Marcel Proust, botanico morale: una cronaca (severa) dal 1922

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Di Tonelli Luigi

da “La stampa”, della domenica 6 agosto 1922

La celebrità letteraria di Marcel Proust va diffondendosi rapidamente oltre i confini francesi, e già, da tutte le parti d’Europa, piovono studi ed analisi intorno alla peculiarità di quest’arte, che a molti sembra una rivelazione straordinaria. Anche in Italia non mancano, specie fra i letterati, gli entusiasti, e state pur certi che fra poco cominceranno a comparire libri à la manière… di Marcel Proust; che anzitutto codesta «maniera » sembra prontamente acquisibile, e poi c’è la fatalità delle mode letterarie, alla quale pare estremamente difficile sottrarsi. Dopo l’ora di Rolland e quella di Claudel, sta appressandosi anche in Italia il quarto d’ora di Proust. Non sarà dunque inutile che ne diciamo qualcosa pel grande pubblico, il quale non sa ancora precisamente di che cosa si tratti.

L’opera di Marcel Proust porta il titolo generale À la recherche du temps perdu: essa dunque s’annunzia come un’opera autobiografica. L’autore infatti racconta come un bel giorno, per effetto d’un certo profumo, il passato, che pareva per sempre sepolto, gli balzò innanzi con sorprendente evidenza; ed ecco, la puerizia estremamente sensibile (Du coté de chez Swann); ecco l’adolescenza deliziosa e fremente (À l’ombre des jeunes filles en fleurs); ecco la giovinezza ne’ suoi primi contatti mondani (Le coté de Gourmantes); ecco la giovinezza nella sua piena maturità d’esperienza mondana (Sodome et Gomorrhe)… Terminato quest’ultimo tomo, di cui sono state pubblicate soltanto due parti, chiuderà la serie, la quale consterà probabilmente di una quindicina di volumi, Le temps retrouvé (Ed. Nouvelle Revue Francaise). Opera «autobiografica» in senso assai largo, in quanto nessuno vorrà credere all’esattezza storica di tutto ciò che vi è raccontato; ma anche in senso profondo, giacché veramente tutto è narrato come fosse ricordo d’esperienza reale, e se i fatti non si sono svolti precisamente in quel modo, i loro elementi sono stati certo desunti da un’osservazione personale, singolarmente attenta e sottile.

«Fatti », per modo di dire; e chi nell’opera del Proust andasse cercando un intreccio, uno svolgimento di casi curiosi, interessanti, drammatici, farebbe cosa assai vana. Ché, se ogni tomo dell’opera rappresenta un’età successiva nella vita dello scrittore, in ciascun tomo le situazioni si svolgono, più che nel tempo, nello spazio, e temporalmente, secondo una logica che non è quella del tempo oggettivo, ma soggettivo, non quella dell’orologio, ma della reminiscenza. Così, una soirée, o un viaggio di poche ore, possono durare… duecento pagine ciascuno; nel primo caso, volendosi presentare una grande quantità di signori e signore, con tutte le loro caratteristiche esteriori, le loro storie, vorrei dire le loro particolari atmosfere morali; nel secondo, raccontare un numero straordinario di ricordi, suscitati dalla vista di ogni stazioncina raggiunta ed oltrepassata. In realtà, i fatti non contano pel Proust; contano gl’individui, i quali sono ritratti l’uno vicino all’altro, in lunghissima serie, sopra uno stesso piano spaziale-temporale, che potrebbe essere la società aristocratica parigina negli ultimi decenni del secolo scorso, come anche l’infinito e l’eternità. Giacché è vero che si pirla dell’affaire Dreyfus, come d’un riferimento temporale, è vero che si discute di teorie mediche, di scuole artistiche e filosofiche di venti o trent’anni fa, è vero che si dipingono i costumi mondani dell’aristocrazia francese in recenti decenni; ma non è men vero che le analisi più fini e squisite sono psicologiche, e queste non valgono soltanto relativamente al tempo e al luogo ai quali si riferiscono, bensì assolutamente, per tutti e per domani come per ieri. In Sodoma e Gomorra, ch’è il tomo Ultimo pubblicato, o richiama oggi la nostra attenzione in modo particolare, lo scrittore analizza i fenomeni del ricordo e del sogno, le intermittenze del cuore, la mutabilità delle opinioni, i rapporti fra dolore o desiderio lirico…: è evidente che codeste analisi riguardano un materiale umano permanente, il quale di necessità deve dare a quelle analisi un carattere generale ed astratto. La stessa analisi dell’inversione sensuale, considerata in se stessa o ne’ suoi rapporti sociali, come destino mitico o quasi mistico d’una parte numerosa dell’umanità, ha qualcosa di trascendente, che sembra sfidare la mutabilità dei costumi…

Se così è, ecco Marcel Proust messo idealmente accanto a un Saint-Simon, o ad un La Bruyère; i quali infatti, sotto forma di Mémoires o di Caractères, ritrassero uomini e costumi del loro tempo, e seppero insieme penetrare sì addentro nello spirito dell’uomo, da formulare, magari senza volerlo, alcuni eterni paradigmi psicologici. Eccolo tuttavia distaccato da essi, per il metodo d’indagine e per l’atteggiamento sentimentale durante l’indagine. Che il Saint-Simon è un appassionato ed un vendicativo, il La Bruyère un satirico e un moralista, entrambi degli scontenti; mentre il Proust è un osservatore senza scrupoli e senza velleità moralistiche, senza odi né amori, e il sorriso che ogni tanto gli fa brillare lo sguardo, è ironico ben più che satirico, e piuttosto che ironico, soddisfatto dello spettacolo prodigiosamente vario ed identico dell’umana commedia. D’altra parte, La Bruyère e Saint-Simon sono nutriti di secentismo cartesiano; il Proust, d’ottocentismo bergsoniano, o piuttosto, di novecentismo relativista e psicanalista. Certo, ciò ch’è detto della memoria, richiama la psicologia del Bergson; ciò che del sogno, le teorie psicanaliate del Freud; ciò che del tempo, il relativismo filosofico che s’è preteso costruire su quello fisico-matematico einsteiniano…

