I dischi di Guido Michelone: Kenny Dorham, The Flamboyan

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Un discorso speciale si può fare per questo jazzman nero, un trombettista tra bebop e hard bop, nato a Fairfield il 30 agosto 1924 e morto a New York, il 5 dicembre 1972, un solista che nasce artisticamente con il bebop postbellico ed esplode con l’hard bop attivo tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sixties. Il disco in questione (The Flamboyan, Uptown) proviene da una seduta live, ovvero dal locale chiamato The Flaboyan nel quartiere Queens, il 15 gennaio 1963, un lunedì dopo mezzanotte eccezionalmente aperto alle jam sessions, con il quartetto del trombettista Kenny Dorham (1924-1972), all’epoca una stella di casa Blue Note con LP straordinari da Showboat a Matador, da Una Mas a Trompeta Toccata. Ai quattro si aggiunge come guest star Joe Henderson al sax tenore, anch’egli in quegli anni fulgidissima stella dell’hard bop. E la ritmica non è da meno con Ronnie Matthews al pianoforte, Steve Davis al contrabbasso e J. C. Moses alla batteria. Tre standard celeberrimi (Summertime, Autumn Leaves, I Can’t Get Started) e tre original (Dorian, My Injun From Brazil, Dynamo) e lunghe improvvisazioni che mettono in luce l’efficacia, la forza e la maestria dei cinque, in particolare Henderson e Dorham, il quale, come Lee Morgan e Freddie Hubbard, ha il merito di non lasciarsi influenzare dalla linea cool alla Miles Davis o alla Chet Baker, ma di proseguire con le sonorità più calde, rotonde, pastose di Clifford o Dizzy Gillespie, con cui tra l’altro aveva cominciato.

La leggenda privata di Michele Mari

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di Mariolina Bertini

Inoltrandomi in Leggenda privata (Einaudi 2017), mi interrogavo, pagina dopo pagina, sulla vertigine di felicità che mi trasmettono i libri di Michele Mari, soprattutto quelli in cui l’ispirazione autobiografica è più evidente e diretta.

È una cosa strana, perché non è  né allegro né ottimista, Michele Mari, proprio per niente. Tra i fili che s’intrecciano in Leggenda privata, ad esempio, c’è la depressione che invade poco a poco la vita della sua mamma, Iela Mari, eccellente illustratrice la cui fama non ha retto al confronto con quella del marito Enzo, uno dei più geniali e osannati designer del secondo Novecento. Si può immaginare un argomento più triste? Eppure la piccola epica famigliare di Leggenda privata, anche dove è straziante, non è affatto triste. L’impetuoso piacere di raccontare, da cui il narratore è come travolto, investe insieme l’infima quotidianità e il ricordo delle esperienze infantili più umilianti e traumatiche, tutto salvando nella luce, come dice il titolo, della leggenda.

Bisogna precisare che non si tratta di una salvezza religiosa, né tanto meno estetica. È la salvezza precaria di quei piccoli frammenti di passato che nascondiamo in una scatola o in un cassetto, consapevoli del fatto che il loro valore risulterà col tempo del tutto enigmatico; è la salvezza che nasce dallo humour, capace di trasformare in personaggi  da giornalino di Gian Burrasca, o da Pierino Porcospino, quegli adulti imponenti e minacciosi che hanno steso sulla nostra infanzia l’ombra della loro inconfutabile autorità. È una salvezza fatta della materia di cui son fatti i sogni, forse non ha maggior realtà della polverina contro gli  incubi che la mamma finge di somministrare ogni sera a Michele bambino, ma ha la stessa miracolosa efficacia, lo stesso infinito e stupefacente potere.

