Noi non siamo come nel nostro farneticare. ‘Babilonia’ di Yasmina Reza

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di Domenico Fina

La scrittura di Yasmina Reza ha la capacità di tirarsi fuori, fosse soltanto con una riga, dalla malinconia che ingessa, dal cinismo, dalla noia dei bla bla bla. Babilonia (Adelphi, trad. di Maurizia Balmelli) comincia con una donna sessantaduenne che vuole sentirsi più viva dei suoi malanni, mentre riprende a guardare The Americans di Robert Frank, un album fotografico di Street Art, degli anni ’50. Facce stanche, spente, tristi. Testimoni di Geova impauriti con tra le mani una rivista che esclama di svegliarsi. Awake. Reza scrive: “Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più”. Subito dopo scatta e torna alla memoria con un episodio giovanile, lei diciassettenne, innamorata, tra amici festanti cha vanno al mare a bordo di una due cavalli. Scelgono una canzone allo Scopitone, un primordiale Jukebox dal quale si poteva vedere il video della canzone. Ballano. Alla terza pagina eccola riscattare e irrompere nel presente immediato. Lei, Élizabeth, addetta all’ufficio brevetti dell’istituto Pasteur, sposata con Pierre, i due hanno un figlio. Il suo vicino dalle origini italiane Jean-Lino Manoscrivi è sposato in seconde nozze con Lydie Gumbiner, una cantante dal carattere esuberante. Jean-Lino, impiegato nel ramo elettrodomestici, invece, è un uomo con pochi minimi sussulti, tra questi il nipotino di lei, Rémi, al quale è affezionato in modo sgangherato.

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“È giusto desiderare di farsi voler bene? Non è uno di quei tentativi inevitabilmente disastrosi?” Tra Élizabeth e Jean-Lino – magro, non molto alto, viso butterato – non è ben chiaro cosa ci sia, non particolare attrazione fisica, semmai un intendimento sotterraneo su impacci condivisi, nel passato e nel presente. Si incontrano sulle scale essendo gli unici due del condominio che non hanno intenzione di prendere l’ascensore, lui per fobia, lei perché vuole muoversi e camminare quanto più possibile. Il primo appuntamento lo passeranno alle corse dei cavalli, Jean-Lino scommette e sembra divertirsi, Élizabeth nel frattempo va avanti e indietro nei ricordi ma la sua idea fissa è quella di una cena con i nuovi vicini Manoscrivi e con gli altri amici. La cena si terrà il primo giorno di primavera, il 21 marzo.

C’è una scena molto bella a inizio cena. Tutti sono sulle loro, procedono per frasi di circostanza, fino a quando interviene la neve. Grossi fiocchi che vedono cadere dalla finestra.

“Nevica! Ho gridato nevica” esclama Élizabeth. Yasmina Reza scrive che gli uomini commentano con “non attaccherà”, per le donne invece “attaccherà”, eccome.

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Al centro della cena c’è la conversazione, che come accade nell’opera di Reza, sembra andare sempre da un’altra parte rispetto ai buoni propositi. Lydie chiede come sono stati trattati i polli che stanno per mangiare. Jean-Lino, per rendersi simpatico in una della poche serate in cui sente di poter parlare in modo contento e spensierato, approfitta per raccontare un aneddoto su sua moglie che alle cene fra amici chiede se i polli sono stati alimentati con granulato biologico, se hanno avuto la possibilità di svolazzare, appollaiarsi sugli alberi, vivere da polli liberi. L’aneddoto, “sull’appollaiarsi sugli alberi” metterà tutti di buon umore; tranne sua moglie Lydie.
Nel precedente altrettanto splendido romanzo, del 2013, Felici i felici, coppie si sfiorano, alcuni di loro compaiono più volte, in generale tutti in qualche maniera sono in relazione seppure marginale per parentele, professioni, vita mondana. C’è umorismo, nervosismo, ma non si arriva mai alla collera o al gelo, tuttavia Yasmina Reza mette in scena uomini e donne che dicono e si mostrano come se non fossero più padroni delle loro parole, come se la loro lingua sia il loro intimo carceriere. Libro notevole per la minuzia dei particolari, nei 21 monologhi-conversazioni tra coppie francesi della medio alta borghesia prendono la parola alcuni personaggi dai nomi curiosi come Luc Condamine, Odile Toscano, Loula Moreno, Raoul Barnèche. Uno di loro dirà: “Le donne approfittano di qualsiasi cosa per avvilirti, adorano ricordarti quanto sei deludente”.

