall’incidere delle medesime falle sempre negli stessi snodi. Giungono le rotture, allora: per il nonno Giovanni, per i genitori, per il fratello Ortensio, per Miriam. Ma non solo cedimenti, anche rivoluzioni: Iris, “seduta sulla carcassa della sua vita”, ricomincia a imparare “nuove cose, ogni giorno”, ad amare la compiutezza e a fuggire l’indeterminazione, a riempire il vuoto non con “lenti traslochi dalla verità” né con  metafore imprecise, ma con una lucida e taumaturgica “voglia di passato remoto”, capace di dare forma e peso definitivo alle cattiverie dei condizionali e degli imperfetti che “se ne stanno lì, abbracciati alle cose che sono state e che non saranno più”.
Tornare assume dunque per Iris un senso enorme. Iris stende in bell’ordine l’inchiostro della sua vita, riprende a scrivere quel romanzo che era sempre stato il suo sogno, un romanzo che le serve come un medicamento per ‘dire’ il proprio passato, per raccontare la propria esistenza, per organizzare, in teorema, il disegno idraulico della propria famiglia.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction, http://www.satisfiction.me/teoria-idraulica-delle-famiglie/

Continue reading “Elisa Casseri: Teoria idraulica delle famiglie”

Libri tanto amati: Andrea Nicolussi Golo e Joseph Roth

IMG_20160520_173937

(Foto di Andrea Nicolussi Golo)

Servirebbe la giusta dose di prudenza quando si chiede a un lettore compulsivo come me di parlare del libro più amato. Se glielo chiedi semplicemente, senza dargli il tempo di difendersi, è come prenderlo alle spalle e costringerlo contro un muro. Uno come me, quando deve scegliere quale sia stato il libro a cui ha appeso i suoi anni più belli, sente il fiato aggrovigliarsi tra la lingua e il palato. Secchezza delle fauci, direbbero in questo caso i bugiardini dei farmaci. La prima tentazione è quella consueta: oh, non potrei mai dire quale sia il figlio prediletto, ma lo sai che è risposta da codardi, tu sai bene dove e quando la tua anima ha incontrato le sue parole, quelle scritte solo per lei e per lei solo. È sicuro che dovrai prima toglierti la pelle a pezzetti ma alla fine ti sarà chiaro quale, tra i mille e millanta libri amati, sceglierai: il più amato.

Dovrò dunque, per dire del più amato dei miei libri, rinunciare a chi mi è stato maestro di scrittura ed esempio di vita. Rinunciare a chi, con generosità senza pari, mi ha regalato le sue parole per il mio primo libro. Non scriverò quindi di Mario Rigoni Stern e del romanzo di cui ho scavato dentro ogni singola parola, sino a ridare ai protagonisti la loro lingua antica, la mia lingua così amata; la lingua cimbra. Non scriverò allora della Storia di Tönle che racconta la mia terra, la mia gente e l’Europa, non sceglierò il romanzo che racconta l’Odissea di un popolo in centonove piccole pagine Einaudi (quando Einaudi valeva) e questo, forse, non è pelle ma carne viva, fatta a brani.

Io sono un esule in questo tempo, lo sono sin dagli anni della mia infanzia, perché se nasci in un paese dove si fronteggiavano due osterie, una con l’insegna verde, bianca e rossa chiamata Al Tricolore Italiano e l’altra con l’aquila bicipite con il nome scritto in bianco e rosso, Andreas Hofer; beh se nasci in un paese così e non ti schieri con l’uno o con l’altro, sei esule prima ancora di nascere. È la maledizione di chi abita i displuvi delle montagne dove le acque scendono verso mari diversi, la maledizione di chi vive sui confini, lo sapeva bene il Hoffnungsträger, Alexander Langer.

Se poi sin da quando hai il potere di ricordare, non ricordi che racconti “di allora” di quando noi stavamo dall’altra parte e della guerra, quella grande, così grande che l’orrore perseguita, ancora oggi, i nipoti di chi l’ha combattuta, e quando arrivi a compiere sedici piccoli anni leggi: “Sopra i calici dai quali noi bevevamo la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute” allora sei certo che quel libro è stato scritto solo per te. Hai trovato il tuo specchio.

