‘Partigiano Inverno’ e la dolorosa cortesia della nudità

Brueghel rami

Italo, medicate le poche ferite corporali, andò al ponte di Aranco. Guardò gli alberi. C’erano rami che indicavano una strada e venivano vicino. Altri si perdevano lontani e moltiplicavano: salivano, risucchiati in cielo, quelli più nuovi, più giovani, più ingenui: agivano di conserva per spingersi in un’unica direzione: verso l’alto. Ma poi guardava in un altro punto e i rami frantumavano in gomiti spezzati e divertiti, inseguivano un oggetto di desiderio infinitamente slungato, un’Angelica rincorsa dal lucore dissennato dei cavalieri: si incrociavano in mille indocili nodi, gli uni sugli altri in una ridda di anastomosi, come in una demente fornicazione si univano e biforcavano nella decombinazione estrema dei possibili: rami priapici anelanti novelli strati di cielo da penetrare. Subivano improvvisi cambi di direzione come se cercassero una via per respirare, per uscire dall’apnea, ma ognuno in realtà era cieco agli altri: si incontravano indifferenti o si ignoravano per secoli. Osservava i rami piccoli e ne trovava altri ancora, più minuti, gli ultimi arrivati nell’estate, di cui nessuno s’era prima accorto perché nascosti dalle foglie bugiarde. In estate, si disse in un accesso di filosofia, il mondo vive un falso: le foglie coprono i rami; sia che riposino quiete e massaggiate dal sole, sia che danzino trapassate dal vento che le fa sculettare, cancellano la forma, illudono, giocano pericolosamente, falsificano. Avviene lo stesso nelle miniere di Salisburgo: un ramo secco, storto, sincero, viene gettato lì dentro e dopo qualche mese lo vai a raccogliere bello come un anemone appena sbocciato, e la corteccia irregolare ha buttato piccoli e infiniti diamanti di salgemma. Ringraziò l’inverno partigiano per la dolorosa cortesia della nudità: i rami spogli non avevano per se stessi nulla di nascosto, non potevano tenere un’idea segreta, si spiegavano interamente, onestamente, senza restrizioni. Mentre in estate passavano tutto il tempo a complicare la loro forma, in inverno restavano sinceri e franchi, e la loro espressione era scritta una volta per tutte. Avanzava in Italo un’illusione, quella di scorgere il senso intero: si concentrava sul tronco ampio, sicuro, possente, sui rami principali protendenti le braccia come attori in posa; e sui rami più piccoli spolverati da una stissa di vento; e su quelli più piccoli ancora dove c’era l’ultima foglia; poi quelli piccoli piccoli e piccolissimi che a spezzarli ci vorrebbe così poco e forse, alla fine dell’inverno, non ci sarebbero più stati, per la neve o il vento.

Ma a quel punto, trabuccò, aveva perduto la visione di insieme e ritornava a osservare i rami grandi a volte percorsi da una peluria verdina di muschio sottile che sotto il sole diventava brillante. E oltre il pelo verde scorgeva un altro albero e poi un altro ancora. Per ogni albero una nuova serie di fatti aveva inizio, scaturita come germoglio, e poi ramo, dal palo teleologico, la cui preminenza era di continuo contesa dall’albagia naturale delle procìme: era un labirinto di chiodi che moltiplicava furioso fino alla luna (spesso veduta nel cielo diurno, quand’è all’ultimo quarto) e era bello perdersi lì dentro. Le gazze ci si cacciavano, ubriache di rami contesti, faconde, loquaci, ciarliere: per ogni ramo una storia che leggerle intere non può nessuno, ma le pieridi cercavano di cantarle tutte, berte insolenti, si gettavano nella rete che le storie finiscono per formare tra loro, e l’una si riallaccia all’altra come si sono compiaciuti di mostrare i grandi narratori. La storia dei dieci morti, che da vivi avevano trascorso con lui l’ultima notte, turbava Italo: non perché la loro non s’appiccasse alle altre storie ma, al contrario, proprio perché s’appiccava così mostruosamente. I rami potevano muovere irregolari, pensava, per una larghezza eccessiva nella disponibilità dello spazio e del tempo. È così il mondo: troppo largo e impenetrabile. Sarebbe piaciuto a Italo di descrivere il mondo reale come quello della Bella addormentata nel bosco: eternamente presepìto da una fitta rete di rami che solo un bel principe è in grado di districare. Ma è ovvio che non poteva permettersi questa fantasia a causa dell’ineluttabile, ineludibile e inevitabile assenza, nella storia del mondo, di un principe così generoso e vafro, come quello della fiaba, da mettere a repentaglio la propria esistenza per portare in salvo la pletora umana. Il sole scaldava un pochino il ferro della ringhiera. Italo poggiava le mani e provava un piacere da vergogna: pensava a quanto sarebbe stato bello se tutti i libri del mondo non fossero mai stati scritti, se i ricordi si fossero cambiati a ogni stagione come l’esuvia della serpe: ognuno avrebbe saputo delle cose e delle storie e solo quelle, molte, moltissime sarebbero state dimenticate senza angoscia, liberate come un uccellino a ogni morte, e sarebbero tornate a circolare finché qualcun altro non le avesse di nuovo prese al laccio: sarebbe stato ancora come una prima volta, perché di quell’altra prima volta non c’era scritto niente. Voleva essere un uccellino. Ma Italo tornò con la mente a sé, sul ponte, ai molti momenti in cui fu meno di se stesso, a quell’anno col Natale debilitato e pieno di macchie. Profetizzava: chi avrà il panettone lo vedrà diventare carne dolente, anzi lo è già, sotto il coltello; il vino sarà sangue, e tutti avranno l’orrore del mondo in bocca. Dopo, i rami avvolgeranno il creato immobile di loro addormentati, lo mangeranno per sempre, scaveranno i muri come pane, senza salvezza di sorta. In quell’inverno che gli stringeva le braccia, la verità almeno un poco sgemmava. Intorno aveva, come una corona, la Valsesia di roccia, dura da tagliar le gengive: le montagne concarnate di pietre, ricoperte di terra sottile per far crescere alberi corti, per mai dimenticare che il mondo è un labirinto. Riandò all’ostia di Bestia, quel giorno che aveva sentito il senso intero. Gli alberi gli alitavano dal ponte e erano tanto spogli quanto più erano coperti gli uomini, per proteggersi da loro stessi e dagli altri. Italo era solo, era il passero sul cacume antico della torre, era il più remoto soffio di vento nell’artico che, come un accento, accarezza il ghiaccio. Il mondo fuori si metteva sulle punte e il professore guardava il silenzio delle nuvole.

Da Giacomo Verri, Partigiano Inverno, Nutrimenti, 2012, pp. 195-197

Una storia di guerra imparata a Natale

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Una storia di guerra imparata a Natale

di Antonio G. Bortoluzzi

Nota dell’autore

Alle volte, dentro un romanzo, ci sono degli episodi che possono essere perfino un racconto a sé. Credo sia il caso di questa storia di guerra che mi è stata raccontata mentre raccoglievo, tra parenti e paesani, elementi per il romanzo Paesi alti. È una storia vera, accaduta nei luoghi dove vivo e che ho trascritto così come mi è stata raccontata da una donna che era bambina all’epoca dei fatti. In questo racconto c’è anche il Natale in montagna, la macellazione delle bestie, la pratica della preparazione degli insaccati nel borgo isolato durante gli anni ’50 del Novecento. E c’è una storia di guerra, la peggior guerra, quella fatta contro i civili inermi da un esercito invasore. E della rimozione che spesso segue questi fatti.

Dal capitolo 13 del romanzo Paesi alti, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Collana InchiostroBig 2015. Per gentile concessione dell’Editore.

***

Sul manifesto c’era scritto: 25 Aprile 10° Anniversario della Liberazione. Era affisso alla porta scura del municipio e nessuno sembrava farci caso.
Tonìn attraversò la piazza del paese con la cassettina piena di uova da vendere ed entrò nella bottega di Emi. Lei non c’era. Siór Franco servì una cliente e poi diede al ragazzo due scatole di cartone sagomate dove pose con delicatezza le uova. Quando finì, il padre di Emi fece la somma, Tonìn tolse di tasca la nota della spesa e prese tanta merce quanto era il valore delle uova. Le uova funzionavano come le lire, solo che erano fragili. E lui portava in paese quelle di tutte le famiglie delle Rive, camminando piano sul ciglio erboso e morbido della strada per non romperle. Ne riceveva in cambio un cartoccio di conserva di pomodoro, rigatoni, olio di semi, zucchero. Emi gli aveva raccontato che una volta alla settimana passava il camioncino e le ritirava tutte: servivano per la fabbrica della pasta che c’era giù nella Bassa. Aveva aggiunto che quando il camioncino era pieno portava diecimila uova e Tonìn aveva pensato che se quel camioncino avesse preso una buca e si fosse ribaltato ne sarebbe uscita la più grande fortàia della storia, e avrebbero potuto chiamarla la Frittata Diecimila, ma non lo disse a Emi, perché alle volte si vergognava delle stupidaggini che pensava.
Tonìn salutò il padre di Emi e ritornò in strada con quel po’ di merce che aveva nello zaino e la cassettina di legno vuota sottobraccio.
Il manifesto sulla porta del municipio era sempre lì, grande e scritto in maiuscolo, ma non diceva niente della guerra, nessuno raccontava mai niente di quegli anni. Gli sarebbe piaciuto sapere delle armi automatiche, degli assalti, dei carri armati, dei tedeschi, dei partigiani, degli aerei. Dei paracadutisti, di chi aveva fatto la spia, di chi era stato fucilato o impiccato. E invece silenzio.
C’era solo un posto dove agli uomini sfuggiva qualcosa della guerra, era nella stanza dei salami di barba Nino su alle Rive. Lui aveva una grande stanza vicino alla cantina, con due finestre al sole e un tavolaccio al centro dove gli uomini si riunivano d’inverno per fare i salami. Erano giornate lunghe e fredde che iniziavano all’alba e finivano a notte fonda. Prima ammazzavano i maiali e la vacca, li lasciavano a scolare e poi ne facevano quarti. Quindi i pezzi di carne venivano portati lì e lavorati con cura, tagliuzzati, macinati e infine impastati con sale, pepe e una spruzzata di grappa, che era il segreto di barba Nino. Era in queste serate estenuanti di vino, sigarette e lavoro che uscivano certe storie dei partigiani, dei repubblichini, della strada minata, del rastrellamento. Era come se sfuggissero di bocca agli uomini sopraffatti dalla fatica di stare diciotto ore in piedi a curare, tagliare, impastare. Erano storie che venivano con il buio e con il vino e sparivano alla luce, vicende che si potevano solo sussurrare perché qualcuno dei protagonisti era sempre parente di qualche altro della valle.
La peggiore di tutte le storie era quella di Fonsìn. Era poco più che ragazzo e stava facendo il fieno con sua madre. Lui non aveva niente da temere dai tedeschi perché troppo giovane per essere renitente alla leva o partigiano, stava solo facendo l’ultimo fieno di settembre e non voleva rogne con nessuno. Quando avevano avvisato che i tedeschi stavano salendo dal vallone, sua madre gli aveva detto di nascondersi nel fienile, così d’istinto, solo per evitare domande cui aveva paura di rispondere sbagliato. Perché con i tedeschi non si sapeva mai come andava a finire.
Arrivò la colonna e dissero alla madre che si allontanasse perché avevano ordine di bruciare le stalle, a partire dalla sua. Lei impallidì e urlò a Fonsìn che uscì dal fienile con le mani in alto. Loro gridarono Bandit! Gli legarono le mani e lo trascinarono via in malo modo.
La madre di Fonsìn insieme ad altre donne e uno che parlava un po’ di tedesco corsero fino alla fontana del paese. Volevano spiegare, pregare, implorare, pagare, fare qualsiasi cosa per averlo indietro. Ma quando arrivarono era troppo tardi, i tedeschi erano andati avanti, verso altre stalle e il ragazzo era steso a terra ancora con la camicia sudata e fili di fieno impigliati nel tessuto. Gli avevano sparato alla testa e il cervello era uscito sulla ghiaia. Una delle donne si era precipitata avanti a raccogliere i poveri resti prima che li vedesse la madre.
Gli uomini raccontavano questa storia, mentre con i coltelli affilati curavano la carne separandola dalle parti grasse e l’aria era satura di fumo e puzza d’aceto. Tonìn era nell’angolo della stanza e mescolava nel secchio di acqua bollente i budèi e il vapore che saliva gli faceva lacrimare gli occhi.

Il potere di Miranda

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Un racconto di Pierpaolo Vettori

***

Lo zucchero è pieno di formiche. Poso le tazzine sul lavello. Il ripiano ha uno strato sudicio e appiccicoso. Sara ha smesso anche di fare le pulizie. Col cucchiaino tento di rimuovere dalla scatola gli animaletti neri che fuggono impazziti verso le crepe della cucina. Alcuni si gettano nello scarico. Apro l’acqua e li annego.

– Allora, questo caffè?

La voce di Tonini è roca e cavernosa come la scorreggia di un dinosauro. Una voce abituata a comandare.

– Arriva, arriva – mi sento dire con un tono allegro e infantile.

Verso il caffè e aggiungo lo zucchero che sono riuscito a pulire. Metto le tazzine su un vassoio di plastica e vado verso la terrazza. Uscendo dalla cucina vedo la mia immagine riflessa sul vetro della finestra: un uomo coi capelli brizzolati e la pancia prominente. Indosso una maglietta di Superman.

Devo ricordarmi che è questo che vede la gente quando mi incontra.

Tonini è seduto su una sdraio di plastica azzurra di quelle fatte a striscioline gommose orizzontali. Da quattro soldi.