Gli incubi, come in tutta l’opera di Mari, svolgono anche qui un ruolo di primo piano. Una fitta schiera di mostri, usciti dalle pagine dell’amatissimo Lovecraft, vive nella cantina e nella soffitta della casa del narratore, ed intrattiene con lui rapporti tutto sommato molto civili. Riuniti in due Accademie, i mostri sono addirittura all’origine del racconto che leggiamo; sono loro infatti a imporre al riluttante Michele di raccontare per iscritto la propria giovinezza, in un’esilarante parodia di quel “patto autobiografico” teorizzato da Philippe Lejeune per la gioia dei docenti di letteratura del secolo scorso. Nulla di strano che, con simili committenti, il racconto presenti brusche aperture su scenari  terrifici dall’inquietante prossimità. Forse la statuetta della Madonna ospitata da una nicchia nel muro del giardino ha sostituito oscure e implacate divinità pagane; forse, nelle sue preghiere, la cattolicissima nonna materna del protagonista non si limita a discorrere con la Vergine e con i Santi, ma patteggia con le oscure potenze degli Inferi. Dal mondo rassicurante della vita di ogni giorno, il mondo di Carosello e della pasta al forno cucinata dalla nonna paterna, è facilissimo scivolare nei corridoi senza fine di Shining, o nei viscidi sotterranei dove si celebrano i riti abominevoli di Cthulhu; più difficile, forse impossibile, accertare quale sia, tra i due mondi, quello più vero. Il narratore di Leggenda privata non può che far la spola dall’uno all’altro, cercando nel contempo, per essere risparmiato dai mostri, di fornir loro quello che avidamente chiedono: il racconto della sua vita. E proprio in questo racconto risucchia il lettore, suggerendogli  che in fondo quei due mondi – quello del quotidiano e quello dell’orrore – coincidono. Perché  per un  ragazzino spaurito  che non riesce a trattenersi dal fare la pipì a letto lo sguardo giudicante di un padre autoritario, carismatico e geniale non è meno terrificante della Maschera della Morte Rossa o di Colui che Sussurrava nel Buio.

Due  icone,  verso la fine del libro, fissano l’immagine del Padre e della Madre, visti da Michele bambino. Due quadretti dipinti con i pennarelli e poi trasformati in puzzles (come gli acquarelli di Bartlebooth nella Vita istruzioni per l’uso di Perec). Il padre, con la sua barba nera da santo bizantino, ha un pennello in mano e alcune sue opere sullo sfondo; la mamma è intenta a disegnare e cucinare insieme, riassumendo così la sua vita di artista resa faticosa dai compiti casalinghi. Proprio come in Perec, la trasformazione dell’immagine in puzzle diventa per Mari una metafora della scrittura:

… Quei primi due puzzle rimangono unici e fatidici. Già nel disegno ebbi la sensazione di definire  i miei genitori (definire, intendo, ne varientur): nel ridurli a pezzetti, poi, mi sentii spregiudicato notomista: finalmente nel ricomporli fui stregone che riporta alla vita, e scienziato che riduce il caos a una ratio. Ma, naturalmente, li ricomposi una volta soltanto, passati poi in proprietà dei destinatari.

    Intorno alle figure centrali dei genitori, viene in luce, di scorcio, la Milano dell’epoca: il bar Giamaica, Brera, Jannacci. Alle spalle di Iela, una famiglia della borghesia milanese colta: il padre è stato il medico curante di Dino Buzzati e di Montale, con cui intrattiene  rapporti di amicizia. Alle spalle di Enzo Mari, invece, un padre pugliese, barbiere e calzolaio: il prediletto nonno Gino, che inizia il piccolo Michele alla truculenta lettura dell’”infimo rotocalco” Cronaca vera e all’ammirazione per le ragazze “di culo alto”. Michele, sempre in bilico tra mondi contrastanti – non soltanto tra quello letterario-cinematografico dell’Orrore e quello del quotidiano, ma anche tra quello borghese della mamma e quello popolare dei nonni paterni – non ha una vita facile, anche a prescindere dai mostri che, acquattati nell’ombra, aspettano la libbra di carne sanguinante della sua autobiografia. Che cosa lo salverà? Forse l’ostinazione che è il tratto centrale del suo carattere, e che conferisce alle sue predilezioni – erotiche, letterarie o alimentari che siano – qualcosa di eroico, di estremo, di donchisciottesco. La sua predilezione per la maionese Kraft, ad esempio, sopravvive  al ricordo di un’umiliazione particolarmente dolorosa nella sua ingiustizia:

La nonna povera (…) comprava la Kraft, di cui andavo ghiotto. Purtroppo per me la Kraft aveva mantenuto (e ancora oggi mantiene) la titolazione francese: “Mayonnaise”. Orbene, una domenica (memoria), a pranzo dai nonni (selettiva), io mi trovo davanti il tubetto: lo vedo e pronunciando così com’era scritto (avevo non più di otto anni, nescio al tutto di francese) sillabo diligentemente: “Ma-ion-nai-se”. Vlam! Lo scapellotto bruciante, di quelli da sotto in su, radenti la cuticagna. “Ma..”, dico lacrimoso: e mia nonna a rincalzo: “Ma Enzo!” Questa è la risposta-spiegazione: “Perché c*** deve parlare come un deficiente!?” (meno male che non aveva detto “deficientello”). Non ebbi la forza di difendermi, anche perché mio nonno mi fece sedere vicino a lui. Dopodiché, se dopo mezzo secolo la maionese Kraft (vlam) è ancora la mia preferita vuol dire che deve piacermi davvero.

Una nota a piè di pagina aggiunge al quadretto una chiosa sostanziale:

“Kraft, cose buone dal mondo”: la voce della pubblicità era del doppiatore storico di James Stewart, Gualtiero De Angelis (Roma 1899-1980). Spremere un po’ di quella maionese, allora, era un po’ come essere seduti a tavola con l’Uomo che uccise Liberty Valance.

Letteratura e cinema schiudono i varchi da cui irrompono i mostri, ma aprono anche la strada redentrice della leggenda. Della leggenda che vince sulla realtà, nella Milano del piccolo Michele come nel vecchio West di John Ford.

‘Partigiano Inverno’ e la dolorosa cortesia della nudità

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Italo, medicate le poche ferite corporali, andò al ponte di Aranco. Guardò gli alberi. C’erano rami che indicavano una strada e venivano vicino. Altri si perdevano lontani e moltiplicavano: salivano, risucchiati in cielo, quelli più nuovi, più giovani, più ingenui: agivano di conserva per spingersi in un’unica direzione: verso l’alto. Ma poi guardava in un altro punto e i rami frantumavano in gomiti spezzati e divertiti, inseguivano un oggetto di desiderio infinitamente slungato, un’Angelica rincorsa dal lucore dissennato dei cavalieri: si incrociavano in mille indocili nodi, gli uni sugli altri in una ridda di anastomosi, come in una demente fornicazione si univano e biforcavano nella decombinazione estrema dei possibili: rami priapici anelanti novelli strati di cielo da penetrare. Subivano improvvisi cambi di direzione come se cercassero una via per respirare, per uscire dall’apnea, ma ognuno in realtà era cieco agli altri: si incontravano indifferenti o si ignoravano per secoli. Osservava i rami piccoli e ne trovava altri ancora, più minuti, gli ultimi arrivati nell’estate, di cui nessuno s’era prima accorto perché nascosti dalle foglie bugiarde. In estate, si disse in un accesso di filosofia, il mondo vive un falso: le foglie coprono i rami; sia che riposino quiete e massaggiate dal sole, sia che danzino trapassate dal vento che le fa sculettare, cancellano la forma, illudono, giocano pericolosamente, falsificano. Avviene lo stesso nelle miniere di Salisburgo: un ramo secco, storto, sincero, viene gettato lì dentro e dopo qualche mese lo vai a raccogliere bello come un anemone appena sbocciato, e la corteccia irregolare ha buttato piccoli e infiniti diamanti di salgemma. Ringraziò l’inverno partigiano per la dolorosa cortesia della nudità: i rami spogli non avevano per se stessi nulla di nascosto, non potevano tenere un’idea segreta, si spiegavano interamente, onestamente, senza restrizioni. Mentre in estate passavano tutto il tempo a complicare la loro forma, in inverno restavano sinceri e franchi, e la loro espressione era scritta una volta per tutte. Avanzava in Italo un’illusione, quella di scorgere il senso intero: si concentrava sul tronco ampio, sicuro, possente, sui rami principali protendenti le braccia come attori in posa; e sui rami più piccoli spolverati da una stissa di vento; e su quelli più piccoli ancora dove c’era l’ultima foglia; poi quelli piccoli piccoli e piccolissimi che a spezzarli ci vorrebbe così poco e forse, alla fine dell’inverno, non ci sarebbero più stati, per la neve o il vento.

