‘Partigiano Inverno’ e la dolorosa cortesia della nudità

Brueghel rami

Italo, medicate le poche ferite corporali, andò al ponte di Aranco. Guardò gli alberi. C’erano rami che indicavano una strada e venivano vicino. Altri si perdevano lontani e moltiplicavano: salivano, risucchiati in cielo, quelli più nuovi, più giovani, più ingenui: agivano di conserva per spingersi in un’unica direzione: verso l’alto. Ma poi guardava in un altro punto e i rami frantumavano in gomiti spezzati e divertiti, inseguivano un oggetto di desiderio infinitamente slungato, un’Angelica rincorsa dal lucore dissennato dei cavalieri: si incrociavano in mille indocili nodi, gli uni sugli altri in una ridda di anastomosi, come in una demente fornicazione si univano e biforcavano nella decombinazione estrema dei possibili: rami priapici anelanti novelli strati di cielo da penetrare. Subivano improvvisi cambi di direzione come se cercassero una via per respirare, per uscire dall’apnea, ma ognuno in realtà era cieco agli altri: si incontravano indifferenti o si ignoravano per secoli. Osservava i rami piccoli e ne trovava altri ancora, più minuti, gli ultimi arrivati nell’estate, di cui nessuno s’era prima accorto perché nascosti dalle foglie bugiarde. In estate, si disse in un accesso di filosofia, il mondo vive un falso: le foglie coprono i rami; sia che riposino quiete e massaggiate dal sole, sia che danzino trapassate dal vento che le fa sculettare, cancellano la forma, illudono, giocano pericolosamente, falsificano. Avviene lo stesso nelle miniere di Salisburgo: un ramo secco, storto, sincero, viene gettato lì dentro e dopo qualche mese lo vai a raccogliere bello come un anemone appena sbocciato, e la corteccia irregolare ha buttato piccoli e infiniti diamanti di salgemma. Ringraziò l’inverno partigiano per la dolorosa cortesia della nudità: i rami spogli non avevano per se stessi nulla di nascosto, non potevano tenere un’idea segreta, si spiegavano interamente, onestamente, senza restrizioni. Mentre in estate passavano tutto il tempo a complicare la loro forma, in inverno restavano sinceri e franchi, e la loro espressione era scritta una volta per tutte. Avanzava in Italo un’illusione, quella di scorgere il senso intero: si concentrava sul tronco ampio, sicuro, possente, sui rami principali protendenti le braccia come attori in posa; e sui rami più piccoli spolverati da una stissa di vento; e su quelli più piccoli ancora dove c’era l’ultima foglia; poi quelli piccoli piccoli e piccolissimi che a spezzarli ci vorrebbe così poco e forse, alla fine dell’inverno, non ci sarebbero più stati, per la neve o il vento.

Ma a quel punto, trabuccò, aveva perduto la visione di insieme e ritornava a osservare i rami grandi a volte percorsi da una peluria verdina di muschio sottile che sotto il sole diventava brillante. E oltre il pelo verde scorgeva un altro albero e poi un altro ancora. Per ogni albero una nuova serie di fatti aveva inizio, scaturita come germoglio, e poi ramo, dal palo teleologico, la cui preminenza era di continuo contesa dall’albagia naturale delle procìme: era un labirinto di chiodi che moltiplicava furioso fino alla luna (spesso veduta nel cielo diurno, quand’è all’ultimo quarto) e era bello perdersi lì dentro. Le gazze ci si cacciavano, ubriache di rami contesti, faconde, loquaci, ciarliere: per ogni ramo una storia che leggerle intere non può nessuno, ma le pieridi cercavano di cantarle tutte, berte insolenti, si gettavano nella rete che le storie finiscono per formare tra loro, e l’una si riallaccia all’altra come si sono compiaciuti di mostrare i grandi narratori. La storia dei dieci morti, che da vivi avevano trascorso con lui l’ultima notte, turbava Italo: non perché la loro non s’appiccasse alle altre storie ma, al contrario, proprio perché s’appiccava così mostruosamente. I rami potevano muovere irregolari, pensava, per una larghezza eccessiva nella disponibilità dello spazio e del tempo. È così il mondo: troppo largo e impenetrabile. Sarebbe piaciuto a Italo di descrivere il mondo reale come quello della Bella addormentata nel bosco: eternamente presepìto da una fitta rete di rami che solo un bel principe è in grado di districare. Ma è ovvio che non poteva permettersi questa fantasia a causa dell’ineluttabile, ineludibile e inevitabile assenza, nella storia del mondo, di un principe così generoso e vafro, come quello della fiaba, da mettere a repentaglio la propria esistenza per portare in salvo la pletora umana. Il sole scaldava un pochino il ferro della ringhiera. Italo poggiava le mani e provava un piacere da vergogna: pensava a quanto sarebbe stato bello se tutti i libri del mondo non fossero mai stati scritti, se i ricordi si fossero cambiati a ogni stagione come l’esuvia della serpe: ognuno avrebbe saputo delle cose e delle storie e solo quelle, molte, moltissime sarebbero state dimenticate senza angoscia, liberate come un uccellino a ogni morte, e sarebbero tornate a circolare finché qualcun altro non le avesse di nuovo prese al laccio: sarebbe stato ancora come una prima volta, perché di quell’altra prima volta non c’era scritto niente. Voleva essere un uccellino. Ma Italo tornò con la mente a sé, sul ponte, ai molti momenti in cui fu meno di se stesso, a quell’anno col Natale debilitato e pieno di macchie. Profetizzava: chi avrà il panettone lo vedrà diventare carne dolente, anzi lo è già, sotto il coltello; il vino sarà sangue, e tutti avranno l’orrore del mondo in bocca. Dopo, i rami avvolgeranno il creato immobile di loro addormentati, lo mangeranno per sempre, scaveranno i muri come pane, senza salvezza di sorta. In quell’inverno che gli stringeva le braccia, la verità almeno un poco sgemmava. Intorno aveva, come una corona, la Valsesia di roccia, dura da tagliar le gengive: le montagne concarnate di pietre, ricoperte di terra sottile per far crescere alberi corti, per mai dimenticare che il mondo è un labirinto. Riandò all’ostia di Bestia, quel giorno che aveva sentito il senso intero. Gli alberi gli alitavano dal ponte e erano tanto spogli quanto più erano coperti gli uomini, per proteggersi da loro stessi e dagli altri. Italo era solo, era il passero sul cacume antico della torre, era il più remoto soffio di vento nell’artico che, come un accento, accarezza il ghiaccio. Il mondo fuori si metteva sulle punte e il professore guardava il silenzio delle nuvole.