La canottiera di Tonini è chiazzata di sudore e succo d’anguria. Sta divorando una fetta e sputa i semi nel cavo della mano.

– Oh, finalmente – dice.

Getta i semi per terra e si pulisce il palmo sui pantaloncini che contengono a stento le sue enormi gambe pelose. I baffi gli gocciolano e lui tira su col naso. Tonini non mi piace ma gli devo dei soldi.

Soldi che non ho.

Ha dato una mano a mio fratello che voleva aprire un’officina da fabbro. Io mi sono messo in società. Mio fratello è bravo e io imparo in fretta. Dovevamo restituire tutto col lavoro che Tonini ci avrebbe offerto nei suoi cantieri edili ma adesso ha cambiato idea. Ha dato il lavoro a un’altra ditta.

Tonini diversifica, dice lui parlando di sé stesso in terza persona.

Ma i soldi li vuole lo stesso.

Ecco perché bevo birra e mangio fette d’anguria con lui sul terrazzo del mio appartamento in affitto sulla riviera ligure.

Non pensate che io sia un debole. È solo che non riesco a dire di no. Mai riuscito. Se mi fosse spuntata una piuma colorata per ogni volta che ho sorriso a persone che avrei voluto prendere a calci a quest’ora sarei un pavone. Un pavone vestito da Superman.

Mi siedo accanto a lui e giro lo zucchero nelle tazzine. Le osservo nel timore che affiori qualche formica.

Secondo i giornali è l’agosto più caldo del secolo e io ho un sacco di problemi.

A dire la verità questi quindici giorni di ferie dovevano servire a riavvicinarmi a mia moglie. Tra me e Sara non va affatto bene e, come al solito, tutto è cominciato a letto. Anzi, per essere precisi, a letto è tutto finito. Siamo stressati, lei si sente grassa e dorme in pigiama anche quando il termometro sfonda i trentacinque gradi. Se provo ad avvicinarmi e a dire che la trovo desiderabile, risponde che nessuno può desiderare una cicciona e io ho solo voglia di scopare: lei o un’altra è lo stesso. Il fatto che io non lavori da otto mesi non aiuta certo a far valere le mie ragioni. Non aiuta nemmeno essere ad Andora con mia cognata che sottolinea ogni dieci minuti come io sia un parassita che vive alle spalle di suo marito. Mi sono lussato una spalla alzando delle barre di ferro. Il medico ha detto che ho bisogno di riposo e calore. La verità è che fare il fabbro non è il mio mestiere. Mio fratello sa lavorare, io lo aiuto. Lui è quello pratico, io sono sempre stato l’artista. Suonavo la chitarra ritmica in un gruppo rock. Se avessi davvero il talento che mi attribuisco, sarei il pavone che suona con i Rolling Stones.

Comunque, le vacanze avrebbero dovuto aiutarci a ritrovare un po’ di intimità. La prima sera invece, mentre facevamo un giro sul lungomare tentando di respirare l’afa bollente, mi sono sentito battere su una spalla ed ecco Tonini e la sua donna rumena: Nina.

Il giorno dopo, secondo il suo stile, Tonini si è autoinvitato a pranzo con la scusa di farmi assaggiare un grongo che aveva appena pescato e così siamo qui a divorare anguria e a parlare dell’argomento preferito di Tonini cioè di sesso. Fortuna che Sara si è andata a stendere un po’ sul letto per via di un gran mal di testa perché Tonini non misura le parole.

In realtà Sara odia l’anguria. Non ne sopporta neanche l’odore. L’estate scorsa un nostro amico ha avuto la disgraziata idea di fermarsi ad uno di quei chioschetti che si trovano lungo la strada per comperare un’anguria fresca. Sara si è avvicinata con cautela. Al nostro amico è sfuggito il cocomero che stava soppesando con aria da esperto e questo si è spiaccicato al suolo, schizzando le gambe di Sara con un liquido che sembrava sangue arancione. Mia moglie ha avuto una crisi isterica e ho dovuto sorreggerle la testa mentre vomitava sul ciglio della strada.

– Non hai un po’ di musica? – chiede Tonini.

– Ho delle cassette ma non so se ti piacciono. È musica rock.

– Cassette? Esistono ancora? – dice Tonini ridendo in modo da far tremare il balcone.

– Io in macchina ho un lettore Mp3 che sbatte i conigli fuori dalla strada se lo metto al massimo. Tu sei un musicista, no? E vai ancora avanti a cassette? Comprati un lettore decente.

E con che soldi? Quelli che ti devo?

– E poi il rock è da vecchi. Lo ascoltavo anch’io una volta, sai? Led Zeppelin, Doors, quella roba lì. Adesso non funziona più. Se vuoi caricare devi ascoltare roba da discoteca.

– Io non vado in discoteca.

– Fai male. È lì che c’è roba buona.

Tonini mi strizza l’occhio. Io sorrido come un’educanda ma gli faccio capire che ho capito. Meno male che Sara non è qui altrimenti mi trafiggerebbe con uno sguardo di disprezzo.

– Allora come butta qui in spiaggia? Ho visto certe ragazzine oggi, avranno avuto quindici o sedici anni con due tettine dure che… mi hai capito, no?

Mi esibisco in un altro sorriso compiacente e vile.

– Non mi dirai che, a parte Sara, non ti dedichi anche tu a…

E riempie i puntini di sospensione con un gesto inequivocabile.

– Io, quando mi viene voglia di roba giovane, mollo a casa Nina e vado in cerca di lumache.

Sottolinea il vocabolo finale succhiandosi rumorosamente il medio e l’indice rossi d’anguria. Almeno così si dà una bella pulita ai baffi col dorso della mano. Adesso mi fa meno schifo.

– Guarda quella. Dimmi se non te lo fa venire duro.

Mi volto in direzione del suo sguardo e vedo sul balcone di fianco al nostro mia nipote Miranda, la figlia di mio fratello, che affitta l’appartamento accanto al mio. Si dondola su una gamba sola con l’incavo del piede appoggiato sul polpaccio.

– Ciao Miranda, – dico ad alta voce per far capire a Tonini che deve tacere.

– Ciao zio, – risponde la voce annoiata di Miranda che si lascia cadere sulla sdraio allacciandosi le cuffiette del walkman e dimenticandomi all’istante.

– La conosci? – chiese Tonini.

– La conosci anche tu. È Miranda, mia nipote. È in vacanza qui con quella stronza di mia cognata mentre mio fratello sta a casa a sgobbare come un negro. Ogni tanto viene a casa tua ad aiutare Nina a fare i lavori. E ha solo sedici anni. Che fai, guardi le bambine?

Tonini avvicina la sua gonfia faccia baffuta al mio orecchio e sussurra.

– Ma che bambina. Guardale il culo, le tette… quella ne sa più di me e te messi insieme, te lo dico io.

Mi volto ad osservare la mia nipotina e per la prima volta vedo una donna. Vedo la sua pelle sudata e abbronzata brillare al sole, i capelli scenderle lungo le spalle e i seni appena accennati sotto il costume. Mi eccito e mi vergogno nel giro di un secondo. Mi verso una birra e dico a voce un po’ troppo alta.

– E hai pescato qualcosa quest’anno?

***

La mattina dopo arrivo tardi in spiaggia. Ho passato le prime ore del mattino a convincere Sara a venire con me. Ha detto che quest’anno in costume non l’avrei mai vista: è troppo grassa e si fa schifo. Non vuole far ridere la gente. Le ho assicurato senza troppa convinzione che è bellissima ma lei si è messa a piangere e ha detto che le è venuto il ciclo. Così sono in spiaggia da solo, bianco come un cadavere e vagamente intimidito dalla mia improvvisa nudità. La sabbia scotta. Devo concentrarmi per assumere un comportamento virile e non mettermi a zampettare come una gallina impaurita. Mi accorgo di avere un grosso foruncolo sul petto che spicca come un terzo capezzolo.

– Ciao. Dio, come sei bianco!

Metto a fuoco la voce femminile che mi accarezza le orecchie come una crema calda. Sdraiata su un materassino arancione c’è Nina, la donna di Tonini.

– Sei solo oggi?

– Già. Sara ha mal di testa.

– Sdraiati qui che parliamo un po’. In questa spiaggia ci sono solo vecchi e bambini. Mi sto annoiando.

Stendo il mio consunto telo verdolino accanto a lei e la osservo. È abbronzata, lucida di olio solare ed emana un profumo di cocco e arancio. Ha un paio di grandi occhiali scuri e un costume a due pezzi nero e marrone.

Mi chiedo come mai la donna di Tonini venga nella spiaggia libera: una lingua sottile di sabbia grigia a ridosso del porto e degli scarichi delle barche. Tutti ormai hanno una sdraio negli stabilimenti balneari. La spiaggia libera è riservata ai paria che si accalcano per un rettangolino di spazio pieno di cicche di sigaretta e cartacce di gelato.

– Tonini è in acqua?

– No. Quello stronzo mi ha mollato stamattina ed è andato a Cairo Montenotte per affari.

Fa una pausa molto lunga per permettermi di digerire lo “stronzo” poi sospira alzando i seni color caffelatte. Vedo i grossi capezzoli tendere la stoffa del costume e deglutisco.

– Sarà andato a scopare con qualche ragazzina quel bastardo.

– Nina cosa dici? Sono sicuro che Tonini…

Si solleva a sedere ed esclama con una voce dura che per un attimo lascia affiorare l’accento rumeno.

– Guarda cosa mi ha fatto!

Si toglie gli occhiali scuri e un brivido come acqua gelata mi corre nella pancia. L’occhio destro è coperto da un grosso livido blu violaceo. Attorno allo zigomo il rigonfiamento diventa di colore giallo-verde.

Si rimette gli occhiali.

– È stato lui? – chiedo con un’espressione idiota.

– Il tuo amico Tonini è un porco. Quando non gli do quello che vuole mi mena e poi va a cercare qualche puttana che per soldi fa di tutto. IO non faccio di tutto – dice improvvisamente, diventando seria come una bambina.

Poi ride e comincia a slacciarsi il costume liberando i seni abbronzati.

– Voglio stare un po’ in topless alla faccia sua. Mi metteresti la crema sulla schiena per favore?

Profondamente a disagio comincio a massaggiarle le scapole spruzzando ogni tanto la pelle col denso liquido solare a bassa protezione.

– Non hai mai pensato di denunciarlo?

Nina sbuffò.

– E tornarmene in Romania senza soldi e magari con le ossa rotte? Magari è anche capace di spararmi. Lo sai che è un maniaco delle armi, no? Che cosa se ne farà di tutte quelle pistole se manco le può usare. Le guarda, le lucida. Dice che vuole andare a caccia uno di questi giorni. Te lo vedi Piero in mezzo ai boschi? Lui che non va neanche nell’orto a prendere i pomodori. E poi a che cosa spara con una pistola? Mica ci sono gli indiani nei boschi.

Ride. Ha una risata roca e vagamente mascolina. Poi diventa seria di colpo. – No, non lo denuncerò mai. Prego che muoia, prego che qualcuno gli ficchi una pallottola nel culo a quel pervertito. Magari uno di quelli con cui fa i suoi giochetti.

– Ciao zio, ciao Nina.

Arriva Miranda fradicia dopo il bagno. Bacia Nina sulla fronte schizzandola d’acqua fredda. La sento rabbrividire sotto le mie mani e interrompo il massaggio.

– Zio, guarda che se continui a darle la crema con quegli occhi fuori dalle orbite ti verrà un infarto.

Tento di ridere.

Miranda posa la maschera e il boccaglio sul telo di Nina.

– Ormai sei compromesso. Ti tengo d’occhio – dice ridendo. Poi si avvia verso la doccia.

***

Il campanello suona alle sei di mattino. Vado ad aprire in mutande mentre Sara cerca qualcosa da mettersi benché abbia già addosso il pigiama.

– Il signor Franzi?

– Si?

– Sono Alberti dei carabinieri di Andora. Questo è Sicca, il mio collega – dice l’uomo in uniforme indicandomi una specie di clone più giovane che lo sopravanza in altezza di tutta una testa.

– Cosa è successo?

– Conosce un certo Tonini?

– Ma certo. È un impresario edile per cui lavoro ogni tanto.

– Il signor Tonini ha avuto un… incidente. La sua auto è uscita di strada a causa, pare, di un attacco cardiaco. Purtroppo il signor Tonini è deceduto.

Non trovo nulla di meglio da dire che uno stupido “Oh!”.

– Stiamo facendo il giro dei suoi conoscenti prima di chiudere le indagini perché ci sono alcuni particolari non chiari.

– Quali particolari? – chiedo sfregandomi gli occhi.

– Ma cosa fa ancora in piedi? Entri, la prego – dice Sara tornando dalla camera.

– Volete un caffè?

– No, grazie signora. Il caffè mi dà acidità – dice il carabiniere mentre lo faccio accomodare.

– E lei? – dice Sara rivolta a Sicca.

Il giovane appuntato guarda Alberti che gli fa un cenno col capo come a dire: “Fa quello che vuoi”.

– No grazie, sono a posto così – dice Sicca restando in piedi vicino alla porta.

– Quali particolari? – chiedo un po’ spazientito.

– Ecco – dice il poliziotto abbassando la voce – durante l’esame medico hanno riscontrato… il signor Tonini aveva delle ferite profonde intorno ai polsi e, scusi il termine, un grosso proiettile infilato nel retto.

Mi sento gelare benché stessimo già sudando per il calore innaturale.

– La pallottola in questione appartiene ad una pistola di proprietà del signor Tonini: abbiamo controllato. La compagna del Tonini – prosegue l’agente – ci ha detto che frequentava ambienti equivoci, club privè dove si pratica il sadomasochismo. Stiamo contattando chi lo conosceva per avere informazioni a riguardo. Può darsi che l’attacco cardiaco sia sopravvenuto in seguito a pratiche di sesso estremo. In tal caso si prefigurerebbe il reato di omicidio colposo.

