Restituire la libertà al buon Dio

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di Lucia Malengo

Se sei nato in Palestina in questi tempi di eterna guerra contro i coloni israeliani, in una famiglia di tipo patriarcale allargata – diciamo tribale – che si vede espropriare o devastare giorno per giorno la terra coltivata dai padri…. Se tuttavia hai una madre che ti fa sentire un principe ed un padre che ti invita a credere nella possibilità di vivere in un mondo libero dalla logica dell’odio e della vendetta…. Se poi col sostegno affettuoso della tua famiglia e con tutta la tua fatica riesci a studiare nelle migliori scuole d’Israele e a diventare un chirurgo bravissimo e stimatissimo che svolge con assoluta competenza il proprio lavoro al servizio di ogni persona, tanto da conquistarti la cittadinanza israeliana…. Se inoltre ti innamori e sposi una donna bellissima, intelligente, moderna e colta, originaria del tuo stesso paese e innamorata teneramente di te…. Be’, non immagini di scoprire un giorno, dopo una notte trascorsa a ricucire le vittime dell’ennesimo attentato, che tua moglie sia proprio la kamikaze responsabile del macello.
In un colpo solo non hai più accanto la donna che amavi più di ogni cosa, scopri che non sei stato capace di renderla felice come credevi, soprattutto di cogliere i segnali del suo disagio, e capisci di non essere neppure integrato perfettamente nella società in cui hai scelto di vivere, perché di colpo tutti ti guardano come un mostro, una serpe, un nemico, insomma. E possono permettersi di riempiti di botte, di sputarti addosso e di devastare la casa in cui sei vissuto felice.
Questo succede ad Amin Jaafari, protagonista del romanzo L’attentato (trad. dal francese di Marco Bellini, Sellerio, pp. 264, euro 14) di Yasmina Khadra (pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, membro dell’esercito algerino, rifugiatosi in Francia, costretto a non pubblicare col proprio nome per questioni di censura). Quest’uomo per tanto tempo ha creduto alla filosofia di vita di suo padre: “Per lui gli insuccessi non erano prove, ma incidenti di percorso che occorreva superare, a rischio di patirne nei minuti successivi. La sua umiltà ed il suo buonsenso erano un piacere. Ho tanto voluto assomigliargli, godere della sua frugalità e della sua moderazione! Grazie a lui, mentre crescevo in una terra tormentata dalla notte dei tempi, rifiutavo di considerare il mondo come un’arena, […] temevo come la peste chi mi chiedeva di versare sangue per purificare la mia anima. Non volevo credere alle valli di lacrime né a quelle di tenebre: ci sono altri posti più affascinanti e meno irragionevoli intorno a noi”.
Per il padre uno di quei posti era la pittura, praticata con ostinazione un po’ infantile, nonostante l’incomprensione della famiglia e l’insuccesso a livello di mercato. Ma quello che ora è capitato ad Amin è ben più di un insuccesso, pone domande che toccano le radici stesse del suo essere uomo, marito e figlio. Ed egli riscopre tutte le fragilità che pensava di aver vinto con la volontà e la cultura acquisita nelle migliori scuole.
La prima fragilità è la voglia di negare l’evidenza: non può essere Sihem, sua moglie, la kamikaze! È un equivoco degli investigatori. Però la donna stessa, con un messaggio postumo, gli toglie ogni possibile illusione.
La seconda fragilità è convincersi che qualcuno l’abbia manipolata: chi è stato ad indottrinarla? “Ho la sensazione che mi rassegnerò alla perdita di mia moglie solo dopo aver visto coi miei occhi il porco che le ha usurpato la mente”, dice Amin all’amica Kim. Ora la moglie stimata e colta diventa, nella mente sconvolta dell’uomo, un essere debole facilmente manipolabile…. Ed egli non si accorge neppure, con un simile dubbio, di mancarle di rispetto. Dunque si mette in viaggio sulle orme di Sihem per scoprire un altro colpevole. Ed è così costretto a ri-vedere quel mondo da cui ha voluto uscire, la famiglia di origine, la casa del patriarca un tempo fiorente e rispettata e ormai ridotta a miseri resti materiali ed umani, eppure ancora capace evocare ricordi ed emozioni, e soprattutto è costretto a vedere i giovani di quella famiglia, che hanno negli occhi la stessa espressione di Sihem quando l’ha salutato per l’ultima volta…
Che sua moglie abbia incontrato ed amato in questo ambiente un altro uomo? È la terza fragilità, la gelosia, la pretesa piccolo borghese – acquisita con l’integrazione in una società più “evoluta” di quella tribale?- di avere il controllo sulla propria donna come sugli altri beni della propria vita, in competizione con un eventuale rivale: “Voglio vedere la sua faccia, capire che cos’ha più di me”. Perfino l’eterno, piccolo, miserevole dramma borghese potrebbe essere più accettabile di una verità tanto indicibile….
Amin percorre in qualche modo il cammino di Edipo: vittima di una tragedia forse inevitabile perché scritta nelle cose, non sa accettare con rassegnazione e senso del limite il proprio destino – come pure gli aveva suggerito proprio quel padre a cui sembra ispirarsi…- , ma vuole sapere di più, vedere, a costo di dannarsi, come puntualmente avviene.
Sapere… Capire… Vedere.. . Ed invece l’unica cosa che da tempo Amin, a differenza di Sihem, non vede più, perché non vuole vedere, è il senso di profonda, storica umiliazione vissuto dal proprio popolo, privato persino di quei luoghi di memoria e di identità che sono le case di famiglia… Lui ha lasciato dietro a sé tutto questo per costruirsi, con fatica ed onestà, una felicità da difendere anche dai ricordi, in cui ha incluso Sihem, ma ha lasciato fuori quelli che, in senso lato, l’hanno generato. E allora, “a che serve la felicità, se non è condivisa?”
La forza di questo romanzo sta proprio nel mettere in luce chiarissima come non ci si possa salvare da soli. Un po’ come nella Ciociara di Moravia, nessuno puo’ pensare di passare indenne attraverso la guerra, lasciandola fare agli altri e ponendosene al difuori. La storia “non si ferma davanti ad un portone”; dunque in qualche modo occorre agire su di essa, in essa, per tentare di renderla diversa.
Ma in primo luogo occorre disinnescare l’alibi religioso.
C’è, verso la fine del libro, un dolente ma lucidissimo – a tratti persino ironico – discorso fra Amin ed un vecchio eremita ebreo, divenuto tale in quanto lasciato ai margini appunto dalla storia cui egli si sente estraneo; Gerusalemme col suo orribile muro ne è lo sfondo: i due descrivono la tragedia della città santa citando, in un dialogo fatto con le parole della Scrittura, il profeta Isaia. Alla fine l’eremita è stupito:

– Mi fai rimanere a bocca aperta – riconosce. – Dove hai imparato questi versetti di Isaia?
– Ogni ebreo di Palestina è un po’ arabo e nessun arabo d’Israele può pretendere di non essere un po’ ebreo.
– Totalmente d’accordo con te. Ma, allora, perché così tanto odio fra consanguinei?
– Perché non abbiamo capito granché delle profezie né delle più elementari regole di vita.
Annuisce, triste.
– Allora, cosa possiamo fare? – chiede.
– Prima di tutto, restituire la libertà al buon Dio. Da troppo tempo è ostaggio della nostra bigotteria.

“Questo libro ci voleva”, mi ha detto una giovane lettrice. Ogni volta, infatti, che viene provocata una strage da un kamikaze, se ne cercano le ragioni in quelli che sono oramai diventati luoghi comuni: si scoprono personaggi poco religiosi, magari anche con una storia di devianza, che ad un certo punto si “radicalizzano”, e quindi si ha buon gioco a dire che la loro scelta sia stata dettata dal desiderio di essere una volta tanto visibili e protagonisti, oppure ci si trova di fronte a persone insospettabili, magari anche apparentemente ben integrate nel mondo occidentale, quando non occidentali tout court. E allora? Non funzionano più i valori della nostra società? Si cercano modelli di vita più appaganti a costo di qualsiasi sacrificio, anche di quello estremo?…
Questo libro non trova alcuna giustificazione all’opera dei kamikaze, ma prova ad andare oltre, per capire meglio questa realtà radicata nella storia del nostro tempo denunciandone le tragiche contraddizioni, e lo fa ancora con il dialogo fra Amin e l’eremita:

– È raro che qualcuno passi da queste parti negli ultimi tempi. Per via del Muro. Èdavvero tremendo, vero? Com’è possibile costruire simili orrori?
– Gli orrori non dipendono solo dalle infrastrutture.
– Giusto, ma in questo caso, francamente, potevano trovare di meglio. Un muro? Cosa significa? L’ebreo è nato libero come il vento, inafferrabile come il deserto di Giudea. Se ha dimenticato di delimitare i confini della sua patria al punto di rischiare che gliela confiscassero, significa che ha creduto a lungo che la Terra promessa fosse anzitutto quella in cui nessun muro impedisce al suo sguardo di arrivare più lontano del suo grido.
– E del grido degli altri, cosa se ne fa?
Il vecchio abbassa la testa.

