Vita e morte delle aragoste

vita e morte delle aragoste

di Ippolita Luzzo

Mattina di ferragosto, spremo l’arancia che ha consigliato Antonio, la voce narrante, al suo amico Vincenzo a pagina 66 del libro Vita e morte delle aragoste di Cosentino Nicola H. (Voland).
Seguo l’altro consiglio: Perché non scrivi? E scrivi ancora. Sei bravo.
Guarderò Antonio anche io come i labrador neri.
“Non sentirsi niente di speciale e pretendere di esserlo, ogni tanto: questo per lui doveva avere un sapore amaro, o del sangue ferroso degli sforzi”.
Mi sento già speciale stamattina, come tutte le mattine di una lunga esistenza di specialità, a pigiare i tasti neri di un pc e scrivere di Nicola H. Cosentino, del suo libro edito da Voland, nella primavera del 2017, e letto ieri pomeriggio diventando amica dei due protagonisti con immedesimazione immediata in Vincenzo, l’amico di cui Antonio racconta.
Dieci anni di amicizia a quadri, ad episodi, dal 2005 al 2016, ogni capitolo ha l’anno di riferimento e il fatto successo. Dieci anni di crescita dal liceo alla vita adulta, al tran tran della sconoscenza.
Raccontato con tecnica e opportuni rimandi scenici, come un film, con sequenze, “Teapot leggeva, poi si annoiava, poi leggeva ancora”, a pagina 45 l’autore ci invita sullo stesso treno con in regalo un gatto dal pelo blu di Russia del quale si augura noi avremo cura.
Teapot sarebbe la teiera che in mille pezzi si infrange contro lo sportello di un taxi a Shoreditch High Street e Vincenzo raccoglie “una scheggia bianca con un fiorellino stilizzato, del tutto simile alla corona di un caricatore, rosso vermiglio.” Un frammento di porcellana nella tracolla e lui, per gli amici, diventerà Teapot.
Un personaggio è un personaggio quando i lettori dialogano con lui ed io da ieri sto a parlare con Antonio e Vincenzo, scambiandomi le parti e sentendo la loro compagnia.
“Quando siamo soli facciamo delle cose assurde, per fortuna non lo sa nessuno”: le parole di Vincenzo a pagina 118.
Io faccio una spremuta di arancia, vi consiglio questo libro, e mentre stamattina rientravo a casa dal mio giro usuale, mamma, edicola, casa, “pensai alle infinità di cose che faceva senza dirlo a nessuno e senza che io lo vedessi. Mi domandai dove andassero a finire tutti quei momenti in cui era solo testimone di sé stesso. Che porzione di Teapot conoscevo?”  Che porzione conosciamo dei nostri amici  e quale conoscono della nostra gli amici? La porzione del Tè. Quel frammento scheggiato della teiera.
Con un abbraccio ad Antonio e Vincenzo nell’aranciata solare di un giorno speciale.

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Noi non siamo come nel nostro farneticare. ‘Babilonia’ di Yasmina Reza

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di Domenico Fina

La scrittura di Yasmina Reza ha la capacità di tirarsi fuori, fosse soltanto con una riga, dalla malinconia che ingessa, dal cinismo, dalla noia dei bla bla bla. Babilonia (Adelphi, trad. di Maurizia Balmelli) comincia con una donna sessantaduenne che vuole sentirsi più viva dei suoi malanni, mentre riprende a guardare The Americans di Robert Frank, un album fotografico di Street Art, degli anni ’50. Facce stanche, spente, tristi. Testimoni di Geova impauriti con tra le mani una rivista che esclama di svegliarsi. Awake. Reza scrive: “Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più”. Subito dopo scatta e torna alla memoria con un episodio giovanile, lei diciassettenne, innamorata, tra amici festanti cha vanno al mare a bordo di una due cavalli. Scelgono una canzone allo Scopitone, un primordiale Jukebox dal quale si poteva vedere il video della canzone. Ballano. Alla terza pagina eccola riscattare e irrompere nel presente immediato. Lei, Élizabeth, addetta all’ufficio brevetti dell’istituto Pasteur, sposata con Pierre, i due hanno un figlio. Il suo vicino dalle origini italiane Jean-Lino Manoscrivi è sposato in seconde nozze con Lydie Gumbiner, una cantante dal carattere esuberante. Jean-Lino, impiegato nel ramo elettrodomestici, invece, è un uomo con pochi minimi sussulti, tra questi il nipotino di lei, Rémi, al quale è affezionato in modo sgangherato.

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“È giusto desiderare di farsi voler bene? Non è uno di quei tentativi inevitabilmente disastrosi?” Tra Élizabeth e Jean-Lino – magro, non molto alto, viso butterato – non è ben chiaro cosa ci sia, non particolare attrazione fisica, semmai un intendimento sotterraneo su impacci condivisi, nel passato e nel presente. Si incontrano sulle scale essendo gli unici due del condominio che non hanno intenzione di prendere l’ascensore, lui per fobia, lei perché vuole muoversi e camminare quanto più possibile. Il primo appuntamento lo passeranno alle corse dei cavalli, Jean-Lino scommette e sembra divertirsi, Élizabeth nel frattempo va avanti e indietro nei ricordi ma la sua idea fissa è quella di una cena con i nuovi vicini Manoscrivi e con gli altri amici. La cena si terrà il primo giorno di primavera, il 21 marzo.