– Io non ne so nulla – dico con troppa precipitazione. – Conoscevo Tonini in maniera superficiale.

L’agente tossisce.

– Questo non è del tutto esatto. La signora Prodan ci ha detto che due giorni fa il Tonini è stato a cena qui e che lei è al corrente del fatto che Tonini era un manesco.

– Le ripeto che la mia conoscenza di Tonini e della signora Prodan è superficiale. Nina poi, l’avrò vista in tutto quattro o cinque volte. Le ripeto che è una conoscenza superficiale.

L’agente abbassa di nuovo la voce.

– Non così superficiale da impedirle di spalmare la crema sulle spalle della signora. Sa, le persone in spiaggia amano spettegolare.

Sento Sara che rientra in camera piangendo.

Il carabiniere allarga le braccia come a dire l’ha voluto lei.

– Grazie per il caffè. L’avrei preso volentieri ma il mio stomaco proprio non ne vuole sapere – dice Alberti alzandosi mentre Sicca apre la porta. – Comunque se le venisse in mente qualcosa sulla vita privata del Tonini e volesse contattarci chiami la stazione dei carabinieri di Andora.

Richiudo la porta e mi preparo a dare inutili spiegazioni a mia moglie.

***

Tonini non era credente per cui il funerale si celebra senza funzioni religiose. Una banda di paese accompagna il feretro nel breve tratto dall’ospedale al capannone polivalente di Andora. La salma doveva essere inumata nel cimitero di Torino ma, a causa del gran caldo, si è preferito svolgere il più in fretta possibile la cerimonia funebre. Pochissime persone assistono alla funzione. Tonini conosceva tutti ma non per questo ha molti amici. A parte Nina, mia cognata e Miranda, riconosco solo i due poliziotti che mi hanno fatto visita il giorno prima. La banda attacca un paio di marce funebri stonate mentre la gente si fa aria con alcuni volantini pubblicitari di una svendita di scarpe. Ce ne sono diversi sacchi ammonticchiati su un tavolo. Più che a Tonini penso a Nina, a Sara e, mi vergogno a dirlo, soprattutto al mio debito che giace col morto nella bara. Sarebbe stato difficile tirare avanti fino a Natale senza il cantiere di Tonini. Mi chiedo chi lo rileverà, magari è uno dei presenti. Potrei presentarmi col pretesto delle condoglianze e fare presente con garbo che il lavoro era stato promesso a me. Nina legge alcune parole di circostanza da un foglietto spiegazzato. Ha gli occhi rossi di pianto. Quello destro porta ancora ben visibili i segni delle ecchimosi. Sembra una grossa gattona torpida, un po’ ammaccata dalle zuffe ma sempre pronta a graffiare o sedurre. Sono l’unica persona citata nel breve discorso. Nina mi ringrazia per l’affettuoso supporto che le ho offerto negli ultimi giorni. Cerco lo sguardo di Sara ma lei volta ostinatamente la testa dall’altra parte. Osservandole il collo vedo che il sudore le ha fatto venire delle minuscole pustole rosse dove il maglioncino, che porta nonostante il calore, le fa il girocollo. Nina finisce il discorso e comincia a salutare i conoscenti prima che il feretro parta per Torino. Miranda è la prima ad accostarsi a lei, la bacia sulla guancia e le sussurra qualcosa all’orecchio. Nina fa un cenno d’assenso e le dà un bacio sulla fronte. Sulle guance arrossate dal pianto affiorano i capillari. Sembra che soffra davvero. Con un gesto improvviso si libera della gente che le si é fatta intorno e attraversa la stanza dirigendosi verso di me con un sorriso triste. Mi prende le mani e mi dice: “Grazie, grazie di tutto”.

Io balbetto qualche frase di circostanza e Nina mi si lascia cadere addosso abbracciandomi affranta. La tengo goffamente stretta a me battendole un colpetto sulla schiena e sento la sua grande mano calda passarmi sui pantaloni. È un attimo ma indietreggio come colpito in faccia da uno schiaffo. Il mio sguardo corre ai due poliziotti e, incrociando il viso di quello con cui avevo parlato, vedo che mi strizza l’occhio. Nina molla la presa e viene subito circondata dagli amici del Tonini mentre Sara mi arriva silenziosamente alle spalle e mi sibila all’orecchio: “Stupido, non vedi che sospettano di te?”

***

Sono passati due giorni. Nina è tornata a Torino per le pratiche legate all’inumazione. Siamo a cena da mia cognata. Lei e Sara stanno parlando di un lampadario che hanno visto in un negozio di Diano Marina. Per adesso nessun accenno al mio ruolo di parassita. La morte di Tonini è stata una manna per noi. Mio fratello mi ha telefonato per avere notizie. Sembrava uno che avesse appena tirato fuori una bottiglia di champagne. Non c’è nessun foglio firmato da noi. Con Tonini ci si intendeva con una stretta di mano. Tanto lui sapeva come farsi dare i soldi che prestava. Siamo liberi. L’officina è nostra e si respira. Mia cognata mi serve il caffè con una gentilezza che sa tanto di scuse. Vado in bagno. Un paio di collant colorati sono appesi al ferro della doccia. Sono di Miranda. Solo adesso mi accorgo del profumo dolce di cui è pregna la stanza. Mi guardo intorno. Miranda si è cambiata qui poco fa. Si è preparata per uscire e adesso è chiusa in camera sua. Mi viene un pensiero che si traduce in azione istantaneamente. Vado verso il cestone della biancheria. Ci sono delle calzette a fiori. Le prendo e le porto vicine al viso per sentirne l’odore. L’odore di Miranda. La mia immagine riflessa nello specchio mi spaventa e in fretta rimetto le calze nel cesto.

Ritorno in cucina. Mi sento il corpo come fosse fatto di vetro.

– Miranda non c’è? – chiedo.

– È in camera. Stasera voleva andare a ballare alla Suerte ma da sola non ce la mando. La signorina può frignare quanto vuole – dice mia cognata a voce alta in modo che la figlia senta – ma se ne sentono troppe in giro. Lei non si accorge che i ragazzi la guardano e ci vuole un attimo. Se fosse andata con la compagnia allora era un altro paio di maniche.

Miranda esce dalla sua camera. È in pigiama ma ha ancora il viso truccato. Sulla giacca del pigiama ci sono due orsetti che si baciano. È una bambina. Ripenso a quello che ho fatto in bagno e mi si chiude lo stomaco dalla vergogna.

– Zio, diglielo tu che a sedici anni le ragazze escono tranquillamente da sole.

Lo sguardo di mia nipote mi implora ma io riesco solo a sorridere come un imbecille.

– Cosa vuoi che ne sappia tuo zio – dice mia cognata con quel suo muso rincagnato. Io, cara mia, vado ancora ai concerti rock!

– Lo zio è giovane. Lui capisce cosa vuol dire per noi ragazzi andare a ballare alla Suerte. Guarda com’è vestito. Dài, digli qualcosa zio!

Mi guardo anche io. Indosso la mia maglietta di “Goo” dei Sonic Youth.

– Dai, Sandra – dico a mia cognata – facciamo così: Miranda la portiamo noi alla Suerte. Che ne dici Sara, andiamo?

Mia moglie sgrana gli occhi verdi come solo lei sa fare.

– Ma sei impazzito? Tu odi la discoteca. E poi saresti ridicolo alla tua età.

E allora mi prende il nervoso. Pensano tutti che io sia un imbecille? Che sia ormai un vecchio come loro, senza più niente da chiedere alla vita?

Sento la mia voce uscire forte e gentile: “Vai a prepararti Miranda, ti porto io”.

***

Siamo in macchina. Miranda è uno spettacolo. Parla in continuazione. Io mi sono cambiato cercando di vestirmi da discoteca. Ho una camicia azzurra con le maniche un po’ troppo corte, dei pantaloni leggeri e delle scarpe da velista in finta pelle. Andavano di moda negli anni ’80. Miranda mi dice: “Aspetta che ti sistemo: così sembri un contadino”.

Si allunga verso di me e mi sbottona la camicia. Poi mi scompiglia un po’ i capelli.

– Così va meglio, – dice. – Devi lasciarti andare. Sii più selvaggio.

Sento le mani di Miranda sui miei capelli. Sa di buono. Ha una gonna corta e un top nero con dei brillantini. Le guardo il viso abbronzato con la coda dell’occhio. È ricoperto di piccole efelidi che scendono lungo la scollatura fino all’inizio dei seni. Sembra una deliziosa spolverata di cioccolato. È perfetta. Il problema sono io. Mi sento un impiegato delle poste diretto al party di compleanno di Beyoncè.

Saliamo lungo il Capo Mele mentre lei si aggiusta i lunghi capelli biondi. Mia cognata ha ragione: Miranda non deve uscire da sola. Se fa questo effetto a me chissà che cosa suscita in un branco di ragazzini bevuti e impasticcati. Passando davanti alla casa di Tonini vediamo la luce accesa.

– Nina è tornata – dice Miranda.

Annuisco e ripenso a quella mano che mi ha sfiorato durante il funerale di Tonini.

– E zia Sara sta meglio?

– In che senso?

– Beh, sai, dopo che ha perso il bambino…

– E tu come lo sai?

– Ne ha parlato lei con la mamma, l’ultima volta che è venuta a prendere il caffè.

Mi sto innervosendo. Mia moglie non parla con me ma si confida con quella serpe di mia cognata. Non capisco.

– Certo che se l’è vista brutta – sussurra mia nipote.

Ma tu che ne sai?

– Un aborto non è mai una bella esperienza, – butto lì.

– Ma lei ha rischiato di morire! – urla Miranda.

– Ma figurati. Che dici?

– Ma come, se ce lo ha raccontato proprio lei. Ha avuto un’emorragia grave e ha rischiato di rimanerci secca. Ha detto che ha visto un tunnel tutto rosa con una luce in fondo. Ha detto che avrebbe voluto seguire la luce. Non aveva paura. Ma poi una voce l’ha richiamata e si è svegliata sul letto dell’ospedale.

Sono allibito. Sara non mi ha mai detto nulla.

– Non dirmi che non lo sapevi, – indovina Miranda sgranando gli occhi.

– Certo, certo. Solo che non è stato così grave come racconta lei.

Miranda emette un aaahh! poi si volta appoggiando la testa sul finestrino.

Superato il promontorio vediamo le prime auto parcheggiate. La Suerte è un centinaio di metri più a valle, a picco sul mare di Laigueglia. Improvvisamente Miranda cambia espressione.

– Non fermarti – dice. – Gira a sinistra e vai su per la collina.

Obbedisco come un automa. Mi inerpico per la stretta strada scarsamente illuminata.

– Miranda, dove…- tento di dire.

– Zitto. Fermati lì, in quella piazzola.

Spengo il motore e tiro giù i finestrini. Miranda sta piangendo. Il trucco le cola giù da un occhio come del sangue nero. Sembra di nuovo una bambina. Dalla borsa estrae un filo sottile che sembra d’acciaio ma è morbidissimo. Lo usa per raccogliersi i capelli in una coda. Si gratta con furia una coscia, poi si porta la mano alla bocca e comincia a mangiarsi l’unghia del pollice.

– Cosa c’è Miranda?

– Devi aiutarmi zio: sono nei guai, – singhiozza mia nipote.

Non so che dire. Tipico.

– Sei incinta? – provo a buttare lì.

– Mannò, cosa dici. È peggio. Se mia madre lo scopre è finita.

Si asciuga le lacrime col dorso della mano. Le accarezzo la testa e sento che trema.

– Raccontami, – dico. – Ti prometto che resterà tutto tra di noi.

Mi prende la mano e la bacia. Sento le sue labbra stringersi sulla mia carne.

– Grazie. Sapevo che tu eri l’unica persona su cui potevo contare.

Miranda tiene la mia mano tra le sue e se la mette in grembo. Guarda fuori dal finestrino. Il mare non si vede più ma se ne sente l’odore di salsedine. I grilli friniscono come pazzi sotto la luna brillante che campeggia nel cielo. Sembra fatta di carta.

– Sai che faccio le pulizie da Nina, vero?

Annuisco.

– Sono venuti dei carabinieri da noi e ci hanno fatto delle domande su Piero. Tonini. Dicono che forse non è morto per un incidente. Forse ha fatto dei giochi di sesso troppo spinti, capisci?

– Si, lo hanno detto anche a me.

– Beh, credono che Nina possa essere coinvolta e mi hanno fatto tante domande su di lei. Io, naturalmente, non ne so niente, ma…

– Ma?

– A Cairo Montenotte c’è un club privè, si chiama “Scandalo”. È come una villa. Si entra solo se ti ha invitato un socio. C’è una parola d’ordine che cambia tutti i mesi. Lì puoi fare quello che vuoi.

Miranda parla a voce bassa tra le lacrime. Il suo viso lentigginoso è molto vicino al mio. Mi sento la bocca secca e, quando rispondo, mi esce una specie di rantolo rauco.

– Queste cose te le ha dette Nina?

– Io ci sono stata, zio.

Non riesco ad emettere suono.

– Una volta sola, te lo giuro. Ero con Nina e Tonini una settimana fa e siamo usciti a prendere un gelato. C’era la musica a tutto volume. Sai che lui in macchina ha un lettore Mp3…

– Lo so, lo so – la interrompo.

– Non so cosa è successo. Siamo finiti allo “Scandalo”. Io neanche sapevo cosa fosse. Nina voleva portarmi via ma Tonini ha insistito. Non dovevo fare nulla, solo guardarmi intorno e prendere visione. Ammetto che ero curiosa. Poi mi hanno fatto bere e…- Miranda scoppia a piangere appoggiando la testa sul mio petto.

