I dischi di Guido Michelone: Rolling Stones, Blue & Lonesome

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Si può parlare del maggior gruppo rock di tutti i tempi in una rubrica di dischi jazz? Certamente sì, per tante buone ragioni: innanzitutto perché rock e jazz non sono incompatibili come fanno credere per anni i rispettivi fans; e poi perché, nel caso dei Rolling Stones, il legame con il blues (che è l’anticamera del jazz) è viscerale, fin dai loro esordi, quando il primo album – The Rolling Stones (Decca, 1964) – è de facto, per nove dodicesimi, una raccolta di splendide cover di blues classici.

E il cerchio si chiude giacché Blue And Lonesome risulta un’opera del tutto analoga, qui addirittura i blues afroamericani sono 12 su 12. Il 2 dicembre 2016, i Rolling Stones pubblicano dunque Blue And Lonesome (Polydor, 2016), primo album in studio in oltre un decennio, in grado di coinvolgere il quartetto, ‘allargato’, di nuovo alle radici, esaltando al massimo la passione per il blues nero, che è da sempre cuore e anima delle ‘pietre rotolanti’ (espressione presa dal titolo di un blues di Muddy Waters).

L’album viene prodotto da Don Was e registrato nel corso di soli tre giorni nel dicembre 2015 presso la British Grove Studios di West London, a due passi da Richmond e Eel Pie Island, dove gli Stones iniziano come giovani bluesmen a esibirsi in pub, jazz club e sale da ballo. L’approccio all’album parte da un’idea di spontaneità che viene messa in pratica suonando come dal vivo in studio, senza sovraincisioni. Per il disco, la band originaria con Mick Jagger (voce e armonica), Keith Richards (chitarra), Charlie Watts (batteria) e Ronnie Wood (chitarra), è rafforzata da fidati sidemen come Darryl Jones (basso), Chuck Leavell (piano) e Matt Clifford (tastiere) e, in due pezzi, dal vecchio amico Eric Clapton, incontrato per caso in uno studio adiacente a lavorare al proprio album.

Blue And Lonesome vede in fondo i Rolling Stones omaggiare sia la Storia con la S maiuscola sia i loro esordi, quando, come un’autentica blues band, s’innamorano della musica dei vari Jimmy Reed, Willie Dixon, Eddie Taylor, Little Walter e Howlin ‘Wolf, non a caso presenti in questo piccolo capolavoro. Infatti “questo disco è la prova evidente della purezza del loro amore per fare musica, e il blues è, per le ‘pietre rotolanti’, la fonte di tutto ciò che fanno” come dice Don Was, già jazzista e ora deus ex machina dell’album stesso.

La scaletta del cd quindi comprende “Just Your Fool” di Buddy Johnson, “Commit a Crime” di Howlin’ Wolf, “Blue and Lonesome” di Memphis Slim, “All of Your Love” di Magic Sam, “I Gotta Go” di Little Walter, “Everybody Knows About My Good Thing” di Miles Grayson e Lermon Horton, “Ride ‘Em On Down” di Eddie Taylor, “Hate to See You Go” di Little Walter, “Hoo Doo Blues” di Otis Hicks e Jerry West, “Little Rain” di Jimmy Reed, “Just Like I Treat You” e “I Can’t Quit You Baby” entrambe di Willie Dixon. Un album alla fine bello e divertente e utilissimo ai giovani per scoprire il blues e il jazz attraverso il rock.

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Libri tanto amati: Eduardo Savarese e Simone Weil

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Credo abbia ragione Leopardi quando, nelle Operette morali, dà risalto a tutte le condizioni soggettive in cui versa il lettore quale causa molto rilevante della percezione, positiva o negativa,  sopra il libro letto. Ho letto Attesa di Dio di Simone Weil mentre ero in vacanza su di un minuscolo,  fragilissimo atollo delle Maldive. La temperatura era perfetta,  l’equilibrio del piccolissimo ecosistema prodigioso e commovente. C’era un silenzio assoluto e l’aria profumata. La maggior parte dei turisti erano coppie inglesi e americane che festeggiavano i 25 anni di matrimonio. In questo contesto pacifico di assoluto riposo le pagine di Simone Weil mi trafissero. L’avvio è già capace di tramortirti.  Si tratta di un gruppo di lettere scambiate con il suo padre spirituale, un domenicano, a riguardo del suo rapporto con Dio, la fede e la Chiesa. La risposta all’invito di entrare in chiesa e partecipare alla vita sacramentale è fatale: Simone ha il destino di restare sulla soglia perché questa è la volontà di Dio. Il libro prosegue con una silloge saggistica varia e sorprendente.  Dalle riflessioni sulla croce alla necessità di esercitarsi sul latino e sul greco quale preparazione all’habitus interiore della preghiera, dalle considerazioni innamorate sulla cultura greca all’insofferenza verso le civiltà romana ed ebraica, la voce di chi scrive è sempre vivida e coraggiosamente conduce su vette impervie. Ma per dire infine che soltanto chi prega  (e pensa e scrive) senza esibizioni di volontà, soltanto chi si lascia plasmare da Dio come il fiore che assorbe la luce solare, può vivere e riconoscere la gioia dell’attesa. È un libro che resta a suggerire un viaggio in profondità come lo sono le viscere di colei che ne ha generato le parole.