Ma a quel punto, trabuccò, aveva perduto la visione di insieme e ritornava a osservare i rami grandi a volte percorsi da una peluria verdina di muschio sottile che sotto il sole diventava brillante. E oltre il pelo verde scorgeva un altro albero e poi un altro ancora. Per ogni albero una nuova serie di fatti aveva inizio, scaturita come germoglio, e poi ramo, dal palo teleologico, la cui preminenza era di continuo contesa dall’albagia naturale delle procìme: era un labirinto di chiodi che moltiplicava furioso fino alla luna (spesso veduta nel cielo diurno, quand’è all’ultimo quarto) e era bello perdersi lì dentro. Le gazze ci si cacciavano, ubriache di rami contesti, faconde, loquaci, ciarliere: per ogni ramo una storia che leggerle intere non può nessuno, ma le pieridi cercavano di cantarle tutte, berte insolenti, si gettavano nella rete che le storie finiscono per formare tra loro, e l’una si riallaccia all’altra come si sono compiaciuti di mostrare i grandi narratori. La storia dei dieci morti, che da vivi avevano trascorso con lui l’ultima notte, turbava Italo: non perché la loro non s’appiccasse alle altre storie ma, al contrario, proprio perché s’appiccava così mostruosamente. I rami potevano muovere irregolari, pensava, per una larghezza eccessiva nella disponibilità dello spazio e del tempo. È così il mondo: troppo largo e impenetrabile. Sarebbe piaciuto a Italo di descrivere il mondo reale come quello della Bella addormentata nel bosco: eternamente presepìto da una fitta rete di rami che solo un bel principe è in grado di districare. Ma è ovvio che non poteva permettersi questa fantasia a causa dell’ineluttabile, ineludibile e inevitabile assenza, nella storia del mondo, di un principe così generoso e vafro, come quello della fiaba, da mettere a repentaglio la propria esistenza per portare in salvo la pletora umana. Il sole scaldava un pochino il ferro della ringhiera. Italo poggiava le mani e provava un piacere da vergogna: pensava a quanto sarebbe stato bello se tutti i libri del mondo non fossero mai stati scritti, se i ricordi si fossero cambiati a ogni stagione come l’esuvia della serpe: ognuno avrebbe saputo delle cose e delle storie e solo quelle, molte, moltissime sarebbero state dimenticate senza angoscia, liberate come un uccellino a ogni morte, e sarebbero tornate a circolare finché qualcun altro non le avesse di nuovo prese al laccio: sarebbe stato ancora come una prima volta, perché di quell’altra prima volta non c’era scritto niente. Voleva essere un uccellino. Ma Italo tornò con la mente a sé, sul ponte, ai molti momenti in cui fu meno di se stesso, a quell’anno col Natale debilitato e pieno di macchie. Profetizzava: chi avrà il panettone lo vedrà diventare carne dolente, anzi lo è già, sotto il coltello; il vino sarà sangue, e tutti avranno l’orrore del mondo in bocca. Dopo, i rami avvolgeranno il creato immobile di loro addormentati, lo mangeranno per sempre, scaveranno i muri come pane, senza salvezza di sorta. In quell’inverno che gli stringeva le braccia, la verità almeno un poco sgemmava. Intorno aveva, come una corona, la Valsesia di roccia, dura da tagliar le gengive: le montagne concarnate di pietre, ricoperte di terra sottile per far crescere alberi corti, per mai dimenticare che il mondo è un labirinto. Riandò all’ostia di Bestia, quel giorno che aveva sentito il senso intero. Gli alberi gli alitavano dal ponte e erano tanto spogli quanto più erano coperti gli uomini, per proteggersi da loro stessi e dagli altri. Italo era solo, era il passero sul cacume antico della torre, era il più remoto soffio di vento nell’artico che, come un accento, accarezza il ghiaccio. Il mondo fuori si metteva sulle punte e il professore guardava il silenzio delle nuvole.