Da Giacomo Verri, Partigiano Inverno, Nutrimenti, 2012, pp. 195-197

Annunci

La Resistenza in carne e ossa

la-storia-della-resistenza-italiana

di Marco Albeltaro

Dopo decenni di storia militare e politica in senso stretto, questo settantesimo anniversario della Liberazione ha riportato sulla scena della saggistica e della letteratura le soggettività. Le persone in carne e ossa che hanno combattuto la Resistenza si sono riprese la scena spostando l’asse della narrazione dai solenni momenti collettivi ai grovigli interiori ed esistenziali di chi ha scelto di lasciare tutto – lavoro, famiglia, amori – per combattere, armi in pugno, la lotta di liberazione nazionale. Se Giovanni De Luna, con il suo La Resistenza perfetta (Feltrinelli), ha calato l’indagine storiografica nel terremoto di passioni e di tensioni che hanno animato la Resistenza in un microcosmo locale, Giacomo Verri, nei suoi Racconti partigiani (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, pp. 126, euro 14) ha messo in scena tante storie individuali che affondano le radici nella Resistenza valsesiana.

Gli otto racconti di Verri sono molto diversi l’uno dall’altro, ma qualcosa li accomuna: ci sono le speranze, le paure ma ci sono soprattutto le frustrazioni. O meglio, un senso di sconfitta che si accompagna alla gioia della vittoria. Molti partigiani avevano creduto che la Resistenza non dovesse concludersi il 25 aprile ma essere piuttosto capace di trasformarsi, di diventare qualcosa di diverso, in grado di intridere di sé il profilo della nuova Italia. Ben presto, però, la retorica della pacificazione nazionale aveva imbrigliato le istanze di rinnovamento, relegando la Resistenza e i partigiani nel panorama mummificato delle glorie della nazione (quando non sul banco degli imputati). Nelle prime pagine del libro, questo sentimento appare in modo quasi tragico nella figura del partigiano che, la sera del 25 aprile, prima di addormentarsi, si interroga su «cosa avremmo fatto col sole nuovo» per poi accorgersi, col trascorrere dei mesi, che «si smetteva di fare bene per fare benino, ogni volta di più».

La Resistenza, nei racconti di Verri, si manifesta in tutta la sua portata esistenziale come l’apice della vita di chi l’ha combattuta. Un apice che verrà coltivato per decenni, rivendicando un ruolo, cercando spazi per raccontare la lotta antifascista in una società sempre più sorda a quei valori. L’idealtipo del partigiano diventa così colui che «considera meravigliosa la sua giovinezza imprudente, ritiene che nulla potrà mai eguagliarla, che nulla mai sarà bastevole, che si stava meglio quando si stava peggio, che la guerra te la ricordi per sempre e diventa l’«esperienza più gigantesca che uno possa fare, la memoria meglio attanagliata e più svelta a tornare». Frustrazione, sì ma non rassegnazione. Perché in questi racconti la trasmissione della Resistenza, della sua memoria e dei suoi valori assume i tratti di una scelta profondamente politica e, soprattutto, antiretorica. Verri, memore delle pagine di Calvino, sa bene che nella temperie della guerra civile il caso giocava un ruolo pesante nel far trovare una persona da una parte o dall’altra, ma sa anche che una volta compiuta la scelta di campo, fra chi decideva di fare il partigiano e chi, invece, sceglieva di rimanere al suo posto, si apriva un abisso politico ma soprattutto etico e morale, insormontabile. Ecco: i Racconti partigiani di Giacomo Verri ci calano in questo abisso e ci fanno respirare, in tutta la sua materialità, la generosità che ha permesso di scrivere la pagina più alta e bella della storia del nostro paese.

Recensione apparsa la prima volta su Il Manifesto, il 10 luglio 2015

La liberazione non è stata una postilla

WP_20160803_14_38_37_Pro (3)

di Vittorio Giacopini

C’è un vecchio, all’inizio, che parla e ricorda e constata amaramente un fallimento o, quantomeno, un attenuarsi dell’epica, uno sbiadire del grande Mito della Liberazione, l’annacquarsi di quell’atto fondativo in rituale. Ma il primo di questi Racconti Partigiani trae in inganno. Giacomo Verri – dopo il notevole esordio di Partigiano Inverno – torna negli stessi luoghi, la Valsesia, e al suo grande tema – la Resistenza – con uno sguardo sgombro dalla retorica. Scrittore di rango, e con uno stile oggi più nitido e più terso, Verri scrive un omaggio ai partigiani che è anche un tentativo (riuscito) di cogliere uno snodo del tempo storico tremendante difficile e complesso dove tutto il bene e tutto il male d’Italia si sono incrociati. E lo fa senza pose manichee (e senza alcuna concessione al revisionismo). Se uno dei suoi personaggi confessa con lucidità che la fine dell’avventura partigiana è stata come un po’ smettere di vivere o di “fumare”, in questi racconti entrano anche altre voci e sensibilità diverse, più complesse e giustamente più ambigue, e sorprendenti. Il racconto centrale del libro – la lunga fantasia di Vene sottili e petali di rosa – mette in scena l’amore tra una sfollata ebrea e torinese, una cittadina, e un partigiano dei boschi, ma l’intuizione decisiva è farla raccontare questa vicenda da un bambino. Sebastiano (si chiama come il “gallo” di Ada Gobetti), è perso tra sogni, allucinazioni, prospettive sfalsate e progetti atroci. Il raccapricciante e insieme poetico finale di Vene dischiude un mondo. Negli altri racconti, l’elemento essenziale è un gioco di rimandi lucido e vorticoso tra il passato e il presente. Per esempio in Parlo di Boezio, Verri tratteggia il ritratto di uno che chiusa l’esperienza partigiana non si è mai ritrovato e lo fa con affetto e rispetto, ma anche senza rinunciare al dovere del giudizio. Quell’uomo, che è stato certo un eroe, è anche uno “stupido”. Verri condensa in poche battute un giro di pensieri e di impressioni che valgono più di parecchi trattati storiografici: Boezio «è stato anche un uomo stuido, credeva che nulla dopo la sua resistenza partigiana avesse avuto valore. La storia per lui andava al quarantré al quarantacinque. Il resto era una postilla». Ecco, forse il principale valore di questo gran bel libro di racconti è ricordarci che all’ombra della sua pagina migliore – la Resistenza – la storia italiana non è stata soltanto una “postilla”. E questo nel bene e nel male, naturalmente.