Ma, lasciando stare i paragoni che sono sempre arbitrari, e mettendo da parte i presupposti scientifici e filosofici dell’analisi del Proust, noi dobbiamo vedere se e fino a qual punto l’osservatore è un artista, se e fino a qual punto l’opera di rappresentazione analitica è un’opera d’arte. Ammettiamo pure le lungaggini enormi ed incredibili, considerandole come intrinseche alla novissima tecnica, sebbene qualche volta appaiano affatto pedantesche e superflue, come quelle di toponomastica; chiudiamo gli occhi sulle immagini poco felici, considerato che lo stile del Proust è quanto di meno immaginifico vi possa essere. Resta tuttavia a sorprenderci, che lo scrittore, per spiegare stati d’animo e rappresentare avvenimenti, abbia così spesso bisogno di ricordare passi letterari di Racine, Molière, Madame de Sévigné, e magari quadri e pezzi di musica famosi; sebbene, del Racile egli si serva per raggiungere effetti delicatamente ironici, del Molière, per appoggiare la sua graziosissima satira, valevole oggi come sempre, contro i medici e la medicina… Sopratutto, ci sorprende come nell’opera del Proust ai abbia bensì «toute une galerìe de portraits», ma questi ritratti ci appaiano soltanto da un lato, quasi potessero disporre, appunto come le tavole dipinte, soltanto di una dimensione. Difatti, in Sodoma e Gomorra, il barone di Charlus e Albertine, studiati con estrema minuzia come tipi rappresentativi degl’invertiti maschili e femminili, si presentano soltanto come tali; il dott. Cottard, M.me de Cambremer, e tutti gli altri duchi e duchesse, principi e principesse, nelle loro esclusive vanità e relazioni mondane; i domestici, i liftiers, i maitres d’hotel, ecc. unicamente nei loro segni esteriori, e gerghi e tics professionali… L’anima, nella sua complessa vivente totalità, sembra sfuggire, non dico all’analisi del critico, ma al talento del poeta.

Ora, può darsi che codesta anima integrale, di cui tanto si discorre, sia un’astrazione ideale, e che in realtà, gl’invertiti sieno precisamente come Charlus e Albertine, i dottori come Cottard, le intellettuali come la Cambremer, i maitres d’hotel come Aimé, null’altro avendo di fatto che quello che mostrano. Può darsi altresì che le manifestazioni mondane, inferiori ai movimenti artistici, alle crisi politiche, all’evoluzione del gusto, ne sieno tuttavia «le reflet lontain, brisé, incertain, trouble; changeant»; onde, studiando e rappresentando il «reflet », si venga indirettamente a studiare e rappresentare il raggio della realtà tutta intera, sociale e spirituale. Ma anzitutto bisogna riconoscere che codesto restringimento di visuale, nel Proust, s’è venuto attuando di volume in volume, con moto progressivo; il che dimostrerebbe, mi pare, dati gli effetti sempre meno soddisfacenti, una diminuzione di vigore poetico. E poi, ammettendo la reale esistenza d’individui, nei quali tutto sia in funzione di sensualità invertite, vanità salottiere, pregiudizi, orgogli, gelosie di mestiere, tutto anzi sia ridotto a codesto; resta a vedere se la rappresentazione artistica di tali individui valga quella delle personalità veramente grandi, complesse, profonde, le quali toccano veramente i poli opposti della terra e del cielo. Chi non dubita che le Précieuses ridicules sono infinitamente inferiori al Don Juan, non avrà difficoltà ad ammettere che l’opera del Proust ha un orizzonte assai limitato, e, se le cose non cambieranno, è destinata, dopo un’effimera voga, ad una vita non lunga. In verità, mancano in essa quelle ombre in cui s’intuiscono inesplorabili abissi, quei fulgori in cui balenano delle rivelazioni; tutto è sotto una blanda luce filtrata di salotto, in un’atmosfera satura di profumi artificiali… Può essere codesta, l’arte, il romanzo di domani?

***

È vano fare delle previsioni; non inutile, determinare a quale tradizione si riallacci un’opera d’arte. Marcel Proust non è un rivoluzionario; è anzi il continuatore coscienzioso e fedele d’una profonda tendenza del romanzo francese, che ha per maestri Stendhal, Goncourt, Rolland. Stendhal è il fondatore del romanzo psicologico; acuto, fine, rivelatore, come nessuno né prima né dopo di lui. Ma il fondo, i colori, i personaggi de’ suoi capolavori sono romantici; e il romanticismo ripugna ai Goncourt. I quali infatti accettano il metodo analitico stendhaliano, ma rinunziano agl’intrecci avventurosi, alle situazioni drammatiche e dinamiche, applicandosi di preferenza ai casi di trasformazione, decadenza, degenerazione fisica e morale, e attribuendo assai maggiore importanza all’ambiente, che all’io. Nel Jean Christophe rollandiano, l’io e l’ambiente tornano insieme, come due forze egualmente potenti ed ineliminabili; ma qui l’io è prevalentemente estetico, l’ambiente quasi esclusivamente artistico e letterario. Il Proust sembra aver fatto tesoro di tali insegnamenti, prendendo da Stendhal l’arma lucida dell’analisi, dai Goncourt l’interesse pei fenomeni degenerativi, dal Rolland la virtù di rappresentare vaste zone sociali. In realtà, egli ha dissolto, o sta dissolvendo, in modo definitivo, l’organismo romanzesco e poetico, che, compatto ancora in Stendhal, s’era sgretolato nei Goncourt e sbrecciato nel Rolland.