Da Giacomo Verri, Partigiano Inverno, Nutrimenti, 2012, pp. 195-197

La Resistenza valsesiana a fumetti

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Non è certo la prima volta che ci si trova a leggere la storia attraverso le geometrie più o meno regolari e piane del disegno a fumetti – vengono intanto alla mente La storia d’Italia o La storia del mondo a fumetti di Enzo Biagi, illustrate da un corteo splendido di matite elette, da Carlo Ambrosini a Raffaele Vianello, da Dino Battaglia a Milo Manara, solo per dirne alcune. E neppure è la prima volta che la storia disegnata si accinge a narrare le vicende della Resistenza: di un paio di anni fa è il bell’esperimento di Tavole di Resistenza. Fumetti e scritti sulla Lotta di Liberazione uscito da Tunué per la cura di Sergio Badino, che lì raccoglieva brevi storie intorno alla guerra di Liberazione, vergate dai suoi allievi durante un corso di sceneggiatura all’Accademia linguistica di Belle Arti di Genova; ma sull’argomento c’è anche un fondamentale saggio di Pier Luigi Gasba e di Luciano Niccolai uscito nel 2009 per Settegiorni editore, Per la libertà. La Resistenza nel fumetto. E tuttavia è sempre suggestivo, e luminosamente istruttivo (alla memoria sale almeno ancora Un cuore garibaldino di Hugo Pratt), immergersi nella storia resistenziale attraverso il filtro del disegno e delle vignette; lo si fa ora con un nuovo volume di grande formato, la Storia della Resistenza in Valsesia a fumetti, con disegni di Giorgio Perrone e testi di Luca Perrone, pubblicato dall’Istituto per la storia della Resistenza nel Biellese, Vercellese e in Valsesia “Cino Moscatelli” (pp. 59, euro 25).

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Il volume si compone di quarantasei tavole per un totale di più di duecentotrenta scene: le prime riassumono i tre anni di conflitto che precedono l’inizio del movimento resistenziale, tra le quali scorgiamo un cupo dittatore che annuncia l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania, un Duce le cui parole risuonano nelle piazze dei principali centri della Valsesia; di lì vengono dietro alcuni quadri suggestivi che narrano di paesi vicini e lontani, quelli dove viene portata la guerra, quelli in cui finiscono a combattere centinaia di soldati italiani: la Francia, l’Africa, l’Albania, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia. Le caselle che narrano gli eventi dal venticinque luglio all’otto settembre alternano episodi della vulgata (lo sbarco in Sicilia o la seduta del Gran Consiglio che depone il Duce) a altri propriamente calati nella realtà della Valsesia (il discorso di Cino Moscatelli, leggendario comandante garibaldino, a Borgosesia, all’indomani della destituzione di Mussolini, o gli scioperi nelle fabbriche della valle). Di lì in avanti i riquadri raccontano la Resistenza tra i monti, non solo mettendo il segno sui grandi nomi dei capi brigata, dei commissari politici, dei comandanti, da Moscatelli a Mario Vinzio, da Francesco Moranino a Pietro Rastelli, ma soprattutto costruendo delle scene corali o dei fitti pannelli dove a fare la parte grossa sono i Partigiani, quelli senza nome, che agiscono collettivamente, il cui pensiero è marcato, all’interno delle vignette, dal ricorso al dialetto (del quale si dà la traduzione in appendice al testo). Vengono così rimontati i principali eventi dell’epopea resistenziale valsesiana, dall’arrivo del sanguinario 63° Battaglione della Legione Tagliamento alla liberazione di Varallo, di Borgosesia e poi, oltre la valle, di Biella, di Novara, di Vercelli, dedicando l’ultima tavola all’ingresso e alla sfilata dei camion ribelli a Milano, e al comizio di Cino Moscatelli ai piedi del Duomo dinnanzi a una folla straordinaria.

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Il lavoro degli autori, intenso per l’esattezza dei particolari, e immediato anche per il pregio artigianale dei tratti del disegno, è, come sottolineato dal direttore dell’Istituto Storico della Resistenza Enrico Pagano nella Presentazione del volume, “frutto di ampie e approfondite consultazioni dei materiali editi – si segnala di passaggio che alcune vignette, contrassegnate da appositi numeri, ricalcano manifesti, disegni o fotografie storiche – e della raccolta di numerose memorie di protagonisti diretti”; testimonianze che, tra l’altro, hanno reso necessario e doveroso il compito di rappresentare nei riquadri anche alcuni episodi scomodi dell’esperienza resistenziale, quelli che Luca Perrone definisce ‘i giorni dell’ira’, i gesti – a volte anche tremendi – di vendetta contro i nemici sconfitti.