Articolo apparso per la prima volta sul Domenicale del Sole 24 ore, il 26 aprile 2015

Il fascismo non fu che una povera cosa

part

Qualche settimana fa, il 27 giugno 2016, è uscita sul sito di Proposta comunista questa recensione a Racconti partigiani (Biblioteca dell’immagine, 2015): un’analisi raffinata, minuziosa, che spazia su molti fronti. Avrei voluto ringraziare personalmenete l’autore del pezzo ma non sono riuscito a sapere chi è. Lo faccio, perciò, riproponendo l’articolo, con la speranza che l’ignoto recensore, passando da questo luogo virtuale, possa verificare quanto io sia stato felice delle sue parole.

***

“ – Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…
–  Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto, preso nella sua vastità e profondità oceanica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo malato”.
Con queste parole, tratte dalla Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio che chiude il volume Racconti partigiani, Giacomo Verri rende omaggio al grande autore piemontese e, al tempo stesso, definisce il carattere di fondo del fascismo, la sua ennesima sconfitta, il suo ultimo fallimento: quello di rappresentare una sorta di male in sedicesimo, miserabile e decadente, come le ideologie irrazionaliste e nazionaliste che lo plasmarono e lo alimentarono. I Racconti seguono e completano idealmente il romanzo Partigiano inverno, uscito nel 2012 e ispirato all’eccidio compiuto dai militi della Tagliamento il 21 dicembre 1943 al muro della chiesa di Sant’Antonio di Borgosesia. Un percorso nei meandri della memoria è il filo conduttore del libro che propone otto storie: Festa di Liberazione; Quel particolare della corda; Un pomeriggio partigiano; Vene sottili e petali di rosa; Parlo di Boezio; Un fiero mal di denti; Passano i guerriglieri di piombo; Li hanno uccisi, quei due!
La narrazione si dipana lungo un ampio arco temporale che in diversi modi cerca di fare i conti con la distanza che separa gli avvenimenti della lotta partigiana in Valsesia dal presente. Leggiamo, da una parte, di alcuni momenti centrali della Resistenza, dalla zona libera della valle, che durò dall’11 giugno al 5 luglio 1944, ai cinque partigiani impiccati al ponte della Pietà di Quarona il 14 agosto 1944. Dall’altra parte, troviamo la contemporaneità ambientata in quelli che Marc Augé definirebbe dei “non-luoghi”. Ovviamente non si tratta degli alienanti iperspazi anonimi delle grandi metropoli, quanto di piccoli, dimessi, e a volte angusti, cantucci di vita provinciale: un ufficio postale di Bornate alla fine degli anni ’90; una casa di cura per anziani; la dimensione interiore al tramonto di una vita  in un soliloquio tra nonno e una nipote, “con gli occhietti di ragazza in fiore”; addirittura un plastico che ricostruisce con cura maniacale i dettagli di un’azione di guerriglia, quasi a fermare e a comprimere in un istante lo scorrere del tempo.

La coscienza di Boezio. In ogni caso, Racconti partigiani non è un libro di memorie e ricordi quanto un libro sulla memoria, sul suo mutevole accartocciarsi e distendersi, sulla sua indiscutibile necessità ma anche sull’aridità di chi questa necessità non avverte. In definitiva, è testimonianza della vitalità e di una intatta potenza che la Resistenza ancora oggi possiede.
Alcuni racconti sono proiettati nel passato come Quel particolare della corda, Un pomeriggio partigiano, Vene sottili e petali di rosa, Un fiero mal di denti. Tuttavia, la variazione delle strutture narrative e dei punti di vista dà alla scrittura un andamento diverso da quello della tradizionale narrazione storica. Per esempio, nel primo racconto, la voce narrante si sdoppia. Si alternano i due piani del vice parroco don Gianni, che s’appropria di una vicenda e di un ruolo che non è stato il suo durante la fucilazione dei cinque ostaggi al ponte della Pietà, e quello di frate Marco, un novizio di 17 anni. Quest’ultimo è il vero testimone diretto dell’eccidio, colui che dà alle vittime gli ultimi conforti umani e religiosi, sfidando il più bestiale aspetto del fascismo: l’assenza assoluta di pietà. Due delle cinque corde a cui erano stati appesi i partigiani si spezzano, ma la ferocia repubblichina è tale che i miseri resti umani della fallita esecuzione vengono di nuovo impiccati.
In secondo luogo, c’è il passato rievocato attraverso i ricordi dei protagonisti, partigiani o testimoni. Man mano che gli avvenimenti si allontanano nel tempo, cresce il senso di delusione dei personaggi, si sedimenta sulle loro labbra un sorriso amaro che non è solo frutto dell’invecchiamento. Questa percezione e rielaborazione della coscienza è sviluppata in particolare in due racconti. Nel primo, Festa di Liberazione, il nonno si rivolge alla nipote. Tra di loro c’è lo scarto di due generazioni poiché c’è un vuoto non colmato da parte dei padri e delle madri. Il sentire del vecchio partigiano è quello di un vincitore vinto. Memoria e ricordo sono dinamici, si trasformano col passare del tempo, interagiscono e si confrontano con realtà nuove e impreviste, subiscono un lento processo di logoramento. Già alla fine della lotta partigiana, lo stesso 24 aprile 1945, la festa della liberazione porta con sé “una malinconia albeggiante” davanti alla prospettiva del rientro nella “legge” e all’ “ordine”. Col venir meno della paura e della tensione della lotta, “tutto – dice il vecchio – si è fatto lasco e soffice e terribilmente nostalgico”. Da quel momento, ogni 25 aprile si preannuncia come un altro “boccone amaro”, mentre si vedono “le persone peggiorare, le belle idee farsi fioche”, mentre si approfondisce a dismisura il baratro tra l’Italia immaginata durante la lotta e la repubblica reale. Sono le avvisaglie dell’introiettamento di quella cultura della sconfitta che è andata via via espandendosi negli anni del dopoguerra fino a erodere, in una sorta di spirale perversa, prima le basi della sinistra istituzionale socialista, poi quelle del popolo comunista e infine quelle di buona parte delle nuove sinistre.
In Parlo di Boezio, invece, la memoria si cristallizza, anche come forma di autotutela e di estremo presidio della propria autostima. Anche qui, il protagonista, un vecchio partigiano, si smarrisce e si annega nel passato, come se il tempo si fosse fermato nei momenti epici dei combattimenti nei terribili inverni del 1943 e 1944, durante i quali egli rimane più volte ferito. Tutto il resto, in definitiva, non è stato altro che “una postilla” a quei momenti. Boezio Molino ha 76 anni, i segni delle ferite che lo costringono a trascinare una gamba, insomma un vecchio eroe che consuma poco ormai, un pensionato che fa qualche lavoretto per tirare avanti. Boezio è di poche parole, soprattutto non parla di quei momenti, possiede l’orgoglio di tenere per sé i tratti ancora vivi di quella esperienza, di quelle immagini che scorrono dentro di lui nitide. Il parlare è tutto interiore, è una tempesta silenziosa che innalza Boezio sopra la mediocrità del presente. I partigiani tratteggiati nei racconti di Verri sono parchi di parole e di racconti, come la maggior parte di coloro che combatterono quei giorni, come il comandante Urlo che non parla volentieri della guerra, o come Beppe Fenoglio, che in vita “parlava poco” (e combatteva aspramente con la sua scrittura).
Anche nel racconto Passano i guerriglieri di piombo, la memoria è fissa e cristallizzata. Un plastico di guerra diventa una sorta di correlato oggettivo del ricordo. Esso rappresenta un angolo di Varallo Sesia, un giovedì di dicembre, agli esordi della lotta partigiana. I “guerriglieri di piombo” sono i partigiani “con una specie di divisa crespa, di feltro graffiante”.

