La Resistenza valsesiana a fumetti

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Non è certo la prima volta che ci si trova a leggere la storia attraverso le geometrie più o meno regolari e piane del disegno a fumetti – vengono intanto alla mente La storia d’Italia o La storia del mondo a fumetti di Enzo Biagi, illustrate da un corteo splendido di matite elette, da Carlo Ambrosini a Raffaele Vianello, da Dino Battaglia a Milo Manara, solo per dirne alcune. E neppure è la prima volta che la storia disegnata si accinge a narrare le vicende della Resistenza: di un paio di anni fa è il bell’esperimento di Tavole di Resistenza. Fumetti e scritti sulla Lotta di Liberazione uscito da Tunué per la cura di Sergio Badino, che lì raccoglieva brevi storie intorno alla guerra di Liberazione, vergate dai suoi allievi durante un corso di sceneggiatura all’Accademia linguistica di Belle Arti di Genova; ma sull’argomento c’è anche un fondamentale saggio di Pier Luigi Gasba e di Luciano Niccolai uscito nel 2009 per Settegiorni editore, Per la libertà. La Resistenza nel fumetto. E tuttavia è sempre suggestivo, e luminosamente istruttivo (alla memoria sale almeno ancora Un cuore garibaldino di Hugo Pratt), immergersi nella storia resistenziale attraverso il filtro del disegno e delle vignette; lo si fa ora con un nuovo volume di grande formato, la Storia della Resistenza in Valsesia a fumetti, con disegni di Giorgio Perrone e testi di Luca Perrone, pubblicato dall’Istituto per la storia della Resistenza nel Biellese, Vercellese e in Valsesia “Cino Moscatelli” (pp. 59, euro 25).

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Il volume si compone di quarantasei tavole per un totale di più di duecentotrenta scene: le prime riassumono i tre anni di conflitto che precedono l’inizio del movimento resistenziale, tra le quali scorgiamo un cupo dittatore che annuncia l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania, un Duce le cui parole risuonano nelle piazze dei principali centri della Valsesia; di lì vengono dietro alcuni quadri suggestivi che narrano di paesi vicini e lontani, quelli dove viene portata la guerra, quelli in cui finiscono a combattere centinaia di soldati italiani: la Francia, l’Africa, l’Albania, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia. Le caselle che narrano gli eventi dal venticinque luglio all’otto settembre alternano episodi della vulgata (lo sbarco in Sicilia o la seduta del Gran Consiglio che depone il Duce) a altri propriamente calati nella realtà della Valsesia (il discorso di Cino Moscatelli, leggendario comandante garibaldino, a Borgosesia, all’indomani della destituzione di Mussolini, o gli scioperi nelle fabbriche della valle). Di lì in avanti i riquadri raccontano la Resistenza tra i monti, non solo mettendo il segno sui grandi nomi dei capi brigata, dei commissari politici, dei comandanti, da Moscatelli a Mario Vinzio, da Francesco Moranino a Pietro Rastelli, ma soprattutto costruendo delle scene corali o dei fitti pannelli dove a fare la parte grossa sono i Partigiani, quelli senza nome, che agiscono collettivamente, il cui pensiero è marcato, all’interno delle vignette, dal ricorso al dialetto (del quale si dà la traduzione in appendice al testo). Vengono così rimontati i principali eventi dell’epopea resistenziale valsesiana, dall’arrivo del sanguinario 63° Battaglione della Legione Tagliamento alla liberazione di Varallo, di Borgosesia e poi, oltre la valle, di Biella, di Novara, di Vercelli, dedicando l’ultima tavola all’ingresso e alla sfilata dei camion ribelli a Milano, e al comizio di Cino Moscatelli ai piedi del Duomo dinnanzi a una folla straordinaria.

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Il lavoro degli autori, intenso per l’esattezza dei particolari, e immediato anche per il pregio artigianale dei tratti del disegno, è, come sottolineato dal direttore dell’Istituto Storico della Resistenza Enrico Pagano nella Presentazione del volume, “frutto di ampie e approfondite consultazioni dei materiali editi – si segnala di passaggio che alcune vignette, contrassegnate da appositi numeri, ricalcano manifesti, disegni o fotografie storiche – e della raccolta di numerose memorie di protagonisti diretti”; testimonianze che, tra l’altro, hanno reso necessario e doveroso il compito di rappresentare nei riquadri anche alcuni episodi scomodi dell’esperienza resistenziale, quelli che Luca Perrone definisce ‘i giorni dell’ira’, i gesti – a volte anche tremendi – di vendetta contro i nemici sconfitti.

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Dalla Valsesia, dunque, alla piazza del capoluogo lombardo, a significare, come è detto bene nell’Introduzione, la presenza e l’impeto delle periferie del Paese che, attraverso l’avventura della Resistenza, forse mai come allora “si sono rese protagoniste della propria storia” e hanno saputo portare al centro la lezione imparata ai margini, quella lezione così ottimamente sintetizzata nella formula che Cino Moscatelli e Pietro Secchia trovarono, ormai cinquatacinque anni fa,  per il titolo della loro opera, Il Monte Rosa è sceso a Milano.

