Il fascino di un’epoca remota

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Ripubblico qui un’intervista che qualche anno fa Gian Paolo Grattarola mi fece per Mangialibri.

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Che cosa spinge un giovane esordiente a confrontarsi, di questi tempi, con il tema della Resistenza?
Il fascino di un’epoca sentita come remota: perché remoti sono i suoi ideali, remoti i modi di vita di chi ci fu. Confrontarsi con la Resistenza significa prendere coscienza dell’incolmabile divario che separa l’oggi da ieri. Significa porsi in un atteggiamento di umiltà, in un atteggiamento che vuole dire la difficoltà di raccontare oggi la Resistenza. E significa però anche la volontà etica di rimettere sotto agli occhi dei lettori un tema, certo abusato, e proprio per questo ‘rovinato’ dal troppo discorrervi intorno. Vuol dire cercare una via diversa dal solito per raccontarla, per cercare di farla vedere davvero con occhi diversi. Vuol dire impegnarsi, magari fallendo, ma impegnarsi. Significa ammonire a non accontentarci di forme di memoria esteriori e stereotipate.

Il tuo Partigiano inverno rivela un’approfondita conoscenza della letteratura italiana: Pavese Calvino, Fenoglio in particolare. Quali altri autori hanno contato nella tua formazione culturale?
Partigiano Inverno deve molto – quasi tutto – a alcuni padri letterari (Fenoglio, Calvino, Vittorini, Meneghello…) e, a un tempo, è una presa di distanza da essi: sarebbe stato inutile imitarli, imitarne il pathos, la freschezza della ‘carne’ contenutistica. È il libro del distacco, dell’impossibilità, dell’incapacità, forse, di essere ‘grandi’ come loro. E tuttavia è anche la testimonianza di tutto ciò – e i limiti sono molti – che può l’uomo, oggi, di fronte alla memoria. È una forma di impegno, certo privato (non più con la velleità di essere pubblico, collettivo), nei confronti della memoria. Scrivo nel finale: “Pensai che, se era difficile scrivere un romanzo ‘neorealista’ nel cinquantotto, doveva esserlo tanto più nel duemilaotto o nove o dieci. Difficile ma allettante e forse utile. Avanti avevo la necessità di raccontare al lettore d’oggi e a me stesso (che nulla so di un’arma, né cosa significhi dormire al gelo per mesi, né che effetti abbia sul fisico cibarsi poco e male) cosa facesse della gente comune coi fucili in mano, un letto gelido e pane duro come il ferro. Ero affascinato all’idea di narrare di un tempo in cui eroi e poeti stringevano sodalizi (nella milanese casa dell’architetto Filippo Maria Beltrami, futuro “Capitano” di una delle prime formazioni partigiane dell’Ossola, Montale andava a bere il caffè, e chiosava di suo pugno le poesie di Giuliana Gadola, moglie del “Capitano”), di un tempo in cui i soldi si vincevano proditoriamente – per chi faceva la spia – con le taglie sulla testa invece che coi quiz. Volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imbarazzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno”. Aggiungo che, oltre alle numerose citazioni, i nomi medesimi dei personaggi suonano come omaggi ai classici. Sono nomi ‘significanti’: Italo Trabucco unisce il nome di battesimo di Calvino, o di Svevo (perché in fondo è un inetto), al soprannome che si dava Gianfranco Contini nello scrivere a Montale. Jacopo Preti, giovane sognatore romantico, si rifà a Jacopo Ortis e a Jacopo Belbo (l’eroe di Eco nel Pendolo di Foucault); Preti è poi un riferimento locale della Valsesia: Giacomo Preti fu un ribelle che, al principio, del XV secolo, combatté contro i notabili della valle. Umberto Dedali fa ancora un cenno a Umberto Eco che, nelle prime sue opere non scientifiche, si firmava con lo pseudonimo Dedalus (di joyciana memoria).

A quale dei tre protagonisti principali ti senti maggiormente vicino o comunque legato?
Domanda difficile. Dentro di me sento di essere un poco tutti e tre. Forse, tuttavia, il mio preferito è Umberto Dedali, perché rappresenta la fanciullezza – e, in molti casi, la mia fanciullezza – e perché, in lui, molte cose, molte speranze, molti sentimenti, molte aspirazioni sono in una fase ancora embrionale, o sono sul punto di essere. Sarebbe così bello se la vita fosse sempre così!

Ti aspettavi di giungere finalista del Premio Calvino? Che sensazioni hai provato?
Una mattina di febbraio sentii squillare il telefono. Il numero aveva prefisso 011. Torino. Chi è? Non avevo assolutamente in testa che potessero essere quelli del Calvino. Era Mario Marchetti, invece, storica anima di quello straordinario Premio: mi annunciava con una dolce pacatezza e con una profonda partecipazione che il Partigiano era arrivato in finale. Esultavo silenziosamente tra le mura della cucina, mentre ancora parlavo al telefono. No, non me lo aspettavo!