– Non so cosa sia successo dopo, te lo giuro. Ma so che ci hanno fatto delle foto. Me lo ha detto Nina. Se i carabinieri vanno a perquisire lo “Scandalo” e trovano le mie foto cosa dirò a papà e mamma?

Le lacrime di mia nipote mi stavano inzuppando la camicia.

– Cosa devo fare? – mi sento chiedere comprensivo.

– Andiamo a Cairo. Vai a prendere quelle foto. Nina e Piero hanno una cassetta di sicurezza. Funziona così. Entri e dai la parola d’ordine che è “Ufo robot”…

– Ufo robot? Mi prendi in giro?

– No! – urla Miranda. – Ti sembra che abbia voglia di scherzare? Vai dentro. Dici: ”Ufo robot”. Poi chiedi all’uomo che c’è alla porta di condurti alle cassette. La numero 12 è quella di Nina. Prendi le foto e vieni via.

– Miranda, non puoi chiedermi…

– Zio…

Dopo tre quarti d’ora ero davanti allo “Scandalo”.

***

Suono il campanello e mi apre un tipo che sembra un assicuratore: giacca e cravatta, mani curate, viso anonimo.

– Buonasera – dico.

Il tipo resta immobile e non dice una parola.

– Mi chiamo Franzi – continuo. – So che le può sembrare strano ma…

Il tipo fa per chiudere la porta.

– Aspetti, – ansimo – aspetti. Lei vuole…si insomma: ufo robot.

– Oh, alla buon’ora. Stavo cominciando a pensare che fosse un carabiniere – dice l’assicuratore aprendosi in un sorriso laido. – Venga dentro. Si accomodi: le porto subito il kit.

Entro in corridoio immerso nella penombra. Mi siedo su una poltrona di pelle e mi guardo intorno. È come la reception di un hotel a tre stelle. Piccola, pulita: niente di che. Mi aspettavo di trovare chissà cosa invece sono l’unico cliente. Dopo un istante torna il tipo e mi porta una scatoletta. La apro: un badge e una chiave. La numero 12.

– Dovrebbe fornirmi un documento, se non le spiace.

Mi sento svenire.

– Ma…pensavo che la privacy…

L’uomo scuote la testa.

– È proprio una questione di privacy. Noi siamo come una piccola famiglia. Ci nutriamo della fiducia reciproca. Lei è alla sua prima visita. Conosce una parola d’ordine quindi so che è stato invitato da uno dei nostri membri. Però lei è qui da solo per cui… La consegna di un documento è una prova di buona fede. È una cosa che va anche a suo vantaggio. I membri dello “Scandalo” sanno di poter contare sulla massima riservatezza.

– E se mi rifiutassi?

– In questo caso dovrei chiederle di andarsene. E di non tornare più: nemmeno come invitato.

Sudo come un vitello. Prendo la carta d’identità dal portafoglio e gliela consegno.

– Grazie, ci vorrà solo un momento. Nel frattempo lei si metta pure a suo agio. È un po’ presto e non c’è ancora nessuno ma in fondo a sinistra ci sono le salette video. Magari vuole, per così dire, scaldarsi un po’.

– A dire il vero io sono venuto qui perché un’amica ha lasciato qualcosa per me nella cassetta numero 12. Sono venuto a prenderla.

– Oh, in tal caso faccia pure: è la stanza con la porta azzurra. Quando ha finito venga da me per il documento.

Lo ringrazio e vado alla porta azzurra. Entro in una specie di spogliatoio. Ci sono costumi di vario genere appesi alla pareti e anche una serie di attrezzi dei quali non fatico ad indovinare l’uso. Le cassette sono proprio di fronte a me. Apro la dodici. Dentro c’è un involucro di carta gialla: le foto. C’è anche un sottile filo che sembra d’acciaio, proprio come quello che ha usato Miranda per legarsi i capelli. Lo metto in tasca e faccio per uscire. D’un tratto mi prende una voglia irresistibile di dare un’occhiata alle foto. Se fossi l’uomo che penso di essere non dovrei farlo. Il mio scrupolo dura meno di un secondo. La busta è già aperta. Estraggo un paio di foto e resto senza fiato. Sono immagini di gang bang e sadomasochismo. C’è un uomo legato per i polsi, forse Tonini. L’unica persona che si vede in faccia è una donna ma non è Miranda: è Nina.

Rimetto le foto nella busta con le mani che mi tremano. Sulla porta mi aspetta l’assicuratore che sorridendo mi riconsegna la carta d’identità. Esco e respiro l’aria avidamente. Non mi era mai sembrata così buona.

***

Entro in macchina arrabbiato come un cane. Sudo e ho il viso rosso. Faccio fatica a respirare. Mi aggrappo al volante come se mi potesse salvare.

– Allora zio? Ce l’hai?

Miranda è seduta al mio fianco. Non piange più. I suoi occhi sono incollati alla busta gialla che ho posato sulle gambe.

– Sì, le ho prese. Tutto a posto.

Mi si butta al collo e mi bacia.

– Grazie zione. Graziegraziegraziegrazie.

Il suo profumo mi da alla testa. Saranno le immagini che ho appena visto o forse la tensione che mi sta lasciando ma la desidero. La desidero perché sono arrabbiato. Perché è una bugiarda. Perché vorrei riempirle la faccia di schiaffi. Devo solo fare un respiro profondo e calmarmi. Va tutto bene.

Metto in moto e mi dirigo verso Andora.

Lei capisce che c’è qualcosa che non va ma preferisce stare zitta.

– Cosa farai delle foto? – chiedo.

– Cosa vuoi che ne faccia? Le brucio. Anzi, appena arriviamo mi presti l’accendino e lo faccio subito.

– Non vuoi neanche dare un’occhiata? Giusto per vedere che ci sia tutto?

Miranda mi guarda e questa volta mi vede davvero. Riesco a indovinare dietro al verde degli occhi tutto lo sforzo del suo cervello al lavoro.

– Certo. È una buona idea.

Apre la busta e tira fuori un’angolino di fotografia.

– Si, sono loro. Sono stata proprio una stupida a lasciarmi coinvolgere da Piero e Nina in questa cosa. Fermati lì, in quella piazzola. Bruciamole subito. Non le voglio più vedere.

– Come fai ad essere sicura che ci siano tutte?

Miranda ha uno scatto di nervi.

– Lo so perché lo so. Perché nessuno può avere interesse a fregarsi una mia foto. Dài, ferma lì.

Accosto l’auto e spengo i fari.

– Dammi l’accendino.

Lo tiro fuori dal taschino della camicia e glielo porgo. Lei scende e comincia a trafficare. Non riesce a farlo funzionare. La raggiungo.

– Lascia, faccio io.

Accendo la fiammella e lei ci mette sopra la busta gialla. Una piccola lingua di fuoco illumina l’oscurità. Le afferro la mano con forza.

– C’era anche questo assieme alle foto – dico facendole vedere il laccio.

Lei arretra tenendo in mano il plico fiammeggiante.

– Oh, quello. Dev’essere di Nina. I suoi genitori allevavano le capre in Romania. È un laccio speciale. È una specie di lazo. È come questo che ho nei capelli.

Fa per sciogliersi la coda ma io mi avvicino e la stringo. La busta cade a terra in una scia giallastra.

– Dimmi la verità. Queste foto non sono tue.

Miranda strabuzza gli occhi poi mi guarda con odio.

– Le hai guardate, porco – sibila.

– E tu sei una puttana.

– E allora? A te cosa ti frega?

Le mollo un ceffone.

– Lo sai che cosa ho rischiato per te, scema? Eh?

Lei mi graffia. Mi prende per i capelli. È forte. Ci stringiamo. Io la voglio prendere a sberle. La sento attaccata al mio corpo. La voglio. Non mi frega niente di niente. Le metto una mano tra le gambe. Miranda si avvinghia a me. Mi bacia. È calda e fresca allo stesso tempo. Un dolore mi lacera il polso destro. Miranda mi ha legato con quel laccio fermacapelli e tira forte. Sento il sangue che mi cola sulla mano. La colpisco con un pugno e lei cade a terra. Mi strappo il laccio e lo ficco in tasca poi le monto sopra e le apro la camicetta. Miranda urla. Miranda diventa fredda, diventa mia nipote: la bambina. La figlia di mio fratello. Mi rialzo. Lei è a terra in lacrime.

– Andiamo a casa, – dico.

***

Il giorno dopo sto fuori fino a tardi. Mi sono lavato più volte ma non riesco a fare andar via lo sporco che sento su di me. Giro in spiaggia come un sonnambulo. Non vado a mangiare. Arrivo a casa alle dieci e mezza di sera.

Sara mi sta aspettando sveglia. È seduta sul letto.

– Dove sei stato?

Non rispondo. Vado al frigo e bevo a canna una sorsata di succo di frutta. Ho la gola impastata. Non riesco a cancellare dalla mia mente il corpo di Miranda. Sento la sua carne tra le mie dita. Ho il suo odore appiccicato addosso.

– Sono venuti di nuovo i carabinieri.

Un conato di vomito mi sale in gola. Guardo mia moglie. Ha le gambe incrociate e indossa una sottoveste rosa. Ha gli occhi lucidi. È bella. Mi sono dimenticato di quanto mia moglie sia bella. Da tanto tempo non la guardo più come adesso. Ha i capelli scombinati che le coprono il viso. La piega della bocca, un po’ inclinata in un sorriso sardonico, mi fa capire che mi compatisce. Come se fossi un bambino. Vorrei buttarmi tra le sua braccia e cancellare tutto ma non è possibile. Siamo andati troppo oltre. Mi siedo accanto a lei. Profuma di bucato fresco e sonno.

– Cosa volevano? – chiedo.

– Hanno detto che frequenti un club privè che si chiama “Scandalo”. È vero?

Dalla mia risposta dipende il mio futuro. Il mio matrimonio. Dovrei essere sincero e raccontarle tutto.

– No che non è vero – dico in tono risentito. – Che cavolo gli salta in mente?

– Glielo ha detto Nina. Pensano che tu possa sapere qualcosa sulla morte di Piero.

Io non sono mai diventato rosso in vita mia ma adesso sento un enorme calore in tutto il corpo.

– Credimi, Sara. Io non faccio quelle cose. Non so perché Nina…

Sara mi zittisce mettendomi un dito davanti alla bocca.

– Basta così. Non dire nient’altro. Andiamocene da Andora. Prepariamo i bagagli e andiamocene. Siamo ancora in tempo.

Guardo di nuovo mia moglie. La guardo davvero.

– In tempo per cosa.

– Non lo so. Per noi. Per la nostra vita insieme.

Non so cosa dire. È Sara a rompere il silenzio. – Non noti niente di diverso in me?

Continuo a stare zitto. Mi sento come se avessi dei chiodi nelle vene.

– Ho messo la sottoveste – dice.

Mi prende una mano e se la posa sul seno. Tremo. Non so che fare. Penso al tunnel rosa con la luce in fondo. Penso alla voce che la chiama. Penso che non era la mia.

– Io credevo che…

– Ma tu che ne sai? Cosa hai mai saputo tu?

Mi alzo di scatto. Sara mi guarda impaurita.

– Devo andare.

– Dove vuoi andare a quest’ora?

– Devo andare. Torno subito, io… devo sapere certe cose. Scusami amore.

Mentre chiudo la porta sento che Sara sta singhiozzando.

***

Esco di corsa dal mio appartamento. Per ore ho cercato di convincermi che le parole di Sara non sono importanti eppure l’idea che possano accusarmi dell’omicidio di Tonini è come un ragno che continua a tessere una tela di angoscia appiccicosa nel mio stomaco. Mi accorgo che sono in macchina e che corro verso la casa di Tonini sul Capo Mele. La sera è caldissima e la luna piena dà un’inopportuna patina di romanticismo alla riviera. Io non mi sento romantico: sono spaventato a morte. Voglio parlare con Nina, dirle di smettere di giocare con la mia vita. Le voglio dire che non mi importa se ha ucciso Tonini, basta che mi lasci fuori da questa storia. Mi viene in mente che, se Tonini è stato veramente ucciso, forse anche Nina è in pericolo. Forse bruciare quelle foto è stata la via d’uscita da un pasticcio nel quale lei è solo una pedina incolpevole.

Quella carezza calda come un guanto di velluto è ancora troppo viva nella mia memoria per non sentirmi male a sospettare di Nina. Sara è gelosa, ecco tutto. Odia Nina perché è bella e sensuale, cosa che lei e i suoi pigiami non sono di certo. Arrivo davanti alla porta della villetta di Tonini deciso ad affrontarla e suono a lungo il campanello. Nessuno risponde. Un urlo lungo e rauco proviene dall’interno. Poi altro ansimare arriva flebile al mio orecchio appoggiato alla porta. Spaventato comincio a tempestare di pugni il campanello chiamando Nina a gran voce. Le luci delle villette vicine si accendono. Uomini in mutande e canottiera mi guardano dai loro balconi assieme a donne in vestaglia dagli occhi cisposi. Sento la chiave girare nella serratura. La porta si apre e appare Nina, sudata e con un evidente graffio che dal collo scende fino a dove la sottoveste mi nasconde la vista dei seni.

– Ciao – dice trasognata. Io entro in casa scostandola dalla porta.

– Che succede qui? Chi c’è?

Nina mi guarda seria. La porta è ancora aperta. I vicini stanno a guardare come dei pupazzi appesi ai balconi.

– Niente che ti interessi. Vieni.

– Nina tu…

Mi abbraccia e mi bacia. Un bacio caldo. Sulla sua pelle c’è già l’odore di qualcun altro.

– Ma sei scema? Ci vedono.

– E allora?

– Entra per favore e chiudi la porta. Dobbiamo parlare.

Nina chiude la porta e mi fa sedere sul divano.

– Cosa vuoi?