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Pietro Grossi: la lotta silenziosa di un padre e di un figlio

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La lotta silenziosa di un padre e di un figlio

di Elisa Ruotolo

Viene da lontano e promette di non aver fine la guerra tra padri e figli”, scrive Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo. E anche l’ultimo romanzo di Pietro Grossi (Il passaggio, Feltrinelli, pp. 160, euro 15), sembra venire da lontano forse perché racconta con mezzi nuovi una storia antica, eterna, che non smetterà mai di tormentarci. Sin dalle prime pagine veniamo introdotti in un campo di battaglia in cui la quiete è solo apparente, e il silenzio attende l’occasione giusta per andare in frantumi. Essa arriva sotto forma d’una telefonata che sembra riagganciare il passato: il binario morto ritrova improvvisamente vita nella corsa di un treno imprevisto. Che fa rumore. Fa trambusto. E disorienta. Dall’altra parte del telefono e forse della vita c’è un padre che chiede aiuto e minimizza una distanza consolidata (che non è fatta solo di chilometri: nei romanzi di Grossi ci sono sempre significati ulteriori, sarebbe un errore fermarsi all’evidenza). Un padre insolito, ramingo, direi quasi randagio per quel senso di libertà morale che lo accompagna (un tempo si è arrogato il diritto di mostrare tutta la sua sfiducia riguardo la procreazione), per l’incuria con cui contamina ogni vita che gli si accosti. Carlo, suo figlio, si è sottratto a questo contagio e il suo distacco sarà duro da scalfire: solo il mare riuscirà a sedurlo ancora. Perché se c’è un protagonista, ora silente ora urlante, è proprio lui: il mare. Che resta sullo sfondo finché non si sveglia quasi a dimostrare la nostra piccolezza. Il nostro essere niente, se non siamo capaci di ricucire gli strappi e di crescere. Il passaggio è una storia che ci assomiglia e ci riguarda, perché racconta come siamo realmente: nudi e soli con tutte le nostre mancanze irrisolte, tutti i nostri testardi abbandoni di cuore. Ma non si ferma a questo, ed è la sua grandezza. È una storia di rinascita, di ricongiungimenti e di comprensione: un ritrovarsi nonostante tutto il tempo che si era frapposto, esso sì come un mare, finalmente transitabile. Una guerra che promette di non avere fine, forse, ma che sa trovare la sua tregua. La sua grazia. Basta saperla raccontare.

Il volo salvifico di Sarah Manguso

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L’uomo muore sul colpo, travolto da un treno della Metro-North che entra alla stazione di Riverdale. I passeggeri, trasferiti su un secondo treno, riprendono il corso delle loro esistenze venti minuti più tardi. Un terzo di ora di interferenza umana contro dieci ore di buio nella vita di un uomo. Colui che offre in pasto il proprio corpo ai binari è Harris F. Wulfson, è il 23 luglio del 2008, sono quasi le 11 di sera. Nel pomeriggio, forse, ha vissuto uno dei suoi episodi psicotici. Ne ha passati tre nell’ultimo periodo, tutto sommato una frazione minima della sua recente esistenza. “Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto”.

Affermazione tragica se pronunciata dall’animale sociale per eccellenza. La donna che la scrive è Sarah Manguso, autrice di The Guardians (in Italia per NN, nella traduzione di Gioia Guerzoni, col titolo Il salto. Elegia per un amico, pp. 100, euro 16). Il memoir della Manguso per l’amico Harris è un libro sull’intraducibile dolore di chi si toglie la vita e un esempio di quanto sia arduo, forse impossibile, fare un resoconto della realtà, quando da essa si prende l’abbrivio per narrare e per capire la mente umana. Scrivere il Vero è questione di responsabilità. E Sarah non è una giornalista ma un’amica i cui sentimenti intonano una malinconica – a tratti beata – elegia che, come scrive Guerzoni nella Nota del traduttore, non commuove ma scuote. Dalla paura di fare domande ai genitori della vittima, di incontrare la sua ultima amante o i medici o il macchinista che, suo malgrado, gli ha schiacciato via la vita, nasce questa breve ricerca del tempo perduto di Harris F. Wulfson, morto a 34 anni sotto a un treno. Dallo sforzo di dimenticare per reazione istintiva, Sarah ricostruisce il ‘salto’ dell’amico chiosando ogni meditazione col sigillo del proprio dolore. Quello della vittima, in un certo senso, si eclissa: “il problema di morire da soli è che non lo vediamo accadere, e le cose che succedono senza di noi ci sembrano meno reali, incomplete, forse quasi impossibili”. Il salto di dieci ore è un vortice che risucchia, è lo iato tra il dolore di Harris e quello di Sarah. Il loro è un attaccamento di vecchia data. Dopo il college avevano affittato un loft a Manhattan, ci abitava un sacco di gente, inquilini che andavano e venivano, vite che si incrociavano. Avventure da raccontare, passeggiate, qualche bacio da ubriachi. Ma poi l’amicizia aveva posto i sacri riguardi e l’abbraccio di Sarah e Harris era diventato fraterno: “Quella notte mi stesi vicino a Harris e lui mi abbracciò. Contai fino a cinque e poi andai sul divano, e quella notte diventammo fratello e sorella”. Lui chiama lei quando si sente perduto, lei cerca Harris anche più tardi, a studi ultimati. Harris è la sua persona, sempre, anche quando a New York si scatena l’infermo dell’11 settembre e in quei giorni surreali “era facile trovare qualcuno con cui andare a letto, drogarsi o lasciare la città”.