Non pensi che il carattere forzatamente espressionista del tuo linguaggio abbia reso troppo duro al lettore il confronto con la parola?
No, altrimenti non avrei fatto questa scelta linguistica. L’opzione è sì, a volte, forzatamente espressionista, ma lo è in virtù di un fine ben preciso che ho dichiarato anche in chiusura di volume, nel capitolo meta-letterario intitolato Cose scritte dopo: “Ho inteso il linguaggio come un protagonista che subisce un’evoluzione, più grande o evidente rispetto a quella dei personaggi. Col procedere del romanzo esso si carica come una valanga disordinata che rovina giù: diventa bizzarro, insanito, folle, espressionistico a furia di afrodisiaci dialettali e vocabolarieschi. Ho voluto strappare la faccia a certi ceffi, non con la lente ma col randello della deformazione e, al tempo stesso, col naso del clown, perché m’e parsa l’unica maniera di poter parlare – sempre fallendo – della ferocia e della morte, e di tempi e di uno spirito che non c’è più. Non con la vana speranza di riuscire a muovere qualcuno a pietà ma per dimostrare che oggi, di certe cose, non ci si riesce più a rendere conto”. Ma pur avendo perduta quella magica familiarità col passato, tuttavia il mio fine era quello di arrivare ugualmente a smuovere il lettore, di dargli letteralmente una sberla semantica che lo facesse reagire, che lo sollevasse dall’imbambolamento retorico nel quale troppo spesso è invischiato.

Qual è stato fino a oggi il riscontro dei lettori?
Per quel che riguarda i lettori professionisti, ovvero i critici, generalmente devo dire di avere ricevuto delle buone recensioni, in alcuni casi davvero lusinghiere, in altri con delle riserve riguardanti soprattutto il mio gesto linguistico. Ma tant’è! Gli altri lettori, quelli che in sedi più o meno ufficiali si sono espressi intorno al Partigiano, hanno detto delle belle cose, tutti comunque partendo dalla considerazione che si tratta di un libro difficile.

Come nasce in te la passione per la scrittura?
Dalla lettura, naturalmente. Leggendo, ci si innamora di un mondo, che è quello della pagina scritta; un mondo che, a sua volta, ci riporta nel mondo vero con tanta più ricchezza di quando ci eravamo assentati che si finisce per voler tentare di costruire il proprio mondo di invenzione. Si scopre poi che la scrittura è come un ponte sul quale chi scrive transita continuamente per raggiungere una riva e poi l’altra, quella dell’universo ‘vero’ e quella dell’universo ‘scritto’. E, a volte, si perde l’orientamento.

Di che cosa ti occupi quando non scrivi?
Prima di tutto c’è il mio lavoro: insegno Lettere alle scuole medie della mia città, Borgosesia. E poi ho la mia famiglia, i miei bimbi. Dei giorni mi capita di perdere del buon tempo al computer senza combinare nulla di buono.

Che libri stai leggendo in questo periodo?
Ultimamente ho letto un autore rumeno, Vasile Ernu il cui romanzo più recente, Gli ultimi eretici dell’impero (Edizioni Hacca), è un vero e proprio vangelo, scritto con la pacatezza di una cronaca medievale, su come e cosa stia diventando il mondo dopo il crollo del Muro, dopo che la guerra Fredda s’è sciolta, dopo che i confini geografici e ideologici si sono slabbrati e sgovernati. Sto leggendo Roth, Meneghello, Pontiggia. E poi un bel saggio di Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici(Sironi editore).

Nuovi progetti?
Idee più o meno vaghe per un nuovo romanzo. Un romanzo dove i protagonisti saranno gli oggetti, le cose. Un mare di cose. Ingombrati, nauseanti, che dominano in maniera piena e incontrollata la vita degli esseri umani. Ma il progetto, a dire il vero, è purtroppo ancora molto vago!

La Resistenza in carne e ossa

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di Marco Albeltaro

Dopo decenni di storia militare e politica in senso stretto, questo settantesimo anniversario della Liberazione ha riportato sulla scena della saggistica e della letteratura le soggettività. Le persone in carne e ossa che hanno combattuto la Resistenza si sono riprese la scena spostando l’asse della narrazione dai solenni momenti collettivi ai grovigli interiori ed esistenziali di chi ha scelto di lasciare tutto – lavoro, famiglia, amori – per combattere, armi in pugno, la lotta di liberazione nazionale. Se Giovanni De Luna, con il suo La Resistenza perfetta (Feltrinelli), ha calato l’indagine storiografica nel terremoto di passioni e di tensioni che hanno animato la Resistenza in un microcosmo locale, Giacomo Verri, nei suoi Racconti partigiani (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, pp. 126, euro 14) ha messo in scena tante storie individuali che affondano le radici nella Resistenza valsesiana.

Gli otto racconti di Verri sono molto diversi l’uno dall’altro, ma qualcosa li accomuna: ci sono le speranze, le paure ma ci sono soprattutto le frustrazioni. O meglio, un senso di sconfitta che si accompagna alla gioia della vittoria. Molti partigiani avevano creduto che la Resistenza non dovesse concludersi il 25 aprile ma essere piuttosto capace di trasformarsi, di diventare qualcosa di diverso, in grado di intridere di sé il profilo della nuova Italia. Ben presto, però, la retorica della pacificazione nazionale aveva imbrigliato le istanze di rinnovamento, relegando la Resistenza e i partigiani nel panorama mummificato delle glorie della nazione (quando non sul banco degli imputati). Nelle prime pagine del libro, questo sentimento appare in modo quasi tragico nella figura del partigiano che, la sera del 25 aprile, prima di addormentarsi, si interroga su «cosa avremmo fatto col sole nuovo» per poi accorgersi, col trascorrere dei mesi, che «si smetteva di fare bene per fare benino, ogni volta di più».