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Dalla Valsesia, dunque, alla piazza del capoluogo lombardo, a significare, come è detto bene nell’Introduzione, la presenza e l’impeto delle periferie del Paese che, attraverso l’avventura della Resistenza, forse mai come allora “si sono rese protagoniste della propria storia” e hanno saputo portare al centro la lezione imparata ai margini, quella lezione così ottimamente sintetizzata nella formula che Cino Moscatelli e Pietro Secchia trovarono, ormai cinquatacinque anni fa,  per il titolo della loro opera, Il Monte Rosa è sceso a Milano.

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Pietro Grossi: la lotta silenziosa di un padre e di un figlio

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La lotta silenziosa di un padre e di un figlio

di Elisa Ruotolo

Viene da lontano e promette di non aver fine la guerra tra padri e figli”, scrive Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo. E anche l’ultimo romanzo di Pietro Grossi (Il passaggio, Feltrinelli, pp. 160, euro 15), sembra venire da lontano forse perché racconta con mezzi nuovi una storia antica, eterna, che non smetterà mai di tormentarci. Sin dalle prime pagine veniamo introdotti in un campo di battaglia in cui la quiete è solo apparente, e il silenzio attende l’occasione giusta per andare in frantumi. Essa arriva sotto forma d’una telefonata che sembra riagganciare il passato: il binario morto ritrova improvvisamente vita nella corsa di un treno imprevisto. Che fa rumore. Fa trambusto. E disorienta. Dall’altra parte del telefono e forse della vita c’è un padre che chiede aiuto e minimizza una distanza consolidata (che non è fatta solo di chilometri: nei romanzi di Grossi ci sono sempre significati ulteriori, sarebbe un errore fermarsi all’evidenza). Un padre insolito, ramingo, direi quasi randagio per quel senso di libertà morale che lo accompagna (un tempo si è arrogato il diritto di mostrare tutta la sua sfiducia riguardo la procreazione), per l’incuria con cui contamina ogni vita che gli si accosti. Carlo, suo figlio, si è sottratto a questo contagio e il suo distacco sarà duro da scalfire: solo il mare riuscirà a sedurlo ancora. Perché se c’è un protagonista, ora silente ora urlante, è proprio lui: il mare. Che resta sullo sfondo finché non si sveglia quasi a dimostrare la nostra piccolezza. Il nostro essere niente, se non siamo capaci di ricucire gli strappi e di crescere. Il passaggio è una storia che ci assomiglia e ci riguarda, perché racconta come siamo realmente: nudi e soli con tutte le nostre mancanze irrisolte, tutti i nostri testardi abbandoni di cuore. Ma non si ferma a questo, ed è la sua grandezza. È una storia di rinascita, di ricongiungimenti e di comprensione: un ritrovarsi nonostante tutto il tempo che si era frapposto, esso sì come un mare, finalmente transitabile. Una guerra che promette di non avere fine, forse, ma che sa trovare la sua tregua. La sua grazia. Basta saperla raccontare.