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Eduardo Savarese è nato nel 1979. Magistrato e studioso di diritto internazionale, vive a Napoli. Ha pubblicato il racconto Cicatrici nella raccolta La città difficile (Ippogrifo 2006), Ostie consacrate nella raccolta Fughe e altri racconti (Giulio Perrone 2009), e Il rumore dei tacchi nella raccolta Un tappo nelle nuvole e altri racconti (amp 2007), con il quale è stato finalista al premio Arturo Loria 2007. Tiene corsi di scrittura creativa per diversamente abili presso l’associazione Onlus “A Ruo­ta Libera”. Frutto della passione per l’opera e della ricerca identitaria è il saggio dedicato al travestitismo nell’opera lirica contenuto nel­la raccolta In scena en travesti. Viaggio nel mon­do del travestitismo nell’arte (Croce 2009). Nel 2010 è stato finalista al premio Italo Calvino, segnalato dalla giuria con il romanzo L’amore assente, dalla cui rielaborazione è nato Non passare per il sangue (Edizioni E/O 2012). Per le medesime edizioni nel 2014 ha pubblicato Le inutili vergogne e nel 2015 Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma. Collabora con Il Foglio e Il Corriere del Mezzogiorno.

Mappe, disegni e simboli del ‘Nome della rosa’

 

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Pianta del complesso abbaziale del Nome della rosa

 

In ogni romanzo di Umberto Eco, la scrupolosissima costruzione del mondo narrativo  nulla lascia al caso:

Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali sono stati poi esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io (Postille a ‘Il nome della rosa’, Milano, Bompiani, 1983, p. 17).

Certo molti particolari utili all’autore empirico non entrano a far parte della strategia testuale; tuttavia, nel suo insieme, il fitto e accurato ammobiliamento dell’universo è funzionale all’espressione di alcune visioni del mondo. Si prendano in considerazione i personaggi. Per ognuno di essi Eco appronta delle descrizioni, a volte brevi ma nette, spesso minuziose, come quelle di Guglielmo, di Ubertino o di Malachia, e che, a detta di Patrizia Magli (P. Magli, “Per speculum et in aenigmate”. L’universo simbolico nella narrativa di Umberto Eco, in Semiotica: storia, teoria, interpretazione. Saggi intorno a Umberto Eco, a cura di P. Magli, G. Manetti, P. Violi, Milano, Bompiani, 1992, p. 265), sono veri e propri «blasons che fanno da premessa alla narrazione delle loro passioni, imprese, fatti, misfatti»: è il caso di Jorge, sempre dipinto con tratti cupi e diabolici, come a presagire la sua identificazione con l’Anticristo (del quale egli stesso fornisce una descrizione che pare ben adattarsi alla fisionomia del vecchio venerabile; ogni personaggio è stato dallo scrittore preventivamente ‘studiato’ attraverso degli schizzi, dei disegni, delle caricature. Cfr. l’intervista di A. Gnoli, Eco: “Così ho dato il nome alla rosa”, «La Domenica di Repubblica», 9 luglio 2006, che riproduce alcuni disegni originali di Eco).

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Non solo. Similmente a quanto avviene nel romanzo realistico alla Balzac, le descrizioni ambientali sembrano determinare alcune caratteristiche dei personaggi o delle situazioni, sebbene ciò non avvenga in maniera meccanicistica, poiché:

[…] in questo universo cosmologico, lo scambio di qualificazioni tra personaggio e ambiente è qualcosa di più: conferma l’ipotesi dell’unità organica che regge il gioco delle corrispondenze tra micro e macrocosmo […] (P. Magli, “Per speculum et in aenigmate”. L’universo simbolico nella narrativa di Umberto Eco, cit., p. 268).

A rafforzare tale progetto, l’insistenza nel descrivere  l’abbazia come una sorta di microcosmo, concluso e finito, determinato dall’abbraccio delle mura; e poi la biblioteca con le sue stanze, la loro disposizione, i cartigli che le uniscono in serie formanti i nomi delle terre fino ad allora conosciute, tutto concorre a mimare la forma del mondo.

Il lettore può controllare gli spostamenti di Adso e di Guglielmo nel labirinto attraverso la pianta acclusa a p. 323; allo stesso modo è possibile tracciare i percorsi dei personaggi sullo schema della struttura abbaziale, riprodotto in apertura e in chiusura di volume. In particolare, analizzando questo schema risulta evidente un elemento: ogni fabbrica è perfettamente orientata nella direzione delle mura dell’abbazia, delineando un progetto chiaro e definito; unica costruzione a trasgredire le regole, l’Edificio si staglia invece maestoso e imponente, non solo agli occhi di Adso e Guglielmo che giungono da fuori, ma nello stesso disegno planimetrico delle costruzioni, dove il fabbricato che ospita la cucina, lo scriptorium e la biblioteca ha dimensioni disarmoniche rispetto al resto. Se la disposizione degli altri casamenti risulta funzionale a un disegno organico, quella dell’Edificio interrompe l’equilibrio, inserendo nel microcosmo un elemento di disturbo e di disordine, essendo l’unica struttura a ‘uscire’ dalle mura, a superarne i confini, spingendosi con il torrione settentrionale a sovrastare il dirupo sul quale l’intero complesso è edificato.