Un Joseph Roth esule e disperato, nel 1938 scrive il suo capolavoro: Die Kapuzinergruft, La cripta dei cappuccini (Gli Adelphi 1989, traduzione di Laura Terreni). Il grande narratore austriaco racconta la fine del suo tempo come paradigma di ogni fine e oggi più che mai, di fronte a un’altra epoca che respira i suoi ultimi fiati, le sue parole suonano nuove e potenti. Nella Cripta dei Cappuccini giacciono morti i sogni di chi ha creduto in un’Europa consapevole della sua storia, degli orrori che l’hanno tenuta prigioniera per secoli, un’Europa capace di essere nuovo principio di umanità, dopo averla rinnegata. Nella mia ideale Cripta dei Cappuccini giace l’ebreo askenazita Joseph Roth, giace la mia anima divisa: 100% italiana e 100% germanica.

La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofagii di pietra, era chiusa. Il frate cappuccino mi venne incontro e disse: «Che cosa desidera?».
«Voglio visitare il sarcofago del mio imperatore Francesco Giuseppe» risposi.
«Dio la benedica!» disse il frate, e fece sopra di me il segno della croce.
«Dio conservi!» gridai.
«Zitto!» disse il frate.
Dove devo andare, ora, io, un Trotta?…

Dove devo andare, ora, io, un Trotta?… Quante volte mi sono chiesto, dove? A oggi nessuna risposta è pervenuta, ma nella sola domanda c’è tutto il mio amore per questo libro e il suo autore, che sento fratello.

***

Andrea Nicolussi Golo (1963) lavora come operatore culturale presso l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Da dieci anni scrive in lingua cimbra sui maggiori quotidiani locali del Trentino e su varie riviste, ha collaborato con la rivista di montagna “Alp”. È accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM). Nel 2010 per le edizioni Biblioteca dell’immagine ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche. Nel 2011 gli è stato assegnato il prestigioso premio “Ostana Scritture in lingua madre”.  Nel 2013 su autorizzazione Einaudi Editore ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2014 ancora per Biblioteca dell’Immagine ha pubblicato il romanzo Diritto di memoria. Ha pubblicato varie fiabe per ragazzi.

I dischi di Guido Michelone: Bill Evans Trio

Bill-Evans-Trio-Live-At-Lulu-White-S

Bill Evans Trio, Live At The Lulu White’s 1979, Gambit Records

Queste registrazioni, inspiegabilmente rimaste così a lungo inedite, arrivano dal 30 ottobre 1979, circa un anno prima della scomparsa del grande pianista bianco, dovuta anche al trauma del suicidio del fratello Harry proprio all’inizio del 1979: ma ad ascoltare la musica, come sempre impareggiabile, di un jazzman colto, romantico, finissimo, non si avverte dolore: semmai un fondo di malinconia o tristezza pervade comunque, da sempre, il suo approccio estetico alla tastiera, al pentagramma, alla jam session, con le molte delicate ballads, riprese perlopiù da celebri motivetti. Anche questo Live, dall’affollato locale di Boston, non smentisce la vena creativa di un artista che fans e critici pongono spesso ai vertici del pianismo moderno e contemporaneo: ma che Bill Evans sia meglio di Lennie Tristano o Keith Jarrett però è un falso problema; certo è che resta un maestro nella storia del jazz, come si evince anche da quest’ascolto: maestro nel comporre melodie struggenti (qui le tre Laurie, Midnight Mood, Re: Person I Knew), nel gioco d’assieme (il primo in assoluto a formalizzare superbamente l’interplay del piano-jazz-trio), nello swingare quasi in maniera introspettiva su materiali eterogenei, dai veri classici standard presi da arcinote canzoni – My Romance, Up With The Lark e I’m Gettin’ Sentimental Over You – dai meno noti jazz standard – The Peacocks del collega piansita Jimmy Rowles – fino alle colonne sonore – Theme From M.A.S.H. – o ai brani pop – I Do It For Your Love di Paul Simon – restando sempre dentro una performance omogenea, in cui un decisivo contributo giunge pure dagli altri due jazzisti, Marc Johnson e Joe LaBarbera, divenuti in seguito session men richiestissimi. In generale, poi, Live At The Lulu White’s 1979, suona anche più ruspante e meno laccato, più diretto e meno introverso di altre sue prove, a dimostrazione della genialità di un musicista e di un disco che può ottimamente figurare assieme ai tanti altri capolavori di Bill Evans come Portrait In Jazz (1959), Waltz For Debby (1961), Conversations With Myself (1963) e You Must Believe In Spring (1977).

