L’International Jazz Day di Guido Michelone (10)

Cecyl

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il decimo e ultimo ascolto:

Cecil Taylor, Unit Structures, Blue Note, 1966

Questo disco insieme a Free Jazz di Ornette Coleman, ad Ascension di John Coltrane, a Ghosts di Albert Ayler e a pochi altri, risulta fondamentale per apprendere, capire, valutare l’estetica del free jazz così come si va delineando in quegli anni Sessanta carichi di innovazioni musicali. Noto come il tredicesimo album a proprio nome e uscito dopo un silenzio di circa quattro anni – in effetti tra il 1956 e il 1962 pubblica ben dodici long playing – Unit Structures rivela ancora una volta un Cecil Taylor pianista di formazione classica dal grande virtuosismo, dunque in grado di mutare, attraverso la costanza, il radicalismo, l’ostinazione e la coerenza l’intero linguaggio musicale afroamericano. Con Unit Structures viene aperta la strada a ben cinque decenni di ininterrotta sperimentazione, in cui il leader si divide tra piano solo, grandi orchestre, piccoli gruppi; in questo caso la formazione, un po’ anomala, è un settetto, dove i ritmi liberi vengono assegnati alla batteria di Andrew Cyrille (altro grande innovatore del proprio strumento), il quale sostiene i contrabbassi di Henry Grimes e Alan Silva, con la suppletiva mansione di reggere impianto e struttura dei quattro pezzi del disco. In effetti Steps, EnterEvening, Unit Structure/As of a Now/Section, Tales (8 Whisps) vengono impostati su qualche spezzone di frase musicale e su grappoli di note, giostrandosi in turbolente improvvisazioni affidate perlopiù al sax alto di Jimmy Lyons, mentre le trombe di Eddie Gale Stevens e il clarinetto basso di Ken McIntyre non fanno altro che estendere il pianismo tayloriano, che, alla fine del disco, s’impone come nuovo e originale, in quanto percussivo ed emancipato da schemi vecchi e da parametri classici. In tal senso Unit Structures appare direttamente connesso alle autentiche tradizioni africane e afroamericane, dal blues allo stride, dai canti tribali alle danze ritualistiche. Lo stesso leader confessa di aver “imparato di più nel ghetto di Boston che al conservatorio” nell’illustrare il proprio stile che appunto in Unit Structures rivela un pianismo senza compromessi; l’album e il personaggio restano tuttavia controversi, perché l’approccio di Cecil Taylor alla musica rimane filosofico e intellettuale per via delle ostiche improvvisazioni totalmente “free”. E quindi, a mezzo secolo esatto dall’uscita, Unit Structures è ancora un long playing di difficilissima fruizione, in cui solo di riflesso l’orecchio allenato percepisce le influenze di altri pianisti ‘moderni’ come Thelonious Monk, Duke Ellington, Horace Silver, Herbie Nichols; si ascoltano invece e si ammirano gli sviluppi repentini di un segno tastieristico “percussivo” di natura espressionista, ovvero furioso, debordante, antimelodico, che riesce però a esprimere e trasmettere un caleidoscopio organico passionale, fra introspezioni e tenerezze, rabbie e dissapori. Benché il titolo parli di ‘strutture unite’, per l’album si dovrebbe piuttosto usare il concetto di ‘opera aperta’ alla Umberto Eco, sentita infatti l’estremizzazione dell’approccio jazzistico verso una free-form antischematica, dove  i quattro brani poggiano sull’energia fisica, sull’esplorazione sonora, sull’oltranzismo estetico e non sulla forma chiusa o sui canoni prestabiliti.

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L’International Jazz Day di Guido Michelone (9)

Archie

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il nono ascolto:

Archie Shepp, Mama Too Tight, Impulse, 1966

Dopo un inizio un po’ in sordina negli anni Sessanta e dopo la gavetta in formazioni di rhythm’n’blues, Archie Sheep conosce Cecil Taylor e con lui inizia i primi esperimenti sonori di libera improvvisazione che lo faranno diventare un musicista di punta nel free jazz politico. La voce del sax tenore, che può inizialmente ricordare Coleman Hawkins, diventa rabbiosa e aggressiva, includendo persino tecniche antitradizionali come fischi e sovracuti, spingendosi verso i suoni brutali di un repertorio dirty che all’epoca viene poi reinventato da una intera generazione di sassofonisti ancor più ribelli sul piano estetico. Mama Too Tight, in tal senso, è  forse l’album-chiave per intenderlo, giacché associa le arcigne dis­so­nan­ze te­no­ristiche e le chiassose raf­fi­che di note ru­vi­de all’inteno di strut­tu­re clas­si­che che sono comunque più ra­zio­na­li e meno istintive del solito free jazz. La mu­si­ca del disco stordisce e conquista (e viceversa) ri­ma­nendo una fe­dele tra­du­zio­ne del­l’am­bien­te so­cia­le ir­re­quie­to e di­sar­mo­ni­co che Shepp, come uomo e musicista, vive sulla propria pelle, grazie a uno stile di rot­tu­ra che si in­se­ri­sce di­sin­vol­tamente in congegni più equi­li­bra­ti e meno oltranzisti. Per Mama Too Tight il leader raduna un insolito ottetto con Tommy Tur­ren­ti­ne (trom­ba), Gra­chan Mon­cur III e Roswell Rudd (tromboni), Perry Robinson (clarinetto), Howard Johnson (tuba), Char­lie Haden (contrabbasso), Beaver Harris (batteria). Il pezzo d’apertura del disco s’intitola A Por­trait of Ro­bert Thomp­son (As a Young Man) ponendosi de facto quale med­ley im­prov­vi­sa­to sul tema base dell’ellingtoniana Pre­lu­de To A Kiss, a cui se­guono sia una tor­ren­zia­le The Brak Strain-King Cot­ton sia una moderata Dem Basses: e Archie mischia l’e­le­gan­te im­pres­sio­ni­smo della poeti­ca del Duca assieme a un brontolio di note che il sax trasmette ispi­ra­tamente, in un arcobaleno di suoni. Di­ciot­to mi­nu­ti di ban­di­smo scheggiato da im­prov­vi­se vo­ra­gi­ni ru­mo­riste, con una bat­te­ria quasi vio­len­ta­ta e i fiati guerreggianti senza esclu­sio­ne di colpi, prima di an­da­re ciasu­no verso la pro­pria stra­da. I pezzi suc­ces­si­vi, nel disco, risultano più brevi, pur essendo parimenti av­venturosi: il mini pro­cla­ma fiatistico in Theme For Ernie resta un delizioso mi­ra­co­lo di morbida ar­mo­nia, al contrario la ti­tle-track è ancora ellingtoniana ma in stile jun­gla con una ver­sio­ne di proposito scom­po­sta e atonale. A fine album viene posto “Ba­sheer”, un brano assai variegato grazie soprattutto ai tempi modificati, per tentare un riuscito parallelismo fra la weltanschauung di Duke Ellington e quella di Archie Shepp: quest’ultimo infatti chiede alla tim­bri­ca sof­fu­sa del trom­bo­ne di evocare certi suoni del Duca, ma an­co­ra una volta il concettualismo razionale viene per così di malmenato da una li­be­rissima im­prov­vi­sa­zio­ne.

 

Libri tanto amati: Valerio Varesi e Cèline

Céline

Il libro preferito? Scelta difficile e strettamente correlata ai momenti della mia vita di lettore/scrittore. Oggi il romanzo che amo di più è Viaggio al termine della notte di Luis-Ferdinand Céline. Per molti motivi. Il primo riguarda lo stile, dirompente, innovativo, folgorante per capacità poetica e violenza contundente. Il secondo riguarda il progetto artistico, vale a dire la capacità di attraversare un’epoca e raccontarla a partire dal microcosmo di uno sradicato come il protagonista Bardamu. Dall’orrore della prima guerra mondiale, al colonialismo, per passare dal fordismo alienante e giungere infine al racconto della banlieu parigina con la sua sordida e meschina piccola borghesia. Infine, Céline, a riprova delle sue straordinarie capacità artistiche, sa raccontare come pochi l’abisso dell’animo umano fino al sottosuolo più lutulento, ma anche le vette di nobile poesia, come nella parentesi americana quando il protagonista incontra la prostituta Molly, l’unica che sia riuscita a infondere un sentimento puro in un animo ferito. Un romanzo magistrale, forse uno dei libri più significativi del Novecento.