– Voglio sapere cosa cazzo succede.

– Non capisci che venire da me aggrava la tua posizione?

– Che posizione? – urlo isterico – Hai ucciso tu Tonini, non è vero?

Nina emette una risata rauca.

– Ma che dici? E poi che ti importa? Domani la polizia chiuderà le indagini, me l’ha detto Alberti. Arresto cardiocircolatorio. Fossi in te andrei a casa e dimenticherei tutto.

– Ma Nina… – dico afferrandola per un braccio. Lei si divincola come se un insetto schifoso l’avesse sfiorata.

– Vattene. Non tornare più.

Io divento isterico.

– Io vado dai carabinieri. E allora vedrai se ti faccio tanto schifo.

Tiro fuori dalla tasca dei pantaloni il laccio con cui mi ha legato Miranda. – Io ho visto le foto dello “Scandalo”. Le tue foto.

– Ti sono piaciute? – dice sedendosi di fianco a me ed accavallando le gambe.

– Non fare la scema. Io so come Tonini si è procurato quei tagli. Glieli hai fatti tu con questo. Hai anche convinto Miranda a incastrarmi ma io ti fotto, cara mia.

Nina mi guarda seria.

– Vai dai carabinieri. Se vuoi ti ci accompagno io. Cosa gli dirai? Le mie foto allo “Scandalo” non ci sono più ma la tua carta d’identità è registrata. Sei tu quello che frequenta i club privè. E poi su quel laccio c’è il tuo sangue non il mio. A chi crederanno, eh?

– E tu come lo sai che c’è il mio sangue?

Mi sento mancare. Credo di svenire.

– In fondo che te ne frega di come è morto Piero? Adesso sei libero, no? Io non li voglio i soldi che gli dovevi. Non hai pensato che il fatto di essere suo debitore ti ha dato un buon movente per ammazzarlo? Sei sicuro che vuoi denunciarmi?

– Come sai che il sangue è il mio? – urlo.

– Me lo ha detto Miranda. È molto bella vero? Quella ragazza mi fa diventare matta. Come si fa a non adorarla. Certo, uno zio che tenta di violentare la nipote non è un tipo molto credibile. E poi cosa dirà tuo fratello? E Sara…

Sono un debole. Sento che sto per mettermi a piangere. Vorrei che Sara fosse qui. Vorrei spiegarle tutto.

– Nina… – dico con la voce rotta. – Hai ucciso un uomo…

– Ma che dici? Piero pesava quasi cento chili. Come facevo a tenerlo fermo tutta da sola?

– Che vuoi dire?

– Voglio dire che adesso sono stufa. Vattene e non farti più vedere. Il tuo ruolo in questa storia lo hai già avuto. Chiuditi la porta alla spalle quando te ne vai.

Se ne va verso la camera da letto dove entra sbattendo la porta. Io crollo sul divano e fuori dalla finestra vedo che le luci delle case vicine si sono spente. Lo spettacolo è finito da un pezzo. Mi metto a piangere silenziosamente quando un rumore di passi nudi sul pavimento mi fa voltare.

– Nina… – sussurro.

È mia nipote Miranda in mutandine e maglietta extra large che va verso il lavandino per prendere un bicchiere d’acqua.

– Sono Miranda, zio. Vai a casa, vai da zia Sara… sei ridicolo così.

Sento la porta richiudersi dietro di me come in sogno.

***

Entro nel mio alloggio cercando di non fare rumore.

Sara è sveglia. È sedutax in cucina vestita di tutto punto. Mi guarda. Lo schermo della televisione spenta mi rimanda la mia immagine. Ho trentasette anni, sono sovrappeso, leggermente calvo e ho una maglietta dei Ramones. Devo ricordarmi che sono così. E che ho ancora una chance.

– Io parto – dice Sara. – Con te, spero, ma anche da sola.

Io taccio. Sembra che stia pensando ma non è così. Non penso a nulla. Non penso a Miranda o a Nina. Non penso neanche a Tonini. Anzi un pensiero ce l’ho. Penso a un concerto di Belle & Sebastian. Eravamo io e Sara. Lei era bellissima. Io la amo da morire.

– Vengo con te – dico.

– Ho già preparato le valigie.

Saliamo in macchina in silenzio. Imbocco l’autostrada e in pochi minuti la riviera sparisce dietro di noi. L’odore salmastro lascia il posto ad una brezza fredda e frizzante. Stiamo salendo. Sopra le montagne una luna gigantesca illumina un mondo diverso dove ci siamo solo io e mia moglie.

Immagino Tonini ubriaco che tenta di possedere mia nipote. Immagino Miranda che lo lega facendogli sanguinare i polsi. Nina con la pistola. L’infarto che rende inutile l’esecuzione. E poi la corsa in macchina proprio sulla strada che adesso sto percorrendo. L’auto che viene lasciata cadere nella scarpata. La donna e la ragazza che tornano a casa insieme. Spaventate ma felici.

Forse è andata così o forse no. Non è più un mio problema.

Il giorno dopo io e Sara siamo a Torino, astiosi e strani come dopo un’influenza ma in qualche modo, forse, salvi.

Il fascismo non fu che una povera cosa

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Qualche settimana fa, il 27 giugno 2016, è uscita sul sito di Proposta comunista questa recensione a Racconti partigiani (Biblioteca dell’immagine, 2015): un’analisi raffinata, minuziosa, che spazia su molti fronti. Avrei voluto ringraziare personalmenete l’autore del pezzo ma non sono riuscito a sapere chi è. Lo faccio, perciò, riproponendo l’articolo, con la speranza che l’ignoto recensore, passando da questo luogo virtuale, possa verificare quanto io sia stato felice delle sue parole.

***

“ – Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…
–  Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto, preso nella sua vastità e profondità oceanica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo malato”.
Con queste parole, tratte dalla Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio che chiude il volume Racconti partigiani, Giacomo Verri rende omaggio al grande autore piemontese e, al tempo stesso, definisce il carattere di fondo del fascismo, la sua ennesima sconfitta, il suo ultimo fallimento: quello di rappresentare una sorta di male in sedicesimo, miserabile e decadente, come le ideologie irrazionaliste e nazionaliste che lo plasmarono e lo alimentarono. I Racconti seguono e completano idealmente il romanzo Partigiano inverno, uscito nel 2012 e ispirato all’eccidio compiuto dai militi della Tagliamento il 21 dicembre 1943 al muro della chiesa di Sant’Antonio di Borgosesia. Un percorso nei meandri della memoria è il filo conduttore del libro che propone otto storie: Festa di Liberazione; Quel particolare della corda; Un pomeriggio partigiano; Vene sottili e petali di rosa; Parlo di Boezio; Un fiero mal di denti; Passano i guerriglieri di piombo; Li hanno uccisi, quei due!
La narrazione si dipana lungo un ampio arco temporale che in diversi modi cerca di fare i conti con la distanza che separa gli avvenimenti della lotta partigiana in Valsesia dal presente. Leggiamo, da una parte, di alcuni momenti centrali della Resistenza, dalla zona libera della valle, che durò dall’11 giugno al 5 luglio 1944, ai cinque partigiani impiccati al ponte della Pietà di Quarona il 14 agosto 1944. Dall’altra parte, troviamo la contemporaneità ambientata in quelli che Marc Augé definirebbe dei “non-luoghi”. Ovviamente non si tratta degli alienanti iperspazi anonimi delle grandi metropoli, quanto di piccoli, dimessi, e a volte angusti, cantucci di vita provinciale: un ufficio postale di Bornate alla fine degli anni ’90; una casa di cura per anziani; la dimensione interiore al tramonto di una vita  in un soliloquio tra nonno e una nipote, “con gli occhietti di ragazza in fiore”; addirittura un plastico che ricostruisce con cura maniacale i dettagli di un’azione di guerriglia, quasi a fermare e a comprimere in un istante lo scorrere del tempo.

La coscienza di Boezio. In ogni caso, Racconti partigiani non è un libro di memorie e ricordi quanto un libro sulla memoria, sul suo mutevole accartocciarsi e distendersi, sulla sua indiscutibile necessità ma anche sull’aridità di chi questa necessità non avverte. In definitiva, è testimonianza della vitalità e di una intatta potenza che la Resistenza ancora oggi possiede.
Alcuni racconti sono proiettati nel passato come Quel particolare della corda, Un pomeriggio partigiano, Vene sottili e petali di rosa, Un fiero mal di denti. Tuttavia, la variazione delle strutture narrative e dei punti di vista dà alla scrittura un andamento diverso da quello della tradizionale narrazione storica. Per esempio, nel primo racconto, la voce narrante si sdoppia. Si alternano i due piani del vice parroco don Gianni, che s’appropria di una vicenda e di un ruolo che non è stato il suo durante la fucilazione dei cinque ostaggi al ponte della Pietà, e quello di frate Marco, un novizio di 17 anni. Quest’ultimo è il vero testimone diretto dell’eccidio, colui che dà alle vittime gli ultimi conforti umani e religiosi, sfidando il più bestiale aspetto del fascismo: l’assenza assoluta di pietà. Due delle cinque corde a cui erano stati appesi i partigiani si spezzano, ma la ferocia repubblichina è tale che i miseri resti umani della fallita esecuzione vengono di nuovo impiccati.
In secondo luogo, c’è il passato rievocato attraverso i ricordi dei protagonisti, partigiani o testimoni. Man mano che gli avvenimenti si allontanano nel tempo, cresce il senso di delusione dei personaggi, si sedimenta sulle loro labbra un sorriso amaro che non è solo frutto dell’invecchiamento. Questa percezione e rielaborazione della coscienza è sviluppata in particolare in due racconti. Nel primo, Festa di Liberazione, il nonno si rivolge alla nipote. Tra di loro c’è lo scarto di due generazioni poiché c’è un vuoto non colmato da parte dei padri e delle madri. Il sentire del vecchio partigiano è quello di un vincitore vinto. Memoria e ricordo sono dinamici, si trasformano col passare del tempo, interagiscono e si confrontano con realtà nuove e impreviste, subiscono un lento processo di logoramento. Già alla fine della lotta partigiana, lo stesso 24 aprile 1945, la festa della liberazione porta con sé “una malinconia albeggiante” davanti alla prospettiva del rientro nella “legge” e all’ “ordine”. Col venir meno della paura e della tensione della lotta, “tutto – dice il vecchio – si è fatto lasco e soffice e terribilmente nostalgico”. Da quel momento, ogni 25 aprile si preannuncia come un altro “boccone amaro”, mentre si vedono “le persone peggiorare, le belle idee farsi fioche”, mentre si approfondisce a dismisura il baratro tra l’Italia immaginata durante la lotta e la repubblica reale. Sono le avvisaglie dell’introiettamento di quella cultura della sconfitta che è andata via via espandendosi negli anni del dopoguerra fino a erodere, in una sorta di spirale perversa, prima le basi della sinistra istituzionale socialista, poi quelle del popolo comunista e infine quelle di buona parte delle nuove sinistre.
In Parlo di Boezio, invece, la memoria si cristallizza, anche come forma di autotutela e di estremo presidio della propria autostima. Anche qui, il protagonista, un vecchio partigiano, si smarrisce e si annega nel passato, come se il tempo si fosse fermato nei momenti epici dei combattimenti nei terribili inverni del 1943 e 1944, durante i quali egli rimane più volte ferito. Tutto il resto, in definitiva, non è stato altro che “una postilla” a quei momenti. Boezio Molino ha 76 anni, i segni delle ferite che lo costringono a trascinare una gamba, insomma un vecchio eroe che consuma poco ormai, un pensionato che fa qualche lavoretto per tirare avanti. Boezio è di poche parole, soprattutto non parla di quei momenti, possiede l’orgoglio di tenere per sé i tratti ancora vivi di quella esperienza, di quelle immagini che scorrono dentro di lui nitide. Il parlare è tutto interiore, è una tempesta silenziosa che innalza Boezio sopra la mediocrità del presente. I partigiani tratteggiati nei racconti di Verri sono parchi di parole e di racconti, come la maggior parte di coloro che combatterono quei giorni, come il comandante Urlo che non parla volentieri della guerra, o come Beppe Fenoglio, che in vita “parlava poco” (e combatteva aspramente con la sua scrittura).
Anche nel racconto Passano i guerriglieri di piombo, la memoria è fissa e cristallizzata. Un plastico di guerra diventa una sorta di correlato oggettivo del ricordo. Esso rappresenta un angolo di Varallo Sesia, un giovedì di dicembre, agli esordi della lotta partigiana. I “guerriglieri di piombo” sono i partigiani “con una specie di divisa crespa, di feltro graffiante”.