Come dire: ogni estremismo nasce dal non ascoltare il grido degli altri. E ancora: a furia di costruire contro gli altri dei muri, questi finiscono per rinchiudere i costruttori stessi.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Il Sorcio di Georges Simenon

Sorcio

“La mia vera tentazione – leggiamo in un’intervista concessa da Simenon a “Médecine et hygiène” nel 1968 – era quella di finire clochard. Ho sempre avuto, in fondo, una specie di “vertigine del clochard”. Non sono lontano dal considerare la condizione del clochard come una sorta di ideale. È evidente che l’autentico clochard è un uomo più completo di noi.”
Il Sorcio, scritto nel febbraio del 1937, ci dimostra che Simenon già la pensava allo stesso modo trent’anni prima. Mette in scena un personaggio a suo modo geniale: Ugo Mosselbach, organista e professore di solfeggio che, in seguito a qualche scandalo ormai dimenticato, ha disertato la società borghese per rinascere, con il soprannome di “Sorcio”, nel mondo anarchico dei barboni che vivono alla giornata tra i lungosenna, i petits bistrots e le celle, tutto sommato molto accoglienti, dei commissariati dei vari arrondissements. Il Sorcio è un conoscitore incomparabile della vita parigina, osservata naturalmente dal suo particolare angolo visuale: sa a che ora la folla sciamerà fuori da un certo teatro, in quale caffè all’aperto si incontrano i turisti più generosi, qual è il momento più propizio per offrire i propri servigi a un autista o al portiere in uniforme di un locale. Il suo campo d’azione sono i quartieri della vita notturna più elegante: gli Champs-Élysées, la rue Royale con i suoi gioiellieri e il mitico ristorante Chez Maxim, il teatro dell’Opéra, place Vendôme. Il primo elemento di fascino del romanzo sta proprio nel contrasto tra la figuretta del protagonista, dignitosamente paludata in abiti cenciosi sempre troppo grandi, e lo splendore di questa Parigi sontuosa e gaudente. In fondo, con il suo ironico sogghigno, Mosselbach non è altro che l’eterno picaro, destinato con la sua sfrontata libertà a mettere in ridicolo l’esistenza convenzionale dei benestanti che lo guardano dall’alto in basso.
La tentazione della ricchezza, però, è irresistibile anche per lui, e irrompe nella sua routine in forma drammatica. Tra l’ambasciata d’Inghilterra e l’Eliseo – la sua zona è sempre quella –, il Sorcio una sera apre la portiera di una lussuosa automobile parcheggiata sotto la pioggia, per chiedere l’elemosina al guidatore. Nel giro di pochi secondi, capisce però che da quel signore in abito da sera non avrà nulla: poco prima qualcuno gli ha sparato ed è un corpo privo di vita quello che scivola a terra, davanti a lui, dal sedile dell’auto. Uomo “più completo di noi”, secondo Simenon, il clochard davanti alla morte ha un atteggiamento pragmatico, senza isterismi. Abbandona al suo destino il cadavere, per il quale tanto non c’è più nulla da fare, e intasca il portafoglio ben gonfio che è caduto dalle sue tasche insieme a una vecchia busta e alla fotografia di una donna. Da questi tre oggetti prende le mosse la vicenda del romanzo: perché il morto aveva con sé una somma così cospicua? Perché conservava la busta di una lettera indirizzata molti anni prima a un certo “Sir Archibald Landsburry”? Chi è la donna che figura nella fotografia?
Il Sorcio medita machiavelliche strategie per riuscire a impadronirsi di quei soldi piovuti dal cielo senza suscitare sospetti. Gli sembra un’idea brillante affidare il denaro alla polizia – omettendo naturalmente le circostanze del ritrovamento – per poterlo riscuotere un anno dopo, nel caso che nessuno lo reclami. Ma la vicenda si complica e l’arcigno ispettore Lognon sospetta – giustamente – che dietro l’improvvisa fortuna toccata al clochard, che è una sua vecchia conoscenza, ci sia qualcosa di poco chiaro. A complicare ulteriormente il tutto, l’elegante cadavere derubato dal Sorcio è scomparso nel nulla… Il barbone e l’ispettore portano avanti due indagini parallele, spiandosi reciprocamente, mentre poco per volta affiorano i contorni di una vicenda complicata che coinvolge le alte sfere della finanza internazionale.
Giustamente il risvolto di copertina definisce Il Sorcio “un Maigret senza Maigret” (Adelphi, trad. di Simona Mambrini, pp. 155, euro 18). In effetti, a cercar di sbrogliare la matassa dell’intreccio compaiono due antichi collaboratori di Maigret: il melanconico ispettore Lognon e Lucas, promosso commissario negli uffici del Quai des Orfèvres. Ma del loro patron non c’è traccia. Dove è finito? Il fatto è che Simenon l’ha mandato in pensione, nel romanzo Maigret del 1934. La Parigi post-Maigret del Sorcio è dunque la stessa nella quale si svolgono i racconti – redatti nel 1938 e pubblicati nel 1941 – di due recenti e bellissimi volumetti adelphiani: L’uomo nudo (2016) e La fioraia di Deauville (2017). Nell’Uomo nudo, come nella Fioraia di Deauville, Maigret è ricordato con affetto, e anche un po’ imitato, da un altro suo antico collaboratore, Torrence, che ha lasciato il Quai des Orfèvres per fondare una fortunata agenzia di polizia privata. Torrence però, benché come Maigret fumi la pipa e abbia un debole per la buona cucina, è ben lontano dalla perspicacia del suo modello. La vera mente dell’Agenzia O è un giovanotto dai capelli rossi, Émile, che agli occhi del pubblico è soltanto un umile impiegato, ma nasconde dietro apparenze modeste un genio investigativo eccezionale.
Con o senza Maigret, la Parigi di Simenon conserva comunque sempre la sua magia. Dopo l’acquazzone estivo sotto il quale è cominciata l’avventura del Sorcio, la città si sveglia come rinnovata:

Era una splendida mattina, con un sole ancora più sfavillante dopo la pioggia della notte. Si sentivano stridere le saracinesche di alcune vetrine e dai caffè arrivava un profumo di croissant caldi.

Anche lo sguardo del clochard, pur così preso dalla sua avventura, ne coglie l’incanto festoso:

Le otto meno dieci… Vedeva l’ora all’orologio della Tour Eiffel, illuminata nonostante non facesse ancora buio. Tra il fogliame degli alberi si acquattavano ombre bluastre. C’era gente ovunque: tantissime coppie di innamorati, famigliole con bambini tenuti per mano e i più piccoli in braccio.

Pubblicato a puntate sul quotidiano di destra “Le Jour” dal 7 marzo al 10 aprile del 1937, Il Sorcio era stato scritto in febbraio, a Porquerolles, l’isola provenzale dove Simenon amava condividere, a volte anche nei mesi invernali, la vita dei pescatori. Uscì in volume nel 1938, da Gallimard, e non ebbe un successo particolarmente clamoroso. Dieci anni dopo, però, il due maggio del 1948, André Gide scriveva a Simenon:

Sulla foto che pubblicherà “France Illustration”, sto leggendo (si distingue molto bene il titolo) Monsieur La Souris.

Il Sorcio aveva trovato almeno un estimatore d’immenso prestigio.