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Valerio Varesi è nato a Torino l’otto agosto 1959 da genitori parmensi. A tre anni è tornato nella città emiliana dov’è cresciuto e ha studiato. Si è laureato in filosofia all’università di Bologna con una tesi su Kierkegaard. Nell’85 ha iniziato a scrivere su giornali e riviste pubblicando anche racconti in raccolte collettive. Dopo essere stato corrispondente da Parma per La Stampa e La Repubblica, nell’87 ha lavorato alla Gazzetta di Parma e nel ’90 è passato alla redazione bolognese di La Repubblica. La prima pubblicazione è del ’98, un romanzo giallo (Ultime notizie di una fuga ed. Mobydick) liberamente tratto dalla vicenda Carretta. Nel 2000 è uscito Bersaglio, l’oblio edito da Diabasis con il quale è stato finalista al festival del noir di Courmayeur e al premio Fedeli, organizzato a Bologna dal Siulp. Assieme a una decina di altri autori (tra i quali Macchiavelli, Manfredi, Barbolini e Pederiali), ha pubblicato Aelia Laelia Crispis (Diabasis), una raccolta di racconti ispirati a una misteriosa lapide bolognese. Nel 2002 è uscito Il cineclub del mistero edito da Passigli con la presentazione di Carlo Lucarelli. Sono Seguiti alcuni romanzi con il commissario Soneri protagonista: L’Affittacamere, Il Fiume delle nebbie, Le Ombre di Montelupo, A mani vuote, Oro, incenso e polvere, La casa del comandante e Il commissario Soneri e la mano di dio (editi da Frassinelli). Al di fuori della “serie” legata al commissario Soneri, nel 2007 è uscito il romanzo Le Imperfezioni (Frassinelli) e nel 2009 Il paese di Saimir (Edizioni Ambiente, VerdeNero) di Il commissario Soneri e la mano di dio. Nel 2010 esce E’ solo l’inizio, commissario Soneri e nel 2011 La sentenza.

Il romanzo Oro, incenso e polvere ha vinto il Premio Franco Fedeli e il Premio del Giallo e del Noir Mediterraneo.
Nel 2009 Valerio Varesi ha ricevuto il premio alla carriera Lama e Trama (Per avere impresso al giallo italiano suggestioni paesaggistiche e complessità psicologiche degne della grande letteratura). Nel 2010 vince il Premio Serravalle Noir. Nel 2011 è finalista al Premio CWA International Dagger con il romanzo River of Shadows, versione inglese di Il fiume delle nebbie e vince il premio del Festival del Giallo e del Noir Mediterraneo con il romanzo E’ solo l’inizio, commissario Soneri.

Il commissario Soneri, protagonista dei romanzi di Varesi, con il volto di Luca Barbareschi è approdato in Tv nella serie di sceneggiati Nebbie e Delitti su Rai Due nel novembre 2005 (al fianco di Barbareschi c’era anche Natasha Stefanenko).

 

L’International Jazz Day di Guido Michelone (8)

max-roach-we-insist-freedom-now-suite

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi l’ottavo ascolto:

Max Roach, We Insist! Freedom Now Suite,Candid, 1960

Max Roach è unanimemente considerato tra i maggiori batteristi novecenteschi, la cui fama e grandezza travalicano l’originalità del performer, giacché risulta altresì importantissimo nei panni di compositore, didatta, bandleader, talent scout. Influenzato agli esordi dal collega Kenny Clarke – inventore del moderno drumming – Roach diviene poi un influente percussionista sia del bebop sia dell’hard bop, ad esempio suonando nel dopoguerra con il quintetto di Charlie Parker oppure fondando con Clifford Brown un combo seminale. Musicista serio, colto, instancabilmente attivo, Max apre gli anni Sessanta da leader attraverso l’intero decennio come la stagione per lui più fervida, diventando un’autentica icona dei movimenti socioculturali afroamericani; il merito di questo militante protagonismo va ascritto in primis ai temi e ai problemi che vengono affrontati in questo disco, in cui impegno politico e suono ragionato sono inestricabilmente connessi e risultano parimenti su livelli altissimi di accorata partecipazione e indefessa creatività. A proposito dell’album è il leader stesso a rivelare al pubblico: “Quando la Freedom Now Suite, nel 1960, fu pronta, era stata ripresa da molti la dottrina di Marcus Garvey, per la quale tutti gli uomini di origini africane sparsi nel mondo dovevano unirsi. Le comunità nere sparse nel Nord e Sud America o in qualunque altro luogo, dovevano ritrovarsi, mediante i loro rappresentanti, per discutere la situazione dei neri in ogni parte del mondo, pervenire a delle situazioni e metterle in atto”. E, dopo un lungo resoconto sociologico, conclude: “Ecco, quelle mie composizioni volevano essere lo specchio di queste situazioni”. Ma nel disco c’è molto di più: la musica viene suddivisa in cinque parti che formano idealmente una lunga suite per narrare  la tragica epopea delle genti afroamericane in percorso storico-geografico che, lungo gli Stati Uniti, va dalle piantagioni di cotone nel Profondo Sud alle periferie-ghetto delle metropoli settentrionali. L’intero disco, fin dal titolo, è un incitamento al riscatto (We Insist!, noi insistiamo!), per arrivare a una presa di coscienza generale e consentire un moto di orgoglio da parte di una intera etnia che, a sua volta, giunge a un risultato concreto (Freedom Now, libertà subito). Per incidere l’album, Max si avvale della collaborazione di alcuni grandi solisti della scena moderna, dal veterano Coleman Hawkins, dai compagni di strada Booker Little, Julian Priester, Walter Benton, James Schenck, dai percussionisti africani e caraibici Michael Olatunji, Ray Mantilla, Tomas du Vall alla futura bellissima moglie, la vocalist Abbey Lincoln. Analizzando in dettaglio l’album, sul lato A, il brano d’apertura, Driva’ Man, si manifesta con il canto straziato della Lincoln che racconta le violenze sadiche e le molestie sessuali di cui sono vittime le schiave di colore da parte dei padroni bianchi nelle piantagioni fino a cent’anni prima. Freedom Day è ancora introdotta da Abbey con una voce declamatoria che ispira i frementi successivi assolo di tromba, sax tenore, trombone. Triptych: Prayer/Protest/Peace: pensato da Max a mo’ di un balletto strutturato in tre atti, impostato solo sull’incontro/scontro fra voce e batteria, dove la”preghiera” riproduce sommessamente il lamento dei popoli oppressi, la “protesta” urla contro ogni forma di sopraffazione, e infine la “pace” intona una melodia per spiegare che la vittoria è raggiungibile soltanto dopo una dura battaglia per i propri diritti. Sul lato B All Africa rievoca o meglio celebra le origini africane della comunità nero-americana e della stessa musica jazz, sottolineando l’atmosfera mediante l’impiego di percussioni etniche quasi tribali e ossessive da parte di un vero musicista africano. We Insist! Freedom NowSuite si conclude con l’esempio più contestatario e politico: Tears For Johannesburg, un’invettiva contro l’Apartheid nella metropoli del Sudafrica: non a caso il regime di Pretoria vieta la diffusione dell’album, che verrà liberamente ascoltato oltre trent’anni dopo.

L’International Jazz Day di Guido Michelone (7)

Mingus

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il settimo ascolto:

Charles Mingus, The Great Concert Of Charles Mingus, America,1964

Dopo svariate esperienza tra bopper, swinger, dixielander, il contrabbassista Charles Mingus (1922-1979) opta per la strada impervia di compositoree bandleader in un modo sincero, ribollente, contraddittorio, personale che, grosso modo, durante un ventennio, fra il 1955 e il 1975, offre una musica genuina che egli stesso si rifiuta di chiamare jazz: in effetti è originalissimo il sound mingusiano che raggiunge i vertici creativi proprio con questo ‘grande concerto’ tenuto al Théatre des Champs-Elysées di Parigi, che in origine vede la luce su un triplo LP. La musica – comunque jazz contemporaneo – è non comunque ascrivibile a nessuna corrente, pur essendo artisticamente (e politicamente) in anticipo su alcune istanze free senza mai considerarsi esponente diretto o nume tutelare di questa rivoluzionaria apertura. Coma si ascolta in questo live registrato in due occasioni presso una festante sala Wagram rispettivamente il 17 e 19 aprile, iriferimenti estetici, filosofici, antropologici di Mingus sono il tardo swing Duke Ellington (Sophisticated Lady), il bebop di Bird (Parkeriana) e il gospel corale dai quali sa trarre una felice corpulenta sintesi. Personaggio scomodo (come si evince nel saggio-autobiografia Peggio che un bastardo) Charles riunisce in piccoli gruppi i migliori solisti afroamericani: qui è  assieme ai fedeli Jaki Byard al piano, Danny Richmond alla batteria, Clifford Jordan al sax tenore, Johnny Coles alla tromba, a cui si aggiunge l’indimenticabile Eric Dolphy al contralto, al flauto, al clarinetto basso, per il quale il leader scrive e dedica il brano So Long Eric. Alcuni pezzi, infine, come Meditation For Integration, dalla lunga durata, sono poi autentici manifesti per la lotta dei neri contro la segregazione razziale, qui eseguito con un pathos decisamente superiore all’incisions in studio. Senza mai ritagliarsi grossi spazi virtuosistici, il contrabbasso di Mingus da sempre riesce a sostenere,tra assoluta disciplina e imprinting ritmica, sia il ruotare di solisti sia i giri armonici inusuali e i tempi diversi spesso raddoppiati all’improvviso.

Libri tanto amati: Paolo Zardi e Philip Roth

roth

Durante la mia adolescenza per niente inquieta (purtroppo, con il senno di poi), l’unica forma di ribellione che avevo deciso di portare avanti era quella di rifiutare ciò che mio padre (un uomo barbuto e nervoso che allora aveva più o meno l’età che ho io adesso) mi consigliava. Ricordo di aver rifiutato Il male oscuro di Berto, La montagna incantata di Thomas Mann e forse L’uomo senza qualità di Musil – con il tempo, ho rimediato solo all’ultima mancanza, lasciandomi le altre due per quando sarò più vecchio. Avevo invece accettato di buon grado un libro che mi aveva regalato in occasione di non so quale ricorrenza: era Lamento di Portnoy di Philip Roth, un libro esilarante e irriverente sul sesso, la masturbazione, il rapporto con i genitori e le donne. Nella versione che avevo c’era anche una foto di lui, sulla quarta – un tizio con la barba che sembrava essere un professore universitario – e si raccontava che, dopo il grande successo di quel libro, aveva inanellato una serie di flop abbastanza clamorosi. Qualche anno dopo, convinto di fare una cosa simpatica, ne regalai una copia a un amico che si era da poco sposato: non gli piacque perché, mi disse, trattava troppo male i genitori del protagonista. Ma non era forse questo il motivo per il quale valeva la pena leggerlo?

Poi, crescendo, ho imboccato un percorso di letture del tutto personale. Sono ripartito dal basso, dalle storie di Grisham, i suoi legal thriller, per passare poi a Follet e Forsyth, e quindi Le Carrè: in pochi passaggi ero andato dall’intrattenimento alla letteratura. A trent’anni ho ripreso in mano Kundera e me lo sono riletto tutto; poi Salinger, Ian McEwan, Coe, sempre più contento di scoprire nuovi mondi.

Nel 2004 Mauro Gagni, un collega con il quale avevo iniziato a parlare di libri, mi regalò un romanzo di Baricco, che non conoscevo; in cambio, gli presi Lamento di Portnoy: a distanza di tanti anni, ero ancora convinto che fosse una delle cose migliori in circolazione. Prima di darglielo, lo sfogliai un po’, per vedere quanto mi ricordavo di quelle pagine. Mi tornò così la voglia di leggere un suo nuovo libro e non sapendo cosa scegliere (ero ancora in una fase della mia vita in cui i miei interessi erano tutti orientati verso l’informatica) comprai Pastorale americana per la bellezza di una simmetria: nella quarta, infatti, compariva un commento di Baricco.

Fu una folgorazione, la scoperta di una nuova dimensione dello spazio, e non semplicemente l’estensione di quello conosciuto. Ricordo chiaramente come mi sentivo quando stavo arrivando alla fine: ero in cucina, alle sette di mattina, nella casa di Gorgonzola, nella primavera del 2005, mio figlio ancora piccolo che ciucciava la colazione nel seggiolone, due colombi che tubavano in terrazza, io già vestito per il lavoro, con il libro in mano, e intanto pensavo: “e dopo?”