I dischi di Guido Michelone: Havana Jam, Live in Cuba March 1979

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Anche Cuba ha avuto la sua Woodstock, ma con un ritardo di dieci anni: lo scarto temporale deriva dai ben noti motivi politici, con l’interdizione ai musicisti di entrambi i Paesi a esibirsi in liberi scambi artistico-culturali. Tuttavia sotto la presidenza di Jimmy Carter la diplomazia statunitense si è aperta verso l’isola caraibica filosovietica, portando nella capitale, L’Avana, un festival di enormi proporzioni, che all’epoca venne registrato dalla radio statale e già subito documentato nel supporto fonografico del long playing in due distinti volumi e in un CD postumo (Ron Vox). La kermesse svoltasi nell’immenso Karl Marx Theater nei giorni 2, 3, 4 marzo 1979 era sponsorizzato da due case discografiche americane (la CBS e la Fania) e dal Ministero della Cultura di Cuba: era presente il meglio della moderna e classica musica cubana Irakere, Pacho Alonso, Zaida Arrate, Elena Burke, Orquesta de Santiago de Cuba, Conjunto Yaguarimú, Frank Emilio, Juan Pablo Torres, Los Papines, Tata Güines, Cuban Percussion Ensemble, Sara González, Pablo Milanés, Manguaré, and Orquesta Aragón, ma solo il primo gruppo – Irakere – è presente su disco con due brani, forse perché il più originale fra tutti i cubani nel mescolare salsa, jazz, funk, ethno in una riuscita miscela esplosiva, grazie agli apporti solistici dei futuri esuli Arturo Sandoval e Paquito D’Rivera.

Anche la delegazione nordamericana è numerosa al festival, in una varietà di stili che comprende figure oggi un po’ rimosse come Billy Swan, Bonnie Bramlett, Mike Finnigan, che assieme a uno scatenato Billy Joel e ai supergruppi jazzistici Trio of Doom e CBS Jazz All-Stars non compaiono in quest’album, lasciando la scena discografia, nell’ordine, ai soli Stephen Stills Band, Kris Kristofferson & Rita Coolidge, The Weather Report e le Fania All-Stars. Il gruppo capitanato dal cantautore ‘orfano’ di Crosby, Nash, Young, in tre brani propone un rock grintoso, mentre la coppia – anche nella vita – di folksingers rappresenta, con quattro pezzi, la tradizione country-rock rivisitata. Arrivano poi i Weather Report nella classicissima Birdland che da sola, per i jazzofili, vale l’acquisto del disco, anche perché c’è modo di ascoltarli nel breve periodo in cui si sono ristretti a quartetto, non avendo a disposizione un nuovo percussionista – assurdo o paradossale in quel momento nella patria dei tamburi e dei ritmi afroamericani – e forse desiderosi di accentuare maggiormente la loro vena jazz più che quella etnica (già ispiratrice di una World music ante litteram): tuttavia Wayne Shorter, Joe Zawinul, Jaco Pastorius e Peter Erskine qui confermano uno stato di grazia a livello di coesione e di intesa nel proporre la miglior fusion in assoluto. E la fusion dei pur bravissimi Irakere e Fania All Stars impallidisce di fronte a Birdland, benché da un lato Irakere esprima al meglio un nuovo raffinato afro-Cuban-bop nei tre Contradanza, Flute Concerto, Adagio e dall’altro le ‘stelle’ della Fania con Rubén Blades e Johnny Pacheco quaglia front men nella Descarga a Cuba a chiudere l’album offrano una salsa allegra e pimpante dagli echi funk-soul.

Il volo salvifico di Sarah Manguso

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L’uomo muore sul colpo, travolto da un treno della Metro-North che entra alla stazione di Riverdale. I passeggeri, trasferiti su un secondo treno, riprendono il corso delle loro esistenze venti minuti più tardi. Un terzo di ora di interferenza umana contro dieci ore di buio nella vita di un uomo. Colui che offre in pasto il proprio corpo ai binari è Harris F. Wulfson, è il 23 luglio del 2008, sono quasi le 11 di sera. Nel pomeriggio, forse, ha vissuto uno dei suoi episodi psicotici. Ne ha passati tre nell’ultimo periodo, tutto sommato una frazione minima della sua recente esistenza. “Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto”.