Non facciamo questione di generi letterari; ma certo v’è un punto, in cui l’arte cessa di prevalere per far posto ai processi analitici: secondo che si sia di qua o di là da quel punto, si ha un’opera d’arte o di pensiero, anche se poi l’una conservi qualità analitiche, critiche, filosofiche, l’altra virtù artistiche. L’opera del Proust tende sempre più a rivelarsi come studio di costumi, non come creazione estetica: il che non è un gran male, essendo preferibile un buon libro di mémoires, o di caractères, a un cattivo romanzo. Ma sia chiaro a tutti gli aspiranti romanzieri, i quali credono di aver trovato nel Proust il loro messia, che essi, adottando il metodo e la tecnica proustiani, s’allontanano dalla poesia, per avvicinarsi alla critica dei costumi.

Quanto al Proust personalmente, ci pare che la fortuna della sua mastodontica opera assomigli assai a quella del Jean Christophe: quanto più l’opera procede, tanto meno persuade. Bisogna aggiungere che ciò che in principio poteva essere discutibile – la sua aridità sentimentale, – ora appar chiara ed indubbia. Sottilissimo analista, osservatore acutissimo, spirito insomma intelligente all’estremo, il Proust, in fondo, è un impassibile. Qualche volta ha un sorriso, un brivido… È un’eccezione: la regola è l’impassibilità. In una delle prime pagine di Sodoma e Gomorra lo scrittore, indugiatosi alquanto su certe sorprendenti analogie fra uomini e vegetali, dice che il suo jupien gli offriva un esempio, «que tout herborisateur humain, tout botaniste moral pourra abserver… ». Appunto: Marcel Proust è un erbolaio, un botanico morale. E il pericolo probabile che lo sovrasta è che i suoi tipi e caratteri, con l’andar degli anni, appassiscano e muoiano, come le piante negli erbari.

Bull Mountain: anticamera dell’inferno

Bull Mountain

NN editore non è solo Kent Haruf. Se è vero che la squadra milanese capitanata da Eugenia Dubini in poco più di un anno ha scalato le classifiche delle vendite e lo ha fatto con quella Trilogia di Holt, ormai da annoverare tra i capolavori della letteratura americana del XXI secolo, ecco che sulla soglia di questo 2017 che già ha donato il più tardo gioiello del cantore della pianura statunitense, da via Sabotino mettono sul tavolo un poker di libri nuovi che non sono il riempitivo di un catalogo dominato da Haruf ma opere a tutto tondo, dotate di una forza sorprendente e di una bellezza autonoma. Qualcuno ha detto che i ragazzi di NN non ne sbagliano una; e io mi unisco a quello che potrebbe diventare un coro. Così, dopo Mia figlia, Don Chisciotte di Alessandro Garigliano e Il Salto di Sarah Manguso, da un paio di settimane – ma frattanto è uscito anche La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo capitolo di una nuova trilogia, quella di Grouse County – è in libreria Bull Mountain (portato in italiano da una cordata di traduttori che hanno deciso di rimanere anonimi, pp. 296, euro 18) dell’esordiente Brian Panowich, una storia da cardiopalma che ha fatto dire a James Ellroy che lì dentro c’è tutto: “whiskey, droga e caos”.

È una storia che ridà voce al lato oscuro, quasi animalesco, dell’America di provincia; è la storia di una montagna della boscosa Georgia, con le sue infinte platee di alberi, e della famiglia Burroughs (l’Edgard Rice Burroughs della saga di Tarzan c’entra, eccome!) che lassopra domina da almeno cinque generazioni, dall’avo Johnson Burroughs, il più anziano capoclan, giù giù fino a Clayton. Ci hanno costruito sopra baite e capanni da caccia, distillerie per fare il migliore whiskey artigianale di tutta le Georgia del Nord, piantagioni di marijuana e laboratori per produrre metanfetamine, sempre visitati dal demone del luogo generante quella “sottile simbiosi tra la terra e chi la considera la propria casa”. I Burroughs tengono Bull Mountain come un dono di Dio ma sul quale Dio stesso ha perso ogni prerogativa: tra sguardi glaciali, luride facce e armi spianate, Panowich, ex musicista itinerante e ora pompiere, racconta di gente così alloppiata dal senso dell’onore – un “contorto” senso dell’onore – da credersi divinità e da essere disposti a lasciarci la pelle piuttosto che “fregare chiunque ritenga parte della famiglia”.

Ma, come in ogni dinastia che si rispetti, ci sono le pecore nere. E Panowich proprio su quelle punta tutto, e quelle diventano i nostri eroi in questa vicenda di violenze e di lacrime che abbraccia un arco di tempo che va dal 1949 al 2015. Non c’è che farsi trasportare da capitoli che si affastellano furiosi, risalendo e discendendo i decenni in un andirivieni che lega sempre più stretto il destino della famiglia Burroughs, dal primo ‘traditore’, Rye, che cercò di vendere il posto in cui era nato per uscire allo scoperto e smettere di vivere come banditi, fino al protagonista del volume, Clayton, il più piccolo dei figli di Gareth Burroughs – “era stato cresciuto per essere paranoico. Vigile. Attento” –  che si fa sceriffo “con l’obiettivo primario di restituire l’anima a una famiglia che pensava di non averne mai avuta una”.