Poi le loro vite si separano. Lei parte per l’Italia. Lui muore suicida perché scappa dall’ospedale in cui è ricoverato. Soffriva di acatisia, formiche alle dita, impossibilità di stare fermi e seduti. Effetto collaterale di alcuni farmaci neurolettici. Sarah torna da Roma e scopre che la propria intimità con Harris è minacciata, si sente triste, capisce che l’illusione che le morti altrui possano esaurire le nostre personali dosi di tragedia è, appunto, una chimera. La morte di un amico suicida non è una storia o, se lo è, “è difficile ricordare la storia della confusione di qualcun altro”. Colto da un demone, Harris salta. Salta per allontanarsi da quel luogo dove nessuno viene a aiutarti. Salta nel vuoto per guadagnare una pienezza incoglibile dalle parole. Sarah sa di non poterlo fare, sa che il proprio memoir è la traduzione in parole di un dolore intraducibile. Le parole mancano ancora di precisione, sono insufficienti, perché vogliono distinguere la nostra paura dalla paura di chi si toglie la vita. Le parole osservano da fuori, presuntuose, inutilmente astratte: solo per questo crediamo di essere diversi dalle persone che soffrono di psicosi. E così avviene il salto, quello di Sarah questa volta: un volo salvifico, perché la paura di essere quello che sono loro, la paura di vedere quello che vedono e sentono, ci porta a credere di essere di essere di versi , “e quindi è così”.

Anche Sarah ha tentato il suicidio ma ha saputo essere diversa. E così è stato. Ma ciò non ha ampliato la distanza tra lei e Harris, perché, anzi, la loro corrispondenza d’amorosi sensi s’è fatta più intensa. Sebbene Sarah ora sappia di che cosa si deve sentire colpevole, intuisce pure la bellezza della fine: “cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita”, e sa anche che le parole, pellegrine nelle regioni del dolore, allorché tornano mostrano quanto abbiamo maneggiato con devota cura la sofferenza. Solo così, finalmente, le parole possono gettare una corda sull’abisso delle dieci ore, solo così possono dire che “Harris è un luccichio, un insieme nullo. Riflette il mio dolore, ed è così luminoso che non vedo un granché alle sue spalle, ma dietro la luce c’è una forma umana. Lo fisso, poi distolgo lo sguardo. Sono stata davvero fortunata”.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità, in una versione leggermente ridotta, il 18 aprile 2017.

Falls e l’universo-esca di Allan Gurganus

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In North Carolina pulsa, con la forza che solo i luoghi immaginari hanno, la cittadina di Falls, “più chiese che concessionarie d’auto” per 6803 anime d’incrollabili ottimisti. Lì la gente è irresistibilmente felice e ignara che quel nome copiato alle Niagara Falls avrebbe, prima o poi, vendicato il fatto di “aver rubato loro il frastuono”. Ma la tragedia non manda indizi e a Falls non ci sono indovini; a cose fatte si dirà che lungo il fiume Lithium, una sera che andarono a fuoco gli ex magazzini di tabacco del contado, si respirava “un lusso che può venire solo dalla fine di qualcosa”. Ed è così. Il ritorno a Falls di Allan Gurganus – L’esca (trad. di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Playground, pp. 237, euro 17) chiude la trilogia di Local Souls – racconta, sull’ampio raggio di una vita, l’esistenza di Bill Mabry, il prima e il dopo la Catastrofe che a due terzi di libro si abbatte sui Caduti (tale è il nome, ironico, dei cittadini di Falls).