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In Babilonia l’avvilito è costantemente Jean-Lino ma in una semplice, banale cena le cose possono saltare per parole che non erano messe in conto. C’è uno splendido verso di un grande poeta, Czesław Miłosz che dice: “Noi non siamo come nel nostro farneticare”. Profondamente vero, ma nelle storie di Yasmina Reza, come accade in Babilonia, il nostro farneticare non sempre lascia tutto com’è. Nella seconda parte, che non racconto, accadrà un fatto brutto, la storia piegherà verso un umorismo grottesco.
I libri migliori di Yasmina Reza – questo lo è – fanno questo effetto. I personaggi apparentemente sanno litigare, usano i termini giusti, disincantati e taglienti:

“Élizabeth, lei è cattolica?”

“Non sono niente”.

Quasi quasi si vorrebbe tornare dentro un libro di Robert Walser dove eravamo un po’ tutti senza magnifica erudizione. Vorremmo che i personaggi stessero un po’ più zitti, un po’ più impacciati. Ma Reza con la sua lingua rapida e talvolta bellissima, ci fa capire che tu, lei e loro che stanno dentro il libro, compresi i polli alimentati con granulato biologico, appartenete alla stessa ‘fiaba sociale’. E ti affezioni a questa scrittrice amorale contro volontà, contro ogni retorica:

“Mi sono ricordata dei sessant’anni di mio padre. Avevamo mangiato una choucroute in place de la République. Era l’età che avevano i genitori. Un’età sconfinata e astratta. Adesso sei tu che ce l’hai. Com’è possibile? Una ragazza ne combina di tutti i colori, scorrazza nella vita sui tacchi, tutta imbellettata, e all’improvviso si mette ad avere sessant’anni. Andavo a fare foto con Joseph Denner. Lui amava la fotografia e io amavo tutto quello che amava lui. Saltavo le lezioni di biologia. Non avevamo paura del futuro, in quegli anni”.
“Non sono i grandi tradimenti a provocare malinconia, ma il ripetersi di perdite infime”.

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I dischi di Guido Michelone: Kenny Barron, Dave Holland, The Art Of Conversation