La Resistenza, nei racconti di Verri, si manifesta in tutta la sua portata esistenziale come l’apice della vita di chi l’ha combattuta. Un apice che verrà coltivato per decenni, rivendicando un ruolo, cercando spazi per raccontare la lotta antifascista in una società sempre più sorda a quei valori. L’idealtipo del partigiano diventa così colui che «considera meravigliosa la sua giovinezza imprudente, ritiene che nulla potrà mai eguagliarla, che nulla mai sarà bastevole, che si stava meglio quando si stava peggio, che la guerra te la ricordi per sempre e diventa l’«esperienza più gigantesca che uno possa fare, la memoria meglio attanagliata e più svelta a tornare». Frustrazione, sì ma non rassegnazione. Perché in questi racconti la trasmissione della Resistenza, della sua memoria e dei suoi valori assume i tratti di una scelta profondamente politica e, soprattutto, antiretorica. Verri, memore delle pagine di Calvino, sa bene che nella temperie della guerra civile il caso giocava un ruolo pesante nel far trovare una persona da una parte o dall’altra, ma sa anche che una volta compiuta la scelta di campo, fra chi decideva di fare il partigiano e chi, invece, sceglieva di rimanere al suo posto, si apriva un abisso politico ma soprattutto etico e morale, insormontabile. Ecco: i Racconti partigiani di Giacomo Verri ci calano in questo abisso e ci fanno respirare, in tutta la sua materialità, la generosità che ha permesso di scrivere la pagina più alta e bella della storia del nostro paese.

Recensione apparsa la prima volta su Il Manifesto, il 10 luglio 2015

Il fascismo non fu che una povera cosa

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Qualche settimana fa, il 27 giugno 2016, è uscita sul sito di Proposta comunista questa recensione a Racconti partigiani (Biblioteca dell’immagine, 2015): un’analisi raffinata, minuziosa, che spazia su molti fronti. Avrei voluto ringraziare personalmenete l’autore del pezzo ma non sono riuscito a sapere chi è. Lo faccio, perciò, riproponendo l’articolo, con la speranza che l’ignoto recensore, passando da questo luogo virtuale, possa verificare quanto io sia stato felice delle sue parole.

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“ – Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…
–  Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto, preso nella sua vastità e profondità oceanica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo malato”.
Con queste parole, tratte dalla Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio che chiude il volume Racconti partigiani, Giacomo Verri rende omaggio al grande autore piemontese e, al tempo stesso, definisce il carattere di fondo del fascismo, la sua ennesima sconfitta, il suo ultimo fallimento: quello di rappresentare una sorta di male in sedicesimo, miserabile e decadente, come le ideologie irrazionaliste e nazionaliste che lo plasmarono e lo alimentarono. I Racconti seguono e completano idealmente il romanzo Partigiano inverno, uscito nel 2012 e ispirato all’eccidio compiuto dai militi della Tagliamento il 21 dicembre 1943 al muro della chiesa di Sant’Antonio di Borgosesia. Un percorso nei meandri della memoria è il filo conduttore del libro che propone otto storie: Festa di Liberazione; Quel particolare della corda; Un pomeriggio partigiano; Vene sottili e petali di rosa; Parlo di Boezio; Un fiero mal di denti; Passano i guerriglieri di piombo; Li hanno uccisi, quei due!
La narrazione si dipana lungo un ampio arco temporale che in diversi modi cerca di fare i conti con la distanza che separa gli avvenimenti della lotta partigiana in Valsesia dal presente. Leggiamo, da una parte, di alcuni momenti centrali della Resistenza, dalla zona libera della valle, che durò dall’11 giugno al 5 luglio 1944, ai cinque partigiani impiccati al ponte della Pietà di Quarona il 14 agosto 1944. Dall’altra parte, troviamo la contemporaneità ambientata in quelli che Marc Augé definirebbe dei “non-luoghi”. Ovviamente non si tratta degli alienanti iperspazi anonimi delle grandi metropoli, quanto di piccoli, dimessi, e a volte angusti, cantucci di vita provinciale: un ufficio postale di Bornate alla fine degli anni ’90; una casa di cura per anziani; la dimensione interiore al tramonto di una vita  in un soliloquio tra nonno e una nipote, “con gli occhietti di ragazza in fiore”; addirittura un plastico che ricostruisce con cura maniacale i dettagli di un’azione di guerriglia, quasi a fermare e a comprimere in un istante lo scorrere del tempo.