L’a.C., il prima è una storia d’ascesa sociale: William Rooney Mabry, per gli amici Red, grazie a un lascito del cittadino Paxton approda a Falls, acquista una casa sulla Riverside e dipinge porte e finestre di un vistoso rosso pomodoro; che la dice lunga sulla gioia urbana della famiglia Mabry in stile “vincita alla lotteria” e sull’etopea di quell’imbarazzante Red, dalla fiducia ingenua e campagnola, che cerca di farsi a immagine e somiglianza di Falls, cambia congregazione religiosa innamorandosi della vetrata della Prima Presbiteriana perché “se Dio fosse una caramella, è proprio quello l’aspetto che avrebbe”. L’approdo in città è, per Red, la ricompensa ai guasti di salute suoi e del figlio Bill: soffrono di cuore, hanno l’ipercolesterolemia, ma su di loro veglia un nume tutelare, il medico condotto Marion Roper, Doc, un essere sui generis sfiorante la perfezione: “aveva frequentato il liceo di Falls secoli prima di me – parla Bill –, eppure la nostra classe ancora ondeggiava sull’acqua mossa dalla sua scia”. In questa Falls dorata, Roper cura la famiglia Mabry, la “strana e mortale avidità” dei loro corpi, trasformando Bill in un paziente dipendente, quasi innamorato di Doc, nonostante il felice matrimonio con Janet Beckham.

Ma poi arriva la Catastrofe, il dopo, il d.C.: è un uragano che gonfia il Lithium, quel loro “fiume simbolico che si era scatenato all’improvviso credendosi il Mississippi”. Case e certezze sono spazzate giù, ché non esiste luogo senza pericolo su questa terra. Eppure la decadenza era già iniziata quando Doc, in pensione, aveva preso a intagliare esche, anatre spose, germani reali tanto simili al vero da superarlo. “Ma le anatre? Le anatre di legno? Invece di vite umane da salvare? A me e a Janet era sembrata una regressione”. Nelle esche di Roper e nel nom de plume, Marion, che utilizza per segnarle, non c’è traccia della laurea a Yale. La Fase 2 di Doc sbigottisce, fa paura, tanto più se piazzata in un universo di promozioni sociali.

E però è un universo-esca, accecante, colorato. “Poiché ogni creatura vivente è naturalmente attratta dalla sua copia in bello, le esche dovevano essere più belle del vero”. Falls fu un’esca per Red; Doc è l’esca di Bill e le esche stesse, quelle di legno, diventano per Roper la più penosa seduzione. E se Red avrà una tomba in cui dormire in pace coi propri sogni, la stessa sorte non spetterà a Bill e a Doc. Il primo, cittadino insoddisfatto dei partiti paterni e disperatamente ossessionato dalle cure del dottore, non sopporta la ‘decadenza’ di Roper, l’assurdo amore per le anatre di legno, per quell’arte sterile, tutta intesa a scolpire perfino l’ultima goccia d’acqua sul finto piumaggio. Il Roper artista spicca infine come esca, come “bella copia di qualcosa che probabilmente in origine era molto meglio”. Così l’uragano risolve in meglio, paradossalmente, la Fase 2 di molti Caduti. Il dolore fa decadere le false lusinghe: i sopravvissuti ridono, s’ubriacano, fanno banchetti da paese della cuccagna (“la gente fu entusiasta di veder utilizzare i propri beni deperibili […] Bistecche di tonno. Petti di fagiano, capesante bianche e tenere come il culetto di un neonato, pesci delfino catturati da pescherecci noleggiati a centinaia di miglia da lì”). La vita dopo la Catastrofe profuma di brodi miracolosi, di abdicazioni ai grevi desideri degli avi; Bill prova il ‘sollievo’ di perdere tutto, di non sentirsi più obbligato a essere la bella copia di qualcosa, la esca di se stesso. È li che inizia la Fase 3? Esiste un futuro dopo la Catastrofe? Potremo ancora essere qualcuno se spogliati delle convenzioni, sapremo attraccare la coscienza su quella riva in cui non ci sono esche?

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Il brillante e giovane Roper scelse di rimanere a Falls perché “era il modo migliore di stare solo. Qui era un ‘doc’ ancor prima di iscriversi a Medicina, già un dato di fatto. Così poteva lasciare a noi la sua controfigura più attraente”. Ecco. Si vive bene fintantoché sei solo, senza l’ingenuo desiderio “di trovare un compagno degno di te”. Se invece abbocchi all’amo, l’esca ti trascina: Doc, richiamato ormai dalle sue anatre di legno sparse via dall’uragano, fruga lungo il fiume, come un derelitto, tra i cumuli di foglie ammassate. E anche Bill, dopo un ubriacante e momentaneo oblio di Roper, torna a cercarlo. La vita è un richiamo, è una seduzione. Sempre.

E se anche la morte fosse solo un’esca?

La Stanza profonda di Vanni Santoni

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di Ippolita Luzzo

Giunto in libreria il 20 marzo, il libro di Vanni Santoni è candidato al Premio Strega a pochi giorni dal suo primo vagito. Mi piace pensarlo come un bimbo nato con la camicia.

Negli scaffali del mio cartonato, sede del regno ospite della Libreria Tavella, già sta in triplice copia e il giorno 20 Marzo, in perfetta sincronia con la sua nascita, scrivo con l’urgenza della lettura che ci affascina al primo sorso.

“Nella cantina buia dove noi”,  la versione di Vanni sulla cantina dei giochi da tavolo e di ruolo.

“Che gioco è, chiede ancora Elia.

Eh, è un gioco di ruolo, dici.