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Disco Buscadero

A partire dagli storici duetti tra Duke Ellington e Jimmy Blanton nel 1941, l’incontro fra pianoforte e contrabbasso è diventato un classico anche nella storia del jazz moderno e contemporaneo, al punto da coinvolgere quasi tutti i maggiori virtuosi di entrambi gli strumenti. Adesso tocca a due ‘maestri’ con storie diverse, parallele, vicini comunque alle grandi idee che da sempre riescono a smuovere e raccontare la bella storia del jazz afroamericano ed europeo. Kenny Barron, settantunenne, da Filadelfia, resosi noto quale pianista di Dizzy Gillespie (pur suonando con altri mostri scari come John Coltrane, Lee Morgan, Philly Joe Jones) sviluppa nel tempo uno stile moderato, inserendosi a pieno titolo nell’attuale corrente mainstream, debitore, nel tocco alla tastiera, di numerosi colleghi da Tommy Flanagan a Wynton Kelly, da Thelonious Monk ad Art Tatum. Dave Holland, di tre anni più giovane, inglese di Wolverhampton, viene scoperto quasi per caso a Londra da Miles Davis che lo vuole nel suo epocale Bitches Brew: da allora, negli USA, continua in una perenne ricerca artistica che lo vede allontanarsi dal jazzrock per dedicarsi al free sono a inventarsi un’originale avanguardia in cui confluiscono svariati linguaggi (ha inciso tra l’altro anche un disco di country, ad esempio). Ed ora, insieme, i due si dedicano appunto, come suona il titolo, all’Art Of The Conversion, l’arte della conversazione tra due strumenti brillanti, in undici brani altamente musicali proprio nella gradevolezza dell’ascolto, fra soffici equilibri, tempi medi, perfetto interplay, poetiche melodie restando sempre sul versante del mainstream: solo tre sono gli standard – Segment di Charlie Parker, Day Dream di Billy Strayhorn e In Walked Bud di Monk – mentre gli altri portano la forma di Barron in Rain, The Only One, Calypso, Seascape e di Holland con The Oracle, In Your Arms, Dr. Do Right e Waltz For Wheeler: quest’ultimo è teneramente dedicato alla memoria del trombettista canadese di recente scomparso, con cui il bassista aveva a lungo collaborato.

Tra gli scaffali di Alessandro Zaccuri

Per molto tempo ho cercato di imporre un ordine ai miei libri, con risultati più o meno comici, più o meno disperati. Alla fine mi sono arreso e ho capito che l’ordine dei libri si imponeva da sé. A volte attraverso le dimensioni (piccoli con piccoli, grandi con grandi), a volte attraverso le collane (che, essendo omogenee, si lasciano impilare che è un piacere), a volte ancora attraverso il criterio che ingenuamente avevo creduto di seguire fin dal principio, e cioè l’affinità tematica: la simpatia bibliografica, se così vogliamo chiamarla. L’ordine alfabetico, tanto lusinghiero nelle sue promesse, non mi ha mai lusingato. Già prima che Edoardo Albinati pubblicasse La scuola cattolica, intuivo che sarebbe bastato un tomo di mille e passa pagine collocato all’inizio della serie per mandare tutto all’aria.

Una logica generale continua a esistere, almeno nelle mie intenzioni, ed è quella della coerenza linguistica. Nei primi tempi, per dire, i francesi stavano tutti insieme, in una progressione vagamente cronologica alla quale assegnavo una certa importanza. Adesso va già bene se le lingue neolatine si accorpano in un blocco e quelle germaniche in un altro. Nella mia giovanile inesperienza, mi ero fatto convincere un po’ troppo facilmente dal mobiliere che proponeva questa libreria solida, squadrata, con gli scaffali alti e profondi. Mi pare che li chiamasse “bussolotti”, o qualcosa del genere, e che magnificasse come pressoché infinita la loro capienza. Ognuno contiene molti volumi, in effetti, il problema sta a ricordarsi dove si annidi un determinato titolo. Spesso, di conseguenza, la ricerca del libro si trasforma nella lettura  – trasversale, ellittica, desultoria – dei libri che nel frattempo mi capitano sotto mano. Magari non trovo quello che cercavo, però imparo comunque qualcosa. Anche a prezzo di lamenti e deprecazioni, ma questo è un tema che lascio volentieri all’eventuale testimonianza della mia famiglia.