Il disegno della planimetria abbaziale è allegoria di quanto afferma Jorge da Burgos, secondo il quale l’universo ha un centro, Dio, figurato dalla chiesa abbaziale, quale nucleo del pianoro: attorno a esso, come armoniosi elettroni, ruotano gli altri edifici, dai dormitori all’ospedale, dalle fucine alle stalle. Tutto funziona a regola d’arte, tranne l’Edificio; esso è composto di tre piani, di tre componenti, ognuna delle quali ha valenze complementari e contraddittorie: la cucina, al piano terreno, è il luogo del primario bisogno dell’uomo di sfamarsi, ma è tra le sue mura che si consumano anche i peccati della carne; più sopra, lo scriptorium è sede del lavoro di conservazione, ma anche delle potenziali e, a detta di Jorge, riprovevoli passioni dell’intelletto (lì si conosce la tentazione della ricerca); infine, nel piano più nobile del l’Edificio, la biblioteca, dimora di un microcosmo nel microcosmo abbaziale, ospita anche ciò che va evitato, il libro di Aristotele, (probabilmente pure le lettere di Dolcino portate da Remigio), e in generale gli strumenti che offrono la dimostrazione che di quella verità, di quell’ordine, di cui l’abbazia vuole essere simbolo, è possibile anche ridere. Jorge teme e, a un tempo, ama l’Edificio, sede di tante contraddizioni. (La stessa struttura esterna dell’Edificio è tanto armoniosa, quanto varia e contraddittoria; Adso individua in essa la presenza di particolari architettonici che rinviano a tutti i numeri sacri: tre gli ordini di finestre, quattro i torrioni, sette gli angoli di ogni torrione, ma solo cinque visibili all’esterno, e così di seguito. Già dalla struttura esterna è facile individuare nell’Edificio il simbolo di un microcosmo nel quale convivono elementi molto diversi tra loro, come se di quel microcosmo fosse arduo dare una definizione).

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Illustrazione di p. 323

Si facciano dialogare le due illustrazioni del romanzo; la seconda, a pagina 323, ci dice qualcosa di più sulla prima (che è anche quella che compare a chiusura del volume, cioè la pianta del complesso abbaziale). Sappiamo che il libro di Aristotele, spauracchio di Jorge, è custodito nella sala eptagonale del torrione meridionale. Nel sovrapporre le due planimetrie scopriamo che il torrione in questione è quello più interno alle mura abbaziali. È un segno? Credo di sì. Ciò che il cieco vegliardo teme – e che il progressista Guglielmo auspica – è che il riso possa essere assunto a perfida teologia. Ma quale riso? Non quello dello stolto, del contadino, dell’avvinazzato, che è anzi necessario sfogo al mantenimento dell’ordine; ma il riso dei dotti, quello capace di corrodere l’ordine dall’interno; il riso filosofico, della mente e non (o non solo) del corpo. Ecco perché troviamo il libro di Aristotele nel torrione meridionale, all’interno delle mura: è l’elemento che può mettere in crisi l’ordine, riderlo dal di dentro, seguendo la via del comico, dell’ironia, dell’intelligenza dissacratoria (Cfr. le pagine sul Nome della rosa nel volume di T. De Lauretis, Eco, Firenze, La Nuova Italia, 1981, pp. 76-90 e ancora U. Eco, Diario minimo, Milano, Mondadori, 1963, pp. 85-96). Al contrario, il torrione settentrionale, oltre le mura, potrebbe rappresentare il riso dei semplici, che in nessun modo può entrare all’interno dell’ordine per turbarlo. In realtà, le dinamiche interno/esterno sono apparenti: nessuno sconvolgimento è possibile dall’esterno, e l’imponenza del torrione settentrionale non fa altro che ribadire la netta e ordinaria separazione prevista dalla dialettica fuori/dentro le mura. Dei lati settentrionali del complesso parla lo stesso Adso (p. 29):

[…] quelli settentrionali sembravano crescere dalle falde stesse del monte, su cui s’innervavano a strapiombo. Dico che in certi punti, dal basso, sembrava che la roccia si prolungasse verso il cielo, senza soluzione di tinte e di materia, e diventasse a un certo punto mastio e torrione (opera di giganti che avessero gran familiarità e con la terra e col cielo).

Proprio il torrione è allegoria di un ordine prestabilito da sempre (opera ancestrale di giganti in contatto con il cielo, con l’ordine voluto da Dio), quasi opera di Dio stesso, non toccata dalla mano dell’uomo (cresceva dalle falde stesse del monte), che a Dio ritorna (sembrava che la roccia si prolungasse verso il cielo). Per questo, il torrione settentrionale è l’unico a non possedere scale, né per accedere allo scriptorium, né tantomeno alla biblioteca. Sul lato riservato ai semplici il percorso di ascesa si ferma al piano terreno, alle cucine, alla corporalità.