Quel libro ha cambiato tutto: gli obiettivi della mia lettura, la consapevolezza della mia nuova identità di padre, l’importanza dell’educazione filiale. Mi fece anche voglia di iniziare a scrivere – un’attività che, a trentacinque anni, non avevo mai preso in considerazione, se non mentre andavo a scuola, tanto tempo prima, a intervalli molto irregolari. Ma soprattutto quel libro fu l’inizio di un lunghissimo rapporto (strettamente unidirezionale) con Philip Roth. Nel corso degli anni ho letto tutto quello che ha scritto, comprese certe cose che in Italia non sono mai uscite. Ho riletto anche Lamento di Portnoy, nella primavera del 2008, mentre tornavo da Novara dove avevo appena venduto le quote di una società che avevo fondato, e lo apprezzai più della prima volta. E questa mattina, dodici anni dopo Pastorale americana, trenta dopo la prima lettura del Lamento, seduto nell’anticamera del dentista, ho finito Roth scatenato, la sua biografia uscita da poco per Einaudi. Ora Philip Roth ha 83 anni e da sei o sette anni ha smesso di scrivere. Ogni tanto rileggo i suoi libri (con la Pastorale sono arrivato alla quarta rilettura) ma quando guardo il suo scaffale, che va da Goodbye, Columbus a Nemesi non posso non pensare, con tristezza: “e dopo?”.

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Paolo Zardi (Padova, 1970), ingegnere, ha esordito nel 2008 con un racconto nella raccolta “Giovani cosmetici” (Sartorio) curata da Giulia Belloni. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Antropometria” (Neo, 2010) e “Il giorno che diventammo umani” (Neo, 2013), i romanzi brevi “Il signor Bovary” (Intermezzi, 2014) e “Il principe piccolo” (Feltrinelli, 2015), e i romanzi “La felicità esiste (Alet, 2012) e “XXI secolo” (2015, Neo), finalista allo Strega 2015. E’ stato curatore dell’antologia di racconti “L’amore ai tempi dell’apocalisse” (Galaad, 2015)
Ha partecipato a numerose raccolte di racconti collettive e suoi racconti sono stati pubblicati in “Nuovi argomenti”, “Nazione indiana” e “Primo amore”. Nel 2015 e nel 2016 due suoi racconti sono stati tradotti da Matilde Colarossi e pubblicati nella rivista californiana “Lunch ticket”.
Cura il blog letterario grafemi.wordpress.com

L’International Jazz Day di Guido Michelone (6)

charlie haden liberation music

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il sesto ascolto:

Charlie Haden, Liberation Music Orchestra, Impulse, 1969

Il contrabbassista dell’Iowa, morto a Los Angeles nel 2014 a settantasette anni, si impone già a fine Fifties come uno dei più originali freemen bianchi, al punto che lo si ascolta quale compagno di Ornette Coleman nel seminale Free jazz. Come leader Haden debutta proprio con quest’album, il cui titolo servirà in seguito a dare il nome alla propria big band che a momenti alterni durerà fino al 2005: Liberation Music Orchestra insomma risulta un disco-cardine nella cultura musicale degli anni Sessanta/Settanta per i tanti interrogativi che apre nel controverso dibattito su jazz e politica; a livello artistico il long playing nell’album si distingue invece per la forte carica emotiva e il grande solismo lirico dei molti protagonisti, da Gato Barbieri (tenore) a Don Cherry (cornetta e flauti), da Dewey Redman (alto e tenore) a Roswell Rudd (trombone), da Mike Mantler (tromba) a Carla Bley (pianoforte). Ispirandosi direttamente ad alcune canzoni dell’esercito repubblicano antifascista nella guerra civile spagnola (ma c’è pure un accenno al celebre inno cubano su Che Guevara), Charlie realizza una sorta di concept-album dove la militanza ideologica e l’impegno sociologizzante vanno di pari passo con la perizia individuale e l’impatto collettivo, mentre la passionalità delle composizioni viene stemperata nel linguaggio sperimentalistico. L’album verrà considerato alla distanza un evento storico e una testimonianza fondamentale per i giovani jazzmen del Vecchio Continente, proprio nel solidale bilanciamento tra jazz e politica, dove il mito, il pathos, l’azione e il mordente circonda questo esordio sui generis, davvero unico e magistrale.