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Di recente mi sono impegnato in un riordino in grande stile, i cui risultati dovrebbero risultare evidenti dalle immagini che vedete. Nei famosi bussolotti si arriva fino alla tripla fila e quindi è cruciale stabilire che cosa vada tenuto in primo piano. Classici da pronto intervento, libri che andrebbero letti o addirittura riletti, novità in attesa di delibazione. Il fronte del porto che è la mia libreria appare anche a me imprevedibile e contraddittorio, non senza apparentamenti tanto casuali quanto felici: non ricordo di essere stato io, nella fattispecie, a mettere Péguy a fianco di Houellebecq, ho l’impressione che si siano cercati a vicenda, in una sorta di paradossale riconoscimento. Va meglio in un’altra serie di scaffali, più stretti, dove ho stabilito di tenere gli autori per me irrinunciabili. Dostoevskij e Dickens prima di tutti, e poi Flannery O’Connor, Dürrenmatt, Mauriac, qualcun altro che di volta in volta si aggiunge. Gli italiani stanno da un’altra parte ancora, fuori dall’inquadratura. A Manzoni, per esempio, sono riuscito a destinare un intero mobiletto, che a colpo d’occhio mi è subito parso appropriatissimo allo scopo. L’ho riempito come si deve, ho contemplato per qualche giorno  la perfezione degli incastri, dopo di che – ineluttabilmente – ho cominciato ad aggiungere, accostare, accatastare.

I dischi di Guido Michelone: Gato Barbieri, Last Tango In Paris

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Il nome ma anche il sound dell’uomo e dell’artista Gato Barbieri (1937-2016) restano ancor oggi associati, nell’immaginario collettivo, allo score di una pellicola – Ultimo tango a Parigi, a firma di Bernardo Bertolucci – entrata anch’essa nella mitologia popolare per ragioni extrafilmiche note a tutti (sequestro per oscenità, condanna al rogo in Italia e assoluzione solo in tempi recenti). Anche la musica di questo ‘ultimo tango’ (United Artists, 1972) è conosciuta (positivamente) fuori dagli ambiti jazzisti, mentre alcuni duri-e-puri non la ritengono vero jazz, benché s’avvalga di un ‘maestro’ quale Oliver Nelson (arrangiamenti e direzione orchestrali), oltre la partecipazione di molti solisti italiani, francesi, argentini di stampo jazzistico. Quel che è certo è che rimane un gran bel disco (anche romantico); e la struggente melodia che fa da leit-motiv, con il senno di poi (ovvero la giusta distanza storica) è pure da ritenersi il primo riuscito esempio di tango-jazz destinato a perpetuarsi solo molti anni dopo.

I dischi di Guido Michelone: TSF, Best Of

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TSF è stato in assoluto uno dei migliori gruppi vocali europei, un divertente cocktail di swing revival e di canzone jazzata in lingua francese: attivo per soli sette anni tra il 1988 e il 1994 e con soli quattro album alle spalle  esattamente Drôlement vocal (1988), Ca Va, ça Va (1990) Un P’tit Air Dans La Tête (1992), Rêver d’amour (1994) viene ora recuperato con un’antologia (Best Of, JMS 1988-1994) che in diciassette brani (più un bonus video) presenta il meglio del meglio, anche forse un cofanetto con l’opera omnia avrebbe reso ancora maggior giustizia a un ensemble pionieristico sia in Francia sia sul Vecchio Continente in un momento in cui, in questo genere, furoreggiano solo i quattro Manhattan Transfert e pochi altri negli Stati Uniti. La peculiarità dei TSF, definito anche sulla copertina di questo CD le groupe vocal drôle et élégant (divertente ed elegante) era appunto la capacità di unire un registro comico, spassoso, ironizzante a un suono raffinato, virtuosistico, tipicamente jazzy nel cantare all’unisono o nell’imitare con le singole voci i timbri di ance o percussioni (come facevano negli anni Trenta i Mills Brothers o, dieci anni dopo, gli Ink Spots). Ma c’è di più: a differenza di quasi tutti gli altri vocal groups i TSF erano anche abili strumentisti: Marinette Maignan suonava il sax alto, Jean-Yves Lacombe il contrabbasso, Philippe Berthe la chitarra semiacustica e Dominique Vissuzaine la tuba: ai quattro si aggiungono spesso altri due cantanti, Thomas Dalle (anche alla batteria) e Daniel Huck (sassofoni), nocnché Richard Porier (per il ritmo). Se si esclude l’iniziale Le feutre taupe del grande cantautore Charles Aznavour, gli altri pezzi sono tutti griffati e arrangiati individualmente o insieme dai quattro TSF, che si divertono (e ci divertono) a raccontare buffe storielle con garbo sincopato e con preziosismi formali tra scat e vocalese.