Entrambe le piante presenti nel volume illustrano un microcosmo, l’uno inserito nell’altro. Il secondo, ‘significato’ dalla biblioteca, sembra dei due il più complesso: la teoria delle stanze del labirinto, la loro particolare disposizione, il gioco di pareti cieche e di altre aperte, tutto concorre a creare l’idea di una maggior complicazione. Tuttavia, a ben vedere, la pianta della biblioteca così come si presenta al lettore che, sulle pagine del libro, segue il cammino di Adso e Guglielmo in quei penetrali, appare tutt’altro che ambigua e disordinata: è l’immagine stessa del mondo, microcosmo strutturato molto più accuratamente di quello disegnato dall’intero complesso abbaziale. La pianta di pagina 323 è posta proprio lì a significare l’entusiasmo di Guglielmo, il quale sembra convinto di aver scoperto l’ordine del mondo; illusione che si trascina fino al catastrofico colloquio conclusivo con Jorge.

Se lo schema della biblioteca è certamente funzionale all’esemplificazione delle ‘illusioni’ di Guglielmo e dei suoi falsi schemi, la pianta del complesso abbaziale – che per questo sta fuori dal testo vero e proprio – accoglie in sé un disegno dell’universo più ambiguo, meno immediatamente decifrabile. Tuttavia entrambe le illustrazioni offrono una guida, sono vere e proprie mappe, allegorie di una visione del mondo più o meno ordinata, come è quella di Jorge, come tenta di essere quella di Guglielmo.

E Adso? Se dovessimo porgli tra le mani una carta, egli certamente si cimenterebbe nella sua lettura, inizierebbe a utilizzarla (così come tenta di familiarizzare con gli strumenti esegetici del maestro); ma alla fine sarebbe attirato da mezzi più irrazionali, dalle vie del cuore. Seguendo le indicazioni di Guglielmo, è il novizio a stendere materialmente la pianta della biblioteca; eppure l’unica volta che ne intraprende l’esplorazione da solo, vaga a caso, con la precisa intenzione di farsi dominare dal labirinto. Ma dei movimenti casuali di Adso, nell’apparato grafico del Nome della rosa, non resta traccia. Occorre attendere il romanzo successivo, Il pendolo di Foucault, per approdare a illustrazioni più ‘caotiche’, fino a giungere all’Isola del giorno prima, dove di illustrazioni non ce ne sono (caso isolato nei romanzi di Eco; l’unico altro testo che ne risulta privo è il settimo e ultimo romanzo dell’autore alessandrino, Numero zero). E non solo per dar ragione degli effetti-nebbia che obnubilano la mente di Roberto de la Grive, ma anche per confondere il lettore.

Al contrario Il nome della rosa, attraverso le proprie illustrazioni, restituisce del mondo un’immagine ancora ordinata; ma esse si trovano nei primi tre quinti del romanzo. Del caos conclusivo non c’è traccia, la più sfumata visione del mondo di Adso si legge solo in filigrana dove l’illustrazione non c’è. Quello che fa Eco nel suo primo romanzo, è, per così dire, un uso ‘classico’ delle illustrazioni, come classica è la presenza della pianta del luogo in cui si consumano i delitti nel romanzo giallo tradizionale. L’inserzione delle illustrazioni è qui specchio dell’accurato lavoro dell’autore sulla costruzione del mondo narrativo, ed è segno della volontà che il lettore capisca tutto e in maniera ordinata. Così, durante la distruzione conclusiva del microcosmo, il lettore soffrirà della perdita al fianco di Guglielmo, al fianco della sua razionalità sconfitta; e a temperare lo sconforto, rimarrà solo la dolce rimemorazione di Adso, senza ordinate immagini del cosmo, ma con semplici nudi nomi e con le membra sparse di ciò che fu.

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Libri che ci mancano: Claudio Morandini e Charles Ferdinand Ramuz

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Libri che ci mancano: una rubrica che nasce da un’idea di Mariolina Bertini; una rubrica che procede da un atto di amore e porta una carezza su quei libri che, per diverse ragioni, non sono più o non sono ancora nei cataloghi degli editori italiani. “Raccontare”, scrive Mariolina Bertini, “i libri che ci mancano; non soltanto quelli non tradotti, ma anche quelli non ristampati. L’editoria attuale è iperproduttiva, butta sul mercato in continuazione titoli che scompaiono dopo poche settimane, ignorando i tesori sepolti nei vecchi cataloghi”.

Ecco. Di quei tesori sepolti noi ora vogliamo parlare. Come lo vogliamo fare di quei libri che, inspiegabilmente, non sono mai stati tradotti in Italia. In questa seconda puntata proponiamo un pezzo di Claudio Morandini che racconta un altro piccolo gioiello dell’editoria francese mai approdato sui nostri scaffali: Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles Ferdinand Ramuz, uscito per la prima volta nel 1929 per Mermod (Losanna).