Anch’io li faccio.

Veramente? Dici, e guardi il Bollo.

Ma che, gli dai retta?

Invece è vero! Ho anche Final Fantasy XV!

Ah, intendi al computer…

Alla console.

Vabbe’, è uguale…

Perché, voi come giocavate?

Noi? Con dadi e mappe.

E schede, dice il Bollo, e manuali.

Manuali?

Per le regole, per gli incantesimi…”

“Da quella stanza immaginaria e dalle sue porte era già cominciata una partenogenesi vertiginosa di possibilità, direzioni, eventi, mondi.”

Sulla Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, Vanni Santoni aveva già messo tempo fa, in un suo articolo,  la mappa  dei luoghi immaginari e creato un mondo letterario dove mancava però il regno della Litweb, scrissi io scherzosa, reputando degno anche il mio regno immaginifico al pari dell’Isola del tesoro.

Ora nella Stanza profonda ritrovo le mappe delle tante letture insieme ai giochi da tavolo, al fantasy, e saltello giuliva fra l’erbetta come la vispa Teresa fra questi giochi che ricordo a malapena, non avendo mai giocato.

” Giri per il mondo, hai la mappa del mondo. Entri in una città, un quadratino nero sulla mappa del mondo, ed ecco da lì aprirsi una mappa della città. Fai uno scontro in una taverna, e subito si disegna la mappa di quello stanzone, tavoli e sedie e banco, per permettere posizionamenti e spostamenti tattici. Qualunque quadratino bianco, qualunque dungeon, è sempre pronto a dipanarsi in dedalo, in formicaio di mostri e trappole, cunicoli oscuri e sale mirabolanti.”

Ritorno indietro, leggo e rileggo felice La Stanza Profonda conoscendo ora tutti i giochi che Vanni presenta insieme a quel mondo, al loro significato, al tempo che se ne è andato.

“C’era anche il fatto che un piccolo paese italiano, nei primi anni ottanta, era ancora feroce: aveva le rapine e l’eroina e gli incidenti in motorino, tutti senza casco, tutti in coma, e i lavori erano veri, tutti di merda” 

I giochi “In un simile contesto, il gioco di ruolo sarebbe poi giunto come il salto di paradigma definitivo: fatteli da solo, gli immaginari; fatteli come vuoi, fatteli con chi vuoi, fattene infiniti.”

E leggendo rotolano gli anni “là dove non c’è niente, non c’è neanche potere… E la libera associazione sotto regole condivise, nel vuoto perde o acquista in valore?

“Ora è nuovamente un monumento al niente, proiettato verso un’epoca in cui il passato sarà così passato da schiacciarsi, con buona pace dei nonni partigiani: gli anni trenta, gli ottanta, arriverà a dire qualcuno, qual era, poi, la differenza? In entrambi c’era qualcosa, e ora non c’è niente…”

“Serviva gente disposta a fare un atto di fede, ad apprendere regole che sembravano sempre troppe e troppo esoteriche”

Voglio farvi conoscere queste frasi che riporto dal libro, voglio tornare alla lettura per giocare con quei bimbi, con quel tempo. Le medie Boccaccio, i calzini usati nello spogliatoio al Notturni, i librigame, il negozio Stratagemma e le canzonature per gli occhiali. Ah gli occhiali! Agli occhiali che portavo dall’età di undici anni ho dato tutte le colpe possibili di quello che non mi succedeva.

W le mappe, dunque.

“Come spiegare a una ragazza cosa sono i giochi di ruolo?ù

Meglio glissare. Ma prima o poi, se la frequentazione diventa assidua, se ne dovrà render conto. …E quindi cos’è che fai con i tuoi amici..?

Niente… Un gioco di ruolo, nulla di che.

Ma, quelle robe con i pupazzetti?

Subito alzare le mani, fare la faccia offesa: NO, figurati (dico, ma scherzi?).

E da lì, se proprio ci si trova con le spalle al muro: Si tratta di una specie di teatro…

Ah, bello…”

Gustare questo libro sarà un piacere per gli occhi e per la lingua, sono impaziente di tornare al mio gioco di ruolo, al mio gioco da tavolo, al gioco bellissimo che si chiama bella scrittura.

Vi do la mappa, poi fate voi, e vi troverete nell’area specifica delle vertigini. Evviva.