Non posso dirvi se ci riuscirà. Ma vi assicuro che in mezzo c’è di tutto: sangue che cola sulle assi delle verande, revolver puntati in mezzo agli occhi, rumore di nasi che si rompono schioccando, facce trasformate in poltiglia, mutande che si inzuppano con il piscio della paura. E, in mezzo agli urli – qui e là forse con qualche debito di troppo nei confronti di Mickey Spillane e del pulp di Doc Savage –, un sogno da inseguire, il sogno di Clayton, fiducioso “nella bontà del mondo”, convinto di poter raddrizzare ciò che è nato storto, e però anche uomo fragile e spezzato che dovrà scontrarsi pure con l’intervento dei federali e di un uomo, Simon Holly, che mescolerà, tra droga e sete di vendetta, il proprio ruolo ufficiale con le questioni private che lo tormentano fin da bambino (memorabile la scena in cui Simon abbraccia la mamma appena dopo aver sventato una violenza sessuale: “con la minaccia ormai scomparsa, il bambino si precipitò dalla madre, che quasi ricadde a terra. La cinse con le gambe ossute, liberandola dai granelli di ghiaia e pietrisco che le si erano attaccati alle cosce e al sedere nudi”).

Posso però dirvi che, alla fine, esce tellurico dai boschi un senso della famiglia che opera su quella zona della Georgia “con la delicatezza di un maglio da cinque chili”. Per tutti ci sarà almeno una revolverata o un muso sbattuto contro il bancone del bar. “Perché qui”, in questa anticamera dell’inferno, come recita uno degli uomini di Bull Mountain, non c’è lieto fine, mai, e “non esistono soluzioni pacifiche”.

La leggenda privata di Michele Mari

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di Mariolina Bertini

Inoltrandomi in Leggenda privata (Einaudi 2017), mi interrogavo, pagina dopo pagina, sulla vertigine di felicità che mi trasmettono i libri di Michele Mari, soprattutto quelli in cui l’ispirazione autobiografica è più evidente e diretta.

È una cosa strana, perché non è  né allegro né ottimista, Michele Mari, proprio per niente. Tra i fili che s’intrecciano in Leggenda privata, ad esempio, c’è la depressione che invade poco a poco la vita della sua mamma, Iela Mari, eccellente illustratrice la cui fama non ha retto al confronto con quella del marito Enzo, uno dei più geniali e osannati designer del secondo Novecento. Si può immaginare un argomento più triste? Eppure la piccola epica famigliare di Leggenda privata, anche dove è straziante, non è affatto triste. L’impetuoso piacere di raccontare, da cui il narratore è come travolto, investe insieme l’infima quotidianità e il ricordo delle esperienze infantili più umilianti e traumatiche, tutto salvando nella luce, come dice il titolo, della leggenda.

Bisogna precisare che non si tratta di una salvezza religiosa, né tanto meno estetica. È la salvezza precaria di quei piccoli frammenti di passato che nascondiamo in una scatola o in un cassetto, consapevoli del fatto che il loro valore risulterà col tempo del tutto enigmatico; è la salvezza che nasce dallo humour, capace di trasformare in personaggi  da giornalino di Gian Burrasca, o da Pierino Porcospino, quegli adulti imponenti e minacciosi che hanno steso sulla nostra infanzia l’ombra della loro inconfutabile autorità. È una salvezza fatta della materia di cui son fatti i sogni, forse non ha maggior realtà della polverina contro gli  incubi che la mamma finge di somministrare ogni sera a Michele bambino, ma ha la stessa miracolosa efficacia, lo stesso infinito e stupefacente potere.

Gli incubi, come in tutta l’opera di Mari, svolgono anche qui un ruolo di primo piano. Una fitta schiera di mostri, usciti dalle pagine dell’amatissimo Lovecraft, vive nella cantina e nella soffitta della casa del narratore, ed intrattiene con lui rapporti tutto sommato molto civili. Riuniti in due Accademie, i mostri sono addirittura all’origine del racconto che leggiamo; sono loro infatti a imporre al riluttante Michele di raccontare per iscritto la propria giovinezza, in un’esilarante parodia di quel “patto autobiografico” teorizzato da Philippe Lejeune per la gioia dei docenti di letteratura del secolo scorso. Nulla di strano che, con simili committenti, il racconto presenti brusche aperture su scenari  terrifici dall’inquietante prossimità. Forse la statuetta della Madonna ospitata da una nicchia nel muro del giardino ha sostituito oscure e implacate divinità pagane; forse, nelle sue preghiere, la cattolicissima nonna materna del protagonista non si limita a discorrere con la Vergine e con i Santi, ma patteggia con le oscure potenze degli Inferi. Dal mondo rassicurante della vita di ogni giorno, il mondo di Carosello e della pasta al forno cucinata dalla nonna paterna, è facilissimo scivolare nei corridoi senza fine di Shining, o nei viscidi sotterranei dove si celebrano i riti abominevoli di Cthulhu; più difficile, forse impossibile, accertare quale sia, tra i due mondi, quello più vero. Il narratore di Leggenda privata non può che far la spola dall’uno all’altro, cercando nel contempo, per essere risparmiato dai mostri, di fornir loro quello che avidamente chiedono: il racconto della sua vita. E proprio in questo racconto risucchia il lettore, suggerendogli  che in fondo quei due mondi – quello del quotidiano e quello dell’orrore – coincidono. Perché  per un  ragazzino spaurito  che non riesce a trattenersi dal fare la pipì a letto lo sguardo giudicante di un padre autoritario, carismatico e geniale non è meno terrificante della Maschera della Morte Rossa o di Colui che Sussurrava nel Buio.