Filippo Scroppo, Il pastore dell’arte

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di Mariolina Bertini

Non sono molti i luoghi, a Torino, rimasti uguali a com’erano intorno al 1950. Uno è l’ingresso dell’Accademia Albertina: il gran portone di chiaro legno opaco continua ad aprirsi sull’androne semibuio, che conduce al cortile erboso dominato da quel curioso esempio di panopticon subalpino che è la Rotonda del Talucchi. A destra, ben più luminoso, lo scalone monumentale che porta al primo piano.

Mi capita, a volte, di affacciarmi a quell’ingresso. Penso che mio padre, Aldo Bertini, è passato quotidianamente di lì, dalla fine degli anni Quaranta al 1960, negli anni in cui insegnava Storia dell’Arte all’Accademia. Più tardi, quando ha insegnato all’Università, mi ha spesso confidato con un sospiro: “Sai, io preferivo l’Accademia. I colleghi erano tutti artisti, come gli studenti migliori. Era un ambiente così libero, aperto, pieno di vita… Mi divertivo tanto di più.”
Queste parole di mio padre mi sono tornate in mente leggendo la bella biografia di Filippo Scroppo pubblicata da sua figlia Erica (Filippo Scroppo (1910-1993) Il pastore dell’arte, Prefazione di Simonetta Agnello Hornby, Claudiana, Torino, 2016, pp. 80, € 12,50). Pittore, critico, insegnante, Scroppo ha lavorato all’Accademia Albertina dal 1948 al 1980, agli inizi come assistente di Felice Casorati, poi dirigendo la Scuola del Nudo. E con la sua personalità vulcanica, con la sua appassionata militanza per l’arte moderna, con il suo generoso entusiasmo ha certo contribuito in modo determinante a fare dell’Accademia quell’ambiente “libero, aperto e pieno di vita” che mio padre tanto apprezzava. Il suo nome mi era familiare da sempre, e pensavo di avere di lui un’idea abbastanza completa: conoscevo molte sue opere, sapevo che era stato il critico d’arte dell’”Unità” e che aveva creato una scuola privata di pittura di alto livello. Mi mancavano però diversi elementi fondamentali: non sapevo nulla delle origini siciliane di Scroppo né dell’importanza che rivestiva per lui la spiritualità, la religiosità valdese nella quale era stato educato. Grazie al libro di Erica, la sua figura si è arricchita per me di una nuova dimensione e ha acquistato una più precisa fisionomia sullo sfondo della Torino dove sono nata e cresciuta.
Torino, insieme alle vicine valli valdesi, è la patria d’elezione di Filippo Scroppo: vi approda a ventiquattro anni per restarvi per sempre. Ma non è lo sfondo della sua infanzia e della sua prima giovinezza. Di nascita, Filippo è siciliano, di Riesi, e la sua formazione avviene nella Sicilia profonda, tra Riesi e Piazza Armerina. Nonni e genitori appartengono alla chiesa valdese, che agli albori dell’unità d’Italia ha intrapreso la diffusione dell’Evangelo in Sicilia, creando in alcuni centri scuole elementari d’eccellenza e combattendo l’analfabetismo, l’arretratezza, i pregiudizi secolari. Da un nonno scultore forse Filippo eredita la vocazione artistica; lettore precoce, è certamente stimolato e incoraggiato dalla mamma , che è maestra come molte altre donne della famiglia. Cresce in un ambiente in cui il fervore religioso ricorda quello dei primordi del cristianesimo; agli studi liceali lo prepara il pastore Arturo Mingardi, ex-francescano passato attraverso l’esperienza del Modernismo, uomo coltissimo e dal forte carisma. La ricostruzione, documentata con molte immagini, di questo mondo delle origini famigliari, è tra i punti di forza del volume di Erica Scroppo, perché ci introduce in una comunità ben poco conosciuta e davvero ammirevole per coraggio, determinazione, coerenza e cultura.