Pierre-Yves Leprince, Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust

taccuino

 

di Mariolina Bertini

“Uno spettro si aggira per l’Europa…”.  Non lo spettro politico cui alludevano nel loro celebre incipit Marx ed Engels, ma uno spettro letterario, quello dell’autore di Alla ricerca del tempo perduto, che sembra imporsi all’immaginazione dei suoi lettori con una forza tutta particolare.  L’aura che circonda Marcel Proust può rendere favolosi, per i suoi ammiratori,  gli oggetti più prosaici:  lo conferma il successo del brillante libretto di Lorenza Foschini Il cappotto di  Proust (Mondadori 2010), che attraverso la lente dell’aneddoto  ci mette di fronte alla nascita e allo sviluppo di un mito biografico. Un mito che  si trasforma in ossessione per il narratore di Io e Proust di Michaël Uras (Voland 2014), resoconto deliziosamente autoironico  di un’infatuazione dagli esiti esilaranti e paradossali.  Pierre-Yves Leprince si muove sullo stesso terreno di Foschini e di Uras: in bilico tra narrativa e saggistica, come loro nutre di sostanziosa, ineccepibile erudizione un testo ricco di humour che non ha nulla di pedantesco o di serioso.  Ma a  differenza di Foschini e di Uras, le cui opere si focalizzavano sul mondo dei lettori di Proust, sulla sua fortuna postuma, Leprince tenta un’operazione più  rischiosa: mettere in scena il romanziere stesso,  riportare in vita quello “spettro” che  nel libro di Lorenza Foschini aleggiava sui collezionisti a caccia di manoscritti  e che nel racconto di Uras attraversava velocemente il cammino del narratore. Insieme a “monsieur Proust” , d’altronde,  Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust  (trad. di Elena Cappellini, ed. orig. 2014, Mondadori, Milano 2016) rievoca abilmente tutto un mondo del primo Novecento che incanta il lettore grazie alla sua peculiare atmosfera colta con una straordinaria, delicatissima giustezza di toni.