C’è una scena molto bella a inizio cena. Tutti sono sulle loro, procedono per frasi di circostanza, fino a quando interviene la neve. Grossi fiocchi che vedono cadere dalla finestra.

“Nevica! Ho gridato nevica” esclama Élizabeth. Yasmina Reza scrive che gli uomini commentano con “non attaccherà”, per le donne invece “attaccherà”, eccome.

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Al centro della cena c’è la conversazione, che come accade nell’opera di Reza, sembra andare sempre da un’altra parte rispetto ai buoni propositi. Lydie chiede come sono stati trattati i polli che stanno per mangiare. Jean-Lino, per rendersi simpatico in una della poche serate in cui sente di poter parlare in modo contento e spensierato, approfitta per raccontare un aneddoto su sua moglie che alle cene fra amici chiede se i polli sono stati alimentati con granulato biologico, se hanno avuto la possibilità di svolazzare, appollaiarsi sugli alberi, vivere da polli liberi. L’aneddoto, “sull’appollaiarsi sugli alberi” metterà tutti di buon umore; tranne sua moglie Lydie.
Nel precedente altrettanto splendido romanzo, del 2013, Felici i felici, coppie si sfiorano, alcuni di loro compaiono più volte, in generale tutti in qualche maniera sono in relazione seppure marginale per parentele, professioni, vita mondana. C’è umorismo, nervosismo, ma non si arriva mai alla collera o al gelo, tuttavia Yasmina Reza mette in scena uomini e donne che dicono e si mostrano come se non fossero più padroni delle loro parole, come se la loro lingua sia il loro intimo carceriere. Libro notevole per la minuzia dei particolari, nei 21 monologhi-conversazioni tra coppie francesi della medio alta borghesia prendono la parola alcuni personaggi dai nomi curiosi come Luc Condamine, Odile Toscano, Loula Moreno, Raoul Barnèche. Uno di loro dirà: “Le donne approfittano di qualsiasi cosa per avvilirti, adorano ricordarti quanto sei deludente”.

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In Babilonia l’avvilito è costantemente Jean-Lino ma in una semplice, banale cena le cose possono saltare per parole che non erano messe in conto. C’è uno splendido verso di un grande poeta, Czesław Miłosz che dice: “Noi non siamo come nel nostro farneticare”. Profondamente vero, ma nelle storie di Yasmina Reza, come accade in Babilonia, il nostro farneticare non sempre lascia tutto com’è. Nella seconda parte, che non racconto, accadrà un fatto brutto, la storia piegherà verso un umorismo grottesco.
I libri migliori di Yasmina Reza – questo lo è – fanno questo effetto. I personaggi apparentemente sanno litigare, usano i termini giusti, disincantati e taglienti:

“Élizabeth, lei è cattolica?”

“Non sono niente”.

Quasi quasi si vorrebbe tornare dentro un libro di Robert Walser dove eravamo un po’ tutti senza magnifica erudizione. Vorremmo che i personaggi stessero un po’ più zitti, un po’ più impacciati. Ma Reza con la sua lingua rapida e talvolta bellissima, ci fa capire che tu, lei e loro che stanno dentro il libro, compresi i polli alimentati con granulato biologico, appartenete alla stessa ‘fiaba sociale’. E ti affezioni a questa scrittrice amorale contro volontà, contro ogni retorica:

“Mi sono ricordata dei sessant’anni di mio padre. Avevamo mangiato una choucroute in place de la République. Era l’età che avevano i genitori. Un’età sconfinata e astratta. Adesso sei tu che ce l’hai. Com’è possibile? Una ragazza ne combina di tutti i colori, scorrazza nella vita sui tacchi, tutta imbellettata, e all’improvviso si mette ad avere sessant’anni. Andavo a fare foto con Joseph Denner. Lui amava la fotografia e io amavo tutto quello che amava lui. Saltavo le lezioni di biologia. Non avevamo paura del futuro, in quegli anni”.
“Non sono i grandi tradimenti a provocare malinconia, ma il ripetersi di perdite infime”.

Filippo Scroppo, Il pastore dell’arte

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di Mariolina Bertini

Non sono molti i luoghi, a Torino, rimasti uguali a com’erano intorno al 1950. Uno è l’ingresso dell’Accademia Albertina: il gran portone di chiaro legno opaco continua ad aprirsi sull’androne semibuio, che conduce al cortile erboso dominato da quel curioso esempio di panopticon subalpino che è la Rotonda del Talucchi. A destra, ben più luminoso, lo scalone monumentale che porta al primo piano.