Memoria e scrittura. Questo racconto è preceduto da una citazione di Pirandello tratta dal Fu Mattia Pascal: Anselmo Paleari, il padrone di casa di Adriano Meis, alias Mattia Pascal, allestisce un teatro di “marionette automatiche di nuova invenzione” per rappresentare la tragedia di Oreste e chiede cosa succederebbe se, nel punto culminante dello spettacolo, si  aprisse un buco nel cielo di carta del fondale scenico, lasciando Oreste sconcertato, rivelando intera la finzione e aprendo la strada alla forza irruente del dubbio e al crollo delle certezze. In modo simile si esprime l’artefice del plastico: “Osservo, dopo essermi rialzato, la mia piccola Resistenza, fatta di metallo e di plastica e di viti e pannelli. Si rivela per quello che è, il mio ambizioso disegno, un frammento”.
Il racconto adombra un altro motivo ricorrente dei racconti di Verri: il rapporto tra memoria e scrittura, tra realtà e rappresentazione del passato, un rapporto mai facile, sempre doloroso e sofferto per la fatica dello scrivere, per la battaglia che deve essere ogni volta ingaggiata per raccontare, per spiegare, insomma, per dirla con le parole di Vittorio Arrigoni, per restare, attraverso la narrazione,  “umani”. Il rapporto tra realtà esperita e scrittura compare infatti nei racconti Un pomeriggio partigiano, Un fiero mal di denti, Li hanno uccisi quei due. Nel primo, il protagonista, il partigiano Jacopo, dice: “Ogni guerra è per farne una storia, dopo tutto, per trarne un libro”. Del resto le stesse parole che Cino Moscatelli, nello stesso momento in cui Jacopo riflette, rivolge al popolo raccolto nella piazza di Borgosesia, “nette” come il capo partigiano le esponeva, potevano esistere  “solo sui libri”. Già, ma come verrà narrata questa storia che servirà a scrivere libri? Jacopo se lo chiede e cerca di immaginarlo, senza trovare risposte. C’è in tutto questo un gioco, un libero scorrere lungo l’asse presente-futuro, futuro-immaginato e futuro realizzato, utopia (“la melodia comunista” di Moscatelli)-realtà (l’assieparsi di “genti felici di ascoltare”)-futuro(il presente nostro non detto).
Più complesso il nesso tra memoria e scrittura in Un fiero mal di denti. Il racconto è introdotto da una citazione degli Annales di Tacito su caso e necessità: “Sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur” (Ma io, nell’udire di questi e simili fatti, resto dubbioso se le vicende umane siano mosse dal fato, con la sua inalterabile necessità, oppure dal caso). “Nel libro si legge…”, di due fratelli, Velso e Desiderio Turchini. A leggere la loro storia, la storia di una vendetta, di una sentenza già pronunciata dal popolo, fissata in usi atavici, inevitabile nel suo esito, una sentenza appunto di fronte alla quale l’uomo può diventare strumento del caso oppure del destino, è ancora una volta un nonno. Velso è stato fucilato nell’inverno del 1943 a causa della spiata di Merico, un sansepolcrista della prima ora. Sono passati alcuni mesi e la Valsesia è liberata dalle formazioni partigiane. Desiderio percorre la strada da Aranco a Borgosesia. Nella cittadina si respira un’aria di festa, inconsueta. Desiderio è tormentato da un mal di denti straziante, “immagine della folta collera maturata nei mesi”, un dolore che si confonde fino a costituire un grumo inestricabile con la legge della vendetta. Il dentista che dovrebbe levare il dolore a Desiderio è appunto Merico…
La scrittura ritorna nel racconto Li hanno uccisi quei due ed è quella di “un quaderno dalle righe bluastre e un po’ sfocate” il cui titolo, in un gioco di specchi, è lo stesso del libro: Racconti partigiani.