Lo sfondo scelto da Leprince per la sua rievocazione non è tra i luoghi proustiani per eccellenza: il suo racconto  non  ci conduce nelle celebre camera tappezzata di sughero, né tra i biancospini di Illiers-Combray, né a Cabourg, prototipo normanno dell’immaginaria Balbec. Ci porta invece a Versailles dove, ai margini dell’immenso parco della reggia ricco di suggestivi ricordi, Proust fece nel corso della sua vita diversi soggiorni, più o meno lunghi, installato in un albergo dal lusso un po’ desueto e appannato, l’Hôtel des Réservoirs. “Io mi sento felice – scriveva nel 1905  in una prefazione a Ruskin – solo mettendo piede in uno di quegli alberghi di provincia dai lunghi corridoi freddi dove il vento dell’esterno lotta con successo contro gli sforzi del calorifero; (…) dove ogni rumore serve soltanto a far sentire il silenzio cambiandolo di posto; dove le camere conservano un profumo di chiuso che l’aria lava ma non fa scomparire, e che le narici aspirano cento volte per recarlo all’immaginazione, la quale se ne incanta e lo fa posare come un modello per tentare di ricrearlo dentro di sé , con tutto quanto esso contiene di pensieri e di ricordi”. È il Proust dell’anno seguente alla stesura di queste righe il protagonista de Il taccuino perduto.  Ancora molto scosso per la morte della madre, avvenuta nel settembre del 1905, dal 6 agosto 1906 si stabilisce per cinque mesi a Versailles, in attesa di trasferirsi, a Parigi, dall’appartamento dove ha vissuto con i genitori a un nuovo indirizzo, il n. 102 di Boulevard Haussmann. Ha al suo attivo un libro di racconti e poesie, molti articoli e qualche traduzione di Ruskin, ma non è ancora uno scrittore celebre; su taccuini e fogli sparsi annota riflessioni, citazioni e spunti che annunciano di lontano la sua vocazione di romanziere, destinata a concretarsi a partire dal 1909. Questi i dati di partenza, rigorosamente storici, della finzione di  Pierre-Yves Leprince. Dal momento, però, in cui il protagonista della sua storia perde uno dei suoi preziosi taccuini e ingaggia, per ritrovarlo, Noël, giovanissimo galoppino di un’agenzia investigativa locale, la narrazione abbandona il terreno della biografia per smarrirsi felicemente nella foresta di un feuilleton fitto di personaggi inventati e di avventure immaginarie. Ritrovando, in base a un’abile deduzione, il taccuino smarrito, Noël instaura con Proust, che per lui è soltanto il generoso e un po’ stravagante cliente della suite 22, un singolare rapporto di complicità: insieme indagheranno su alcuni casi misteriosi e la capacità del futuro romanziere di  ricondurre i fatti a grandi leggi psicologiche e sociali permetterà loro di far luce su eventi apparentemente inspiegabili.

Il grande dono di Pierre-Yves Leprince è la capacità di sfumare i confini tra realtà e immaginazione con incredibile virtuosismo: nelle fittizie avventure di Proust detective e del giovane Noël, ad esempio, si inseriscono due figure tratte dalla cronaca del tempo, Miss Moberly e Miss Jourdain, appassionate di spiritismo. Nei viali del parco di Versailles, le due giovani inglesi sono convinte di aver incontrato la regina Maria Antonietta; la loro allucinazione fornirà materia di riflessioni importanti al futuro romanziere, che della ricerca del passato perduto farà il fondamento della propria poetica.

Nel corso del romanzo, inoltre, ogni enigma da chiarire farà emergere in una prospettiva diversa la vocazione di Proust ad interpretare il reale, la sua capacità di  muovere (come Freud) dalla decifrazione di particolari apparentemente minimi alla scoperta di verità fondamentali. È questo, si può dire, il cuore, il centro de Il taccuino perduto, il punto in cui si saldano un romanzo d’avventure che ricorda quelli di Gaston Leroux  e una riflessione per nulla superficiale sul pensiero dell’autore della Ricerca. L’apprendistato dell’indagine indiziaria sfocia per il Proust di Leprince nel progetto del romanzo futuro: “Sono felice di aver incontrato un detective come voi – dice a Noël il Marcel Proust del 1906 – ora che, dopo aver vagato a lungo in un’oscura foresta, comincio a intravedere lo scopo della mia grande indagine. Ho l’impressione di essere giunto al punto: scriverò un grande libro in cui mostrerò, alla maniera di un detective, come un personaggio riesce a “sbrogliare”, se così si può dire, la matassa ingarbugliata di ciò che accade intorno a lui e dentro di lui, risalendo alle cause, scendendo e risalendo, cucendo e scucendo il tessuto della verità…”.

La consistenza porosa di Partigiano Inverno

inverno vecchio
di Silvia Mazzucchelli

Partigiano Inverno (Nutrimenti, pp. 237, € 17) è un romanzo che narra alcune azioni compiute dalla Resistenza in Valsesia nel dicembre del 1943. Le sue pagine hanno una consistenza porosa: sculture in cui si alternano vuoti e volumi, abissi e superfici, illusioni e speranze.