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I Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles Ferdinand Ramuz sono la storia di un’amicizia e di una splendida collaborazione artistica, ripercorse con precisa, asciutta nostalgia in un anno, il 1929, in cui ormai tempo e lontananza le hanno diluite. La stagione di quel sodalizio è stata tutto sommato breve, ma ha dato luogo a capolavori come Les Noces, l’Histoire du soldat e Renard. Stravinskij è raccontato come un demolitore di convenzioni e un delibatore di nostalgie: Ramuz lo osserva, lo ascolta, mette parole, o meglio sillabe nelle intricate partiture del russo espatriato. Come l’uno, il musicista, sembra voler accogliere i rumori tra i suoni, in una ricerca che gli anni della prima guerra mondiale e l’esilio dalla Russia hanno reso ostinata e solitaria, l’altro, lo scrittore, si presta a tradurre e adattare versi nei quali il suono sembra più importante del senso. Il tutto è narrato in una sorta di dialogo a distanza, in cui Ramuz continua a rivolgersi a Stravinskij con un rispettoso e complice “voi”.

Rendere in italiano l’ispida solennità del francese di Ramuz è una sfida che andrebbe raccolta di nuovo, per far risuonare ancora la voce originale di questo grande narratore svizzero.

I dischi di Guido Michelone: Tony Bennett, A Swingin’ Christmas

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Dalla pletora di dischi natalizi, i cosiddetti Christmas Album, nei quali ormai tutti si cimentano, è raro sentire qualcosa di veramente originale anche nel jazz, genere da cui nasce comunque questo appuntamento discografico festivo ormai imprescindibile; fa eccezione, tra i CD per così dire ‘recenti’, essendo pubblicato insomma nell’anno 2008 (che rispetto alla ‘preistoria’ del White Christmas di Bing Crosby è pura attualità), questo A Swingin’ Christmas (Sony Music), che è davvero un disco swingante sia per la verve ancora positivissima del cantante sia per gli accompagnatori che rispondono al nome della prestigiosa The Count Basie Big Band. A Tony Bennett – novant’anni il 3 agosto 2016 – in passato accadde altre due volte, rispettivamente nel 1968 e nel 2002, rispettivamente con Robert Farnon e con la London Symphony Orchestra di proporre un album natalizio, ma è soprattutto con quest’ultrajazzistica orchestrona, presente tutto A Swingin’ Christmas che Bennett dà il meglio di sé quale moderno crooner; il repertorio è tradizionale anche se la citata White Christmas è assente in quanto già proposta le due volte precedenti, ma vi sono, tra le più note, Silver Bells, Winter Wonderland, O Christmas Tree e curiosamente A Favorite Things (come si sa uno standard usatissimo da John Coltrane) per via di un verso che fa appunto riferimento al Santo Natale. In questi ultimi otto anni, insomma, da A Swingin’ Christmas a oggi sono documentate decine di album di giovani cantanti jazz (statunitensi e non) che orbitano attorno a una dozzina di pezzi natalizi (come i quattro sopracitati), rivelando accenti di volta in volta swing, cool, mainstream, gospel, soul nel registrare il proprio Christmas Album in compagnia talvolta di formazioni prestigiose, come accade a un Tony Bennett, all’epoca ottantaduenne, particolarmente ispirato.

Libri tanto amati: Alessandro De Santis e Tommaso Giagni

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(Foto di Alessandro De Santis)

Avessi voluto scrivere del libro che più mi ha segnato probabilmente avrei scelto Morte a credito di Céline, ma qualcuno prima di me nella rubrica lo ha già fatto con cura; allora se è vero che il tempo si misura a partire dal domani, mi piace parlare di un romanzo uscito per Einaudi a metà ottobre: Prima di perderti di Tommaso Giagni.

Fausto scrittore trentenne di successo decide di disperdere le ceneri del padre Giuseppe, scrittore frustrato e da poco morto suicida, in un prato alla periferia di Roma, ma subito dopo averlo fatto si ritrova davanti il padre per un duello inaspettato e forse risolutore. Se mi si può concedere un facile gioco di parole, la storia è presto detta, mentre è la geografia che dilania il lettore. Lo stesso titolo è assieme un figlio che dà probabilmente del tu per la prima volta al padre, ma anche quasi un invito al lettore a tenersi ben saldo alla pagina perché poi ne verrà scaraventato fuori.

Perché è fuori dalla propria origine, fuori dal debito di sangue, che Fausto può (ri)trovare sentimenti immediati ma anche abissali. Questo squarcio inatteso alla tela della sua arida vita minuta si materializza, quasi fossimo in un film, in questo immaginifico pratone periferico, per approdare di volta in volta in degli ambienti chiusi e popolati, in preda a una sorta di allucinazione familiare, dove la morte è il fiore di uno sforzo. Il duello con il padre, ancorché declinato usando le persone care come fossero armi bianche, la riflessione sulla veridicità, sulla realizzazione nell’arte e nella vita, sulle marginalità, si rivelano con naturalezza degli universali, in un leale colloquium vitae con il passato.

Prima di perderti è un duello ritmato, armato da una lingua curata e incisiva, esatta; leggerlo mi ha fatto sì pensare anche a un testo teatrale per il dialogato incalzante e il senso scenico, ma soprattutto alla poesia. Avrei anche voluto parlare di un libro di poesia in questa rubrica e forse mi trovo corpo a corpo con una narrazione a essa molto vicina. Mi è venuto da pensare soprattutto alle poesie di Simone Cattaneo; questo romanzo come quei versi, ti stacca la pelle e quando te ne accorgi sei già lì che urli come vieni toccato, eppure non puoi fare a meno di muoverti e di urtare persone, cose, animali, luoghi.