La coscienza di Boezio. In ogni caso, Racconti partigiani non è un libro di memorie e ricordi quanto un libro sulla memoria, sul suo mutevole accartocciarsi e distendersi, sulla sua indiscutibile necessità ma anche sull’aridità di chi questa necessità non avverte. In definitiva, è testimonianza della vitalità e di una intatta potenza che la Resistenza ancora oggi possiede.
Alcuni racconti sono proiettati nel passato come Quel particolare della corda, Un pomeriggio partigiano, Vene sottili e petali di rosa, Un fiero mal di denti. Tuttavia, la variazione delle strutture narrative e dei punti di vista dà alla scrittura un andamento diverso da quello della tradizionale narrazione storica. Per esempio, nel primo racconto, la voce narrante si sdoppia. Si alternano i due piani del vice parroco don Gianni, che s’appropria di una vicenda e di un ruolo che non è stato il suo durante la fucilazione dei cinque ostaggi al ponte della Pietà, e quello di frate Marco, un novizio di 17 anni. Quest’ultimo è il vero testimone diretto dell’eccidio, colui che dà alle vittime gli ultimi conforti umani e religiosi, sfidando il più bestiale aspetto del fascismo: l’assenza assoluta di pietà. Due delle cinque corde a cui erano stati appesi i partigiani si spezzano, ma la ferocia repubblichina è tale che i miseri resti umani della fallita esecuzione vengono di nuovo impiccati.
In secondo luogo, c’è il passato rievocato attraverso i ricordi dei protagonisti, partigiani o testimoni. Man mano che gli avvenimenti si allontanano nel tempo, cresce il senso di delusione dei personaggi, si sedimenta sulle loro labbra un sorriso amaro che non è solo frutto dell’invecchiamento. Questa percezione e rielaborazione della coscienza è sviluppata in particolare in due racconti. Nel primo, Festa di Liberazione, il nonno si rivolge alla nipote. Tra di loro c’è lo scarto di due generazioni poiché c’è un vuoto non colmato da parte dei padri e delle madri. Il sentire del vecchio partigiano è quello di un vincitore vinto. Memoria e ricordo sono dinamici, si trasformano col passare del tempo, interagiscono e si confrontano con realtà nuove e impreviste, subiscono un lento processo di logoramento. Già alla fine della lotta partigiana, lo stesso 24 aprile 1945, la festa della liberazione porta con sé “una malinconia albeggiante” davanti alla prospettiva del rientro nella “legge” e all’ “ordine”. Col venir meno della paura e della tensione della lotta, “tutto – dice il vecchio – si è fatto lasco e soffice e terribilmente nostalgico”. Da quel momento, ogni 25 aprile si preannuncia come un altro “boccone amaro”, mentre si vedono “le persone peggiorare, le belle idee farsi fioche”, mentre si approfondisce a dismisura il baratro tra l’Italia immaginata durante la lotta e la repubblica reale. Sono le avvisaglie dell’introiettamento di quella cultura della sconfitta che è andata via via espandendosi negli anni del dopoguerra fino a erodere, in una sorta di spirale perversa, prima le basi della sinistra istituzionale socialista, poi quelle del popolo comunista e infine quelle di buona parte delle nuove sinistre.
In Parlo di Boezio, invece, la memoria si cristallizza, anche come forma di autotutela e di estremo presidio della propria autostima. Anche qui, il protagonista, un vecchio partigiano, si smarrisce e si annega nel passato, come se il tempo si fosse fermato nei momenti epici dei combattimenti nei terribili inverni del 1943 e 1944, durante i quali egli rimane più volte ferito. Tutto il resto, in definitiva, non è stato altro che “una postilla” a quei momenti. Boezio Molino ha 76 anni, i segni delle ferite che lo costringono a trascinare una gamba, insomma un vecchio eroe che consuma poco ormai, un pensionato che fa qualche lavoretto per tirare avanti. Boezio è di poche parole, soprattutto non parla di quei momenti, possiede l’orgoglio di tenere per sé i tratti ancora vivi di quella esperienza, di quelle immagini che scorrono dentro di lui nitide. Il parlare è tutto interiore, è una tempesta silenziosa che innalza Boezio sopra la mediocrità del presente. I partigiani tratteggiati nei racconti di Verri sono parchi di parole e di racconti, come la maggior parte di coloro che combatterono quei giorni, come il comandante Urlo che non parla volentieri della guerra, o come Beppe Fenoglio, che in vita “parlava poco” (e combatteva aspramente con la sua scrittura).
Anche nel racconto Passano i guerriglieri di piombo, la memoria è fissa e cristallizzata. Un plastico di guerra diventa una sorta di correlato oggettivo del ricordo. Esso rappresenta un angolo di Varallo Sesia, un giovedì di dicembre, agli esordi della lotta partigiana. I “guerriglieri di piombo” sono i partigiani “con una specie di divisa crespa, di feltro graffiante”.