Due  icone,  verso la fine del libro, fissano l’immagine del Padre e della Madre, visti da Michele bambino. Due quadretti dipinti con i pennarelli e poi trasformati in puzzles (come gli acquarelli di Bartlebooth nella Vita istruzioni per l’uso di Perec). Il padre, con la sua barba nera da santo bizantino, ha un pennello in mano e alcune sue opere sullo sfondo; la mamma è intenta a disegnare e cucinare insieme, riassumendo così la sua vita di artista resa faticosa dai compiti casalinghi. Proprio come in Perec, la trasformazione dell’immagine in puzzle diventa per Mari una metafora della scrittura:

… Quei primi due puzzle rimangono unici e fatidici. Già nel disegno ebbi la sensazione di definire  i miei genitori (definire, intendo, ne varientur): nel ridurli a pezzetti, poi, mi sentii spregiudicato notomista: finalmente nel ricomporli fui stregone che riporta alla vita, e scienziato che riduce il caos a una ratio. Ma, naturalmente, li ricomposi una volta soltanto, passati poi in proprietà dei destinatari.

    Intorno alle figure centrali dei genitori, viene in luce, di scorcio, la Milano dell’epoca: il bar Giamaica, Brera, Jannacci. Alle spalle di Iela, una famiglia della borghesia milanese colta: il padre è stato il medico curante di Dino Buzzati e di Montale, con cui intrattiene  rapporti di amicizia. Alle spalle di Enzo Mari, invece, un padre pugliese, barbiere e calzolaio: il prediletto nonno Gino, che inizia il piccolo Michele alla truculenta lettura dell’”infimo rotocalco” Cronaca vera e all’ammirazione per le ragazze “di culo alto”. Michele, sempre in bilico tra mondi contrastanti – non soltanto tra quello letterario-cinematografico dell’Orrore e quello del quotidiano, ma anche tra quello borghese della mamma e quello popolare dei nonni paterni – non ha una vita facile, anche a prescindere dai mostri che, acquattati nell’ombra, aspettano la libbra di carne sanguinante della sua autobiografia. Che cosa lo salverà? Forse l’ostinazione che è il tratto centrale del suo carattere, e che conferisce alle sue predilezioni – erotiche, letterarie o alimentari che siano – qualcosa di eroico, di estremo, di donchisciottesco. La sua predilezione per la maionese Kraft, ad esempio, sopravvive  al ricordo di un’umiliazione particolarmente dolorosa nella sua ingiustizia:

La nonna povera (…) comprava la Kraft, di cui andavo ghiotto. Purtroppo per me la Kraft aveva mantenuto (e ancora oggi mantiene) la titolazione francese: “Mayonnaise”. Orbene, una domenica (memoria), a pranzo dai nonni (selettiva), io mi trovo davanti il tubetto: lo vedo e pronunciando così com’era scritto (avevo non più di otto anni, nescio al tutto di francese) sillabo diligentemente: “Ma-ion-nai-se”. Vlam! Lo scapellotto bruciante, di quelli da sotto in su, radenti la cuticagna. “Ma..”, dico lacrimoso: e mia nonna a rincalzo: “Ma Enzo!” Questa è la risposta-spiegazione: “Perché c*** deve parlare come un deficiente!?” (meno male che non aveva detto “deficientello”). Non ebbi la forza di difendermi, anche perché mio nonno mi fece sedere vicino a lui. Dopodiché, se dopo mezzo secolo la maionese Kraft (vlam) è ancora la mia preferita vuol dire che deve piacermi davvero.

Una nota a piè di pagina aggiunge al quadretto una chiosa sostanziale:

“Kraft, cose buone dal mondo”: la voce della pubblicità era del doppiatore storico di James Stewart, Gualtiero De Angelis (Roma 1899-1980). Spremere un po’ di quella maionese, allora, era un po’ come essere seduti a tavola con l’Uomo che uccise Liberty Valance.

Letteratura e cinema schiudono i varchi da cui irrompono i mostri, ma aprono anche la strada redentrice della leggenda. Della leggenda che vince sulla realtà, nella Milano del piccolo Michele come nel vecchio West di John Ford.

La Resistenza valsesiana a fumetti

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Non è certo la prima volta che ci si trova a leggere la storia attraverso le geometrie più o meno regolari e piane del disegno a fumetti – vengono intanto alla mente La storia d’Italia o La storia del mondo a fumetti di Enzo Biagi, illustrate da un corteo splendido di matite elette, da Carlo Ambrosini a Raffaele Vianello, da Dino Battaglia a Milo Manara, solo per dirne alcune. E neppure è la prima volta che la storia disegnata si accinge a narrare le vicende della Resistenza: di un paio di anni fa è il bell’esperimento di Tavole di Resistenza. Fumetti e scritti sulla Lotta di Liberazione uscito da Tunué per la cura di Sergio Badino, che lì raccoglieva brevi storie intorno alla guerra di Liberazione, vergate dai suoi allievi durante un corso di sceneggiatura all’Accademia linguistica di Belle Arti di Genova; ma sull’argomento c’è anche un fondamentale saggio di Pier Luigi Gasba e di Luciano Niccolai uscito nel 2009 per Settegiorni editore, Per la libertà. La Resistenza nel fumetto. E tuttavia è sempre suggestivo, e luminosamente istruttivo (alla memoria sale almeno ancora Un cuore garibaldino di Hugo Pratt), immergersi nella storia resistenziale attraverso il filtro del disegno e delle vignette; lo si fa ora con un nuovo volume di grande formato, la Storia della Resistenza in Valsesia a fumetti, con disegni di Giorgio Perrone e testi di Luca Perrone, pubblicato dall’Istituto per la storia della Resistenza nel Biellese, Vercellese e in Valsesia “Cino Moscatelli” (pp. 59, euro 25).