“Se la parola crea il mondo, la mappa circoscrive il possibile, l’area specifica delle vertigini: ogni bosco può nascondere una strega, ogni villaggio adoratori del demonio, ogni pozzo, grotta o tomba un dungeon, ma non vi saranno streghe fuor dai boschi, sette là dove non ci sono villaggi, dungeon sulla terra sgombra e compatta…

Giocando allo Strega nella cantina buia dove noi…

E finisco con lui, citato da Vanni, sul gioco della vita che tutti facciamo “In ogni caso non abbandonate mai il tavolo da gioco, perché il giorno che lo farete la festa sarà finita e sarete diventati inesorabilmente vecchi. F. Dostoevskij”

 

La ‘Guerra di Puglia’ tra fame e politica

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Ci furono un luogo e un tempo ove il dolore incalmabile e la diffidenza, la miseria dei vinti e l’agiatezza tetragona dei potenti spinsero le onde dei loro intimi umori a fracassarsi sul medesimo scoglio: era, all’indomani dell’armistizio, la Puglia stivata di reduci che “non appartenevano più a nessuno” e che non si sapeva se dire “soldati, profughi o rifugiati”; raccontavano la guerra inascoltati, come se quella non avesse mosso neppure i grani della polvere. E mentre a Brindisi si installava, con quelli venuti da Roma, una corte ridicola e indegna, nell’intera regione tribolava, immutabile, la giornata stenta di frotte d’esseri umani che sui pendii delle Murge, in dimore simili a canili, su materassi fatti di foglie, strisciando sui nervi scoperti della malora, seguitavano a vivere solo per sentire più enorme la fame del giorno dopo. È “la guerra di Puglia”, quella fra braccianti e agrari, acuita da una pace confusa; a raccontarla, affiancando a quella dei palazzi la voce della piazza, sono due scrittrici d’eccezione, Milena Agus e Luciana Castellina in Guardati dalla mia fame (Nottetempo, pp. 207, € 15).
Le sorelle Porro, al centro del libro, appartengono a una delle meglio antiche famiglie di Andria e il lettore varca la soglia del palazzo affacciato su piazza Catùma accompagnando un’amica delle donne che “delle sorelle Porro pensava spesso che non servissero a niente, ma andare da loro le piaceva. C’era una grande pace […]. Ma, appena fuori, pensava subito che non era a posto niente e pace non ce n’era affatto”. L’incipit tocca nel punto esatto il confine tra il dentro e il fuori, tra la triste ricchezza della sontuosa casa palazziata delle Porro del Quadrone e la sfasciata miseria dei braccianti in cerca d’un giorno di lavoro stremante e sottopagato.
A Milena Agus il compito di raccontare il dentro, l’inane pignoleria, l’agiatezza incapace di rendere floridi i pensieri e i modi di comportarsi delle ricche sorelle, fisse a sgranare rosari e a dettare “miseri elenchi della spesa”, vestite “con le calze nere pesanti anche d’estate”, a causa, o in conseguenza della loro estromissione dal mercato matrimoniale degli ‘amori adulti’, quelli senza passione.

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Il fuori, invece, preme minaccioso nelle parole di Luciana Castellina che facendo della Storia un prolifico fonte di avvii romanzeschi conduce chi legge, prima che dietro la schiena di quelli “aggrumati in mezzo alla piazza” per il folle mercato umano dei braccianti, sulle vie intricate delle speranze deluse, dei bisogni brutali di quanti per la fame avrebbero mangiato le carni stesse dei ricchi e finirono invece per divorare uno Stato incapace d’armonizzare la plurivocità della democrazia. La Puglia di questa guerra civile, in cui “i residuati bellici erano più facili da trovare della cicoria”, sembra non aver imparato nulla dalla Storia, più somara che maestra, gli affamati della Capitanata e delle Murge seguitano a essere i miserabili, e i baroni che nei secoli accumularono privilegi spagnoli han di nuovo in mano le risorse statali che il Fascismo trainò laggiù. È una terra che si mangia lo Stato perché i poveri non sanno che farsene di leggi sempre avverse, quelle di prima e quelle di poi, comprese le spinte degli Alleati che per difendere la loro democrazia costringono gli italiani a far sopravvivere gli ex fascisti sotto mutate spoglie; e i ricchi ancora non vogliono saperne di quella gamma schifosa di poveri braccianti, della loro primaria necessità di sopravvivenza. Neppure le forze politiche di sinistra riescono a capire la miseria. E la miseria infine esplode, fracassa, uccide. Accanto a tanti altri morti, sono le sorelle Porro a perdere la loro “inutile vita” il giorno prima della festa della Donna, il 7 marzo 1946. Ci si trova di getto tra le pagine della Libertà di Verga: al posto dei garibaldini ci sono gli Inglesi ma ancora “la parola libertà perde di senso” o forse seguita a non possederlo in un mondo in cui la dimensione verticale del palazzo neppure scorge l’orizzonte della piazza, in cui la “vita racchia color grigio topo” delle donne Porro non ha orecchie per sentire le urla disperate della fame che smilza i corpi e crepa le mani.

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E ciò che lascia più in veleno la bocca è l’idea, prospettata dalla ‘rivoluzionaria’ amica delle sorelle Porro, che tra il dentro e il fuori la differenza sta solo nella fame, saziata o disperata, mentre le esistenze, in quell’universo ove tutto cambia tranne la sostanza, risultano invariabilmente brutte e grigie da entrambe le parti.

Recensione apparsa per la prima volta qui.