Memoria e scrittura. Questo racconto è preceduto da una citazione di Pirandello tratta dal Fu Mattia Pascal: Anselmo Paleari, il padrone di casa di Adriano Meis, alias Mattia Pascal, allestisce un teatro di “marionette automatiche di nuova invenzione” per rappresentare la tragedia di Oreste e chiede cosa succederebbe se, nel punto culminante dello spettacolo, si  aprisse un buco nel cielo di carta del fondale scenico, lasciando Oreste sconcertato, rivelando intera la finzione e aprendo la strada alla forza irruente del dubbio e al crollo delle certezze. In modo simile si esprime l’artefice del plastico: “Osservo, dopo essermi rialzato, la mia piccola Resistenza, fatta di metallo e di plastica e di viti e pannelli. Si rivela per quello che è, il mio ambizioso disegno, un frammento”.
Il racconto adombra un altro motivo ricorrente dei racconti di Verri: il rapporto tra memoria e scrittura, tra realtà e rappresentazione del passato, un rapporto mai facile, sempre doloroso e sofferto per la fatica dello scrivere, per la battaglia che deve essere ogni volta ingaggiata per raccontare, per spiegare, insomma, per dirla con le parole di Vittorio Arrigoni, per restare, attraverso la narrazione,  “umani”. Il rapporto tra realtà esperita e scrittura compare infatti nei racconti Un pomeriggio partigiano, Un fiero mal di denti, Li hanno uccisi quei due. Nel primo, il protagonista, il partigiano Jacopo, dice: “Ogni guerra è per farne una storia, dopo tutto, per trarne un libro”. Del resto le stesse parole che Cino Moscatelli, nello stesso momento in cui Jacopo riflette, rivolge al popolo raccolto nella piazza di Borgosesia, “nette” come il capo partigiano le esponeva, potevano esistere  “solo sui libri”. Già, ma come verrà narrata questa storia che servirà a scrivere libri? Jacopo se lo chiede e cerca di immaginarlo, senza trovare risposte. C’è in tutto questo un gioco, un libero scorrere lungo l’asse presente-futuro, futuro-immaginato e futuro realizzato, utopia (“la melodia comunista” di Moscatelli)-realtà (l’assieparsi di “genti felici di ascoltare”)-futuro(il presente nostro non detto).
Più complesso il nesso tra memoria e scrittura in Un fiero mal di denti. Il racconto è introdotto da una citazione degli Annales di Tacito su caso e necessità: “Sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur” (Ma io, nell’udire di questi e simili fatti, resto dubbioso se le vicende umane siano mosse dal fato, con la sua inalterabile necessità, oppure dal caso). “Nel libro si legge…”, di due fratelli, Velso e Desiderio Turchini. A leggere la loro storia, la storia di una vendetta, di una sentenza già pronunciata dal popolo, fissata in usi atavici, inevitabile nel suo esito, una sentenza appunto di fronte alla quale l’uomo può diventare strumento del caso oppure del destino, è ancora una volta un nonno. Velso è stato fucilato nell’inverno del 1943 a causa della spiata di Merico, un sansepolcrista della prima ora. Sono passati alcuni mesi e la Valsesia è liberata dalle formazioni partigiane. Desiderio percorre la strada da Aranco a Borgosesia. Nella cittadina si respira un’aria di festa, inconsueta. Desiderio è tormentato da un mal di denti straziante, “immagine della folta collera maturata nei mesi”, un dolore che si confonde fino a costituire un grumo inestricabile con la legge della vendetta. Il dentista che dovrebbe levare il dolore a Desiderio è appunto Merico…
La scrittura ritorna nel racconto Li hanno uccisi quei due ed è quella di “un quaderno dalle righe bluastre e un po’ sfocate” il cui titolo, in un gioco di specchi, è lo stesso del libro: Racconti partigiani.

La generazione mancante. La “doppia” narrazione tra don Gianni e frate Marco, su cui ci si è soffermati in precedenza, è solo un esempio di una più ampia flessibilità dei meccanismi narrativi a cui Verri ricorre.
Per esempio, Boezio è colto e osservato in un banale momento di vita quotidiana. Siamo nel piccolo ufficio postale di Bornate, in una mattina dell’aprile di fine millennio, c’è una coda immobile. Gli astanti attendono, alcuni senza dare segni di particolare nervosismo, altri irrequieti. Il narratore vede Boezio. Lo guarda con “agio”, forse senza nemmeno essere notato. Lo conosce, ma i due non si sono mai rivolti la parola come ormai spesso avviene nelle piccole comunità montane dove ci si conosce un po’ tutti e dove la schiettezza e l’immediatezza dei rapporti di un tempo si sono inaridite e sono diventate i silenzi della contemporaneità. La condizione di osservazione è quella del narratore onnisciente, una posizione soprastante e defilata, racchiusa in una sorta di cono d’ombra ma anche la migliore per cogliere inaspettati risvolti della realtà. La statura di Boezio si staglia, i suoi silenzi s’ingigantiscono di fronte a tre figure della modernità presente: le figlie di Boezio, la signora col cappellino, in coda nell’ufficio di Bornate, e l’impiegata dietro al vetro dello sportello.
Le figlie, assorbite dalla velocità della vita quotidiana, considerano il padre “come un antico balordo”, perso nei suoi ricordi. La signora col cappellino, matura ma solo negli anni, lo provoca: “Lei che è un uomo vada a dirgliene quattro”, “non ha coraggio lei”: queste parole rivolte proprio a lui che ha sfidato le pallottole tedesche, il rigore degli inverni valsesiani, la fame e il dolore insopportabile delle ferite. All’impiegata postale, Boezio regala un “ninnolo di plastica”, una sua piccola ingegnosa invenzione: un disco da infilare nel portachiavi e da impiegare al posto della moneta nel carrello del supermercato. Un gesto di umanità e di simpatia, la consegna di una piccola eredità accanto a quella grande della libertà conquistata sui monti, e lei “non sorrise neppure”. L’eroe è ignorato, annichilito dall’indifferenza e dalla superficialità glaciale dei rapporti del presente.
Vene sottili e petali di rosa, rimanda a Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, cioè alla narrazione della lotta partigiana filtrata dallo sguardo adolescente, in una guerra, che non dobbiamo dimenticare, fu combattuta in un’Italia giovane da giovani, giovanissimi e anche da ragazzini. Protagonisti del racconto sono infatti dei cuccioli d’uomo, il piccolo montanaro Sebastiano di nove anni, qualcuno di meno del Pin del Sentiero; Claudia, una giovane ebrea sfollata da Torino, che ha 15 anni; il suo amato, il Manta, un partigiano garibaldino, che racconta “come un Dio del bosco”, e, forse, una nuova vita, un bambino appena concepito dall’amore tra Claudia e Manta che non nascerà, simbolo nemmeno tanto celato di quel nuovo mondo che i combattenti immaginavano e che mai si realizzerà compiutamente nell’Italia repubblicana.
L’architettura più complessa si ritrova in Li hanno uccisi quei due, il racconto conclusivo del libro. Qui c’è un incastonarsi della storia nelle cornici narrative, c’è una continua oscillazione della dimensione temporale distribuita nell’arco di quattro generazioni: Enrico, il nipote nella sua tarda adolescenza; il nonno Angelino, un ex maestro ormai anziano e ricoverato in una casa di cura; il bisnonno Achille, il comandante partigiano Urlo, protagonista dell’episodio più lontano nel tempo e inserito nel centro del racconto. Anonima, anello mancante è ancora una volta la generazione intermedia, silenziosa e inutile, del padre, poiché furono “i padri piccoli i nonni giganti”. La memoria si presenta dunque come una catena discontinua, con anelli mancanti, spezzata in più punti, e queste rotture ostacolano la trasmissione della memoria e quella indispensabile rielaborazione umana del mito che è alla base di quell’antropologia millenaria che è la cultura umana e che oggi sembra venir meno.
Una prima cornice narra il rapporto tra nonno e nipote ed è affidata all’oralità, una parola interrotta, frammentata a causa delle continue pause per le operazioni quotidiane di cura del nonno. Una seconda narrazione ha come protagonista l’avo partigiano, il comandante Urlo, riguarda l’episodio storico rievocato e alterna il piano dell’oralità a quello della scrittura sul quaderno. Urlo, come Boezio, non parlava volentieri dell’episodio, “Urlo resterà per poco un papà, poi solo Urlo, poi niente…”