La generazione mancante. La “doppia” narrazione tra don Gianni e frate Marco, su cui ci si è soffermati in precedenza, è solo un esempio di una più ampia flessibilità dei meccanismi narrativi a cui Verri ricorre.
Per esempio, Boezio è colto e osservato in un banale momento di vita quotidiana. Siamo nel piccolo ufficio postale di Bornate, in una mattina dell’aprile di fine millennio, c’è una coda immobile. Gli astanti attendono, alcuni senza dare segni di particolare nervosismo, altri irrequieti. Il narratore vede Boezio. Lo guarda con “agio”, forse senza nemmeno essere notato. Lo conosce, ma i due non si sono mai rivolti la parola come ormai spesso avviene nelle piccole comunità montane dove ci si conosce un po’ tutti e dove la schiettezza e l’immediatezza dei rapporti di un tempo si sono inaridite e sono diventate i silenzi della contemporaneità. La condizione di osservazione è quella del narratore onnisciente, una posizione soprastante e defilata, racchiusa in una sorta di cono d’ombra ma anche la migliore per cogliere inaspettati risvolti della realtà. La statura di Boezio si staglia, i suoi silenzi s’ingigantiscono di fronte a tre figure della modernità presente: le figlie di Boezio, la signora col cappellino, in coda nell’ufficio di Bornate, e l’impiegata dietro al vetro dello sportello.
Le figlie, assorbite dalla velocità della vita quotidiana, considerano il padre “come un antico balordo”, perso nei suoi ricordi. La signora col cappellino, matura ma solo negli anni, lo provoca: “Lei che è un uomo vada a dirgliene quattro”, “non ha coraggio lei”: queste parole rivolte proprio a lui che ha sfidato le pallottole tedesche, il rigore degli inverni valsesiani, la fame e il dolore insopportabile delle ferite. All’impiegata postale, Boezio regala un “ninnolo di plastica”, una sua piccola ingegnosa invenzione: un disco da infilare nel portachiavi e da impiegare al posto della moneta nel carrello del supermercato. Un gesto di umanità e di simpatia, la consegna di una piccola eredità accanto a quella grande della libertà conquistata sui monti, e lei “non sorrise neppure”. L’eroe è ignorato, annichilito dall’indifferenza e dalla superficialità glaciale dei rapporti del presente.
Vene sottili e petali di rosa, rimanda a Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, cioè alla narrazione della lotta partigiana filtrata dallo sguardo adolescente, in una guerra, che non dobbiamo dimenticare, fu combattuta in un’Italia giovane da giovani, giovanissimi e anche da ragazzini. Protagonisti del racconto sono infatti dei cuccioli d’uomo, il piccolo montanaro Sebastiano di nove anni, qualcuno di meno del Pin del Sentiero; Claudia, una giovane ebrea sfollata da Torino, che ha 15 anni; il suo amato, il Manta, un partigiano garibaldino, che racconta “come un Dio del bosco”, e, forse, una nuova vita, un bambino appena concepito dall’amore tra Claudia e Manta che non nascerà, simbolo nemmeno tanto celato di quel nuovo mondo che i combattenti immaginavano e che mai si realizzerà compiutamente nell’Italia repubblicana.
L’architettura più complessa si ritrova in Li hanno uccisi quei due, il racconto conclusivo del libro. Qui c’è un incastonarsi della storia nelle cornici narrative, c’è una continua oscillazione della dimensione temporale distribuita nell’arco di quattro generazioni: Enrico, il nipote nella sua tarda adolescenza; il nonno Angelino, un ex maestro ormai anziano e ricoverato in una casa di cura; il bisnonno Achille, il comandante partigiano Urlo, protagonista dell’episodio più lontano nel tempo e inserito nel centro del racconto. Anonima, anello mancante è ancora una volta la generazione intermedia, silenziosa e inutile, del padre, poiché furono “i padri piccoli i nonni giganti”. La memoria si presenta dunque come una catena discontinua, con anelli mancanti, spezzata in più punti, e queste rotture ostacolano la trasmissione della memoria e quella indispensabile rielaborazione umana del mito che è alla base di quell’antropologia millenaria che è la cultura umana e che oggi sembra venir meno.
Una prima cornice narra il rapporto tra nonno e nipote ed è affidata all’oralità, una parola interrotta, frammentata a causa delle continue pause per le operazioni quotidiane di cura del nonno. Una seconda narrazione ha come protagonista l’avo partigiano, il comandante Urlo, riguarda l’episodio storico rievocato e alterna il piano dell’oralità a quello della scrittura sul quaderno. Urlo, come Boezio, non parlava volentieri dell’episodio, “Urlo resterà per poco un papà, poi solo Urlo, poi niente…”

Quelle Langhe della Valsesia. Nella scrittura di Verri, prende rilievo la materialità e la fisicità. Nei Racconti ritroviamo la dimensione della montagna valsesiana, aspra e avara, la sua natura, i monti, gli alberi, i rami, gli animali, le pietre; gli anfratti segreti custoditi del piccolo Sebastiano: una pianta, un sentiero, un masso, una baita, rifugio sicuro che sa di pietre bruciate dalla guerra, insomma un paesaggio intricato che rimanda al labirinto interiore, alla linea d’ombra tra infanzia e adolescenza che il fanciullo sta attraversando. Da qui una visione della natura pervasa da un divino immanente e misterioso, da qui l’alone magico e arcano che ottunde lo sguardo di Sebastiano. Magiche sono le punte, come nelle culture primordiali. E la magia delle punte e delle lame e la loro capacità fascinatoria si materializzano in una roncola e in due diversi  coltelli. Con la prima, il giovane  apre la pancia di un cinghiale trovato morto lungo un corso d’acqua. Dei due coltelli, il primo è un ciapull, “con la lama sbreccata”, termine che nel dialetto piemontese indica un coltello pieghevole con due lame, utilizzato di solito dai borseggiatori; il secondo è un nuovo serramanico col fascio littorio e il profilo del duce che Sebastiano ruba a un milite repubblichino.
Ritroviamo nei Racconti la corporeità dei personaggi, colti senza veli e senza mediazioni anche negli aspetti più umili della vita quotidiana. In Sebastiano, è un corpo che si sta trasformando ma ancora inadatto alla sessualità piena e matura, limitazione che rende il fanciullo spettatore e lo pone ai margini degli eventi narrati. In nonno Angelino è carne malata e disfatta in antagonismo con la freschezza e la vitalità dei valori di cui egli è tramite. In Boezio è un corpo offeso e mutilato dalle ferite di guerra. Nei cinque impiccati del ponte della Pietà, sono visceri ridotti a dolore assoluto. Il terribile mal di denti di Desiderio Turchini ha confini incerti tra corpo e psiche, tra caso e necessità.
Le descrizioni sono spesso crude, a tratti urtanti. Verri avverte la necessità del grido, l’esigenza di dare forza alla parola, le potenzialità della deformazione linguistica. Tuttavia, questa ricerca è misurata e temprata come il passo degli scarponi di chi “è del posto”. Traspaiono dalla scrittura di Verri un lungo e attento lavoro di lettura, assimilazione e originale rielaborazione dei nostri grandi classici novecenteschi e un solido impianto narrativo nutrito di profonda conoscenza del fatto letterario sia nei suoi aspetti storici sia in quelli strutturali. Il riferimento più evidente, ma non unico, è quello della parola scavata, sofferta, partorita con dolore dalla penna fenogliana. Di Fenoglio, Verri impara e traduce in ambito valsesiano la lezione di una scrittura intesa come combattimento, come lotta faticosa non “contro” ma “con” la parola. Scrivere è come combattere. La scrittura è in definitiva una forma di resistenza, come il partigiano Johnny si misurò sul campo di battaglia coi nazifascisti per poi seguitare la sua battaglia in una vita di scrittore “come un cane preso e bastonato”.
Certo le differenze dei tempi e lo scarto generazionale sono evidenti ed è forse in questa direzione che va collocata la presenza di tanti nonni-narratori e mediatori nei Racconti, figure molto più presenti e importanti di quanto si possa pensare, anelli insostituibili che hanno consentito a questo Paese, dove smemoratezza e viltà non difettano,  di conservare per settant’anni e più il ricordo della Resistenza e di contrastare, seppure in condizione di grande inferiorità di mezzi, dimenticanze interessate, revisionismi e negazionismi di diverso genere.