Mi capita, a volte, di affacciarmi a quell’ingresso. Penso che mio padre, Aldo Bertini, è passato quotidianamente di lì, dalla fine degli anni Quaranta al 1960, negli anni in cui insegnava Storia dell’Arte all’Accademia. Più tardi, quando ha insegnato all’Università, mi ha spesso confidato con un sospiro: “Sai, io preferivo l’Accademia. I colleghi erano tutti artisti, come gli studenti migliori. Era un ambiente così libero, aperto, pieno di vita… Mi divertivo tanto di più.”
Queste parole di mio padre mi sono tornate in mente leggendo la bella biografia di Filippo Scroppo pubblicata da sua figlia Erica (Filippo Scroppo (1910-1993) Il pastore dell’arte, Prefazione di Simonetta Agnello Hornby, Claudiana, Torino, 2016, pp. 80, € 12,50). Pittore, critico, insegnante, Scroppo ha lavorato all’Accademia Albertina dal 1948 al 1980, agli inizi come assistente di Felice Casorati, poi dirigendo la Scuola del Nudo. E con la sua personalità vulcanica, con la sua appassionata militanza per l’arte moderna, con il suo generoso entusiasmo ha certo contribuito in modo determinante a fare dell’Accademia quell’ambiente “libero, aperto e pieno di vita” che mio padre tanto apprezzava. Il suo nome mi era familiare da sempre, e pensavo di avere di lui un’idea abbastanza completa: conoscevo molte sue opere, sapevo che era stato il critico d’arte dell’”Unità” e che aveva creato una scuola privata di pittura di alto livello. Mi mancavano però diversi elementi fondamentali: non sapevo nulla delle origini siciliane di Scroppo né dell’importanza che rivestiva per lui la spiritualità, la religiosità valdese nella quale era stato educato. Grazie al libro di Erica, la sua figura si è arricchita per me di una nuova dimensione e ha acquistato una più precisa fisionomia sullo sfondo della Torino dove sono nata e cresciuta.
Torino, insieme alle vicine valli valdesi, è la patria d’elezione di Filippo Scroppo: vi approda a ventiquattro anni per restarvi per sempre. Ma non è lo sfondo della sua infanzia e della sua prima giovinezza. Di nascita, Filippo è siciliano, di Riesi, e la sua formazione avviene nella Sicilia profonda, tra Riesi e Piazza Armerina. Nonni e genitori appartengono alla chiesa valdese, che agli albori dell’unità d’Italia ha intrapreso la diffusione dell’Evangelo in Sicilia, creando in alcuni centri scuole elementari d’eccellenza e combattendo l’analfabetismo, l’arretratezza, i pregiudizi secolari. Da un nonno scultore forse Filippo eredita la vocazione artistica; lettore precoce, è certamente stimolato e incoraggiato dalla mamma , che è maestra come molte altre donne della famiglia. Cresce in un ambiente in cui il fervore religioso ricorda quello dei primordi del cristianesimo; agli studi liceali lo prepara il pastore Arturo Mingardi, ex-francescano passato attraverso l’esperienza del Modernismo, uomo coltissimo e dal forte carisma. La ricostruzione, documentata con molte immagini, di questo mondo delle origini famigliari, è tra i punti di forza del volume di Erica Scroppo, perché ci introduce in una comunità ben poco conosciuta e davvero ammirevole per coraggio, determinazione, coerenza e cultura.

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L’impronta della comunità valdese di Sicilia ci permette ci capire molto della vita di Filippo Scroppo, che è una vita d’artista, certo, ma del tutto immune da quell’egocentrismo e da quel ribellismo di maniera che gli stereotipi romantici attribuiscono alla figura del bohémien. Non è un vita incentrata sull’io, ma aperta sugli altri: trapiantato in Piemonte, il giovane Scroppo dipinge, lavora come maestro, dirige la corale valdese, suona l’armonium, studia teologia e Lettere, ed è tentato dalla carriera pastorale. La prima esposizione pubblica è del 1940; gli anni della guerra sono, per lui come per tutti, anni complicati, con i quadri portati avventurosamente in salvo sotto i bombardamenti, i rari incontri con la futura moglie Lucilla, l’esperienza della lotta partigiana. Alla fine, dopo qualche anno di lavoro in banca che gli permette la sopravvivenza materiale, dal 1947 sceglierà di dedicarsi all’arte completamente, appoggiato in questa scelta poco prudente dalla moglie, che condivide i suoi ideali e accetta una vita fatta di impegni che si accavallano, di lavoro matto e disperatissimo, di calorose amicizie e di iniziative portate avanti con un coraggio che rasenta l’incoscienza.
Scegliendo la vocazione artistica, è come se Scroppo vi investisse quel fervore di apostolato che lo orientava verso la carriera del pastore. Mentre la sua arte evolve dal figurativo all’astrattismo, e poi al “concretismo”, che rifiuta la riproduzione delle forme naturali, è tra gli organizzatori di esposizioni importantissime – a Torino, a Roma, a Torre Pellice – nelle quali sono rappresentate tutte le tendenze della pittura contemporanea. Al di fuori di ogni settarismo, è lo spirito dell’arte moderna che lo appassiona in tutte le sue forme: con l’amico Albino Galvano, studioso e critico d’immensa dottrina, promuove cicli di concerti, conferenze, iniziative d’ogni genere.
Dagli anni Quaranta sino agli anni Settanta, gli anni delle aerografie, l’arte di Scroppo si rinnova continuamente: lo constatiamo osservando le riproduzioni dei meravigliosi autoritratti degli anni ’20 e ’30, del drammatico Incendio in Val Pellice. Rappresaglia nazista del 1944, le arborescenze e le ricerche coloristiche degli anni successivi. Ma nella biografia scritta da Erica c’è molto più di un percorso attraverso l’estetica del Novecento. C’è la Torino delle amicizie decisive, come quella con Paola Levi Montalcini, la gemella pittrice di Rita; il mondo del giornalismo, quando sull’Unità, accanto agli articoli di Scroppo, comparivano quelli di Calvino e Natalia Ginzburg; i balli del Circolo degli Artisti, favolosi per l’eleganza delle signore, tra cui spicca Carol Rama con la sua frangetta battagliera e una gonna a righine orizzontali vagamente marinaresca, alla Chanel…