Quelle Langhe della Valsesia. Nella scrittura di Verri, prende rilievo la materialità e la fisicità. Nei Racconti ritroviamo la dimensione della montagna valsesiana, aspra e avara, la sua natura, i monti, gli alberi, i rami, gli animali, le pietre; gli anfratti segreti custoditi del piccolo Sebastiano: una pianta, un sentiero, un masso, una baita, rifugio sicuro che sa di pietre bruciate dalla guerra, insomma un paesaggio intricato che rimanda al labirinto interiore, alla linea d’ombra tra infanzia e adolescenza che il fanciullo sta attraversando. Da qui una visione della natura pervasa da un divino immanente e misterioso, da qui l’alone magico e arcano che ottunde lo sguardo di Sebastiano. Magiche sono le punte, come nelle culture primordiali. E la magia delle punte e delle lame e la loro capacità fascinatoria si materializzano in una roncola e in due diversi  coltelli. Con la prima, il giovane  apre la pancia di un cinghiale trovato morto lungo un corso d’acqua. Dei due coltelli, il primo è un ciapull, “con la lama sbreccata”, termine che nel dialetto piemontese indica un coltello pieghevole con due lame, utilizzato di solito dai borseggiatori; il secondo è un nuovo serramanico col fascio littorio e il profilo del duce che Sebastiano ruba a un milite repubblichino.
Ritroviamo nei Racconti la corporeità dei personaggi, colti senza veli e senza mediazioni anche negli aspetti più umili della vita quotidiana. In Sebastiano, è un corpo che si sta trasformando ma ancora inadatto alla sessualità piena e matura, limitazione che rende il fanciullo spettatore e lo pone ai margini degli eventi narrati. In nonno Angelino è carne malata e disfatta in antagonismo con la freschezza e la vitalità dei valori di cui egli è tramite. In Boezio è un corpo offeso e mutilato dalle ferite di guerra. Nei cinque impiccati del ponte della Pietà, sono visceri ridotti a dolore assoluto. Il terribile mal di denti di Desiderio Turchini ha confini incerti tra corpo e psiche, tra caso e necessità.
Le descrizioni sono spesso crude, a tratti urtanti. Verri avverte la necessità del grido, l’esigenza di dare forza alla parola, le potenzialità della deformazione linguistica. Tuttavia, questa ricerca è misurata e temprata come il passo degli scarponi di chi “è del posto”. Traspaiono dalla scrittura di Verri un lungo e attento lavoro di lettura, assimilazione e originale rielaborazione dei nostri grandi classici novecenteschi e un solido impianto narrativo nutrito di profonda conoscenza del fatto letterario sia nei suoi aspetti storici sia in quelli strutturali. Il riferimento più evidente, ma non unico, è quello della parola scavata, sofferta, partorita con dolore dalla penna fenogliana. Di Fenoglio, Verri impara e traduce in ambito valsesiano la lezione di una scrittura intesa come combattimento, come lotta faticosa non “contro” ma “con” la parola. Scrivere è come combattere. La scrittura è in definitiva una forma di resistenza, come il partigiano Johnny si misurò sul campo di battaglia coi nazifascisti per poi seguitare la sua battaglia in una vita di scrittore “come un cane preso e bastonato”.
Certo le differenze dei tempi e lo scarto generazionale sono evidenti ed è forse in questa direzione che va collocata la presenza di tanti nonni-narratori e mediatori nei Racconti, figure molto più presenti e importanti di quanto si possa pensare, anelli insostituibili che hanno consentito a questo Paese, dove smemoratezza e viltà non difettano,  di conservare per settant’anni e più il ricordo della Resistenza e di contrastare, seppure in condizione di grande inferiorità di mezzi, dimenticanze interessate, revisionismi e negazionismi di diverso genere.