Tom Drury: la fine dei vandalismi, l’inizio della vita

Drury
Dopo quella, vincente, di Haruf, l’editore milanese NN manda in stampa il primo volume di una nuova trilogia: siamo a Grouse County, immaginaria contea del Midwest e La fine dei vandalismi (trad. Gianni Pannofino, pp. 392, € 19) è il diorama che rende conto dell’esistenza di decine di personaggi sparsi come grani di sale tra bar, chiese e case mobili, fattorie malandate, concessionari di camper e roulotte, orfanotrofi in collina e auto che percorrono le strade più lunghe e monotone che possiate immaginare. Lo spazio narrativo che serve a disperarti, perderti e, più tardi, a ritrovarti. Succede di tutto, lì, o forse dovremmo dire succede tutto lì: in quella contea di settecentosessantasette chilometri quadrati da qualche parte nell’Iowa (terra natale di Drury, classe 1956, ora di casa a Berlino) la vita scorre piana ma necessaria e, come nelle bocce di vetro, ogni abitante sa che prima o poi una mano scuoterà la neve della vita. Che a volte ricade come manna dal cielo, altre come cenere di dolore. Molte altre, come neve e basta.
C’è una vicenda principale che non ha la forza di essere l’unica. Lo sceriffo Dan Norman, uomo generalmente soddisfatto delle cose in cui crede, si innamora di Louise Montrose, fotografa stipendiata da Perry Kleeborg. Lei, prima, era sposata con Tiny Darling, ladro di piccole cose e vandalo per noia e indolenza. Ma poi ci sono altre copiose manciate di personaggi, vecchi, bambini, predicatrici e pompieri, allibratori e spogliarelliste. È un libro di false partenze e di punti esatti nei quali la traiettoria del destino adagia la vita: così da uno scatolone abbandonato nel parcheggio di un market può saltar fuori un neonato, come dal folto degli alberi, nel mezzo d’una battuta di caccia, spicca il volo un uccello di rara bellezza colpito, appena dopo, dal fucile frettoloso di un cacciatore inesperto. Tra Morrisville e Grafton – luoghi in cui “le dicerie possono durare a lungo oppure riproporsi ciclicamente, come le stagioni” – succedono cose strane, c’è gente che convince l’amico a farla finita con un negozio in rovina, chi si odia, chi s’abbraccia e si rifugia dentro a case in cui si sente il tepore e anche la nostalgia, sebbene in fondo “alla gente non piace pensare alla precarietà delle cose”. È una storia fatta d’eccezioni e di casi ma tanto piccoli da sbavare davvero di poco il corso monotono dei giorni; quando invece sono più grandi è il tono stesso di Drury a ridurli pietosamente nel flusso continuo delle coscienze. E non è che non lascino ferite: gli strappi ci sono, il sangue scende (e le lacrime pure) ma con sconvolgente naturalezza e semplicità. A volte a Grouse County si nasce senza amore (e si sopravvive) e altre si cerca di uscire nel mondo colmi d’affetto senza riuscirci. Quando accade, il libro diventa di una bellezza straziante e fa l’effetto di un telefono che suona “in quella maniera neutra di quando, alla fine, nessuno risponderà”. E invece il lieve ma incessante pungolo della vita, alla fine, risponde.

Recensione pubblicata in origine su Avvenire, l’11 luglio 2017.

Dio denaro, quanto ci distruggi!

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Sono trascorsi più di centosettant’anni da quando Karl Marx ha lanciato la prima ingiuria contro il Dio denaro; lo faceva nel 1844, tra le pagine dei Manoscritti economico-filosofici, laddove l’autore del Capitale già tinteggiava la paurosa bestialità di un tessuto sociale tenuto assieme dall’avida sete e dalla bramosia dell’accumulo. “La proprietà privata ci ha resi così ottusi e unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo ]…], quando è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo”. L’artista spagnolo Marcos Guardiola Martín riprende il verbo marxista e lo colloca in un suo universo di immagini bluastre e carminie in cui l’uomo asservito al capitale procede prima crudele e stolido e poi vacuo e insulto come in un libro dei morti senza’anima.

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Dio denaro è un volume a leporello (piegato, cioè, a fisarmonica) pubblicato da Gallucci; riporta alcune brevi ma incisive sentenze di Marx (nella traduzione di Norberto Bobbio, con introduzione di Luciano Canfora). Marcos Guardiola Martín, che firma le tavole con lo pseudonimo di Maguma, illustra il pensiero di Marx attraverso un impasto di tratti e di stili che fanno capo all’arte espressionista e al linguaggio della pubblicità, con personaggi tolti alla tradizione indiana e inseriti in contesti che strizzano l’occhio al Genesi e, in particolare, all’episodio fondante della Caduta dell’uomo e al Rousseau dell’Origine della disuguaglianza quando scrive: «Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno siete perduti!”». Così, la prima immagine che Maguma sciorina sulla pagina è proprio quella di un uomo che ha cintato un albero (della conoscenza) colmo di frutti dorati; pomi, evidentemente, immangiabili e non digeribili se, appena oltre, quello stesso uomo appare gonfio di denari nella bocca, nelle orecchie e nel corpo intero. “Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali”, scriveva Marx, “è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi”. La vita si fonda sul soldo, i sensi si appagano nel possesso, il corpo diventa contenitore da riempire di cose provenienti dall’esterno, poiché di dentro non c’è più nulla. Pertanto l’uomo-capitalista, che ha ormai in testa ciminiere a guisa di corna, è diventato un demonio, un satanasso ingrassato e ben vestito, il cui muso ha preso le sembianze del porco. Il denaro si accumula, unico “vincolo che mi unisce alla vita umana”, e diventa mondo, finché i corpi, anonima carne trita del possesso, prendono peso, nella vita, solo se gravati sulla schiena, come salvadanai, dall’onere e dalla schiavitù dell’avere, senza essere.