Memoria e scrittura. Questo racconto è preceduto da una citazione di Pirandello tratta dal Fu Mattia Pascal: Anselmo Paleari, il padrone di casa di Adriano Meis, alias Mattia Pascal, allestisce un teatro di “marionette automatiche di nuova invenzione” per rappresentare la tragedia di Oreste e chiede cosa succederebbe se, nel punto culminante dello spettacolo, si  aprisse un buco nel cielo di carta del fondale scenico, lasciando Oreste sconcertato, rivelando intera la finzione e aprendo la strada alla forza irruente del dubbio e al crollo delle certezze. In modo simile si esprime l’artefice del plastico: “Osservo, dopo essermi rialzato, la mia piccola Resistenza, fatta di metallo e di plastica e di viti e pannelli. Si rivela per quello che è, il mio ambizioso disegno, un frammento”.
Il racconto adombra un altro motivo ricorrente dei racconti di Verri: il rapporto tra memoria e scrittura, tra realtà e rappresentazione del passato, un rapporto mai facile, sempre doloroso e sofferto per la fatica dello scrivere, per la battaglia che deve essere ogni volta ingaggiata per raccontare, per spiegare, insomma, per dirla con le parole di Vittorio Arrigoni, per restare, attraverso la narrazione,  “umani”. Il rapporto tra realtà esperita e scrittura compare infatti nei racconti Un pomeriggio partigiano, Un fiero mal di denti, Li hanno uccisi quei due. Nel primo, il protagonista, il partigiano Jacopo, dice: “Ogni guerra è per farne una storia, dopo tutto, per trarne un libro”. Del resto le stesse parole che Cino Moscatelli, nello stesso momento in cui Jacopo riflette, rivolge al popolo raccolto nella piazza di Borgosesia, “nette” come il capo partigiano le esponeva, potevano esistere  “solo sui libri”. Già, ma come verrà narrata questa storia che servirà a scrivere libri? Jacopo se lo chiede e cerca di immaginarlo, senza trovare risposte. C’è in tutto questo un gioco, un libero scorrere lungo l’asse presente-futuro, futuro-immaginato e futuro realizzato, utopia (“la melodia comunista” di Moscatelli)-realtà (l’assieparsi di “genti felici di ascoltare”)-futuro(il presente nostro non detto).
Più complesso il nesso tra memoria e scrittura in Un fiero mal di denti. Il racconto è introdotto da una citazione degli Annales di Tacito su caso e necessità: “Sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur” (Ma io, nell’udire di questi e simili fatti, resto dubbioso se le vicende umane siano mosse dal fato, con la sua inalterabile necessità, oppure dal caso). “Nel libro si legge…”, di due fratelli, Velso e Desiderio Turchini. A leggere la loro storia, la storia di una vendetta, di una sentenza già pronunciata dal popolo, fissata in usi atavici, inevitabile nel suo esito, una sentenza appunto di fronte alla quale l’uomo può diventare strumento del caso oppure del destino, è ancora una volta un nonno. Velso è stato fucilato nell’inverno del 1943 a causa della spiata di Merico, un sansepolcrista della prima ora. Sono passati alcuni mesi e la Valsesia è liberata dalle formazioni partigiane. Desiderio percorre la strada da Aranco a Borgosesia. Nella cittadina si respira un’aria di festa, inconsueta. Desiderio è tormentato da un mal di denti straziante, “immagine della folta collera maturata nei mesi”, un dolore che si confonde fino a costituire un grumo inestricabile con la legge della vendetta. Il dentista che dovrebbe levare il dolore a Desiderio è appunto Merico…
La scrittura ritorna nel racconto Li hanno uccisi quei due ed è quella di “un quaderno dalle righe bluastre e un po’ sfocate” il cui titolo, in un gioco di specchi, è lo stesso del libro: Racconti partigiani.

La generazione mancante. La “doppia” narrazione tra don Gianni e frate Marco, su cui ci si è soffermati in precedenza, è solo un esempio di una più ampia flessibilità dei meccanismi narrativi a cui Verri ricorre.
Per esempio, Boezio è colto e osservato in un banale momento di vita quotidiana. Siamo nel piccolo ufficio postale di Bornate, in una mattina dell’aprile di fine millennio, c’è una coda immobile. Gli astanti attendono, alcuni senza dare segni di particolare nervosismo, altri irrequieti. Il narratore vede Boezio. Lo guarda con “agio”, forse senza nemmeno essere notato. Lo conosce, ma i due non si sono mai rivolti la parola come ormai spesso avviene nelle piccole comunità montane dove ci si conosce un po’ tutti e dove la schiettezza e l’immediatezza dei rapporti di un tempo si sono inaridite e sono diventate i silenzi della contemporaneità. La condizione di osservazione è quella del narratore onnisciente, una posizione soprastante e defilata, racchiusa in una sorta di cono d’ombra ma anche la migliore per cogliere inaspettati risvolti della realtà. La statura di Boezio si staglia, i suoi silenzi s’ingigantiscono di fronte a tre figure della modernità presente: le figlie di Boezio, la signora col cappellino, in coda nell’ufficio di Bornate, e l’impiegata dietro al vetro dello sportello.
Le figlie, assorbite dalla velocità della vita quotidiana, considerano il padre “come un antico balordo”, perso nei suoi ricordi. La signora col cappellino, matura ma solo negli anni, lo provoca: “Lei che è un uomo vada a dirgliene quattro”, “non ha coraggio lei”: queste parole rivolte proprio a lui che ha sfidato le pallottole tedesche, il rigore degli inverni valsesiani, la fame e il dolore insopportabile delle ferite. All’impiegata postale, Boezio regala un “ninnolo di plastica”, una sua piccola ingegnosa invenzione: un disco da infilare nel portachiavi e da impiegare al posto della moneta nel carrello del supermercato. Un gesto di umanità e di simpatia, la consegna di una piccola eredità accanto a quella grande della libertà conquistata sui monti, e lei “non sorrise neppure”. L’eroe è ignorato, annichilito dall’indifferenza e dalla superficialità glaciale dei rapporti del presente.
Vene sottili e petali di rosa, rimanda a Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, cioè alla narrazione della lotta partigiana filtrata dallo sguardo adolescente, in una guerra, che non dobbiamo dimenticare, fu combattuta in un’Italia giovane da giovani, giovanissimi e anche da ragazzini. Protagonisti del racconto sono infatti dei cuccioli d’uomo, il piccolo montanaro Sebastiano di nove anni, qualcuno di meno del Pin del Sentiero; Claudia, una giovane ebrea sfollata da Torino, che ha 15 anni; il suo amato, il Manta, un partigiano garibaldino, che racconta “come un Dio del bosco”, e, forse, una nuova vita, un bambino appena concepito dall’amore tra Claudia e Manta che non nascerà, simbolo nemmeno tanto celato di quel nuovo mondo che i combattenti immaginavano e che mai si realizzerà compiutamente nell’Italia repubblicana.
L’architettura più complessa si ritrova in Li hanno uccisi quei due, il racconto conclusivo del libro. Qui c’è un incastonarsi della storia nelle cornici narrative, c’è una continua oscillazione della dimensione temporale distribuita nell’arco di quattro generazioni: Enrico, il nipote nella sua tarda adolescenza; il nonno Angelino, un ex maestro ormai anziano e ricoverato in una casa di cura; il bisnonno Achille, il comandante partigiano Urlo, protagonista dell’episodio più lontano nel tempo e inserito nel centro del racconto. Anonima, anello mancante è ancora una volta la generazione intermedia, silenziosa e inutile, del padre, poiché furono “i padri piccoli i nonni giganti”. La memoria si presenta dunque come una catena discontinua, con anelli mancanti, spezzata in più punti, e queste rotture ostacolano la trasmissione della memoria e quella indispensabile rielaborazione umana del mito che è alla base di quell’antropologia millenaria che è la cultura umana e che oggi sembra venir meno.
Una prima cornice narra il rapporto tra nonno e nipote ed è affidata all’oralità, una parola interrotta, frammentata a causa delle continue pause per le operazioni quotidiane di cura del nonno. Una seconda narrazione ha come protagonista l’avo partigiano, il comandante Urlo, riguarda l’episodio storico rievocato e alterna il piano dell’oralità a quello della scrittura sul quaderno. Urlo, come Boezio, non parlava volentieri dell’episodio, “Urlo resterà per poco un papà, poi solo Urlo, poi niente…”

Quelle Langhe della Valsesia. Nella scrittura di Verri, prende rilievo la materialità e la fisicità. Nei Racconti ritroviamo la dimensione della montagna valsesiana, aspra e avara, la sua natura, i monti, gli alberi, i rami, gli animali, le pietre; gli anfratti segreti custoditi del piccolo Sebastiano: una pianta, un sentiero, un masso, una baita, rifugio sicuro che sa di pietre bruciate dalla guerra, insomma un paesaggio intricato che rimanda al labirinto interiore, alla linea d’ombra tra infanzia e adolescenza che il fanciullo sta attraversando. Da qui una visione della natura pervasa da un divino immanente e misterioso, da qui l’alone magico e arcano che ottunde lo sguardo di Sebastiano. Magiche sono le punte, come nelle culture primordiali. E la magia delle punte e delle lame e la loro capacità fascinatoria si materializzano in una roncola e in due diversi  coltelli. Con la prima, il giovane  apre la pancia di un cinghiale trovato morto lungo un corso d’acqua. Dei due coltelli, il primo è un ciapull, “con la lama sbreccata”, termine che nel dialetto piemontese indica un coltello pieghevole con due lame, utilizzato di solito dai borseggiatori; il secondo è un nuovo serramanico col fascio littorio e il profilo del duce che Sebastiano ruba a un milite repubblichino.
Ritroviamo nei Racconti la corporeità dei personaggi, colti senza veli e senza mediazioni anche negli aspetti più umili della vita quotidiana. In Sebastiano, è un corpo che si sta trasformando ma ancora inadatto alla sessualità piena e matura, limitazione che rende il fanciullo spettatore e lo pone ai margini degli eventi narrati. In nonno Angelino è carne malata e disfatta in antagonismo con la freschezza e la vitalità dei valori di cui egli è tramite. In Boezio è un corpo offeso e mutilato dalle ferite di guerra. Nei cinque impiccati del ponte della Pietà, sono visceri ridotti a dolore assoluto. Il terribile mal di denti di Desiderio Turchini ha confini incerti tra corpo e psiche, tra caso e necessità.
Le descrizioni sono spesso crude, a tratti urtanti. Verri avverte la necessità del grido, l’esigenza di dare forza alla parola, le potenzialità della deformazione linguistica. Tuttavia, questa ricerca è misurata e temprata come il passo degli scarponi di chi “è del posto”. Traspaiono dalla scrittura di Verri un lungo e attento lavoro di lettura, assimilazione e originale rielaborazione dei nostri grandi classici novecenteschi e un solido impianto narrativo nutrito di profonda conoscenza del fatto letterario sia nei suoi aspetti storici sia in quelli strutturali. Il riferimento più evidente, ma non unico, è quello della parola scavata, sofferta, partorita con dolore dalla penna fenogliana. Di Fenoglio, Verri impara e traduce in ambito valsesiano la lezione di una scrittura intesa come combattimento, come lotta faticosa non “contro” ma “con” la parola. Scrivere è come combattere. La scrittura è in definitiva una forma di resistenza, come il partigiano Johnny si misurò sul campo di battaglia coi nazifascisti per poi seguitare la sua battaglia in una vita di scrittore “come un cane preso e bastonato”.
Certo le differenze dei tempi e lo scarto generazionale sono evidenti ed è forse in questa direzione che va collocata la presenza di tanti nonni-narratori e mediatori nei Racconti, figure molto più presenti e importanti di quanto si possa pensare, anelli insostituibili che hanno consentito a questo Paese, dove smemoratezza e viltà non difettano,  di conservare per settant’anni e più il ricordo della Resistenza e di contrastare, seppure in condizione di grande inferiorità di mezzi, dimenticanze interessate, revisionismi e negazionismi di diverso genere.

Un caleidoscopio di similitudini. Ci sono nei Racconti pagine di evidente sperimentalismo linguistico che rimandano, da un parte, all’antica radice del parlare aspro e petroso dantesco e, dall’altra, alla linea sfavillante, individuata da Contini, che ha origine dalla scapigliatura piemontese dei vercellesi Cagna (di cui tuttavia Verri non fa propria la tipica coloritura vernacolare) e Faldella e si dipana fino a Gadda. Tuttavia, l’elemento rivelatore della scrittura di Verri risiede nel continuo esercizio sulla figura della similitudine, un tropo che si configura come terra di mezzo tra realtà e simbolo, tra concretezza e astrazione, tra orizzontalità e verticalità, tra passato e presente.
In un narrare prevalentemente terreno, duro, a tratti ferrigno (sparare “come in fiera contro le tolle”; la realtà “sapeva di ferro e di amaro”; gli alberi erano “scheletri”, puntuti “come aghi che spappolano le viscere”; il dolore della ferita era bruciante “come una colata di ferro”; la barba del partigiano ucciso era dura “come una rete di ferro in grovigli”; il dente di Desiderio è “come a una punta di freccia”; le unghie dure “come il porfiro”, che è variante letteraria di “porfido”) stupiscono e acquistano particolare rilievo le similitudini marine: il paese si allontana “come un pezzo di ghiaccio alla deriva”; le femmine girano attorno alla casa “come un’onda che torna rumorosa dentro la cucina”; le vene di Claudia sono esili “come bracci di corallo”; la felicità è “come una conchiglia sulla battigia, avvolta e svolta dall’onda mai osservabile per più di un secondo”; la brama di vendetta è inesauribile “come l’acqua di mare nei buchi scavati dai bimbi vicino alla battigia”; il pannolone del nonno si appallottola “come l’umbone di una conchiglia”.
L’elemento liquido, comunque umido, che rimanda alla fecondità materna ma anche all’abbondanza di acque turbolente di madre Sesia, è del resto sviluppato in un’altra ampia tessitura di paragoni: le viscere del cinghiale sventrato da Sebastiano da cui percola “il chiarore cinabro”; gli inverni passano senza natale “come una pioggia che non si cura di chi va senza ombrello”; la bile è un precipitato “come se uno avesse versato dell’aceto in una bottiglia d’olio fino”; l’ira si scioglie “come il sangue d’un santo reliquiato”; l’atto del piangere è “come una madonna” oppure “come un verme”.
Se all’elemento terreno fa da contraltare quello acqueo, la durezza e la pesantezza di molti confronti trovano ristoro in una serie di similitudini in cui prevalgono leggerezza e fuggevolezza: le avventure sono leggére “come la carta”; gli occhi di Claudia sono tempestivi “come di uno scoiattolo”; i lobi delle orecchie “come se fossero caramelle”; gli occhi di Sebastiano vedono “come un cane in corsa dentro alla fessura”; il bosco “era un fazzoletto verde lasciato andare sui monti enormi”; le carni sono vellutate “come petali di rosa”; il mese di luglio plana sulle menti “come il lenzuolo che posa largo sui letti con qualche cadenza dell’indugio eterno”.
Insomma, la narrazione di Verri riserva un ampio ventaglio di sorprese, a volte con qualche accento baroccheggiante. Per esempio, Sebastiano trova che il motivo per fare la guerra era “tal quale i pantaloni urticanti che portava”.
Desiderio Turchini invece avverte su di sé un odio caldo “come un uovo appena sbocciato nello sfintere di una gallina” e si sente gonfiare le vene “come Valentino Mazzola quando era lì per segnare”. Ancora: le parole erano testamenti pesanti “come colline gravide d’uva”.
Lasciamo al lettore il piacere di scoprire l’intima ricchezza dei Racconti e chiudiamo con un’ultima similitudine che può essere assunta come compendio dell’avvicendarsi di toni agri e delicati nella scrittura di Verri. In Vene sottili e petali di rosa, egli scrive dell’amore di Claudia e del Manta: “Specie quando erano sdraiati tra le foglie e si allentavano in terra come una fascina che perde il nodo”. Un’immagine che contiene un mondo.