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Nella vita piena e intensa di questo infaticabile “pastore dell’arte” non mancano gli episodi divertenti, raccontati da Erica con humour affettuoso. Sempre di corsa tra mille impegni, Filippo arriva in ritardo perfino al proprio matrimonio, reclutando al volo un testimone improvvisato.
Critico dell’“Unità”, ne frequenta la redazione, dove si lega d’amicizia con un giovane cronista, Diego Novelli. Un giorno di marzo del 1951, proprio mentre è al giornale, arriva una telefonata allarmante. Nel quadro di “Arte in vetrina”, un’iniziativa promossa dall’ente Provinciale del Turismo, i principali negozi del centro cittadino hanno esposto opere di artisti contemporanei. In via Roma, Galtrucco ha collocato, tra le sue splendide stoffe, “un bellissimo quadro di Fontana, di quelli crivellati di buchi”. Ma un manipolo di benpensanti, sobillato dai capi del conservatore MARP (Movimento per l’Autonomia della Regione Piemonte), ha inscenato una protesta violenta: minaccia di sfondare a sassate la vetrina e di distruggere quell’opera oltraggiosa per il senso comune. Intervenuto di gran corsa insieme al critico Luigi Carluccio, a Novelli, al gallerista Pistoi, Filippo Scroppo dispiega con successo tutta la sua energia oratoria, riuscendo a indurre a più miti consigli gli scriteriati. Novelli dirà in seguito di aver visto all’opera in quell’occasione il predicatore, quasi il missionario che era in lui.
Alla fine della lettura della biografia di Erica, l’impressione è quella di aver partecipato a una lunga, affascinante avventura: la pittura di Filippo Scroppo, esposta nei musei di tutto il mondo, ne è certo il centro, ma intorno a questo centro turbinano amicizie, esperienze, ricerche, iniziative di vasta portata. Ed emerge, nettissimo, il profilo dello Scroppo “protestante di Sicilia” tracciato da Italo Calvino con la consueta precisione: quello di un “duro della pittura italiana, un uomo a cui è consueto considerare il piano dei valori ideali come il più forte e decisivo, un ribelle non emotivo o agitato, ma con l’ostinata certezza interiore di essere nel giusto, che è propria di una severa nozione della Grazia”.