Il libro, completamente disteso davanti a noi, è lungo poco più di un metro e mezzo. Se ce lo mettiamo di fianco possiamo misurare la nostra statura. La nostra piccola statura di uomini schiavi del denaro.

Eclissi di Ezio Sinigaglia

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di Ippolita Luzzo

Abbiamo tutti una nostra Recherche

Ezio Sinigaglia inizia per me dalla lettera scritta sulla copertina del libro Eclissi (Nutrimenti), dalla storia del suo primo romanzo Il pantarèi, edito trenta anni fa e da Giuseppe in possesso di una copia.
“Smarrito nella distrazione editoriale Il pantarèi di Ezio Sinigaglia è recuperato, in quattro puntate, qui, nelle sue pagine che ruotano attorno alla Recherche.” così Giuseppe Girimonti Greco scrive su FN qualche anno fa.
Conosco così Daniele Stern, “poligrafo senza occupazione”, egli viene incaricato, da una casa editrice con la quale saltuariamente collabora, di scrivere – in quaranta pagine e in cinque giorni – una storia del romanzo del Novecento, che entrerà a far parte del settimo e ultimo volume di una Enciclopedia della Donna, di impianto – per il resto – molto tradizionale”
Leggo il libro di Sinigaglia con le mie scarse competenze letterarie, cerco di possedere il senso della cantata interiore, la musicalità sentita in questo pomeriggio di giugno con Eclissi.
“Poggio Martino 15 giugno
Caro G, qui fulmini e saette. Ogni giorno. Mai visto un giugno simile. Corrente che salta di continuo. Quindi lavoro sul Pc senza corrente, e consumo batteria. Risultato scrivo a mano, poi ricopierò, sempre che Zeus non mi impedisca prima. Dunque, sono quasi alla fine. Manca solo … sarà il 20 marzo dell’anno prossimo.”
La lettera di Ezio Sinigaglia sta qui con me fra le tante lettere al mondo che ognuno di noi ha scritto.
Nel destino che ciascuno ha anche i libri hanno una stella, la stella guida. Eclissi è un libro di stelle. Leggendolo ecco nella mia testa Cassiopea, la chioma di Berenice, il mito, e il film  Serendipity, un film sul destino.
Nel cielo moltissime stelle.
Potrei viaggiare nel tempo per milioni di anni. Rapita dalla musica dell’universo cantato con le parole sonore di Ezio Sinigaglia ringrazio in cuor mio il destino o le stelle che permettono una notte straordinariamente luminosa nel mare magnum della letteratura.
Trovare la Stella Polare, decifrare quel momento di una domanda, di una quaestio, quel desiderio in mancanza di stella, dalla etimologia della parola, quell’attesa, quello svelamento.
Eclissi, viaggiare sul carro, dalla ruota posteriore destra, pochi centimetri più a est e proseguire per un tratto che è di circa cinque volte la loro distanza. Ed ecco la Stella Polare. La vedi, Eu?
Nella nostra Recherche quotidiana la stella si chiama scrittura.
Ezio Sinigaglia costruisce un racconto corale fra terra, cielo e uomini nella natura del tempo incrociato scrivendo una lettera al mondo.