Festa di Liberazione

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Festa di Liberazione

(da Racconti partigiani, Biblioteca dell’immagine)

 

…scalzi e laceri eppure felici.

Italo Calvino, Oltre il ponte

 

Ti dico che la prima festa di Liberazione, quella del millenovecentoquarantacinque, è stata come la prima domenica concessa da Dio agli uomini, quando gli uomini neanche se l’aspettavano. Festa altissima e piena di gioia, si intende. Ma con una malinconia albeggiante per un che di straordinario finito lì, per sempre. Io l’ho saputo quando andammo a Grignasco e sparammo sui fascisti che fuggivano via: li vedevo per la prima volta con le facce rosa da conigli spelati, piantavano lì tutto, armi e orgoglio, e si facevano ammazzare come buoi coglioni senza quasi reagire. Guarda che ne abbiamo tolti dal mondo diciotto, quella volta lì. Non c’eravamo mai sentiti così certi di vincere. Tanto che ricordo d’aver pensato di sparare con sufficienza come in fiera contro alle tolle.

Poi in piazza, a Borgosesia, c’era un’aria completa e odorosa che non la vedi neppure per la Madonna a maggio: le donne grembiulate mollavano a metà quante faccende avevano, le case si vuotavano, mentre gli uomini ancora col novantuno, ma come per celia, passavano le maniche di portici ridendo.

Io il fucile l’ho posato all’ora di pranzo e poi tutto è finito. Non potei più tirarlo in spalla sentendo il senso di quell’azione: ormai era diventato un esercizio ginnico, o estetico, o un dolce vanto. Contro chi l’avrei usato? E come? M’avvidi anzi che, a schiacciare ancora il grilletto, automaticamente sarei diventato un criminale. A cosa sarebbero serviti i grandiosi ultimi bottini di guerra, se la guerra finiva? Qualcuno disse che era bene nascondere gli Sten, le mitraglie, i Thompson sotterra, che sarebbero poi tornati utili per la rivoluzione. Ma la realtà era che adesso seguiva il tempo di ricostruire e di mettere ordine. Si rientrava nella legge dopo i mesi di stupende follie e coraggi e triboli e privazioni. Come avrei vissuto senza quelli? Che tristezza mi faceva – sotto a tutta un’avvinghiante esultanza, certo – il pensiero di poter dormire ogni notte nel mio letto senza il tema di un’imboscata, di avere il cibo caldo e all’ora consueta, michette intere e non pezzi di pane morsicchiati e poi chiusi nel cassetto, vestiti abboccati col gusto del sole, e acqua, e un asse dove accularsi per fare i bisogni quando volevo.

Smettere di fare il partigiano m’è costato come smettere di fumare. Insomma tutto l’orrore che avevamo vissuto sui monti, tra le foglie gelate come petali di ghiaccio, o sotto le stelle d’estate a scognare, certe volte da non farcela più – e si scappava dagli occhi del comandante per andarci a mettere l’acqua dietro le orecchie e sulla fronte –, adesso… sì adesso diventava dolce, lontano, concluso. Quello che volevamo! No? Quello per cui combattemmo! Eh sì. Forse era perché la paura di morire finiva, che allora rimpiangevo i tempi duri. Terminata la paura tutto si è fatto lasco e soffice e terribilmente  nostalgico. Una sensazione simile l’avevo provata solo a scuola, camminando tra le aule sgombre e ben spaziate che si vedono nella chiarità dell’estate che comincia. Era successo dopo l’esame di maturità, quando le apprensioni erano svanite, e finalmente andavo libero di sapere in maniera confusa tante cose, di lasciare seccate tante radici che fino all’ultimo avevo cercato di tenere vive, mandando a memoria le formule chimiche e i nomi di ogni autore dell’infimo secolo di Roma. All’improvviso mi era sembrato tutto facile e leggero ma, a un tempo, un cerchio vuoto si faceva largo nella pancia come il sasso, cadendo, fa nell’acqua.

La festa, quel ventiquattro aprile, è stata come la fine di una vita, una cesura, un baratro d’allegro furore, ma che impauriva. Paura nasceva in quelli che avrebbero faticato a smettere gli abiti ribelli, in quelli che avrebbero tribulato a tornare in fabbrica o in ufficio o agli studi, perché fare i partigiani, te lo assicuro, significava essere sempre in pari con se stessi, e mai di meno, per l’eccesso di volontà che ci teneva vivi, e mai di più, perché non ce n’era modo.

Così in piazza, come ti ho detto, giravano i balli e i canti, i caffè mettevano fuori i tavoli col vino. Tantissimi uomini baciavano tantissime donne. Si urlava, si stringevano le mani e ci si avvolgeva negli abbracci amati e, a chi quel giorno era ancora lontano, si spedivano biglietti di gioia indivisa.

Per questo, quando durante la festa scoppiò la bomba e ci uccise ancora gli amici e i figli e i parenti, provai un colossale dolore, una tristezza inclemente per quegli uomini che se ne andavano in un modo così impreveduto, allorché non c’era più niente da temere.

Si seppe subito che gli ordigni li avevano lasciati i fascisti prima di fuggire. Ne avevano messi anche nelle scuole, i miseri. Eppure – che Dio guardi giù e faccia che nessuno fraintenda le mie parole – dopo quella bomba, grazie a essa, nel cuore dello strazio, tra le lacrime (delle grandissime lacrime sganciate come lame sulla polpa delle guance) io sentii ancora un fremito che mi restituì vivo, tutto intero, carico di odio sanissimo. Che poi non ebbi più, e che amai con ogni fibra fin nei precordi. Amai il mio odio che era così giusto e così importante da escludere ogni considerazione. E questo perché ci fu ancora quella bomba.

Poi, in qualche modo, la festa proseguì, per altre vie, in altre maniere che si inventavano in mezzo al lutto, là nei solai e giù nelle cantine fin dove c’era paese. Allora felicità e dolore facevano tutt’uno, ancora. E forse, alla fine, la felicità ebbe la meglio. Così alla sera, di notte anzi, le luci parevano doversi mai smorzare, e i canti nemmeno, e i bicchieri non erano mai vuoti. Eppure rimanevamo disorientati. Tutti, eh! Anche i capi, te lo dico io.

Bevvi tanto, mangiai anche di più, senza la paura di uscirne rintronato e con la pancia soda, pesante e inadatta all’azione come invece capitava prima. Raccontammo un’infinità di storie che sapevamo a memoria. Io le dicevo senza quasi pensarci, e intanto cercavo una volta di più la mano della mia Dora. Poi facemmo l’amore, infinito e liberatorio. E forse fu ancora peggio perché dopo mi sembrava che davvero non restasse niente. Presi l’uscio e mi appoggiai alla ringhiera del ballatoio. Lasciai socchiuso. Voltandomi, di tratto in tratto, vedevo gatteggiare gli occhi di lei nel buio: mi cercava. E io cercavo di capire cosa avremmo fatto col sole nuovo.

 ***

Già quella sera sentii un che di irrevocabile. Non mi sbagliavo.

Da quando sei nata ti ho sempre portata, ogni anno, ai cortei del venticinque aprile, ti ho raccontato le avventure, ti ho mostrato le foto. Abbiamo letto anche dei libri assieme.

Una volta mi hai detto delle bellissime parole: che tra me e te ci sono due generazioni, che io sono come un mito, che le storie che narro sono talmente memorabili da sembrare false. Che nessuno dei tuoi amici potrà mai essere come sono stato io all’età che hanno loro adesso. Che mi vuoi bene. Che sei fiera di me. Che la generazione successiva alla mia, quella di tuo padre, sbiadisce, mentre la mia è sempre colma. Che i padri sono piccoli e i nonni dei giganti. I nonni come me, dici. E anche le nonne.

Io non ti ho mai detto che assomigli nel viso e nelle maniere alla tua nonna Dora quand’era giovane. Ma l’avrai capito da sola, quando abbiamo sfogliato le foto e io ti spiegavo tutto.

E non ti ho neppure detto che ogni anno, ogni venticinque aprile, ogni nascita della bella stagione era ed è per me un boccone amaro, e che tuttavia cerco di ringoiare per sentire se cambia di sapore. Nel millenovecentoquarantacinque qualcosa è finito e non è più cominciato. S’è fatta la Repubblica e una Costituzione lucente e degna di tutti i morti che abbiamo perduti. Ma a ogni ricorrenza ho visto le persone peggiorare, le belle idee farsi fioche e prive di gusto, le feste della Liberazione diventare dei vezzi logori e sgradevoli. Con tante parole dette tanto per dirle. Si smetteva di fare bene per fare benino, ogni volta di più. La gente intorno a me, e io stesso, diventavamo avventati predatori sulla libertà. Fino a snobbarla a causa delle meritate inerzie che, dopo la guerra, divennero alla lunga fatali.

Non so. Non dico che sia colpa tua, o dei ragazzi tuoi coetanei, e neanche dei vostri padri, che in fondo sono i miei figli. È che la vita è andata avanti. Bene, molto meglio di come l’avevamo noi vissuta. Ma a me non piace più. Sono stato sereno, in questi ultimi lustri, solo quando ti raccontavo le nostre storie, mie e della nonna, e dei monti, delle vigilie di guardia, degli amici che sono rimasti giovani nei cimiteri, delle gioie corte per un pezzettino di carne scovato tra pelucchi di lana, per una pagnotta morbida in mezzo a tante rigide come il marmo.

Non fa niente. Non ti preoccupare. Sono vecchio, cosa vuoi che dica, cosa pretendi che capisca! Sono felice per te, vedo che i tuoi occhietti di ragazza in fiore sono distesi e tranquilli.

Noi anziani invece siamo scontenti. Di continuo e per tutto. Forse la guerra non c’entra niente, e neanche la Liberazione, e le passioni, e le felicità sbocciate tra le crepe della paura. Forse i pensieri che io credo dettati dalla ragione sono solo i capricci di un corpo e di una mente, come i miei, che vanno alla malora. Senz’altro sbaglio a credere che il gusto della libertà assaporato quando si combatteva per essa s’è poi stemperato, come fanno i fumi, nel cielo.

Lo dovrai dire tu, non a me che tanto non ci sarò, ma ai tuoi bimbi. Se vorranno ascoltarti.

Io purtroppo me ne vado con un sorriso amaro, di quelli che si incastrano nel viso quando la soddisfazione è a metà, e quello che manca sembra molto più di ciò che già è qui.

Non fa niente, bambina, non fa niente.

Come disse una volta il nostro comandante: quanto sarebbe stato inutile essere felici!

Grandi grandi, dolci dolci

Pubblicato su Cadillac magazine, numero 8, giugno 2015, pp. 25-32

vedi qui:

https://cadillacmag.files.wordpress.com/2015/06/cadillac_08_09giu15.pdf

Cadillac

Glielo dico o no? No. Meglio di no. Cosa gliene può importare del perché non ho le chiavi. Rischio di fare la parte di quella che vuole essere consolata.

Erano tanti giorni che non tornavo a casa. Non potevo più stare lontana, i miei si sono fatti davvero in quattro. Ma adesso è il momento di farsi forza, come si dice. Anche se posso solo stare in piedi il tempo necessario, parlare se c’è bisogno di parlare, correre al bar se vuole un caffè, o se gli viene sete. Era da tanto che non mi preoccupavo per qualcuno.

Non avevo idea del tempo che occorresse per violare una porta blindata. Il fabbro mi chiede se voglio proprio stare a vedere, che ce ne vorrà, che una cosa è scassinare come fanno i ladri, un’altra è aprire senza fracassare tutto. Sono sicura, gli dico. Mi piace l’uomo perché ha gli occhi dolci e si muove piano, come quelli che sanno cosa fare e hanno in mente i tempi che impiegheranno a farlo. Non sembra un fabbro. Questo potrebbe essere un poeta. Ma che dico? Sorrido di me, appoggio il sedere alla ringhiera delle scale, mi metto conserte le braccia. Sento una colpa come uno che mi tappa il naso. Mi vergogno. Penso di essere sciocca.

Mentre lavora illustra a parole ogni gesto. Forse lo fa per cortesia, dato che ho deciso di stargli col fiato sul collo. La chiave che non ho più è, era, una chiave a doppia mappa. Entrava in questa maledetta serratura, s’appoggiava alle gorges, le lastre messe in moto proprio dalla rotazione della chiave. La chiave è un cavaliere che supera gli avversari per liberare la principessa. Per penetrarla, mi dico. Ma poi fuggo come la lucertola quel pensiero. Ripeto senza capire del tutto certe parole del fabbro: che sono parole più asciutte, più tecniche, più aride. Meno audaci dei segni che mi lascia la fantasia: le mappe della chiave realizzano l’allineamento delle gole delle lastrine e consentono il passaggio del mentoniere. Il mentoniere? Mi rendo conto di averlo ripetuto a voce alta. Il fabbro si volta e appoggia gli occhi nei miei. L’impressione è che le sue pupille siano enormi globi capaci di abbracciarmi.