William Trevor, un’umanità in disparte

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di Domenico Fina

Ammirato da John Banville e da Jhumpa Lahiri – scrittrice raffinata, vincitrice del Pulitzer – che ama la prosa di William Trevor a tal punto da dichiarare che ogni qualvolta pensa di aver raggiunto un buon livello di scrittura rilegge Trevor per capire quanto ancora c’è da migliorarsi. Quattordici romanzi e dodici raccolte di racconti. L’irlandese William Trevor (Mitchelstown, 24 maggio 1928 – Dublino, 21 novembre 2016) si destreggia a meraviglia tra le due forme narrative. La sua battuta sul fatto che i romanzi li ha scritti nel tempo libero – tra un racconto e un altro – non è poi tanto una battuta, è che Trevor riesce ad essere veramente ammirevole nei suoi racconti brevi. Un personaggio di un suo racconto “sente bruciare le lacrime sotto le palpebre” ma non piangerà, questo è l’effetto che fanno molti racconti di questo autore. Trevor è un maestro nell’arte della vergogna rattenuta, che spesso non si placa in ricordo, ma cova, brucia e riaffiora. Nei racconti c’è come una compresenza dolce e dolorosa di passato e presente; nel racconto Per amore di Ariadne (dalla raccolta Peccati di famiglia) il protagonista torna con la mente a un episodio che risale a quando era studente al primo anno universitario, a una passeggiata con Ariadne, eventi che al lettore potrebbero sembrare insignificanti, ma nei racconti di Trevor assumono la consistenza delle fondamenta. I suoi personaggi si reggono sul ricordo di un giorno che pesa come tutto il resto di una vita. Talvolta in quella circostanza non accade niente, talvolta accade tutto. In entrambi i casi i personaggi di Trevor restano gli unici custodi dei loro pensieri segreti. Nello splendido racconto Solitudine (dalla raccolta Regole d’amore) una donna scrive della sua vita tornando a un episodio vissuto a sette anni, quando vide sua madre in compagnia di un altro uomo, e lo fa in modo curioso, rivivendo quel giorno con l’occhio di una bambina e più avanti con l’occhio di adulta, mentre cerca di raccontare la sua vita a un uomo appena conosciuto in vacanza; prova a dirgli cosa sono stati sua madre e suo padre, dopo quel giorno.

“Sai che ho capito cosa voleva dire, perché noi viviamo così: le nostre conversazioni sono incomplete, a volte nemmeno iniziate. Loro due si sono costruiti sapientemente questa finta realtà dentro la quale è racchiusa la nostra esistenza, e l’hanno messa insieme con cura, come un’opera d’arte sul tavolo di un mosaicista. Mio padre ha imparato ad accettare ciò che ha scoperto, cioè l’infedeltà di mia madre. E questo è tutto, o quasi, credo”.

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“Il fascino dei libri di William Trevor sta proprio nella lingua con cui sono raccontati i destini, i drammi e le vite semplici dei personaggi, oltre che nella ricchezza dei dettagli descritti con quello stile così asciutto e preciso in cui Trevor è un grande maestro. Grande nei romanzi, ma ancor più nei tanti racconti brevi, capolavori di sintesi, e straordinario nel riuscire a sorprendere, ma sempre con grande semplicità”. (Laura Pignatti, traduttrice di Trevor). Nell’ultima e bellissima raccolta (Uomini d’Irlanda), pubblicata da Guanda nel 2007, sono contenuti 12 racconti perfetti, coprono tutti dalle 15 alle 20 pagine. Ne estraggo uno come esempio dello stile dello scrittore irlandese. Si intitola Un pomeriggio. Un adolescente, dall’età imprecisata, conosce in una chat una ragazzina che si chiama Jasmin; si danno appuntamento alla fermata dell’autobus nei pressi di un McDonald’s. I genitori di Jasmin sono separati e odia l’uomo che ora sta con sua madre. Jasmin vive male e sogna l’amore e a suo modo qualcosa sogna pure lui, questo ragazzo problematico che le si trova davanti e che lei ora vede come un perfetto, concreto, sogno. Come incontrare un suo cantante mito. Sì, potrebbe finire male, il lettore lo avverte, ma non è questo il senso del racconto, Trevor non forza le cose in senso tragico. Quasi mai. Sospende e minuziosamente descrive. I ragazzi di Trevor hanno sempre una sofferenza segreta che li caratterizza. Ma ora questi due ragazzi strani, in questo momento particolare sono contenti, con i loro mondi storti in testa, lei rischia e non lo sa, lui è un po’ squinternato e non ne è ben consapevole. O forse lo sanno ma a loro, ora, interessa respirare.

“Sei carina”, le disse. “Sei carina Jasmin.”

Non lo era veramente. Non si poteva dire che fosse carina, ma glielo disse lo stesso, e si chiese se non ci fosse un complimento simile che avrebbe potuto far piacere anche a lui.