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Il volume si compone di quarantasei tavole per un totale di più di duecentotrenta scene: le prime riassumono i tre anni di conflitto che precedono l’inizio del movimento resistenziale, tra le quali scorgiamo un cupo dittatore che annuncia l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania, un Duce le cui parole risuonano nelle piazze dei principali centri della Valsesia; di lì vengono dietro alcuni quadri suggestivi che narrano di paesi vicini e lontani, quelli dove viene portata la guerra, quelli in cui finiscono a combattere centinaia di soldati italiani: la Francia, l’Africa, l’Albania, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia. Le caselle che narrano gli eventi dal venticinque luglio all’otto settembre alternano episodi della vulgata (lo sbarco in Sicilia o la seduta del Gran Consiglio che depone il Duce) a altri propriamente calati nella realtà della Valsesia (il discorso di Cino Moscatelli, leggendario comandante garibaldino, a Borgosesia, all’indomani della destituzione di Mussolini, o gli scioperi nelle fabbriche della valle). Di lì in avanti i riquadri raccontano la Resistenza tra i monti, non solo mettendo il segno sui grandi nomi dei capi brigata, dei commissari politici, dei comandanti, da Moscatelli a Mario Vinzio, da Francesco Moranino a Pietro Rastelli, ma soprattutto costruendo delle scene corali o dei fitti pannelli dove a fare la parte grossa sono i Partigiani, quelli senza nome, che agiscono collettivamente, il cui pensiero è marcato, all’interno delle vignette, dal ricorso al dialetto (del quale si dà la traduzione in appendice al testo). Vengono così rimontati i principali eventi dell’epopea resistenziale valsesiana, dall’arrivo del sanguinario 63° Battaglione della Legione Tagliamento alla liberazione di Varallo, di Borgosesia e poi, oltre la valle, di Biella, di Novara, di Vercelli, dedicando l’ultima tavola all’ingresso e alla sfilata dei camion ribelli a Milano, e al comizio di Cino Moscatelli ai piedi del Duomo dinnanzi a una folla straordinaria.

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Il lavoro degli autori, intenso per l’esattezza dei particolari, e immediato anche per il pregio artigianale dei tratti del disegno, è, come sottolineato dal direttore dell’Istituto Storico della Resistenza Enrico Pagano nella Presentazione del volume, “frutto di ampie e approfondite consultazioni dei materiali editi – si segnala di passaggio che alcune vignette, contrassegnate da appositi numeri, ricalcano manifesti, disegni o fotografie storiche – e della raccolta di numerose memorie di protagonisti diretti”; testimonianze che, tra l’altro, hanno reso necessario e doveroso il compito di rappresentare nei riquadri anche alcuni episodi scomodi dell’esperienza resistenziale, quelli che Luca Perrone definisce ‘i giorni dell’ira’, i gesti – a volte anche tremendi – di vendetta contro i nemici sconfitti.

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Dalla Valsesia, dunque, alla piazza del capoluogo lombardo, a significare, come è detto bene nell’Introduzione, la presenza e l’impeto delle periferie del Paese che, attraverso l’avventura della Resistenza, forse mai come allora “si sono rese protagoniste della propria storia” e hanno saputo portare al centro la lezione imparata ai margini, quella lezione così ottimamente sintetizzata nella formula che Cino Moscatelli e Pietro Secchia trovarono, ormai cinquatacinque anni fa,  per il titolo della loro opera, Il Monte Rosa è sceso a Milano.

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Pietro Grossi: la lotta silenziosa di un padre e di un figlio

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La lotta silenziosa di un padre e di un figlio

di Elisa Ruotolo

Viene da lontano e promette di non aver fine la guerra tra padri e figli”, scrive Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo. E anche l’ultimo romanzo di Pietro Grossi (Il passaggio, Feltrinelli, pp. 160, euro 15), sembra venire da lontano forse perché racconta con mezzi nuovi una storia antica, eterna, che non smetterà mai di tormentarci. Sin dalle prime pagine veniamo introdotti in un campo di battaglia in cui la quiete è solo apparente, e il silenzio attende l’occasione giusta per andare in frantumi. Essa arriva sotto forma d’una telefonata che sembra riagganciare il passato: il binario morto ritrova improvvisamente vita nella corsa di un treno imprevisto. Che fa rumore. Fa trambusto. E disorienta. Dall’altra parte del telefono e forse della vita c’è un padre che chiede aiuto e minimizza una distanza consolidata (che non è fatta solo di chilometri: nei romanzi di Grossi ci sono sempre significati ulteriori, sarebbe un errore fermarsi all’evidenza). Un padre insolito, ramingo, direi quasi randagio per quel senso di libertà morale che lo accompagna (un tempo si è arrogato il diritto di mostrare tutta la sua sfiducia riguardo la procreazione), per l’incuria con cui contamina ogni vita che gli si accosti. Carlo, suo figlio, si è sottratto a questo contagio e il suo distacco sarà duro da scalfire: solo il mare riuscirà a sedurlo ancora. Perché se c’è un protagonista, ora silente ora urlante, è proprio lui: il mare. Che resta sullo sfondo finché non si sveglia quasi a dimostrare la nostra piccolezza. Il nostro essere niente, se non siamo capaci di ricucire gli strappi e di crescere. Il passaggio è una storia che ci assomiglia e ci riguarda, perché racconta come siamo realmente: nudi e soli con tutte le nostre mancanze irrisolte, tutti i nostri testardi abbandoni di cuore. Ma non si ferma a questo, ed è la sua grandezza. È una storia di rinascita, di ricongiungimenti e di comprensione: un ritrovarsi nonostante tutto il tempo che si era frapposto, esso sì come un mare, finalmente transitabile. Una guerra che promette di non avere fine, forse, ma che sa trovare la sua tregua. La sua grazia. Basta saperla raccontare.