L’autore sceglie di dare voce a pochi personaggi, ognuno dei quali si porta dentro il rimorso di un’occasione mancata: Umberto Dedali, un ragazzino di undici anni che vive a Borgosesia con il nonno, suo zio Italo Trabucco, professore in pensione – insieme preparano un bellissimo presepe, emblema dell’armonia assente dalle loro vite – e Jacopo Preti, studente universitario innamorato come il giovane Milton di Una questione privata, che si unisce ai ribelli delle Brigate Garibaldi.

Anche le azioni evocate sono poche: l’assalto partigiano al paese di Varallo – in seguito esteso a tutta la Valsesia – e la rappresaglia dei fascisti della Legione Tagliamento, che terrorizzano la popolazione e fucilano dieci persone. Nell’intervallo tra questi eventi lo scrittore descrive la vita in tempo di guerra: lenta, sempre uguale, quasi immobile.

Ciò che invece Giacomo Verri decide di far “accadere” sono i pensieri dei protagonisti: ricordi, riflessioni, sogni ad occhi aperti, che spesso riescono a compiere la magia. Si accendono come bagliori guizzanti, grazie a una lingua che cerca di infondere calore alle parole come ai frutti in primavera: serpeggia sinuosa nella voce di Jacopo, volteggia mistica nei pensieri di Italo, si muta in lacrime negli occhi di Umberto, trasformando i suoi sogni in disincanto. Il ragazzo strappa la letterina di Natale scritta al comandante Cino Moscatelli, a cui chiedeva in dono un fucile e rinasce proprio di fronte al luogo del massacro, con un nome che lui stesso si attribuisce: “Partigiano Inverno”, la sua nuova data di nascita, l’inverno partigiano del 1943.

Giacomo Verri scrive un libro non semplice. Anche il lettore deve resistere, non tanto alla violenza o al dolore, come accade ai personaggi del romanzo, ma alle idee di vuoto e assenza che permeano le sue pagine, proprio come sembra fare lo stesso autore, grazie a una scrittura dal potere coagulante: i pensieri e le riflessioni si fanno densi e vanno a colmare lo spazio evanescente dei rimorsi, delle occasioni mancate e delle illusioni perdute, lasciando nelle mani del lettore un libro che non vuole farsi dimenticare.

Articolo apparso la prima volta su Doppiozero, il 15 novembre 2012, http://www.doppiozero.com/materiali/italic/giacomo-verri-partigiano-inverno

 

 

 

 

 

Boileau-Narcejac: I diabolici

diabolici

“Ora deve ridiventare un’ombra. Era troppo difficile essere un uomo. Non vuole più sapere”: siamo all’epilogo dei Diabolici, uscito nel 1952 dalle formidabili penne del duo Pierre Boileau-Thomas Narcejac (al secolo Pierre Ayraud), autori, tra gli altri, del celebre La donna che visse due volte; siamo all’epilogo della vita di Fernand Ravinel, piccolo rappresentante di commercio di attrezzi da pesca della ditta Blache e Lehuédé, inventore lui stesso di mosche artificiali, fatte di setole, penne e metallo, che portano il suo cognome. Un’esistenza semplice, la sua, vissuta nella provincia piccoloborghese della Francia a cavallo tra la fine del secondo conflitto mondiale e le speranze degli anni Cinquanta. Una moglie, Mireille, un’amante fredda e determinata, Lucienne, “sempre all’erta, sempre pronta a intervenire, a raddrizzare il corso del destino”. Ci sono i segni di un omicidio, premeditato, architettato nei dettagli minimi, e rappresentato con tratti raccapriccianti sotto agli occhi del lettore; c’è un sapore di morte, che aleggia assieme alla nebbia (“la nebbia ha soffocato ogni forma di vita”) e si infila negli interstizi della vita quotidiana – la casa, le stoviglie, la vasca da bagno – e della coscienza, come una micidiale “cenere sospesa”.