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L’impronta della comunità valdese di Sicilia ci permette ci capire molto della vita di Filippo Scroppo, che è una vita d’artista, certo, ma del tutto immune da quell’egocentrismo e da quel ribellismo di maniera che gli stereotipi romantici attribuiscono alla figura del bohémien. Non è un vita incentrata sull’io, ma aperta sugli altri: trapiantato in Piemonte, il giovane Scroppo dipinge, lavora come maestro, dirige la corale valdese, suona l’armonium, studia teologia e Lettere, ed è tentato dalla carriera pastorale. La prima esposizione pubblica è del 1940; gli anni della guerra sono, per lui come per tutti, anni complicati, con i quadri portati avventurosamente in salvo sotto i bombardamenti, i rari incontri con la futura moglie Lucilla, l’esperienza della lotta partigiana. Alla fine, dopo qualche anno di lavoro in banca che gli permette la sopravvivenza materiale, dal 1947 sceglierà di dedicarsi all’arte completamente, appoggiato in questa scelta poco prudente dalla moglie, che condivide i suoi ideali e accetta una vita fatta di impegni che si accavallano, di lavoro matto e disperatissimo, di calorose amicizie e di iniziative portate avanti con un coraggio che rasenta l’incoscienza.
Scegliendo la vocazione artistica, è come se Scroppo vi investisse quel fervore di apostolato che lo orientava verso la carriera del pastore. Mentre la sua arte evolve dal figurativo all’astrattismo, e poi al “concretismo”, che rifiuta la riproduzione delle forme naturali, è tra gli organizzatori di esposizioni importantissime – a Torino, a Roma, a Torre Pellice – nelle quali sono rappresentate tutte le tendenze della pittura contemporanea. Al di fuori di ogni settarismo, è lo spirito dell’arte moderna che lo appassiona in tutte le sue forme: con l’amico Albino Galvano, studioso e critico d’immensa dottrina, promuove cicli di concerti, conferenze, iniziative d’ogni genere.
Dagli anni Quaranta sino agli anni Settanta, gli anni delle aerografie, l’arte di Scroppo si rinnova continuamente: lo constatiamo osservando le riproduzioni dei meravigliosi autoritratti degli anni ’20 e ’30, del drammatico Incendio in Val Pellice. Rappresaglia nazista del 1944, le arborescenze e le ricerche coloristiche degli anni successivi. Ma nella biografia scritta da Erica c’è molto più di un percorso attraverso l’estetica del Novecento. C’è la Torino delle amicizie decisive, come quella con Paola Levi Montalcini, la gemella pittrice di Rita; il mondo del giornalismo, quando sull’Unità, accanto agli articoli di Scroppo, comparivano quelli di Calvino e Natalia Ginzburg; i balli del Circolo degli Artisti, favolosi per l’eleganza delle signore, tra cui spicca Carol Rama con la sua frangetta battagliera e una gonna a righine orizzontali vagamente marinaresca, alla Chanel…