Affermazione tragica se pronunciata dall’animale sociale per eccellenza. La donna che la scrive è Sarah Manguso, autrice di The Guardians (in Italia per NN, nella traduzione di Gioia Guerzoni, col titolo Il salto. Elegia per un amico, pp. 100, euro 16). Il memoir della Manguso per l’amico Harris è un libro sull’intraducibile dolore di chi si toglie la vita e un esempio di quanto sia arduo, forse impossibile, fare un resoconto della realtà, quando da essa si prende l’abbrivio per narrare e per capire la mente umana. Scrivere il Vero è questione di responsabilità. E Sarah non è una giornalista ma un’amica i cui sentimenti intonano una malinconica – a tratti beata – elegia che, come scrive Guerzoni nella Nota del traduttore, non commuove ma scuote. Dalla paura di fare domande ai genitori della vittima, di incontrare la sua ultima amante o i medici o il macchinista che, suo malgrado, gli ha schiacciato via la vita, nasce questa breve ricerca del tempo perduto di Harris F. Wulfson, morto a 34 anni sotto a un treno. Dallo sforzo di dimenticare per reazione istintiva, Sarah ricostruisce il ‘salto’ dell’amico chiosando ogni meditazione col sigillo del proprio dolore. Quello della vittima, in un certo senso, si eclissa: “il problema di morire da soli è che non lo vediamo accadere, e le cose che succedono senza di noi ci sembrano meno reali, incomplete, forse quasi impossibili”. Il salto di dieci ore è un vortice che risucchia, è lo iato tra il dolore di Harris e quello di Sarah. Il loro è un attaccamento di vecchia data. Dopo il college avevano affittato un loft a Manhattan, ci abitava un sacco di gente, inquilini che andavano e venivano, vite che si incrociavano. Avventure da raccontare, passeggiate, qualche bacio da ubriachi. Ma poi l’amicizia aveva posto i sacri riguardi e l’abbraccio di Sarah e Harris era diventato fraterno: “Quella notte mi stesi vicino a Harris e lui mi abbracciò. Contai fino a cinque e poi andai sul divano, e quella notte diventammo fratello e sorella”. Lui chiama lei quando si sente perduto, lei cerca Harris anche più tardi, a studi ultimati. Harris è la sua persona, sempre, anche quando a New York si scatena l’infermo dell’11 settembre e in quei giorni surreali “era facile trovare qualcuno con cui andare a letto, drogarsi o lasciare la città”.

Poi le loro vite si separano. Lei parte per l’Italia. Lui muore suicida perché scappa dall’ospedale in cui è ricoverato. Soffriva di acatisia, formiche alle dita, impossibilità di stare fermi e seduti. Effetto collaterale di alcuni farmaci neurolettici. Sarah torna da Roma e scopre che la propria intimità con Harris è minacciata, si sente triste, capisce che l’illusione che le morti altrui possano esaurire le nostre personali dosi di tragedia è, appunto, una chimera. La morte di un amico suicida non è una storia o, se lo è, “è difficile ricordare la storia della confusione di qualcun altro”. Colto da un demone, Harris salta. Salta per allontanarsi da quel luogo dove nessuno viene a aiutarti. Salta nel vuoto per guadagnare una pienezza incoglibile dalle parole. Sarah sa di non poterlo fare, sa che il proprio memoir è la traduzione in parole di un dolore intraducibile. Le parole mancano ancora di precisione, sono insufficienti, perché vogliono distinguere la nostra paura dalla paura di chi si toglie la vita. Le parole osservano da fuori, presuntuose, inutilmente astratte: solo per questo crediamo di essere diversi dalle persone che soffrono di psicosi. E così avviene il salto, quello di Sarah questa volta: un volo salvifico, perché la paura di essere quello che sono loro, la paura di vedere quello che vedono e sentono, ci porta a credere di essere di essere di versi , “e quindi è così”.

Anche Sarah ha tentato il suicidio ma ha saputo essere diversa. E così è stato. Ma ciò non ha ampliato la distanza tra lei e Harris, perché, anzi, la loro corrispondenza d’amorosi sensi s’è fatta più intensa. Sebbene Sarah ora sappia di che cosa si deve sentire colpevole, intuisce pure la bellezza della fine: “cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita”, e sa anche che le parole, pellegrine nelle regioni del dolore, allorché tornano mostrano quanto abbiamo maneggiato con devota cura la sofferenza. Solo così, finalmente, le parole possono gettare una corda sull’abisso delle dieci ore, solo così possono dire che “Harris è un luccichio, un insieme nullo. Riflette il mio dolore, ed è così luminoso che non vedo un granché alle sue spalle, ma dietro la luce c’è una forma umana. Lo fisso, poi distolgo lo sguardo. Sono stata davvero fortunata”.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità, in una versione leggermente ridotta, il 18 aprile 2017.