“Mi piace il tuo gioiello” le disse, e indicò con il dito perché lei non aveva capito che intendeva la spilla appuntata sulla sottile stoffa rosa del suo vestito. Aveva il petto piatto, e lui avrebbe potuto dirle che le piaceva anche quello, perché era la verità. Ma dire la verità non è sempre opportuno come aveva imparato tanto tempo prima, così si limitò a sorriderle.

Jasmin aveva le gambe nude e pallide come stecchi privati della corteccia, e gli venne in mente ora come scortecciava i rami, anche questo molto tempo prima. Le scarpe erano di un colore rosato, con i tacchi alti.

“Non è niente di speciale” gli disse, riferendosi alla spilla. Si strinse di nuovo nelle spalle allo stesso modo, di scatto, sembrava quasi uno spasmo, anche se lui capì che non era quello.

“E’ un pesce” gli disse.

“Dovrebbe essere un pesce”.

“E’ bellissimo Jasmin.”

“Me l’ha regalato Holby.”

“Ah, chi è Holby, Jasmin?”

“Uno con cui mia madre si è sposata.”

“E’ tuo padre, allora.”

“Col cavolo.”

Gli chiese se avesse un lavoro, e lui disse sì, si occupava di legge. “Tu farai l’infermiera, Jasmin. Ti occuperai delle persone. Saresti molto portata, credo, ad assistere le persone.”

Quando glielo chiedevano, diceva sempre che lavorava nei tribunali. E in genere diceva che loro gli sembravano portate ad assistere le persone.

Si sarà capito che questo ragazzo problematico, un po’ tocco, adescatore di ragazzine è agli arresti domiciliari. Ma Jasmin non lo sa, passeggiano insieme e sembrano contenti, fino a quando una macchina li affiancherà e una donna veemente lo farà salire e lo porterà via. È sua zia, il ragazzino si trova agli arresti domiciliari da lei. Jasmin tornerà a casa mentre sua madre e il suo compagno stano litigando furiosamente, rumore di porcellana a terra, ma Jasmin non pensa ad altro che a quel ragazzo. Sono fatti l’uno per l’altra. “Sfiorò con le labbra la collana che le aveva regalato e si ripromise di tenerla sempre con sé”.

Nei romanzi di Trevor la capacità di suscitare inquietudine si protrae con raffinatezza per almeno duecento pagine, vorrei ricordare Il viaggio di Felicia – dal quale Atom Egoyan ha tratto un film nel 1999 – e Leggendo Turgenev del 1990. Ma in particolare quello che a mio avviso è il suo capolavoro: Giochi da ragazzi, del 1976.

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Una sorta di Gogol’ discreto anima Trevor nella stesura del Ragazzo di Dynmouth (questo è il titolo originale del romanzo). Dynmouth una cittadina immaginaria situata nel Dorset, nel sudovest dell’Inghilterra. Un affresco di anime morte, con qualche sussulto. Tra loro si aggira un personaggio memorabile, Timothy Gedge, uno strambo quindicenne in jeans e giacca gialla che ha l’abitudine di girare giorno e notte e di curiosare nelle vite degli altri. Timothy Gedge è un personaggio grandioso, inquietante, buffo, davvero disturbante per i cittadini di Dynmouth. Ha in mente di partecipare al concorso pasquale “Scopri il Talento” con un numero macabro, vuole interpretare tre spose morte in una vasca da bagno. Ha quindi bisogno di una vasca da bagno, di un vestito da sposa e di un abito elegante, indossato dall’uomo che le ha uccise. Per fare questo infastidisce fino alla molestia diverse famiglie con le sue pretese, con le sue barzellette che fanno ridere solo lui, mette a soqquadro un’intera comunità con rivelazioni e pettegolezzi che non si sa se sono solo parto della sua fantasia o hanno un fondamento di verità. A una famiglia che ha visto il loro figlio andarsene di casa a diciotto anni, e non più tornare, rivela che lo ha incontrato e che lui adesso sta bene, è andato via per la noia che trasmettevano. Timothy Gedge ama dire che “Il posto dove stanno meglio quelli di Dynmouth è la bara”. A un’altra coppia in pensione rivela a lei, sessantenne, che suo marito ama gli uomini e strano che non se ne fosse accorta. Il pastore della parrocchia di St Simon e sua moglie Lavinia cercano di salvaguardare Timothy dalle sue rivelazioni che non hanno nessun fine se non quello di portare scompiglio e rendersi orribile agli occhi dei suoi cittadini. Gli vogliono bene a questo ragazzino scombinato. Timothy è un ragazzino che ha visto suo padre abbandonarlo da bambino, sua madre e sua sorella lo trattano come si tratta una cosa avariata. E lui esce di notte a curiosare cosa fanno le persone sulla scogliera, nei pub, nei vicoli. Frequenta funerali per osservare la gente. Si inventa anche strane origini sul suo conto. Saluta le signore con frasi come: “Bella giornata per le papere, signora Abigail”. Eppure lo amano. E lo amerà anche chi legge. Senza Timothy sono “come vecchi incartapecoriti che camminano per strada”.