Questo delizioso coup de maître, nella raffinata traduzione di Federica di Lella e di Giuseppe Girimonti Greco, è ora di nuovo in italiano per Adelphi, che inaugura così una serie di pubblicazioni delle opere più significative del sodalizio Boileau-Narcejac. Un libro che non solo è ormai un classico della letteratura noir, non solo è un gioiello di ansiose attese, ma è un viaggio ipnotico del protagonista – e, con esso, del lettore – nelle regioni velate di ciò che pare a prima vista inconfutabile e che, a un esame ulteriore, seguita a esserlo, ma con l’evidenza di chi farnetica e con l’irrefutabilità di chi è perduto. Ed è allora che i conti non tornano e la realtà non collima più con la ragione. È la discesa verso la follia (lontana da banali sensi di colpa), che conduce al parossismo della razionalità sbalordita, della disperazione dell’assassino che si cambia in vittima, divorato dagli effetti-nebbia della coscienza e artigliato dagli “aculei luminosi” di una pioggia che erode il guscio di “indifferenza disperata” in cui il protagonista si vorrebbe rinchiudere. E mentre la tensione del plot viene continuamente convogliata in un punto per poi prendere, inaspettatamente, una direzione diversa, Ravinel scopre che gli fa male la vita e che, con ciò che di profondo e di irrimediabile ha compiuto, gli farà male per sempre, nonostante “il suo delitto sia dovuto a una concatenazione di circostanze insignificanti, di piccole viltà a cui ha ceduto per indolenza”.

7018d97c3a1efdf8889533ff5e4860ef_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

È un romanzo di genere con il respiro del capolavoro, avvilente nella lucidità con cui accerchia il protagonista, assediato nella cittadella del terrore e del delirio, e condotto  in un mondo ove le leggi dell’esistenza non valgono, o non valgono fino in fondo, o non valgono per tutti alla stessa maniera. Opera portentosa, insomma, che fece in Italia la sua prima apparizione tra i Classici del Giallo Mondadori nel 1981 (nella traduzione di Sarah Cantoni), e che sul grande schermo fu consacrato nel 1955 dalla pellicola diretta da Henri-Georges Clouzot, Les diaboliques (soffiando da sotto il naso, secondo la leggenda, i diritti cinematografici del libro a Alfred Hitchcock).
Per gli amanti del noir e della letteratura psicologia, una bibbia imprescindibile.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction, http://www.satisfiction.me/i-diabolici/

Libri tanto amati: Mario Capello e Don DeLillo

IMG_1581

(Foto di Mario Capello)

Avevo letto Running Dog e I nomi, ma nulla poteva prepararmi a quello che mi aspettava. Fin dall’incipit capii di aver trovato il romanzo che avrebbe cambiato tutto. Ogni singola frase incisa nella pagina. Ogni pagina, una sorpresa. La storia delle persone che si fonde con quella delle nazioni senza perdere nulla della propria unicità – il mondo visto da un dio che crede nel principium individuationis. I rifiuti come emblemi della storia segreta del mondo e la camera da letto di J. Edgar Hoover. Le partite a scacchi nei parchi di NY e l’eroina fumata su fogli di stagnola. Le serate sui tetti di un’artista concettuale e le lezioni di vita di un gesuita innamorato delle parole. L’esistenza di una casalinga degli anni ’60 e il baseball. La paranoia come strumento per leggere la realtà e le epifanie contro le facciate di Hell’s Kitchen.

Dentro Underworld c’era tutto questo e c’era anche la scrittura più precisa, lirica e trattenuta, più sfumata, ambigua e intelligente che avessi mai letto (che abbia mai letto?), capace di frasi come questa: “In città, ti costruisci un linguaggio pieno di circospezione e di tatto, di mille piccole implicazioni, di sfumature che hanno il baluginio del bronzo lucidato.”

Ecco, quella di DeLillo [1]era una lingua fatta per quella città che è diventato il nostro mondo, levigata e scintillante come una lega metallica. Ed era quella che cercavo.

 ***

Mario Capello è nato nel 1976. Vive e lavora a Torino. Si occupa di libri. Nel 2015 è uscito il suo ultimo romanzo, L’appartamento (Tunué).

[1] E di Delfina Vezzoli, che questo libro l’ha tradotto, non dimentichiamolo.