In fondo la mancanza è la più forte presenza che si possa sentire, me lo conferma Tommaso Giagni. Mancanza di un padre, di un venerato maestro, della poesia di un ragazzone calabrese appratato per sempre a Saronno.

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Alessandro De Santis è nato a Roma nel 1976; laureato in Storia Moderna e Contemporanea, vive a Lanuvio, paese dei Castelli Romani dove è assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione. Scrive narrativa, in particolare racconti brevi, che ha pubblicato in alcune antologie (Fandango Libri, Coniglio Editore) oltre che su diverse riviste cartacee e online. Ha diretto il blog letterario Luminol ed è editor e curatore dell’omonima collana di narrativa italiana breve per le Edizioni Socrates. Suoi testi poetici sono stati pubblicati su diverse riviste: Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, El Ghibli, Letras, Sagarana, Niederngasse e Interno Poesia. Ha esordito nel 2006 con la silloge: Il cielo interrato (Joker Edizioni) e nel 2013 è uscito il suo secondo lavoro: Metro C (Manni Editori); alcune poesie di quest’ultimo libro sono state antologizzate in Cile e ne è in corso una traduzione in lingua araba e in inglese. Suoi testi sono presenti nel XII Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea (Marcos y Marcos).

Nonno Gelo in sputnik: il Natale al tempo dei Soviet

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di Gian Piero Piretto

Tra le prime istanze che il neonato potere sovietico decise di affrontare appena si sollevò dal disastro della guerra civile ci fu la lotta alle religioni. Il tentativo di reprimere i sentimenti clericali dimostrandone la matrice superstiziosa e lo stretto legame con la cultura borghese vide impieghi massicci sul fronte della propaganda. Cinema, letteratura, musica, cartellonistica investirono nel segnalare come la piaga dell’alcolismo fosse diretta conseguenza delle feste ecclesiali, come lo smantellamento delle chiese per trasformarle in circoli operai costituisse una delle più apprezzabili conquiste della rivoluzione d’ottobre, come la settimana senza giorno di festa avrebbe contribuito ad accelerare la ripresa economica ecc. Impresa non facile, visto quanto radicato il rapporto con l’ortodossia, per citare soltanto la fede primaria in terra di Russia, fosse stato nei secoli, pur storicamente inficiato da ben note connotazioni pagane che avrebbero nella storia definito l’atteggiamento religioso russo popolare come dvoeverie, la doppia fede, idolatra e cristiana.
La festa più presa di mira, vista la sua portata fondamentale nel calendario liturgico, fu la Pasqua ma anche nei confronti del Natale non mancarono riferimenti espliciti.

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Figura 1. Abbasso le festività religiose.

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Figura 2. Manifesto di propaganda. Natale

Secondo una morfologia molto praticata all’epoca i manifesti rappresentavano il “prima” e il “dopo” rivoluzione d’ottobre con eloquenti riscontri di una stessa realtà: se nella metà superiore un’orda di filisteisimo seguiva la stella cometa schiacciando sotto i piedi della processione schiavi e derelitti, nella parte inferiore, radiosa e ottimistica, si marcia verso la luce della stella rossa e sono i residui di un passato opprimente a essere calpestati.
La festa natalizia entra nel mirino della condanna e, dai pionieri agli adulti, tutti si devono scagliare contro obsolete tradizioni. Il Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito, organizza parodistiche funzioni natalizie e pasquali per irridere credenti e tradizioni.
Sul quotidiano “Izvestija” del 10 gennaio 1923 si leggeva la seguente notizia:

Rostov sul Don, 8 gennaio 1923
Il “Natale del komsomol” ha visto una massiccia partecipazione di lavoratori non iscritti al partito e si è concluso con un grande successo. Nella notte del 7 gennaio una manifestazione che ha contato migliaia di partecipanti, membri del komsomol e giovani non iscritti al Partito, ha sfilato in colonne regolari per la città con fiaccole e fantocci rappresentanti idoli di ogni religione, cantando canzoni rivoluzionarie. Di fronte alle chiese di ogni confessione si sono organizzate dimostrazioni accompagnate da brevi discorsi al termine dei quali si è proceduto a bruciare gli idoli.

Le date rimandano al calendario giuliano ortodosso rimasto fedele alla vecchia scansione temporale anche dopo l’adeguamento successivo alla rivoluzione. Il Natale ortodosso si celebra ancora oggi 13 giorni dopo quello cattolico.
Nello stesso anno i piccoli pionieri sovietici manifestavano chiedendo la fine della “schifosa festa borghese” e del saccheggio dei boschi per preparare l’albero e cantando una contro-canzone:

Presto sarà Natale,
schifosa festa borghese.
Le è legata da tempo memorabile
una tradizione scandalosa.
Nel bosco arriverà un capitalista,
retrogrado e fedele ai pregiudizi,
e abbatterà un abete con l’accetta,
rinnovando un brutto scherzo.
Solo chi è amico dei pope è
disposto a celebrare la festa dell’albero!

che prendeva le distanze da quella classicissima, arrivata in Russia probabilmente da tradizioni germaniche o scandinave, nei primissimi anni del 1900: V lesu rodilas’ ëločka (Nel bosco è nato un abete).