Un caleidoscopio di similitudini. Ci sono nei Racconti pagine di evidente sperimentalismo linguistico che rimandano, da un parte, all’antica radice del parlare aspro e petroso dantesco e, dall’altra, alla linea sfavillante, individuata da Contini, che ha origine dalla scapigliatura piemontese dei vercellesi Cagna (di cui tuttavia Verri non fa propria la tipica coloritura vernacolare) e Faldella e si dipana fino a Gadda. Tuttavia, l’elemento rivelatore della scrittura di Verri risiede nel continuo esercizio sulla figura della similitudine, un tropo che si configura come terra di mezzo tra realtà e simbolo, tra concretezza e astrazione, tra orizzontalità e verticalità, tra passato e presente.
In un narrare prevalentemente terreno, duro, a tratti ferrigno (sparare “come in fiera contro le tolle”; la realtà “sapeva di ferro e di amaro”; gli alberi erano “scheletri”, puntuti “come aghi che spappolano le viscere”; il dolore della ferita era bruciante “come una colata di ferro”; la barba del partigiano ucciso era dura “come una rete di ferro in grovigli”; il dente di Desiderio è “come a una punta di freccia”; le unghie dure “come il porfiro”, che è variante letteraria di “porfido”) stupiscono e acquistano particolare rilievo le similitudini marine: il paese si allontana “come un pezzo di ghiaccio alla deriva”; le femmine girano attorno alla casa “come un’onda che torna rumorosa dentro la cucina”; le vene di Claudia sono esili “come bracci di corallo”; la felicità è “come una conchiglia sulla battigia, avvolta e svolta dall’onda mai osservabile per più di un secondo”; la brama di vendetta è inesauribile “come l’acqua di mare nei buchi scavati dai bimbi vicino alla battigia”; il pannolone del nonno si appallottola “come l’umbone di una conchiglia”.
L’elemento liquido, comunque umido, che rimanda alla fecondità materna ma anche all’abbondanza di acque turbolente di madre Sesia, è del resto sviluppato in un’altra ampia tessitura di paragoni: le viscere del cinghiale sventrato da Sebastiano da cui percola “il chiarore cinabro”; gli inverni passano senza natale “come una pioggia che non si cura di chi va senza ombrello”; la bile è un precipitato “come se uno avesse versato dell’aceto in una bottiglia d’olio fino”; l’ira si scioglie “come il sangue d’un santo reliquiato”; l’atto del piangere è “come una madonna” oppure “come un verme”.
Se all’elemento terreno fa da contraltare quello acqueo, la durezza e la pesantezza di molti confronti trovano ristoro in una serie di similitudini in cui prevalgono leggerezza e fuggevolezza: le avventure sono leggére “come la carta”; gli occhi di Claudia sono tempestivi “come di uno scoiattolo”; i lobi delle orecchie “come se fossero caramelle”; gli occhi di Sebastiano vedono “come un cane in corsa dentro alla fessura”; il bosco “era un fazzoletto verde lasciato andare sui monti enormi”; le carni sono vellutate “come petali di rosa”; il mese di luglio plana sulle menti “come il lenzuolo che posa largo sui letti con qualche cadenza dell’indugio eterno”.
Insomma, la narrazione di Verri riserva un ampio ventaglio di sorprese, a volte con qualche accento baroccheggiante. Per esempio, Sebastiano trova che il motivo per fare la guerra era “tal quale i pantaloni urticanti che portava”.
Desiderio Turchini invece avverte su di sé un odio caldo “come un uovo appena sbocciato nello sfintere di una gallina” e si sente gonfiare le vene “come Valentino Mazzola quando era lì per segnare”. Ancora: le parole erano testamenti pesanti “come colline gravide d’uva”.
Lasciamo al lettore il piacere di scoprire l’intima ricchezza dei Racconti e chiudiamo con un’ultima similitudine che può essere assunta come compendio dell’avvicendarsi di toni agri e delicati nella scrittura di Verri. In Vene sottili e petali di rosa, egli scrive dell’amore di Claudia e del Manta: “Specie quando erano sdraiati tra le foglie e si allentavano in terra come una fascina che perde il nodo”. Un’immagine che contiene un mondo.

La consistenza porosa di Partigiano Inverno

inverno vecchio
di Silvia Mazzucchelli

Partigiano Inverno (Nutrimenti, pp. 237, € 17) è un romanzo che narra alcune azioni compiute dalla Resistenza in Valsesia nel dicembre del 1943. Le sue pagine hanno una consistenza porosa: sculture in cui si alternano vuoti e volumi, abissi e superfici, illusioni e speranze.

L’autore sceglie di dare voce a pochi personaggi, ognuno dei quali si porta dentro il rimorso di un’occasione mancata: Umberto Dedali, un ragazzino di undici anni che vive a Borgosesia con il nonno, suo zio Italo Trabucco, professore in pensione – insieme preparano un bellissimo presepe, emblema dell’armonia assente dalle loro vite – e Jacopo Preti, studente universitario innamorato come il giovane Milton di Una questione privata, che si unisce ai ribelli delle Brigate Garibaldi.