Un caleidoscopio di similitudini. Ci sono nei Racconti pagine di evidente sperimentalismo linguistico che rimandano, da un parte, all’antica radice del parlare aspro e petroso dantesco e, dall’altra, alla linea sfavillante, individuata da Contini, che ha origine dalla scapigliatura piemontese dei vercellesi Cagna (di cui tuttavia Verri non fa propria la tipica coloritura vernacolare) e Faldella e si dipana fino a Gadda. Tuttavia, l’elemento rivelatore della scrittura di Verri risiede nel continuo esercizio sulla figura della similitudine, un tropo che si configura come terra di mezzo tra realtà e simbolo, tra concretezza e astrazione, tra orizzontalità e verticalità, tra passato e presente.
In un narrare prevalentemente terreno, duro, a tratti ferrigno (sparare “come in fiera contro le tolle”; la realtà “sapeva di ferro e di amaro”; gli alberi erano “scheletri”, puntuti “come aghi che spappolano le viscere”; il dolore della ferita era bruciante “come una colata di ferro”; la barba del partigiano ucciso era dura “come una rete di ferro in grovigli”; il dente di Desiderio è “come a una punta di freccia”; le unghie dure “come il porfiro”, che è variante letteraria di “porfido”) stupiscono e acquistano particolare rilievo le similitudini marine: il paese si allontana “come un pezzo di ghiaccio alla deriva”; le femmine girano attorno alla casa “come un’onda che torna rumorosa dentro la cucina”; le vene di Claudia sono esili “come bracci di corallo”; la felicità è “come una conchiglia sulla battigia, avvolta e svolta dall’onda mai osservabile per più di un secondo”; la brama di vendetta è inesauribile “come l’acqua di mare nei buchi scavati dai bimbi vicino alla battigia”; il pannolone del nonno si appallottola “come l’umbone di una conchiglia”.
L’elemento liquido, comunque umido, che rimanda alla fecondità materna ma anche all’abbondanza di acque turbolente di madre Sesia, è del resto sviluppato in un’altra ampia tessitura di paragoni: le viscere del cinghiale sventrato da Sebastiano da cui percola “il chiarore cinabro”; gli inverni passano senza natale “come una pioggia che non si cura di chi va senza ombrello”; la bile è un precipitato “come se uno avesse versato dell’aceto in una bottiglia d’olio fino”; l’ira si scioglie “come il sangue d’un santo reliquiato”; l’atto del piangere è “come una madonna” oppure “come un verme”.
Se all’elemento terreno fa da contraltare quello acqueo, la durezza e la pesantezza di molti confronti trovano ristoro in una serie di similitudini in cui prevalgono leggerezza e fuggevolezza: le avventure sono leggére “come la carta”; gli occhi di Claudia sono tempestivi “come di uno scoiattolo”; i lobi delle orecchie “come se fossero caramelle”; gli occhi di Sebastiano vedono “come un cane in corsa dentro alla fessura”; il bosco “era un fazzoletto verde lasciato andare sui monti enormi”; le carni sono vellutate “come petali di rosa”; il mese di luglio plana sulle menti “come il lenzuolo che posa largo sui letti con qualche cadenza dell’indugio eterno”.
Insomma, la narrazione di Verri riserva un ampio ventaglio di sorprese, a volte con qualche accento baroccheggiante. Per esempio, Sebastiano trova che il motivo per fare la guerra era “tal quale i pantaloni urticanti che portava”.
Desiderio Turchini invece avverte su di sé un odio caldo “come un uovo appena sbocciato nello sfintere di una gallina” e si sente gonfiare le vene “come Valentino Mazzola quando era lì per segnare”. Ancora: le parole erano testamenti pesanti “come colline gravide d’uva”.
Lasciamo al lettore il piacere di scoprire l’intima ricchezza dei Racconti e chiudiamo con un’ultima similitudine che può essere assunta come compendio dell’avvicendarsi di toni agri e delicati nella scrittura di Verri. In Vene sottili e petali di rosa, egli scrive dell’amore di Claudia e del Manta: “Specie quando erano sdraiati tra le foglie e si allentavano in terra come una fascina che perde il nodo”. Un’immagine che contiene un mondo.

Racconti partigiani: lo spettacolo teatrale

images

“Ascolta, vi mostrerò le cose che al tempo furono fatte. Ascolta, queste storie sono di tutti, come le foglie in un bosco”. Le storie del 25 aprile, le storie della Liberazione dell’Italia dalla piaga del nazifascismo. Nella Varallo onorata dalla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è andato in scena, lunedì 25 aprile, lo spettacolo teatrale Racconti partigiani, liberamente tratto dall’ultimo libro di Giacomo Verri. Ideato e scritto da Francesca Pastorino, il lavoro presentato nella splendida cornice del teatro Civico alterna, ai brani recitati e ai canti, i video di Manuel Maccarrone legati assieme dal filo rosso dell’eterna e splendida melodia dell’Aria delle Variazioni Goldberg di Bach.

Alla destra degli attori, un pallet e un intrico di rami spogli da cui pendono le bandiere rosse delle brigate Garibaldi, lì a evocare l’atmosfera gelida, solitaria e la vita all’aperto del Partigiano. Daniele Conserva, Graziano Giacometti e Francesca Pastorino hanno vestito i panni di tre anime della Resistenza, i loro nomi di battaglia sono Pensiero, Artiglio e Fiamma, le loro vicende (tratte dai racconti Un fiero mal di denti, Quel particolare della corda e Vene sottili e petali di rosa) narrano le speranze e i sogni di chi ha resistito in quei venti mesi tra il 1943 e il 1945 per consegnare alle generazioni venute dopo un futuro e un’esistenza migliori. Alla chitarra e all’armonica Valentina Giupponi ha sorretto la struttura musicale dell’intero spettacolo, illuminato dalle luci di Simone Valmacco e impreziosito dagli allestimenti di Laura Marocchino.