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Nella vita piena e intensa di questo infaticabile “pastore dell’arte” non mancano gli episodi divertenti, raccontati da Erica con humour affettuoso. Sempre di corsa tra mille impegni, Filippo arriva in ritardo perfino al proprio matrimonio, reclutando al volo un testimone improvvisato.
Critico dell’“Unità”, ne frequenta la redazione, dove si lega d’amicizia con un giovane cronista, Diego Novelli. Un giorno di marzo del 1951, proprio mentre è al giornale, arriva una telefonata allarmante. Nel quadro di “Arte in vetrina”, un’iniziativa promossa dall’ente Provinciale del Turismo, i principali negozi del centro cittadino hanno esposto opere di artisti contemporanei. In via Roma, Galtrucco ha collocato, tra le sue splendide stoffe, “un bellissimo quadro di Fontana, di quelli crivellati di buchi”. Ma un manipolo di benpensanti, sobillato dai capi del conservatore MARP (Movimento per l’Autonomia della Regione Piemonte), ha inscenato una protesta violenta: minaccia di sfondare a sassate la vetrina e di distruggere quell’opera oltraggiosa per il senso comune. Intervenuto di gran corsa insieme al critico Luigi Carluccio, a Novelli, al gallerista Pistoi, Filippo Scroppo dispiega con successo tutta la sua energia oratoria, riuscendo a indurre a più miti consigli gli scriteriati. Novelli dirà in seguito di aver visto all’opera in quell’occasione il predicatore, quasi il missionario che era in lui.
Alla fine della lettura della biografia di Erica, l’impressione è quella di aver partecipato a una lunga, affascinante avventura: la pittura di Filippo Scroppo, esposta nei musei di tutto il mondo, ne è certo il centro, ma intorno a questo centro turbinano amicizie, esperienze, ricerche, iniziative di vasta portata. Ed emerge, nettissimo, il profilo dello Scroppo “protestante di Sicilia” tracciato da Italo Calvino con la consueta precisione: quello di un “duro della pittura italiana, un uomo a cui è consueto considerare il piano dei valori ideali come il più forte e decisivo, un ribelle non emotivo o agitato, ma con l’ostinata certezza interiore di essere nel giusto, che è propria di una severa nozione della Grazia”.

I dischi di Guido Michelone:​ The Microscopic Septet,Friday the Thirteenth

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Il Settetto Microsocpico, così denominato per il suono fortemente orchestrale scaturito da un ensemble tutto sommato di ridotte dimensioni, compie nel 2010 i trent’anni di attività lungo una carriera abbastanza tortuosa. Ma, va subito detto, il nuovo disco festeggia nel modo migliore un compleanno invidiabile per le jazz band: solo il Modern Jazz Quartet di John Lewis, Milton Jackson, Percy Heath e Connie Kay seppe fare meglio come longevità. Friday the Thirteenth è un CD che reca quale sottotitolo The Micros Play Monk. Ed è in tutto e per tutto un tributo al geniale pianista, bopper, compositore, genio del jazz, Thelonious Sphere Monk (1917-1982), a cominciare sin dal titolo, che è uno dei dodici classici monkiani di cui si compone questa sorta di concept-album; gli altri pezzi, notissimi, sono in ordine alfabetico: Brilliant Corners, Bye-Ya, Epistrophy, Evidence, Gallop’s Gallop, Misterioso, Off Minor, Pannonica, Teo, We See, Worry Later e appunto Friday the 13th. Oggi The Microscopic Septet è formato da Don Davis (sax alto), Richard Dworkin (batteria), Joel Forrester (pianoforte), Mike Hashim (sax tenore), David Hofstra (contrabbasso), Phillip Johnston (sax soprano), Dave Sewelson (sax baritono); di fatto è un quartetto sassofonistico con ritmica, ma con un sound particolarissimo tra avvolgente e strutturato, che lo fa sembrare una felice big band in miniatura. A guidare le danze è lo storico leader Johnston e forse è proprio il caso di parlare di musica a danza per la cantabilità, la ballabilità, la melodiosità dei trattamenti e degli arrangiamenti verso l’irraggiungibile arte monkiana: a ciò si aggiunge, poi, un senso di ricerca, sperimentazione, avanguardia, sempre ben calate in un progetto di ascolto, che danno a Friday the Thirteenth (Cuneiform Records, 2010) il sapore di un’opera unica, in grado di richiamare alla memoria Duke Ellington e John Zorn Albert Ayler e quei Lounge Lizard esordienti a loro volta trent’anni fa proprio come questi magici Micros.