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Figura 3. Manifestazione dei pionieri contro l’albero di Natale.

Gli adulti facevano eco:

Per la festa ubriaca
dell’albero si sprecano
un sacco di soldi!
La festa ubriaca è un
buco nelle tasche!
La cassa di risparmio
conserva il tuoi soldi!
E’ ora di finirla con le
feste ubriache!

Gli anni del primo piano quinquennale staliniano, 1928-1932, furono quelli in cui il fenomeno conobbe la sua maggiore virulenza. Riviste e giornali non risparmiavano colpi.

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Figura 4. Bambini tratti in inganno, 1930.

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Figura 5. Rivista “L’ateo alla macchina da lavoro”, 1931. “Divieto di tagliare l’albero di Natale”.

Nell’immagine sulla copertina la lepre si fa beffe del vecchio boscaiolo dal naso rosso, mentre alle loro spalle un cantiere socialista procede con una programmata e laica deforestazione.

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Figura 6. Abbasso la borghese festa dell’albero! Non sperperate senza senso per la festa dell’albero, pattini e sci ci sono ben più cari.

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Figura 7. “Natale ubriaco”. Rivista per bambini “Čiž”, 1931. Disegno di una bambina di dieci anni per illustrare la lezione della maestra contro la “festa ubriaca”.

Nel 1934 Stalin dichiarò che il socialismo era stato raggiunto. Nel 1935 rincarò la dose di ottimismo real-socialista pronunciando una frase che avrebbe cambiato la storia del paese: “Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro”. Molte cose sarebbero cambiate in URSS: dal ritorno della categoria del lusso, ben inteso ad esclusivo appannaggio di chi dimostrasse di fare propri gli stimoli che venivano dal partito, in altre parole della nascente élite staliniana fatta di stacanovisti, lavoratori d’assalto, eroi del lavoro, alla progressiva messa al bando delle istanze avanguardistiche e dei più sobri principi bolscevichi in stile anni Venti. Fu in questo clima, narra la leggenda, che durante uno spostamento in automobile un attivista politico e membro del Politbjuro, Pavel Postyšev, avrebbe proposto a Stalin di recuperare la festa dell’albero per donare ai già felici bambini sovietici un’occasione in più di allegria. Pare che Stalin abbia risposto: “se ne occupi lei sulla stampa, noi daremo il nostro sostegno”. E il 28 dicembre 1935 sulla “Pravda” fu pubblicato un trafiletto a firma dell’uomo politico che venne immediatamente identificato, per la penna del disegnatore satirico Boris Efimov, come il nuovo Ded Moroz (Nonno Gelo), il Babbo Natale russo.

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Figura 8. L’articolo sulla “Pravda” del 1935. “Su, organizziamo una bella festa dell’albero per i bambini nell’anno nuovo!”

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Figura 9. Boris Efimov, Pavel Postyšev-Nonno Gelo, 1935.

La reazione fu immediata. Se trovare alberi nei boschi non era certo un problema, meno facile sarebbe stato rifornire tutti i negozi del paese con decorazioni ormai fuori moda e introvabili. La fantasia venne in aiuto. L’annuncio di una offerta speciale di noci al reparto alimentari dei grandi magazzini GUM avrebbe salvato la situazione, almeno nella capitale. Colla, carta colorata, ritagli di stoffa e le noci si trasformarono in variopinte palline decorative. Ovviamente non si parlò di Natale, ma di festa e di albero dell’anno nuovo. Rivisitazione politicamente corretta di una solennità obsoleta che, visti i tempi, aveva smesso di fare paura e poteva essere recuperata caricandola di nuove e positive valenze. Come si scriveva nell’articolo, la festa oggi non farà più provare invidia ai bambini poveri perché in ogni scuola, circolo culturale, asilo dell’Unione Sovietica ogni bambino avrà la sua celebrazione.
Questo non impedì, per la cronaca, che il povero Postyšev venisse fucilato nelle repressioni dell’annus terribilis 1938. Anzi, ciò permise a Stalin di appropriarsi anche di questo merito e di venire identificato, dopo che era successo con la nuova metropolitana moscovita, con la nuova Costituzione, anche con il nuovo albero di Natale.

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Figura 10. Grazie al compagno Stalin per la nostra infanzia felice!, 1936

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Figura 11. Albero dell’anno nuovo sulla piazza del maneggio di Mosca, 1937. La scritta recita: “Grazie al caro e amato Stalin per la nostra infanzia felice!”

La canzone citata in precedenza, V lesu rodilas’ ëločka tornò in auge e restò un successo per tutti gli anni a venire, visto che tagliare un albero nel bosco non era più un brutto gesto borghese:

Un cavallo trascina la slitta,
su cui è seduto un contadino.
È stato lui a tagliare il nostro albero
Fin da sotto le radici.

E adesso sei arrivato da noi per le feste,
albero bello ed elegante,
e hai portato tanta tanta
gioia ai bambini.