Anche le azioni evocate sono poche: l’assalto partigiano al paese di Varallo – in seguito esteso a tutta la Valsesia – e la rappresaglia dei fascisti della Legione Tagliamento, che terrorizzano la popolazione e fucilano dieci persone. Nell’intervallo tra questi eventi lo scrittore descrive la vita in tempo di guerra: lenta, sempre uguale, quasi immobile.

Ciò che invece Giacomo Verri decide di far “accadere” sono i pensieri dei protagonisti: ricordi, riflessioni, sogni ad occhi aperti, che spesso riescono a compiere la magia. Si accendono come bagliori guizzanti, grazie a una lingua che cerca di infondere calore alle parole come ai frutti in primavera: serpeggia sinuosa nella voce di Jacopo, volteggia mistica nei pensieri di Italo, si muta in lacrime negli occhi di Umberto, trasformando i suoi sogni in disincanto. Il ragazzo strappa la letterina di Natale scritta al comandante Cino Moscatelli, a cui chiedeva in dono un fucile e rinasce proprio di fronte al luogo del massacro, con un nome che lui stesso si attribuisce: “Partigiano Inverno”, la sua nuova data di nascita, l’inverno partigiano del 1943.

Giacomo Verri scrive un libro non semplice. Anche il lettore deve resistere, non tanto alla violenza o al dolore, come accade ai personaggi del romanzo, ma alle idee di vuoto e assenza che permeano le sue pagine, proprio come sembra fare lo stesso autore, grazie a una scrittura dal potere coagulante: i pensieri e le riflessioni si fanno densi e vanno a colmare lo spazio evanescente dei rimorsi, delle occasioni mancate e delle illusioni perdute, lasciando nelle mani del lettore un libro che non vuole farsi dimenticare.

Articolo apparso la prima volta su Doppiozero, il 15 novembre 2012, http://www.doppiozero.com/materiali/italic/giacomo-verri-partigiano-inverno

 

 

 

 

 

Valsesia e Racconti partigiani a teatro

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Nella Valsesia che verrà onorata, il 25 aprile, dalla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Racconti partigiani approda in teatro.
Con Daniele Conserva, Graziano Giacometti, Francesca Pastorino, e Valentina Giupponi all’armonica e alla chitarra. Liberamente tratto dalla raccolta Racconti partigiani (Biblioteca dell’immagine) di Giacomo Verri, già finalista con Partigiano Inverno (Nutrimenti) al Premio Calvino 2011, lo spettacolo racconta la storia, le emozioni e il sacrificio di chi è morto “perchè tutti avessero gli occhi aperti per sempre alla luce”.
Uno spettacolo di canzoni, racconti, video e ricordi. Introducono lo spettacolo Enrico Pagano, Alessandro Orsi e Giacomo Verri.
In collaborazione con l’Istituto per la Storia della Resistenza di varalo Sesia e con l’ A.N.P.I., con i Comuni di Romagnano e Varallo.
Video: Francesca Pastorino e Manuel Maccarrone, Scene: Laura Marocchino. Audio e luci: Simone Valmacco. Foto: Loris Ferro.

Giacomo Verri: il prosatore inverno

di Gianluigi Ricuperati

Giacomo Verri è stato una delle rivelazioni letterarie del 2012, con un romanzo, Partigiano Inverno, dal linguaggio molto aderente, come sognato in un sogno molto preciso intorno ai mille-volte-raccontati fatti della Resistenza, di rado così vividi ed esemplari. E’ anche un libro interessante perché è in parte nato dalla possibilità mancata di un altro libro: “Nell’estate del duemilaotto mi capitò tra le mani, svolgendo una ricerca estranea a questo scritto, un articolo apparso il venticinque aprile millenovecentocinqiantotto su un settimanale locale, il Corriere Valsesiano, dove l’uscita di ‘Gettone’ Einaudi dovuto a un tale Remo Agrivoci era data come un fatto certo…”. La cosa più speciale di questo romanzo, scandito in 24 capitoli intinti nel rigore di dicembre, è l’incedere talvolta salmodiante della prosa: una rivelazione, che a tratti mi ha ricordato la versione di The Partisan di Leonard Cohen, con quel passaggio tra inglese e francese, e il peso quasi intollerabile della sua voce ferma, stabile, nel centro dello stereoscopio, freedom soon will come, preceduta dalla frase più terribile: these frontiers are my prison.

Articolo apparso su “Rolling Stone” del marzo 2013, p. 142.

La prosa vigorosa di Racconti partigiani

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di  Ida Bozzi

Prosa vigorosa, nutrita di una letteratura che va da Fenoglio al primo Calvino: interessante la raccolta Racconti partigiani di Giacomo Verri (Biblioteca dell’immagine, pp. 127, euro 14) già autore di Partigiano Inverno. Nei suoi eroi si percepisce l’irruenza e il dolore di quella stagione, ma anche la gioia tersa per la Liberazione di aprile, il senso di una lotta da abbandonare per lasciare spazio alla democrazia.

Recensione apparsa su “Il Corriere della sera, il 27 maggio 2015