Qui di seguito i video dello spettacolo:

  1. https://www.youtube.com/watch?v=t3blmlx_1BE
  2. https://www.youtube.com/watch?v=qhDHJqyIVQE
  3. https://www.youtube.com/watch?v=eZ0bBZPqiuM
  4. https://www.youtube.com/watch?v=i_UcfUDYgb8
  5. https://www.youtube.com/watch?v=Jy5XEtY4M0s
  6. https://www.youtube.com/watch?v=6ZTMPwUnbqY
  7. https://www.youtube.com/watch?v=B2IT_tfilec
  8. https://www.youtube.com/watch?v=UHRqwF4E0t8

Festa di Liberazione

635961629077671418

 

Festa di Liberazione

(da Racconti partigiani, Biblioteca dell’immagine)

 

…scalzi e laceri eppure felici.

Italo Calvino, Oltre il ponte

 

Ti dico che la prima festa di Liberazione, quella del millenovecentoquarantacinque, è stata come la prima domenica concessa da Dio agli uomini, quando gli uomini neanche se l’aspettavano. Festa altissima e piena di gioia, si intende. Ma con una malinconia albeggiante per un che di straordinario finito lì, per sempre. Io l’ho saputo quando andammo a Grignasco e sparammo sui fascisti che fuggivano via: li vedevo per la prima volta con le facce rosa da conigli spelati, piantavano lì tutto, armi e orgoglio, e si facevano ammazzare come buoi coglioni senza quasi reagire. Guarda che ne abbiamo tolti dal mondo diciotto, quella volta lì. Non c’eravamo mai sentiti così certi di vincere. Tanto che ricordo d’aver pensato di sparare con sufficienza come in fiera contro alle tolle.

Poi in piazza, a Borgosesia, c’era un’aria completa e odorosa che non la vedi neppure per la Madonna a maggio: le donne grembiulate mollavano a metà quante faccende avevano, le case si vuotavano, mentre gli uomini ancora col novantuno, ma come per celia, passavano le maniche di portici ridendo.

Io il fucile l’ho posato all’ora di pranzo e poi tutto è finito. Non potei più tirarlo in spalla sentendo il senso di quell’azione: ormai era diventato un esercizio ginnico, o estetico, o un dolce vanto. Contro chi l’avrei usato? E come? M’avvidi anzi che, a schiacciare ancora il grilletto, automaticamente sarei diventato un criminale. A cosa sarebbero serviti i grandiosi ultimi bottini di guerra, se la guerra finiva? Qualcuno disse che era bene nascondere gli Sten, le mitraglie, i Thompson sotterra, che sarebbero poi tornati utili per la rivoluzione. Ma la realtà era che adesso seguiva il tempo di ricostruire e di mettere ordine. Si rientrava nella legge dopo i mesi di stupende follie e coraggi e triboli e privazioni. Come avrei vissuto senza quelli? Che tristezza mi faceva – sotto a tutta un’avvinghiante esultanza, certo – il pensiero di poter dormire ogni notte nel mio letto senza il tema di un’imboscata, di avere il cibo caldo e all’ora consueta, michette intere e non pezzi di pane morsicchiati e poi chiusi nel cassetto, vestiti abboccati col gusto del sole, e acqua, e un asse dove accularsi per fare i bisogni quando volevo.

Smettere di fare il partigiano m’è costato come smettere di fumare. Insomma tutto l’orrore che avevamo vissuto sui monti, tra le foglie gelate come petali di ghiaccio, o sotto le stelle d’estate a scognare, certe volte da non farcela più – e si scappava dagli occhi del comandante per andarci a mettere l’acqua dietro le orecchie e sulla fronte –, adesso… sì adesso diventava dolce, lontano, concluso. Quello che volevamo! No? Quello per cui combattemmo! Eh sì. Forse era perché la paura di morire finiva, che allora rimpiangevo i tempi duri. Terminata la paura tutto si è fatto lasco e soffice e terribilmente  nostalgico. Una sensazione simile l’avevo provata solo a scuola, camminando tra le aule sgombre e ben spaziate che si vedono nella chiarità dell’estate che comincia. Era successo dopo l’esame di maturità, quando le apprensioni erano svanite, e finalmente andavo libero di sapere in maniera confusa tante cose, di lasciare seccate tante radici che fino all’ultimo avevo cercato di tenere vive, mandando a memoria le formule chimiche e i nomi di ogni autore dell’infimo secolo di Roma. All’improvviso mi era sembrato tutto facile e leggero ma, a un tempo, un cerchio vuoto si faceva largo nella pancia come il sasso, cadendo, fa nell’acqua.

La festa, quel ventiquattro aprile, è stata come la fine di una vita, una cesura, un baratro d’allegro furore, ma che impauriva. Paura nasceva in quelli che avrebbero faticato a smettere gli abiti ribelli, in quelli che avrebbero tribulato a tornare in fabbrica o in ufficio o agli studi, perché fare i partigiani, te lo assicuro, significava essere sempre in pari con se stessi, e mai di meno, per l’eccesso di volontà che ci teneva vivi, e mai di più, perché non ce n’era modo.

Così in piazza, come ti ho detto, giravano i balli e i canti, i caffè mettevano fuori i tavoli col vino. Tantissimi uomini baciavano tantissime donne. Si urlava, si stringevano le mani e ci si avvolgeva negli abbracci amati e, a chi quel giorno era ancora lontano, si spedivano biglietti di gioia indivisa.

Per questo, quando durante la festa scoppiò la bomba e ci uccise ancora gli amici e i figli e i parenti, provai un colossale dolore, una tristezza inclemente per quegli uomini che se ne andavano in un modo così impreveduto, allorché non c’era più niente da temere.

Si seppe subito che gli ordigni li avevano lasciati i fascisti prima di fuggire. Ne avevano messi anche nelle scuole, i miseri. Eppure – che Dio guardi giù e faccia che nessuno fraintenda le mie parole – dopo quella bomba, grazie a essa, nel cuore dello strazio, tra le lacrime (delle grandissime lacrime sganciate come lame sulla polpa delle guance) io sentii ancora un fremito che mi restituì vivo, tutto intero, carico di odio sanissimo. Che poi non ebbi più, e che amai con ogni fibra fin nei precordi. Amai il mio odio che era così giusto e così importante da escludere ogni considerazione. E questo perché ci fu ancora quella bomba.

Poi, in qualche modo, la festa proseguì, per altre vie, in altre maniere che si inventavano in mezzo al lutto, là nei solai e giù nelle cantine fin dove c’era paese. Allora felicità e dolore facevano tutt’uno, ancora. E forse, alla fine, la felicità ebbe la meglio. Così alla sera, di notte anzi, le luci parevano doversi mai smorzare, e i canti nemmeno, e i bicchieri non erano mai vuoti. Eppure rimanevamo disorientati. Tutti, eh! Anche i capi, te lo dico io.