Francesca Tini Brunozzi: Una poesia performativa. Come una lotta col lettore

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di Franco Acquaviva

Nell’affrontare Il grado zero della buona educazione. Poesie per spaccare (Melville editore, prefazione di Elisabetta Perfumo) di Francesca Tini Brunozzi edito da Melville, la prima impressione è quella di essere investiti da un flusso, un flusso di versi continuo, mormorante, quasi giaculatorio, a volte ipnotico.
Composizioni lunghe che si distendono su due o su tre pagine, a settenari, ottonari, endecasillabi o anche a versi più brevi o più lunghi che pare obbediscano al bisogno come di far metrica con parole quotidiane, con espressioni anche gergali, riflesso magmatico, densamente ritmico, di una quotidianità spesa tra lavoro, politica, amicizia, amore, pronunciate in una sorta di limbo dove veglia e sonno si confondono e dove sembra essenziale esprimere il dire ritmico purchessia, come un riflesso di coscienza vitale, un ECG permanente della parola, che nella pagina manifesti il suo disegno per picchi e valli a registrare il battito e la concatenazione degli impulsi verbali in versi.
Un voler dire che porta le stimmate dell’urgenza, come si attestasse sul limite di un’afasia che minaccia l’orizzonte del dicibile, e che si prova a esorcizzare con una proliferazione di senso, che trova agganci, occasioni, in un vissuto che passa a lampi, fotografato, sezionato, interrogato, concatenato a flusso di coscienza: se ne è investiti come da una corrente, sia nel senso di un continuo scorrere, sia nel senso di qualcosa che è portatore di elettricità, di eccitazione fisica.
Una poesia che pare cavalcare la veglia come fosse un lungo sonno, un sentiero notturno dove ogni tanto tocca “fare un salto/ un salto quantico/ non al bar o in libreria/ ma all’incrocio delle circostanze/ Come succede con le maestà/ o con le fontane sui sentieri/ per i fedeli o per i guerrieri/ Un sollievo lungo il cammino”; nel quale mettere a punto alcune questioni, fare grado zero nel rimettere al centro qualcosa che è sfuggito fino a quel momento “Fermare la mia mente/ che sempre mi ha mentita/ e aprire cuore e mente/ Lasciarmi attraversare”. Un bisogno di canto che come un vento può prender dentro tutto: contenuti della vita quotidiana, pensieri, cazzeggi, brividi, tormenti, stupori, incazzature, languori, gioie, ma anche riflessioni, ragionamenti, pensiero, domande alte. Su tutto sembra dominare proprio la voglia fisica del canto dispiegato: ecco così a volte il verso lungo, che è come un cantarsela, una ninna nanna, o uno squarciagola, a seconda; un piacere fisico del dire per dire, che è gioco di libere assonanze tra suono e senso. Sembra quasi di star dentro a una jam session jazz, quando il sassofonista prende a improvvisare su un elemento e non termina finché non ci ha scavato dentro fino in fondo. E come il sassofonista che a volte compie passaggi ardui per chi ascolta, in certi momenti appare arduo seguire un filo che non sia il libero arbitrio del voler volare a tutti i costi, quell’emettere note su note per dispiegamento di pura energia vitale, e dunque in certi momenti sentire nella lettura quasi il bisogno di fermarsi a respirare. Par di capire che tutto questo sia voluto; che la posta che l’autrice mette in gioco con il lettore sia volutamente alta: gli si chiede attenzione massima, continua, senza flessioni, come in un potlach, di cui si può apprezzare la continua tensione al superamento di sé nel dono all’altro, la pedagogia, l’etica implicita: come se questa cornice antropologica attribuisse un senso forte all’atto del poetare, un senso di necessità.
Ma allo stesso tempo emerge anche un altro aspetto di questo braccio di ferro tra generosità: quello che nel linguaggio performativo del teatro o della danza mette in evidenza il patto implicito tra esecutore e spettatore, quando chi sia in grado di compiere in scena un atto radicale e totale non può evitare di lanciare una sfida allo spettatore, costringendolo quasi a una lotta corpo a corpo, come accade in certi spettacoli dove i danzatori danzano fino allo sfinimento; così è come se l’autrice qui chiedesse al lettore di rispondere allo stesso livello, di andare avanti con lei fino allo sfinimento: poeta che sembra farsi performer per ingaggiare questa lotta con il lettore (lettore che lotta, lettore lottatore, come l’autore, come l’attore). Nel leggere poi la nota posta al termine del libro, dove si evincono le condizioni nelle quali il testo si è formato, e cioè scrittura notturna, mese ininterrotto di lavoro, utilizzo dell’I-Phone come supporto di scrittura, si trova una conferma implicita a questa lettura “performativa”.
Se nella nota vengono rivelate come stringenti alcune condizioni relative alla scrittura, al periodo di composizione, all’ora della stessa, al supporto utilizzato, questo fa sì che esse appaiano molto simili alle coordinate spazio-temporali altrettanto stringenti di una performance; dove la scrittura in quelle condizioni si fa opera essa stessa, oltre a produrre l’opera: così siamo in presenza di varie costrizioni iniziali, di un’impresa da compiere; dell’opera che ne scaturisce e che leggiamo.
Ma l’opera è stata anche l’azione performativa di scrivere in quelle specifiche condizioni? E dunque se il libro è l’opera, opera è anche l’atto fisico extra-ordinario di scrittura del libro? E questa performatività del libro, potrebbe riversarsi nell’oralità di ritorno, nella restituzione ad alta voce del poeta e dunque farsi, per chiudere il ciclo, performance tout court, veglia di gruppo, atletismo dell’attenzione e della voce? Oppure l’opera non potrà che rimanere oggetto privilegiato di una ritualità segreta, di un’impresa già compiuta, che il poeta ha intessuto con sé stesso “in quella prodigiosa cova/ dei versi che rintanata al buio a me dico?”.