Scendo a cercare un succo. È quasi una fuga. Per le scale le scarpette di vernice rossa s’agitano come animaletti trepidi. Scarpe rosse? Lucide così? Fai bene, aveva osservato sua madre: dovrai pure tirarti su o ti lasci morire?

***

Mentre corre le saltano fuori dalla gonna, le scarpe, sono pezzi che vogliono staccarsi dal corpo, come intensi petali di rosa che seguitano a cadere, come lingue di cane affannato, come scaglie di coscia, come ovali di sangue cascati dal ventre.

Quasi tocca il pulsante che apre l’uscio ma poi corre, qualche passo indietro, all’ascensore che prima non ha voluto usare. È già lì. Entra. Nello specchio accomoda il collo al soprabito, due, tre volte, mai persuasa, ma convinta che una piega giusta ci sia. Marco non glielo diceva se stava bene in un modo o nell’altro. Quando s’accorge che da sopra chiamano, si butta fuori dalla cabina, fa il piccolo corridoio di nuovo di corsa e questa volta schiaccia il pulsante per aprire il portone: c’è una breve scossa elettrica, come il friggere di una zanzara. In quel preciso punto si sente in viso due guance ingenue che mai più avrebbe pensato di avere.

È questione di un respiro, di colpo Claudia è serena, anche con la gonna lunga alle caviglie che certo non celebra l’aria delle sue linee, non ne fa il calco se non in pochi punti. Pochi punti, ma scelti, in effetti, quando la stoffa s’aderisce almeno ai fianchi. Ci pensa ora, al suo corpo, dopo che per mesi – ormai anni, forse –, s’era dimenticata di averne uno, che fosse suo, che potesse esibirlo ancora. Molti uomini si sono perduti principalmente – le pare ben detto – perché si sono creduti persi. Marco non le faceva i complimenti e lei, giorno via giorno, scordava di poter esistere senza di lui. Ma l’emozione di adesso è piacevole e le monta un po’ di rossore, si sente come spogliata del solito abito, ma pure della solita nudità; si figura il suo corpo camminare la via, entrare nel bar, chiedere il succo: ora è riflesso in quei rettangoli lunghi di specchio che di sovente coprono le colonne ai caffè fuori tempo. Potrebbe anche sputare il suo disamore sul vetro: Marco ti odio, così, per come mi hai lasciata. Appoggia le mani ai capelli, quindi le scende sul viso, sulle clavicole, sui seni, sulla pancia, sul ventre e, a correre, sulle grandi linee delle gambe.

Mentre chiede il succo, spalanca gli occhi e controlla davvero la sua figura negli specchi. La vernice delle scarpe attira gli sguardi: si intona male con la gonna. E neppure se ne era accorta, prima.

– Tutto bene, signorina?

– Signora! – rimprovera, come a voler rimettere un antico governo alle cose sue.

Si guarda le guance: signorina! Signorina? Sorride imbarazzata, paga, esce.

Di nuovo evita l’ascensore, così per le scale può regolare i passi a piacere, bada alla luce delle scarpe, si tasta la forma dei capelli, controlla sulla camicetta i bottoni, ne verifica il pudore.

***

Tutto il corpo di lui è dedito alla respirazione lenta. Non c’è come mirare una schiena piegata, ove la stoffa tende, per capire come un organismo che lavora in silenzio sia una macchina perfetta. Si ripete ancora una volta che quest’uomo le piace. Mi piace, sì.

Il fabbro ha fatto saltare i rivetti che tengono il pannello e adesso muove come un orefice dentro alla serratura, con misurato agio. L’unico tinnio che incrocia il suo respiro viene dal grimaldello. Potrei posargli le dita sulla schiena e chiedergli se vuole da bere. I passi che mi separano da lui li faccio piano, con delle sospensioni intervallate e dense. Ma prima che io metta l’ultimo piede, lui si volta e sorride; è chinato, un ginocchio tocca terra. Con la mano destra mi sfiora la punta dell’anulare e del medio, anzi, non proprio la punta ma sotto, dove le dita si rilevano nei teneri polpastrelli. La sua delicatezza passa come una scossa l’intero braccio mettendomi le scapole in brividi. – Claudia – mi dice, accarezzandomi le guance. Quando io lo fisso con stupore, lui indica il campanello. – È scritto lì! – mentre sorride gli spini della barba si spaziano meglio sulla pelle del viso. Mi piace che il mio nome si sia appoggiato nella sua bocca, ma non voglio che l’euforia mi faccia confusione in testa: io soffro, soffro ancora terribilmente per Marco; è vero, si era stufato di me, non mi accarezzava più, non sorrideva, parlava di rado. Ed è probabile che anche io lo trascurassi: qualcuno ha detto che ciò che resta, finita la passione, è il matrimonio! Certo l’indolenza, a volte, ci cresce addosso, e ce ne accorgiamo quando ormai ne siamo coperti. Sono stata una pessima moglie, una squallida amante, di quelle che non credono di poter voltare il loro amore (perché io lo amavo) in un surrogato di innamoramento novello, ma ci provano: così lo baciavo, a volte, spingendogli la lingua in bocca, forte forte, e mi toglievo i vestiti, tutto, e gli offrivo qualcosa di me, come si spinge in bocca al bimbo la pappa, oppure sdraiavo il mio corpo sul divano, e alzavo le braccia, un brivido mi percorreva le ascelle, appena Marco respirava veloce, e mi sforzavo di allargare le gambe – anche se a me piace aprirle piano piano – perché lui credesse che in quel momento anche io – e lui? – fossi presa dalla voluttà della foia, e mi davo così; e quando si tirava da parte avevo male ai fascioni di muscoli che van via dal pube e arrivano alle ginocchia. La tinta del nostro rapporto sbiadiva velocemente, e io non volevo crederci. Ma lo amavo! E anche lui, secondo me. Me ne accorgevo all’improvviso mentre riordinavo, magari scoprendomi felice di toccare le sue cose, di accomodargli il giornale sul davanzale del bagno, vicino al water.

La mattina del giorno in cui accadde mi regalò un libro, un romanzo che avrei voluto leggere al mare (glielo bisbigliai a letto la sera prima). Lo andò a comprare subito; per questo dico che l’amore c’era ancora. Sebbene lui non se ne accorgesse. Perché tutti la pensano così: se uno disprezza la moglie, e le nasconde qualcosa, poi le regala i gioielli, e i viaggi, e i vestiti. Ma lui no. Mi accompagnò anzi al lavoro (iniziavo alle nove quel giorno) con un po’ di stizza perché doveva fare il giro largo. Eppure io, il tempo che stetti seduta alla cassa, pensai a quanto era stato gentile per via del libro, che è un regalo che va bene quando si è innamorati (alla sera avrei già letto le prime pagine, nel lettone, e non mi sarei sentita in dovere di aprire grandi grandi le gambe e di inchinarmi al suo torace). Ma poi a un quarto all’una presi la pausa, perché non ce la facevo più a tenere la pipì e, tornando dal bagno mi attardai nella prima corsia, quella più ampia, dove ci sono i vestiti: erano arrivati gli abiti nuovi per la primavera. Sapevo di non poter stare in giro con la divisa indosso; l’avevo fatto una volta perché mi mancava il parmigiano: me lo feci tagliare al banco dei freschi e lo pagai ma, mentre ritiravo il borsellino, con la mano, dal suo bugigattolo la signora Ernesta mi fece segno di andare: lei governava la teoria di casse e di cassiere, e disse, prima cogli occhi che coi lombriconi delle labbra, che non si doveva.

Mi attardai comunque, anche quel giorno, per appoggiarmi sul petto una bella maglietta di verde solare, per vedere se mi andava, quando venne di nuovo a pescarmi l’Ernesta; ma mi strinse vicino, contrariamente a quanto avessi immaginato, con un cauto tepore, forse più increscioso di un urlo nato in faccia. Così, dopo aver adagiato il mio avambraccio sul suo, mi carezzò il dorso della mano e disse di Marco, che c’era stato un incidente, che dovevo andare a casa, se poteva fare qualcosa.

Una lingua di paura mi sbavò lo stomaco.

Ma io a casa non ci sono tornata. A tutti ho detto che non avevo neppure le chiavi, che le mie erano rimaste nell’appartamento, quella mattina, perché aveva chiuso lui e mi sarebbe passato a prendere a fine giornata.

La macchina era deposta nella grande corte dello sfasciacarrozze; mi accompagnò papà a vederla. Costava una certa pena osservare la rimanenza di lamiera. Rossa. La portiera che si apriva a scatti. I sedili macchiati. Riconobbi gli oggetti della routine, tra i cd allargati in terra gli occhiali da sole, anche i miei, la tessera dell’altro market (quello dove non lavoro io), le monete per le urgenze, il telecomando del cancello. Misi tutto nella busta di canapa, passando ogni cosa sotto le dita, come per togliervi lo sporco. Ma lasciai intenzionalmente le chiavi dove sapevo che erano, perché lui le riponeva sempre lì.

Quando chiusi la portiera, piovigginava. Trovai mio padre e il proprietario della ditta di autodemolizione ad attendermi sotto la pensilina, entrambi con le braccia conserte a discorrere. Si interruppero nel vedermi camminare verso loro.

Calò il silenzio.

***

Claudia non glielo vuole dire che Marco è morto quella volta lì che lei era un poco felice per aver ricevuto in regalo un libro. E neanche vuole dire che quella felicità sarebbe stata comunque breve. Attende che il fabbro ricollochi il pannello della porta, prima di entrare. Gli chiede se dovrà sostituire la serratura e lui fa mah, e dice che in fondo si può tenere ancora quella. Tanto se i ladri la vogliono aprire, la aprono. E ci mettono niente anche con una serratura nuova. Piuttosto si potrebbe cambiare la porta intera, metterne una di ultima generazione. L’uomo dice queste cose serie e così pratiche con un tono piccolo, quasi come se raccontasse la fiaba a una bimba. Seguendo le modulazioni della voce di quello strano maschio, il grazioso arco inflesso delle sue pupille che non mancano di appoggiarsi a ogni fine di frase nel colmo degli occhi di Claudia e poi giù nella fossetta del giugulo, tra le clavicole, la donna si sente entrare una pace esatta. Il fabbro si muove piano, non ha paura di fare le pause tra le parole dolci dolci, non allunga vocali fàtiche, possiede rifinitamene la calma della bontà. E Claudia si ferma dal toccargli le labbra con le mani, costringendo il desiderio ad amministrarle un gusto che non ha pari al mondo.

– Grazie davvero –. Osserva del fabbro le mani gentilmente sporche che ora non osano toccare in giro. E intanto prende tempo, assaporando una sensazione simile a quella che si provò da ragazzi nel tornare tra i banchi di scuola in occasioni o orari diversi da quelli consueti, la sera, ad esempio, per una riunione alla quale i nostri genitori vollero portarci, o in estate quando le lezioni erano ormai finite o dovevano ricominciare ancora. Così Claudia, dal pianerottolo, sbircia la prospettiva della sua propria casa, cerca di sorprenderne una guisa inedita, una luce vergine. Quasi le pare che da un momento all’altro possa venire dal fondo del corridoio Marco. Ha paura, si direbbe. O è il desiderio della paura, pensa, questo che mi scuote e mi lusinga? Che forse forse non voglio neppure che m’abbandoni, lasciandomi orfana di una nuova voglia, dell’appetito per una premura, della nostalgia per una coccola, un’attenzione, una lenta protezione. Me la può dare questo signore con le mani un po’ unte di grasso? E che ha gli occhi grandi grandi, dolci dolci? Claudia se ne convince, probabilmente. Ed è per questo che lo invita a entrare, a riscoprire con lei la casa che non sentiva più come sua, e adesso lo è di nuovo. E sta quasi per dirgli che Marco quando è morto su quella macchina rossa come le sue scarpe non era da solo, c’era anche l’altra. Che anche l’altra è morta. Così nella camera mortuaria dell’ospedale erano vicini, e Claudia ha potuto vederla bene in faccia la femmina con cui Marco la tradiva. Che le ha osservato le labbra, le guance tumide, l’attaccatura dei capelli, il carniccio vagamente abbondante delle braccia.

Claudia sa – lo ha sempre saputo, come ha sempre saputo dell’esistenza dell’altra – di essere una donna di bramosie lievi ma durature, quelle che sarebbero andate bene per il loro matrimonio. Però non capisce perché Marco la ignorasse, perché non le permettesse di essere orgogliosa della loro grazia, insieme. Come faceva? Cosa le aveva messo in testa? Possibile che il logorìo dell’amore avesse portato tanta cecità?

Ma l’uomo, di cui Claudia neppure conosce il nome, è riservato. Con imbarazzo presenta il conto, dice piano piano il numero di euro, come se fosse una bestemmia. Le mani le tiene sporche perché sul furgone ha della carta e degli stracci vecchi: si pulirà con quelli. E, mentre allaccerà la cintura, si aprirà in un caro sorriso, ripromettendosi di ricordare con affetto quella signora silenziosa e bella, i fianchi nervosi, le scarpe rosse e lo sguardo così piccolo che avrebbe potuto entrare in ogni fessura.

Poi, quando il motore sarà avviato, prima di ingranare la marcia, si ricorderà pure che in fondo in fondo a quello sguardo, dietro a quegli occhi abituati a piangere, c’era qualcosa d’altro: una speranza, forse, un silenzioso moto di riscossa, un desiderio lontano come un paese delle fiabe, dove svetta una torre esile ma irriducibile.