Restituire la libertà al buon Dio

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di Lucia Malengo

Se sei nato in Palestina in questi tempi di eterna guerra contro i coloni israeliani, in una famiglia di tipo patriarcale allargata – diciamo tribale – che si vede espropriare o devastare giorno per giorno la terra coltivata dai padri…. Se tuttavia hai una madre che ti fa sentire un principe ed un padre che ti invita a credere nella possibilità di vivere in un mondo libero dalla logica dell’odio e della vendetta…. Se poi col sostegno affettuoso della tua famiglia e con tutta la tua fatica riesci a studiare nelle migliori scuole d’Israele e a diventare un chirurgo bravissimo e stimatissimo che svolge con assoluta competenza il proprio lavoro al servizio di ogni persona, tanto da conquistarti la cittadinanza israeliana…. Se inoltre ti innamori e sposi una donna bellissima, intelligente, moderna e colta, originaria del tuo stesso paese e innamorata teneramente di te…. Be’, non immagini di scoprire un giorno, dopo una notte trascorsa a ricucire le vittime dell’ennesimo attentato, che tua moglie sia proprio la kamikaze responsabile del macello.
In un colpo solo non hai più accanto la donna che amavi più di ogni cosa, scopri che non sei stato capace di renderla felice come credevi, soprattutto di cogliere i segnali del suo disagio, e capisci di non essere neppure integrato perfettamente nella società in cui hai scelto di vivere, perché di colpo tutti ti guardano come un mostro, una serpe, un nemico, insomma. E possono permettersi di riempiti di botte, di sputarti addosso e di devastare la casa in cui sei vissuto felice.
Questo succede ad Amin Jaafari, protagonista del romanzo L’attentato (trad. dal francese di Marco Bellini, Sellerio, pp. 264, euro 14) di Yasmina Khadra (pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, membro dell’esercito algerino, rifugiatosi in Francia, costretto a non pubblicare col proprio nome per questioni di censura). Quest’uomo per tanto tempo ha creduto alla filosofia di vita di suo padre: “Per lui gli insuccessi non erano prove, ma incidenti di percorso che occorreva superare, a rischio di patirne nei minuti successivi. La sua umiltà ed il suo buonsenso erano un piacere. Ho tanto voluto assomigliargli, godere della sua frugalità e della sua moderazione! Grazie a lui, mentre crescevo in una terra tormentata dalla notte dei tempi, rifiutavo di considerare il mondo come un’arena, […] temevo come la peste chi mi chiedeva di versare sangue per purificare la mia anima. Non volevo credere alle valli di lacrime né a quelle di tenebre: ci sono altri posti più affascinanti e meno irragionevoli intorno a noi”.
Per il padre uno di quei posti era la pittura, praticata con ostinazione un po’ infantile, nonostante l’incomprensione della famiglia e l’insuccesso a livello di mercato. Ma quello che ora è capitato ad Amin è ben più di un insuccesso, pone domande che toccano le radici stesse del suo essere uomo, marito e figlio. Ed egli riscopre tutte le fragilità che pensava di aver vinto con la volontà e la cultura acquisita nelle migliori scuole.
La prima fragilità è la voglia di negare l’evidenza: non può essere Sihem, sua moglie, la kamikaze! È un equivoco degli investigatori. Però la donna stessa, con un messaggio postumo, gli toglie ogni possibile illusione.
La seconda fragilità è convincersi che qualcuno l’abbia manipolata: chi è stato ad indottrinarla? “Ho la sensazione che mi rassegnerò alla perdita di mia moglie solo dopo aver visto coi miei occhi il porco che le ha usurpato la mente”, dice Amin all’amica Kim. Ora la moglie stimata e colta diventa, nella mente sconvolta dell’uomo, un essere debole facilmente manipolabile…. Ed egli non si accorge neppure, con un simile dubbio, di mancarle di rispetto. Dunque si mette in viaggio sulle orme di Sihem per scoprire un altro colpevole. Ed è così costretto a ri-vedere quel mondo da cui ha voluto uscire, la famiglia di origine, la casa del patriarca un tempo fiorente e rispettata e ormai ridotta a miseri resti materiali ed umani, eppure ancora capace evocare ricordi ed emozioni, e soprattutto è costretto a vedere i giovani di quella famiglia, che hanno negli occhi la stessa espressione di Sihem quando l’ha salutato per l’ultima volta…
Che sua moglie abbia incontrato ed amato in questo ambiente un altro uomo? È la terza fragilità, la gelosia, la pretesa piccolo borghese – acquisita con l’integrazione in una società più “evoluta” di quella tribale?- di avere il controllo sulla propria donna come sugli altri beni della propria vita, in competizione con un eventuale rivale: “Voglio vedere la sua faccia, capire che cos’ha più di me”. Perfino l’eterno, piccolo, miserevole dramma borghese potrebbe essere più accettabile di una verità tanto indicibile….
Amin percorre in qualche modo il cammino di Edipo: vittima di una tragedia forse inevitabile perché scritta nelle cose, non sa accettare con rassegnazione e senso del limite il proprio destino – come pure gli aveva suggerito proprio quel padre a cui sembra ispirarsi…- , ma vuole sapere di più, vedere, a costo di dannarsi, come puntualmente avviene.
Sapere… Capire… Vedere.. . Ed invece l’unica cosa che da tempo Amin, a differenza di Sihem, non vede più, perché non vuole vedere, è il senso di profonda, storica umiliazione vissuto dal proprio popolo, privato persino di quei luoghi di memoria e di identità che sono le case di famiglia… Lui ha lasciato dietro a sé tutto questo per costruirsi, con fatica ed onestà, una felicità da difendere anche dai ricordi, in cui ha incluso Sihem, ma ha lasciato fuori quelli che, in senso lato, l’hanno generato. E allora, “a che serve la felicità, se non è condivisa?”
La forza di questo romanzo sta proprio nel mettere in luce chiarissima come non ci si possa salvare da soli. Un po’ come nella Ciociara di Moravia, nessuno puo’ pensare di passare indenne attraverso la guerra, lasciandola fare agli altri e ponendosene al difuori. La storia “non si ferma davanti ad un portone”; dunque in qualche modo occorre agire su di essa, in essa, per tentare di renderla diversa.
Ma in primo luogo occorre disinnescare l’alibi religioso.
C’è, verso la fine del libro, un dolente ma lucidissimo – a tratti persino ironico – discorso fra Amin ed un vecchio eremita ebreo, divenuto tale in quanto lasciato ai margini appunto dalla storia cui egli si sente estraneo; Gerusalemme col suo orribile muro ne è lo sfondo: i due descrivono la tragedia della città santa citando, in un dialogo fatto con le parole della Scrittura, il profeta Isaia. Alla fine l’eremita è stupito:

– Mi fai rimanere a bocca aperta – riconosce. – Dove hai imparato questi versetti di Isaia?
– Ogni ebreo di Palestina è un po’ arabo e nessun arabo d’Israele può pretendere di non essere un po’ ebreo.
– Totalmente d’accordo con te. Ma, allora, perché così tanto odio fra consanguinei?
– Perché non abbiamo capito granché delle profezie né delle più elementari regole di vita.
Annuisce, triste.
– Allora, cosa possiamo fare? – chiede.
– Prima di tutto, restituire la libertà al buon Dio. Da troppo tempo è ostaggio della nostra bigotteria.