Qui è possibile ascoltarla inserita in un cartone animato sovietico del 1972: https://www.youtube.com/watch?v=8ccLwJt4ADQ
Per l’anno successivo ci si organizzò e una ricca serie di decorazioni in sintonia con il discorso socialista fu pronta alla scadenza festiva. Basta con angioletti e stelle d’oro, largo ai dirigibili, alle guardie di frontiera, alle stelle rosse e, perché no, al compagno Stalin in persona.

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Figure 12, 13, 14, 15 Decorazioni per l’albero degli anni Trenta.

La nuova mitologia non poteva escludere dalla narrazione una figura autorevole come il compagno Lenin. E si corse ai ripari. Muovendo da una nota biografica autentica, relativa a una visita natalizia all’orfanatrofio di Sokol’niki risalente al lontano 1919, si sviluppò una ricchissima raccolta di immagini di Lenin nella sua più amabile veste di nonno (Deduška Lenin), che gioca con i bambini, distribuisce doni, si benda per la mosca cieca ecc.

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Figura 16. Nonno Lenin e la festa dell’albero.

Sempre in questi anni, paradossalmente quelli della maggior efferatezza del terrore e delle purghe, fu rimesso in produzione e circolazione lo champagne sovietico, immancabile presenza sulle tavole festose del capodanno.

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Figura 17. Champagne sovietico. Buon anno, cari compagni!

La figura di Ded Moroz, Nonno Gelo, fu riabilitata sulle tracce dell’arcaico demone pagano Morozko che faceva morire le persone congelandole. Al suo fianco nella suntuosa trojka fu posta una fanciulla, a sua volta erede della tradizione folcloristica della Vesna (Primavera) detta Sneguročka (Fanciulla di neve), aiutante nella distribuzione di doni nonché, condividendo il disneyano imbarazzo per sessualità e procreazione, sua non meglio definita “nipote”.

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Figura 18. Ded Moroz e Sneguročka.

Nel 1937 fu realizzato un delizioso cortometraggio animato dal titolo Nonno Gelo e il lupo grigio, in cui proprio Ded Moroz aiuta un gruppo di leprotti a sbarazzarsi del lupo grigio (metaforico nemico del popolo?) e a procurarsi un bell’abete per la festa: https://www.youtube.com/watch?v=cFp64LR53kQ
Il 1940 vide la realizzazione di uno straordinario dia-film che riprendeva la mitologia leniniana. È possibile visionarlo qui.

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Figura 19. Faceva già buio… i bambini si erano radunati accanto all’albero. All’improvviso la porta si aprì e nella stanza entrò Vladimir Il’ič.

Quale Babbo Natale di capitalistica memoria avrebbe potuto procurare maggiore sensazione?

Festeggiamenti e produzione di decorazioni proseguirono assecondando l’andamento della storia. Feste dell’albero erano organizzate sistematicamente, nelle pubbliche istituzioni e nei luoghi più prestigiosi del potere, a iniziare dal Cremlino. Vi si accedeva rigorosamente dietro invito personale, quindi l’uguaglianza auspicata dal buon Postyšev tornava a scricchiolare, ma il problema era generale e non riguardava soltanto i bambini.

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Figura 20. Biglietto d’invito alla festa presso il Grande Palazzo del Cremlino, 8 gennaio 1954.

Da segnalare, come momento topico, l’epopea chruščëviana della conquista dello spazio, fine anni Cinquanta-inizio Sessanta, in cui anche le decorazioni per l’albero e le cartoline di auguri si adeguarono alla entusiastica celebrazione delle spedizioni spaziali. Nonno Gelo abbandonò l’obsoleta trojka e iniziò a spostarsi su razzi avveniristici e cosmonauti e navicelle spaziali si sostituirono a più antiquate figurine.

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Figura 21. Nonno Gelo spaziale.

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Figura 22. Decorazioni spaziali per l’albero.

Curioso è segnalare come, tra razzi e scafandri, compaiano nel repertorio di decorazioni anni Sessanta anche le pannocchie di granoturco, simbolo del (rovinoso) investimento agricolo di matrice chruščëviana, ma all’epoca degne di celebrazione.
Il 1 gennaio 1976 vide l’uscita di un film per la televisione che avrebbe segnato le feste di capodanno per il resto della storia del Paese, compresi gli anni post-sovietici: El’dar Rjazanov realizzò la commedia Ironia del destino o buon bagno di vapore. Messinscena degli equivoci, basati sulla serialità delle case in Unione Sovietica, che porta a tragi-comiche conseguenze una sbronza scatenatasi proprio nell’ultima notte dell’anno. Qui con i sottotitoli in inglese, diventata a furor di popolo l’immancabile accompagnamento di ogni 1 gennaio.

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Figura 23. Fotogramma del film Ironia del destino, 1976.

La storia post-sovietica è molto più globalizzata. Inevitabili derive commerciali, recupero della tradizione ortodossa, folcloristiche rivisitazioni del bagno espiatorio nelle acque gelate del simbolico Giordano che diventano sfide televisive ed esibizionismi spettacolari più vicine ai cimenti invernali che ossequi al pentimento per i propri peccati. Se ne parlerà un’altra volta.

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Figura 24. Bagno gelato per le feste natalizie.