Bevvi tanto, mangiai anche di più, senza la paura di uscirne rintronato e con la pancia soda, pesante e inadatta all’azione come invece capitava prima. Raccontammo un’infinità di storie che sapevamo a memoria. Io le dicevo senza quasi pensarci, e intanto cercavo una volta di più la mano della mia Dora. Poi facemmo l’amore, infinito e liberatorio. E forse fu ancora peggio perché dopo mi sembrava che davvero non restasse niente. Presi l’uscio e mi appoggiai alla ringhiera del ballatoio. Lasciai socchiuso. Voltandomi, di tratto in tratto, vedevo gatteggiare gli occhi di lei nel buio: mi cercava. E io cercavo di capire cosa avremmo fatto col sole nuovo.

 ***

Già quella sera sentii un che di irrevocabile. Non mi sbagliavo.

Da quando sei nata ti ho sempre portata, ogni anno, ai cortei del venticinque aprile, ti ho raccontato le avventure, ti ho mostrato le foto. Abbiamo letto anche dei libri assieme.

Una volta mi hai detto delle bellissime parole: che tra me e te ci sono due generazioni, che io sono come un mito, che le storie che narro sono talmente memorabili da sembrare false. Che nessuno dei tuoi amici potrà mai essere come sono stato io all’età che hanno loro adesso. Che mi vuoi bene. Che sei fiera di me. Che la generazione successiva alla mia, quella di tuo padre, sbiadisce, mentre la mia è sempre colma. Che i padri sono piccoli e i nonni dei giganti. I nonni come me, dici. E anche le nonne.

Io non ti ho mai detto che assomigli nel viso e nelle maniere alla tua nonna Dora quand’era giovane. Ma l’avrai capito da sola, quando abbiamo sfogliato le foto e io ti spiegavo tutto.

E non ti ho neppure detto che ogni anno, ogni venticinque aprile, ogni nascita della bella stagione era ed è per me un boccone amaro, e che tuttavia cerco di ringoiare per sentire se cambia di sapore. Nel millenovecentoquarantacinque qualcosa è finito e non è più cominciato. S’è fatta la Repubblica e una Costituzione lucente e degna di tutti i morti che abbiamo perduti. Ma a ogni ricorrenza ho visto le persone peggiorare, le belle idee farsi fioche e prive di gusto, le feste della Liberazione diventare dei vezzi logori e sgradevoli. Con tante parole dette tanto per dirle. Si smetteva di fare bene per fare benino, ogni volta di più. La gente intorno a me, e io stesso, diventavamo avventati predatori sulla libertà. Fino a snobbarla a causa delle meritate inerzie che, dopo la guerra, divennero alla lunga fatali.

Non so. Non dico che sia colpa tua, o dei ragazzi tuoi coetanei, e neanche dei vostri padri, che in fondo sono i miei figli. È che la vita è andata avanti. Bene, molto meglio di come l’avevamo noi vissuta. Ma a me non piace più. Sono stato sereno, in questi ultimi lustri, solo quando ti raccontavo le nostre storie, mie e della nonna, e dei monti, delle vigilie di guardia, degli amici che sono rimasti giovani nei cimiteri, delle gioie corte per un pezzettino di carne scovato tra pelucchi di lana, per una pagnotta morbida in mezzo a tante rigide come il marmo.

Non fa niente. Non ti preoccupare. Sono vecchio, cosa vuoi che dica, cosa pretendi che capisca! Sono felice per te, vedo che i tuoi occhietti di ragazza in fiore sono distesi e tranquilli.

Noi anziani invece siamo scontenti. Di continuo e per tutto. Forse la guerra non c’entra niente, e neanche la Liberazione, e le passioni, e le felicità sbocciate tra le crepe della paura. Forse i pensieri che io credo dettati dalla ragione sono solo i capricci di un corpo e di una mente, come i miei, che vanno alla malora. Senz’altro sbaglio a credere che il gusto della libertà assaporato quando si combatteva per essa s’è poi stemperato, come fanno i fumi, nel cielo.

Lo dovrai dire tu, non a me che tanto non ci sarò, ma ai tuoi bimbi. Se vorranno ascoltarti.

Io purtroppo me ne vado con un sorriso amaro, di quelli che si incastrano nel viso quando la soddisfazione è a metà, e quello che manca sembra molto più di ciò che già è qui.

Non fa niente, bambina, non fa niente.

Come disse una volta il nostro comandante: quanto sarebbe stato inutile essere felici!

I libri della domenica: Racconti partigiani

coperta sole 24 ore

Domenica 24 aprile in allegato con “Il Sole 24 ore”

di Piera Mazzone

Cos’è il 25 aprile? Cos’è il 25 aprile dell’anno 2016? Cosa fu il 25 aprile del 1945? Fu il punto fermo dopo 20 mesi, dopo 585 giorni di Resistenza, di fatiche, di pericoli, di strazi e di gioie”: Giacomo Verri, borgosesiano, scrittore che anagraficamente non ha vissuto la Resistenza, ma ha elaborato un percorso di conoscenza e attualizzazione di quel periodo storico, concretizzato nella scrittura di narrazione, dopo “Partigiano Inverno”, finalista al Premio Calvino 2011, ha pubblicato “Racconti Partigiani” non scadendo mai in uno sterile localismo, ma riflettendo su un territorio con tutte le sue peculiarità, su quei venti mesi che cambiarono il volto dell’Italia e che per molti dei protagonisti furono il momento migliore della loro esistenza, un evento straordinario: “Quella fu l’Occasione di evidenziare la possibilità data a ciascuno di scegliere, di essere incisivo sulla storia, di mettersi in gioco per se stessi e per gli altri, da una parte o dall’altra, sapendo che era un rischio forte, in cui la posta in gioco era la vita. Alla Resistenza si unirono moltissimi giovani e giovanissimi e per la prima volta in modo massiccio si registrò la presenza delle donne. Purtroppo negli anni successivi quella società del desiderio fu tradita, trasformandosi in società del godimento, abusando della libertà per tornaconti personali”.

Domenica 24 aprile in allegato al Sole 24 ore nella prestigiosa collana dei Libri della Domenica, con un supplemento di soli 50 centesimi rispetto al prezzo del quotidiano, sarà possibile acquistare i “Racconti partigiani”, che sono stati anche trasformati in uno spettacolo teatrale multimediale di e con Francesca Pastorino, Graziano Giacometti, Daniele Conserva e Valentina Giupponi dell’Associazione Culturale “Mano d’Opera”, che andrà in scena il 22 aprile a Romagnano e il 25 aprile a Varallo.