Il volo salvifico di Sarah Manguso

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L’uomo muore sul colpo, travolto da un treno della Metro-North che entra alla stazione di Riverdale. I passeggeri, trasferiti su un secondo treno, riprendono il corso delle loro esistenze venti minuti più tardi. Un terzo di ora di interferenza umana contro dieci ore di buio nella vita di un uomo. Colui che offre in pasto il proprio corpo ai binari è Harris F. Wulfson, è il 23 luglio del 2008, sono quasi le 11 di sera. Nel pomeriggio, forse, ha vissuto uno dei suoi episodi psicotici. Ne ha passati tre nell’ultimo periodo, tutto sommato una frazione minima della sua recente esistenza. “Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto”.

Affermazione tragica se pronunciata dall’animale sociale per eccellenza. La donna che la scrive è Sarah Manguso, autrice di The Guardians (in Italia per NN, nella traduzione di Gioia Guerzoni, col titolo Il salto. Elegia per un amico, pp. 100, euro 16). Il memoir della Manguso per l’amico Harris è un libro sull’intraducibile dolore di chi si toglie la vita e un esempio di quanto sia arduo, forse impossibile, fare un resoconto della realtà, quando da essa si prende l’abbrivio per narrare e per capire la mente umana. Scrivere il Vero è questione di responsabilità. E Sarah non è una giornalista ma un’amica i cui sentimenti intonano una malinconica – a tratti beata – elegia che, come scrive Guerzoni nella Nota del traduttore, non commuove ma scuote. Dalla paura di fare domande ai genitori della vittima, di incontrare la sua ultima amante o i medici o il macchinista che, suo malgrado, gli ha schiacciato via la vita, nasce questa breve ricerca del tempo perduto di Harris F. Wulfson, morto a 34 anni sotto a un treno. Dallo sforzo di dimenticare per reazione istintiva, Sarah ricostruisce il ‘salto’ dell’amico chiosando ogni meditazione col sigillo del proprio dolore. Quello della vittima, in un certo senso, si eclissa: “il problema di morire da soli è che non lo vediamo accadere, e le cose che succedono senza di noi ci sembrano meno reali, incomplete, forse quasi impossibili”. Il salto di dieci ore è un vortice che risucchia, è lo iato tra il dolore di Harris e quello di Sarah. Il loro è un attaccamento di vecchia data. Dopo il college avevano affittato un loft a Manhattan, ci abitava un sacco di gente, inquilini che andavano e venivano, vite che si incrociavano. Avventure da raccontare, passeggiate, qualche bacio da ubriachi. Ma poi l’amicizia aveva posto i sacri riguardi e l’abbraccio di Sarah e Harris era diventato fraterno: “Quella notte mi stesi vicino a Harris e lui mi abbracciò. Contai fino a cinque e poi andai sul divano, e quella notte diventammo fratello e sorella”. Lui chiama lei quando si sente perduto, lei cerca Harris anche più tardi, a studi ultimati. Harris è la sua persona, sempre, anche quando a New York si scatena l’infermo dell’11 settembre e in quei giorni surreali “era facile trovare qualcuno con cui andare a letto, drogarsi o lasciare la città”.

Poi le loro vite si separano. Lei parte per l’Italia. Lui muore suicida perché scappa dall’ospedale in cui è ricoverato. Soffriva di acatisia, formiche alle dita, impossibilità di stare fermi e seduti. Effetto collaterale di alcuni farmaci neurolettici. Sarah torna da Roma e scopre che la propria intimità con Harris è minacciata, si sente triste, capisce che l’illusione che le morti altrui possano esaurire le nostre personali dosi di tragedia è, appunto, una chimera. La morte di un amico suicida non è una storia o, se lo è, “è difficile ricordare la storia della confusione di qualcun altro”. Colto da un demone, Harris salta. Salta per allontanarsi da quel luogo dove nessuno viene a aiutarti. Salta nel vuoto per guadagnare una pienezza incoglibile dalle parole. Sarah sa di non poterlo fare, sa che il proprio memoir è la traduzione in parole di un dolore intraducibile. Le parole mancano ancora di precisione, sono insufficienti, perché vogliono distinguere la nostra paura dalla paura di chi si toglie la vita. Le parole osservano da fuori, presuntuose, inutilmente astratte: solo per questo crediamo di essere diversi dalle persone che soffrono di psicosi. E così avviene il salto, quello di Sarah questa volta: un volo salvifico, perché la paura di essere quello che sono loro, la paura di vedere quello che vedono e sentono, ci porta a credere di essere di essere di versi , “e quindi è così”.

Anche Sarah ha tentato il suicidio ma ha saputo essere diversa. E così è stato. Ma ciò non ha ampliato la distanza tra lei e Harris, perché, anzi, la loro corrispondenza d’amorosi sensi s’è fatta più intensa. Sebbene Sarah ora sappia di che cosa si deve sentire colpevole, intuisce pure la bellezza della fine: “cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita”, e sa anche che le parole, pellegrine nelle regioni del dolore, allorché tornano mostrano quanto abbiamo maneggiato con devota cura la sofferenza. Solo così, finalmente, le parole possono gettare una corda sull’abisso delle dieci ore, solo così possono dire che “Harris è un luccichio, un insieme nullo. Riflette il mio dolore, ed è così luminoso che non vedo un granché alle sue spalle, ma dietro la luce c’è una forma umana. Lo fisso, poi distolgo lo sguardo. Sono stata davvero fortunata”.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità, in una versione leggermente ridotta, il 18 aprile 2017.