“Questo libro ci voleva”, mi ha detto una giovane lettrice. Ogni volta, infatti, che viene provocata una strage da un kamikaze, se ne cercano le ragioni in quelli che sono oramai diventati luoghi comuni: si scoprono personaggi poco religiosi, magari anche con una storia di devianza, che ad un certo punto si “radicalizzano”, e quindi si ha buon gioco a dire che la loro scelta sia stata dettata dal desiderio di essere una volta tanto visibili e protagonisti, oppure ci si trova di fronte a persone insospettabili, magari anche apparentemente ben integrate nel mondo occidentale, quando non occidentali tout court. E allora? Non funzionano più i valori della nostra società? Si cercano modelli di vita più appaganti a costo di qualsiasi sacrificio, anche di quello estremo?…
Questo libro non trova alcuna giustificazione all’opera dei kamikaze, ma prova ad andare oltre, per capire meglio questa realtà radicata nella storia del nostro tempo denunciandone le tragiche contraddizioni, e lo fa ancora con il dialogo fra Amin e l’eremita:

– È raro che qualcuno passi da queste parti negli ultimi tempi. Per via del Muro. Èdavvero tremendo, vero? Com’è possibile costruire simili orrori?
– Gli orrori non dipendono solo dalle infrastrutture.
– Giusto, ma in questo caso, francamente, potevano trovare di meglio. Un muro? Cosa significa? L’ebreo è nato libero come il vento, inafferrabile come il deserto di Giudea. Se ha dimenticato di delimitare i confini della sua patria al punto di rischiare che gliela confiscassero, significa che ha creduto a lungo che la Terra promessa fosse anzitutto quella in cui nessun muro impedisce al suo sguardo di arrivare più lontano del suo grido.
– E del grido degli altri, cosa se ne fa?
Il vecchio abbassa la testa.

Come dire: ogni estremismo nasce dal non ascoltare il grido degli altri. E ancora: a furia di costruire contro gli altri dei muri, questi finiscono per rinchiudere i costruttori stessi.

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Il Sorcio di Georges Simenon

Sorcio

“La mia vera tentazione – leggiamo in un’intervista concessa da Simenon a “Médecine et hygiène” nel 1968 – era quella di finire clochard. Ho sempre avuto, in fondo, una specie di “vertigine del clochard”. Non sono lontano dal considerare la condizione del clochard come una sorta di ideale. È evidente che l’autentico clochard è un uomo più completo di noi.”
Il Sorcio, scritto nel febbraio del 1937, ci dimostra che Simenon già la pensava allo stesso modo trent’anni prima. Mette in scena un personaggio a suo modo geniale: Ugo Mosselbach, organista e professore di solfeggio che, in seguito a qualche scandalo ormai dimenticato, ha disertato la società borghese per rinascere, con il soprannome di “Sorcio”, nel mondo anarchico dei barboni che vivono alla giornata tra i lungosenna, i petits bistrots e le celle, tutto sommato molto accoglienti, dei commissariati dei vari arrondissements. Il Sorcio è un conoscitore incomparabile della vita parigina, osservata naturalmente dal suo particolare angolo visuale: sa a che ora la folla sciamerà fuori da un certo teatro, in quale caffè all’aperto si incontrano i turisti più generosi, qual è il momento più propizio per offrire i propri servigi a un autista o al portiere in uniforme di un locale. Il suo campo d’azione sono i quartieri della vita notturna più elegante: gli Champs-Élysées, la rue Royale con i suoi gioiellieri e il mitico ristorante Chez Maxim, il teatro dell’Opéra, place Vendôme. Il primo elemento di fascino del romanzo sta proprio nel contrasto tra la figuretta del protagonista, dignitosamente paludata in abiti cenciosi sempre troppo grandi, e lo splendore di questa Parigi sontuosa e gaudente. In fondo, con il suo ironico sogghigno, Mosselbach non è altro che l’eterno picaro, destinato con la sua sfrontata libertà a mettere in ridicolo l’esistenza convenzionale dei benestanti che lo guardano dall’alto in basso.
La tentazione della ricchezza, però, è irresistibile anche per lui, e irrompe nella sua routine in forma drammatica. Tra l’ambasciata d’Inghilterra e l’Eliseo – la sua zona è sempre quella –, il Sorcio una sera apre la portiera di una lussuosa automobile parcheggiata sotto la pioggia, per chiedere l’elemosina al guidatore. Nel giro di pochi secondi, capisce però che da quel signore in abito da sera non avrà nulla: poco prima qualcuno gli ha sparato ed è un corpo privo di vita quello che scivola a terra, davanti a lui, dal sedile dell’auto. Uomo “più completo di noi”, secondo Simenon, il clochard davanti alla morte ha un atteggiamento pragmatico, senza isterismi. Abbandona al suo destino il cadavere, per il quale tanto non c’è più nulla da fare, e intasca il portafoglio ben gonfio che è caduto dalle sue tasche insieme a una vecchia busta e alla fotografia di una donna. Da questi tre oggetti prende le mosse la vicenda del romanzo: perché il morto aveva con sé una somma così cospicua? Perché conservava la busta di una lettera indirizzata molti anni prima a un certo “Sir Archibald Landsburry”? Chi è la donna che figura nella fotografia?
Il Sorcio medita machiavelliche strategie per riuscire a impadronirsi di quei soldi piovuti dal cielo senza suscitare sospetti. Gli sembra un’idea brillante affidare il denaro alla polizia – omettendo naturalmente le circostanze del ritrovamento – per poterlo riscuotere un anno dopo, nel caso che nessuno lo reclami. Ma la vicenda si complica e l’arcigno ispettore Lognon sospetta – giustamente – che dietro l’improvvisa fortuna toccata al clochard, che è una sua vecchia conoscenza, ci sia qualcosa di poco chiaro. A complicare ulteriormente il tutto, l’elegante cadavere derubato dal Sorcio è scomparso nel nulla… Il barbone e l’ispettore portano avanti due indagini parallele, spiandosi reciprocamente, mentre poco per volta affiorano i contorni di una vicenda complicata che coinvolge le alte sfere della finanza internazionale.
Giustamente il risvolto di copertina definisce Il Sorcio “un Maigret senza Maigret” (Adelphi, trad. di Simona Mambrini, pp. 155, euro 18). In effetti, a cercar di sbrogliare la matassa dell’intreccio compaiono due antichi collaboratori di Maigret: il melanconico ispettore Lognon e Lucas, promosso commissario negli uffici del Quai des Orfèvres. Ma del loro patron non c’è traccia. Dove è finito? Il fatto è che Simenon l’ha mandato in pensione, nel romanzo Maigret del 1934. La Parigi post-Maigret del Sorcio è dunque la stessa nella quale si svolgono i racconti – redatti nel 1938 e pubblicati nel 1941 – di due recenti e bellissimi volumetti adelphiani: L’uomo nudo (2016) e La fioraia di Deauville (2017). Nell’Uomo nudo, come nella Fioraia di Deauville, Maigret è ricordato con affetto, e anche un po’ imitato, da un altro suo antico collaboratore, Torrence, che ha lasciato il Quai des Orfèvres per fondare una fortunata agenzia di polizia privata. Torrence però, benché come Maigret fumi la pipa e abbia un debole per la buona cucina, è ben lontano dalla perspicacia del suo modello. La vera mente dell’Agenzia O è un giovanotto dai capelli rossi, Émile, che agli occhi del pubblico è soltanto un umile impiegato, ma nasconde dietro apparenze modeste un genio investigativo eccezionale.
Con o senza Maigret, la Parigi di Simenon conserva comunque sempre la sua magia. Dopo l’acquazzone estivo sotto il quale è cominciata l’avventura del Sorcio, la città si sveglia come rinnovata:

Era una splendida mattina, con un sole ancora più sfavillante dopo la pioggia della notte. Si sentivano stridere le saracinesche di alcune vetrine e dai caffè arrivava un profumo di croissant caldi.

Anche lo sguardo del clochard, pur così preso dalla sua avventura, ne coglie l’incanto festoso:

Le otto meno dieci… Vedeva l’ora all’orologio della Tour Eiffel, illuminata nonostante non facesse ancora buio. Tra il fogliame degli alberi si acquattavano ombre bluastre. C’era gente ovunque: tantissime coppie di innamorati, famigliole con bambini tenuti per mano e i più piccoli in braccio.

Pubblicato a puntate sul quotidiano di destra “Le Jour” dal 7 marzo al 10 aprile del 1937, Il Sorcio era stato scritto in febbraio, a Porquerolles, l’isola provenzale dove Simenon amava condividere, a volte anche nei mesi invernali, la vita dei pescatori. Uscì in volume nel 1938, da Gallimard, e non ebbe un successo particolarmente clamoroso. Dieci anni dopo, però, il due maggio del 1948, André Gide scriveva a Simenon:

Sulla foto che pubblicherà “France Illustration”, sto leggendo (si distingue molto bene il titolo) Monsieur La Souris.

Il Sorcio aveva trovato almeno un estimatore d’immenso prestigio.