L’editore strafatto di carta stampata di Paul Fournel

Fournel

Se fossi un editore terrei La novità di Paul Fournel (trad. di Federica Di Lella, Voland, pp. 143, euro 15) come una piccola bibbia: magari transitoria ma utilissima nel frangente in cui versa l’attuale mondo del libro, forse al tramonto eppur febbrile nel contrarre i tempi cambiando i titoli sfornati al mattino in merce che la sera è già guasta.

Siamo a Parigi, negli uffici di Robert Dubois. La sua casa editrice naviga da tempo in acque eccessivamente tranquille; nessun guizzo, nessuna sorpresa: testi buoni ma prevedibili, autori scipiti nelle loro abitudini. Di nuovo accade che un giorno una stagista – occhi scuri, jeans laceri, esperta in gestione d’impresa nei beni culturali – porge a Dubois un e-reader. Dentro ci sono i manoscritti che l’editore dovrà leggere nel weekend. Lui non sa giudicare l’aggeggio come non riesce a decifrare l’inedita bellezza della fanciulla, Valentie Tijean (“un tempo ero in grado di riconoscere qualsiasi ragazza solo guardandole i polpacci nei corridoi”). Ma un passo via l’altro le cose cambiano: dalla lettura carnosa alla quale era avvezzo, l’uomo compie timidi e divertiti passi verso l’apparecchio, nero, freddo, liscio, vetroso, – ostile? –, leggero. Penetrato il regno “dell’ingualcibile”, Dubois non ne diventa però un adepto. Mai. Piuttosto pone la propria sottile vena ironica al servizio d’una banda di ragazzi – Valentine capintesta – incaricati, ciecamente e con saggia imprudenza, di partorire un nuovo marchio d’editoria digitale. Au coin du bois è il nome, essere “editori digitali d’assalto” il progetto dal quale l’uomo, tra sirandanes e calembour, spera di veder spuntare “dei fiori blu”.

Segretario e presidente dell’Oulipo, Fournel non poteva non strizzare l’occhio a Queneau e a tutto il grado secondo della letteratura in questo romanzo-memoire d’un editore strafatto di carta stampata. Movendo dalla noia profonda della chiarezza e con un’intelligenza un po’ cafard, Fournel gioca col mondo dell’editoria che si tuffa nel nuovo polverizzando l’arte per renderla edibile a chi ha guasti di deglutizione culturale. Dubois sa che di libri importanti non se ne fanno più e che, quindi, ci si può dedicare alla grazia della superficialità (ma con stile); perciò si rende ostaggio del potenziale, anche oulipiano e serissimamente giocoso, offerto dalla tecnologia. La Novità è un inno alle virtù nascoste nei giovani e, pure, il canto del cigno di chi denuncia, con divertita verve, l’assurdo dell’editoria (dalle ricerche di mercato che consumano tre volte il costo di un libro alle riunioni coi promotori, “primo anello della catena di malintesi”) e insieme offre consigli universali a chi sul quel mondo s’affaccia “L’editoria non è mai veramente in crisi, è la crisi”: così, in un certo senso, pendiamo dalle labbra di questo sagace uomo esausto e raffinato, intento spesso a condire i propri eccessi d’intelligenza nel cibo e nel buon vino; perché, come diceva Cioran, “quando non si crede più a niente, i sensi diventano religione. E lo stomaco finalità”.

Eppure speriamo ancora che i libri del futuro non siano solo il frutto della raffinatezza del banale.