Falls e l’universo-esca di Allan Gurganus

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In North Carolina pulsa, con la forza che solo i luoghi immaginari hanno, la cittadina di Falls, “più chiese che concessionarie d’auto” per 6803 anime d’incrollabili ottimisti. Lì la gente è irresistibilmente felice e ignara che quel nome copiato alle Niagara Falls avrebbe, prima o poi, vendicato il fatto di “aver rubato loro il frastuono”. Ma la tragedia non manda indizi e a Falls non ci sono indovini; a cose fatte si dirà che lungo il fiume Lithium, una sera che andarono a fuoco gli ex magazzini di tabacco del contado, si respirava “un lusso che può venire solo dalla fine di qualcosa”. Ed è così. Il ritorno a Falls di Allan Gurganus – L’esca (trad. di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Playground, pp. 237, euro 17) chiude la trilogia di Local Souls – racconta, sull’ampio raggio di una vita, l’esistenza di Bill Mabry, il prima e il dopo la Catastrofe che a due terzi di libro si abbatte sui Caduti (tale è il nome, ironico, dei cittadini di Falls).

L’a.C., il prima è una storia d’ascesa sociale: William Rooney Mabry, per gli amici Red, grazie a un lascito del cittadino Paxton approda a Falls, acquista una casa sulla Riverside e dipinge porte e finestre di un vistoso rosso pomodoro; che la dice lunga sulla gioia urbana della famiglia Mabry in stile “vincita alla lotteria” e sull’etopea di quell’imbarazzante Red, dalla fiducia ingenua e campagnola, che cerca di farsi a immagine e somiglianza di Falls, cambia congregazione religiosa innamorandosi della vetrata della Prima Presbiteriana perché “se Dio fosse una caramella, è proprio quello l’aspetto che avrebbe”. L’approdo in città è, per Red, la ricompensa ai guasti di salute suoi e del figlio Bill: soffrono di cuore, hanno l’ipercolesterolemia, ma su di loro veglia un nume tutelare, il medico condotto Marion Roper, Doc, un essere sui generis sfiorante la perfezione: “aveva frequentato il liceo di Falls secoli prima di me – parla Bill –, eppure la nostra classe ancora ondeggiava sull’acqua mossa dalla sua scia”. In questa Falls dorata, Roper cura la famiglia Mabry, la “strana e mortale avidità” dei loro corpi, trasformando Bill in un paziente dipendente, quasi innamorato di Doc, nonostante il felice matrimonio con Janet Beckham.

Ma poi arriva la Catastrofe, il dopo, il d.C.: è un uragano che gonfia il Lithium, quel loro “fiume simbolico che si era scatenato all’improvviso credendosi il Mississippi”. Case e certezze sono spazzate giù, ché non esiste luogo senza pericolo su questa terra. Eppure la decadenza era già iniziata quando Doc, in pensione, aveva preso a intagliare esche, anatre spose, germani reali tanto simili al vero da superarlo. “Ma le anatre? Le anatre di legno? Invece di vite umane da salvare? A me e a Janet era sembrata una regressione”. Nelle esche di Roper e nel nom de plume, Marion, che utilizza per segnarle, non c’è traccia della laurea a Yale. La Fase 2 di Doc sbigottisce, fa paura, tanto più se piazzata in un universo di promozioni sociali.

E però è un universo-esca, accecante, colorato. “Poiché ogni creatura vivente è naturalmente attratta dalla sua copia in bello, le esche dovevano essere più belle del vero”. Falls fu un’esca per Red; Doc è l’esca di Bill e le esche stesse, quelle di legno, diventano per Roper la più penosa seduzione. E se Red avrà una tomba in cui dormire in pace coi propri sogni, la stessa sorte non spetterà a Bill e a Doc. Il primo, cittadino insoddisfatto dei partiti paterni e disperatamente ossessionato dalle cure del dottore, non sopporta la ‘decadenza’ di Roper, l’assurdo amore per le anatre di legno, per quell’arte sterile, tutta intesa a scolpire perfino l’ultima goccia d’acqua sul finto piumaggio. Il Roper artista spicca infine come esca, come “bella copia di qualcosa che probabilmente in origine era molto meglio”. Così l’uragano risolve in meglio, paradossalmente, la Fase 2 di molti Caduti. Il dolore fa decadere le false lusinghe: i sopravvissuti ridono, s’ubriacano, fanno banchetti da paese della cuccagna (“la gente fu entusiasta di veder utilizzare i propri beni deperibili […] Bistecche di tonno. Petti di fagiano, capesante bianche e tenere come il culetto di un neonato, pesci delfino catturati da pescherecci noleggiati a centinaia di miglia da lì”). La vita dopo la Catastrofe profuma di brodi miracolosi, di abdicazioni ai grevi desideri degli avi; Bill prova il ‘sollievo’ di perdere tutto, di non sentirsi più obbligato a essere la bella copia di qualcosa, la esca di se stesso. È li che inizia la Fase 3? Esiste un futuro dopo la Catastrofe? Potremo ancora essere qualcuno se spogliati delle convenzioni, sapremo attraccare la coscienza su quella riva in cui non ci sono esche?

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Il brillante e giovane Roper scelse di rimanere a Falls perché “era il modo migliore di stare solo. Qui era un ‘doc’ ancor prima di iscriversi a Medicina, già un dato di fatto. Così poteva lasciare a noi la sua controfigura più attraente”. Ecco. Si vive bene fintantoché sei solo, senza l’ingenuo desiderio “di trovare un compagno degno di te”. Se invece abbocchi all’amo, l’esca ti trascina: Doc, richiamato ormai dalle sue anatre di legno sparse via dall’uragano, fruga lungo il fiume, come un derelitto, tra i cumuli di foglie ammassate. E anche Bill, dopo un ubriacante e momentaneo oblio di Roper, torna a cercarlo. La vita è un richiamo, è una seduzione. Sempre.

E se anche la morte fosse solo un’esca?