Tom Drury: la fine dei vandalismi, l’inizio della vita

Drury
Dopo quella, vincente, di Haruf, l’editore milanese NN manda in stampa il primo volume di una nuova trilogia: siamo a Grouse County, immaginaria contea del Midwest e La fine dei vandalismi (trad. Gianni Pannofino, pp. 392, € 19) è il diorama che rende conto dell’esistenza di decine di personaggi sparsi come grani di sale tra bar, chiese e case mobili, fattorie malandate, concessionari di camper e roulotte, orfanotrofi in collina e auto che percorrono le strade più lunghe e monotone che possiate immaginare. Lo spazio narrativo che serve a disperarti, perderti e, più tardi, a ritrovarti. Succede di tutto, lì, o forse dovremmo dire succede tutto lì: in quella contea di settecentosessantasette chilometri quadrati da qualche parte nell’Iowa (terra natale di Drury, classe 1956, ora di casa a Berlino) la vita scorre piana ma necessaria e, come nelle bocce di vetro, ogni abitante sa che prima o poi una mano scuoterà la neve della vita. Che a volte ricade come manna dal cielo, altre come cenere di dolore. Molte altre, come neve e basta.
C’è una vicenda principale che non ha la forza di essere l’unica. Lo sceriffo Dan Norman, uomo generalmente soddisfatto delle cose in cui crede, si innamora di Louise Montrose, fotografa stipendiata da Perry Kleeborg. Lei, prima, era sposata con Tiny Darling, ladro di piccole cose e vandalo per noia e indolenza. Ma poi ci sono altre copiose manciate di personaggi, vecchi, bambini, predicatrici e pompieri, allibratori e spogliarelliste. È un libro di false partenze e di punti esatti nei quali la traiettoria del destino adagia la vita: così da uno scatolone abbandonato nel parcheggio di un market può saltar fuori un neonato, come dal folto degli alberi, nel mezzo d’una battuta di caccia, spicca il volo un uccello di rara bellezza colpito, appena dopo, dal fucile frettoloso di un cacciatore inesperto. Tra Morrisville e Grafton – luoghi in cui “le dicerie possono durare a lungo oppure riproporsi ciclicamente, come le stagioni” – succedono cose strane, c’è gente che convince l’amico a farla finita con un negozio in rovina, chi si odia, chi s’abbraccia e si rifugia dentro a case in cui si sente il tepore e anche la nostalgia, sebbene in fondo “alla gente non piace pensare alla precarietà delle cose”. È una storia fatta d’eccezioni e di casi ma tanto piccoli da sbavare davvero di poco il corso monotono dei giorni; quando invece sono più grandi è il tono stesso di Drury a ridurli pietosamente nel flusso continuo delle coscienze. E non è che non lascino ferite: gli strappi ci sono, il sangue scende (e le lacrime pure) ma con sconvolgente naturalezza e semplicità. A volte a Grouse County si nasce senza amore (e si sopravvive) e altre si cerca di uscire nel mondo colmi d’affetto senza riuscirci. Quando accade, il libro diventa di una bellezza straziante e fa l’effetto di un telefono che suona “in quella maniera neutra di quando, alla fine, nessuno risponderà”. E invece il lieve ma incessante pungolo della vita, alla fine, risponde.

Recensione pubblicata in origine su Avvenire, l’11 luglio 2017.

Dio denaro, quanto ci distruggi!

Dio denaro Marx 1

Sono trascorsi più di centosettant’anni da quando Karl Marx ha lanciato la prima ingiuria contro il Dio denaro; lo faceva nel 1844, tra le pagine dei Manoscritti economico-filosofici, laddove l’autore del Capitale già tinteggiava la paurosa bestialità di un tessuto sociale tenuto assieme dall’avida sete e dalla bramosia dell’accumulo. “La proprietà privata ci ha resi così ottusi e unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo ]…], quando è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo”. L’artista spagnolo Marcos Guardiola Martín riprende il verbo marxista e lo colloca in un suo universo di immagini bluastre e carminie in cui l’uomo asservito al capitale procede prima crudele e stolido e poi vacuo e insulto come in un libro dei morti senza’anima.

Dio denaro Marx 3

Dio denaro è un volume a leporello (piegato, cioè, a fisarmonica) pubblicato da Gallucci; riporta alcune brevi ma incisive sentenze di Marx (nella traduzione di Norberto Bobbio, con introduzione di Luciano Canfora). Marcos Guardiola Martín, che firma le tavole con lo pseudonimo di Maguma, illustra il pensiero di Marx attraverso un impasto di tratti e di stili che fanno capo all’arte espressionista e al linguaggio della pubblicità, con personaggi tolti alla tradizione indiana e inseriti in contesti che strizzano l’occhio al Genesi e, in particolare, all’episodio fondante della Caduta dell’uomo e al Rousseau dell’Origine della disuguaglianza quando scrive: «Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno siete perduti!”». Così, la prima immagine che Maguma sciorina sulla pagina è proprio quella di un uomo che ha cintato un albero (della conoscenza) colmo di frutti dorati; pomi, evidentemente, immangiabili e non digeribili se, appena oltre, quello stesso uomo appare gonfio di denari nella bocca, nelle orecchie e nel corpo intero. “Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali”, scriveva Marx, “è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi”. La vita si fonda sul soldo, i sensi si appagano nel possesso, il corpo diventa contenitore da riempire di cose provenienti dall’esterno, poiché di dentro non c’è più nulla. Pertanto l’uomo-capitalista, che ha ormai in testa ciminiere a guisa di corna, è diventato un demonio, un satanasso ingrassato e ben vestito, il cui muso ha preso le sembianze del porco. Il denaro si accumula, unico “vincolo che mi unisce alla vita umana”, e diventa mondo, finché i corpi, anonima carne trita del possesso, prendono peso, nella vita, solo se gravati sulla schiena, come salvadanai, dall’onere e dalla schiavitù dell’avere, senza essere.

Il libro, completamente disteso davanti a noi, è lungo poco più di un metro e mezzo. Se ce lo mettiamo di fianco possiamo misurare la nostra statura. La nostra piccola statura di uomini schiavi del denaro.