Libri tanto amati: Daniele Zito e Ludwig Wittgenstein

13552708_10154304601271306_1543421128_n

(Foto di Daniele Zito)

Nel 1921
a cavallo tra due guerre

Ludwig Wittgenstein
ci ha lasciato
poche parole
che credeva perentorie:
su ciò di cui non si può parlare,
è meglio tacere

ce le ha lasciate
scrivendo

le ha scritte
tacendo

prendendo il linguaggio
alla nuca

mostrando la nuca
del linguaggio.

I miei libri tanto amati
in realtà sono due

(entrambi dello stesso autore):

Tractatus logico-philosophicus
e: Ricerche Filosofiche

non consiglio a nessuno di leggerli

si finisce male

***

Daniele Zito (30 anni) è nato a Siracusa, vive a Catania. Collabora con L’Indice dei libri del mese. Nel 2013 ha esordito con La solitudine di un riporto per Hacca.

I dischi di Guido Michelone: Freddie Cole, Singing The Blues

cole

Nato a Chicago il 15 ottobre 1931, come Lionel Frederick Cole e quindi di dodici anni più giovane del fratello – il celebre Nat King Cole (1919-1965) – come lui cantante e pianista, Freddy inizia a cantare appena ventenne ma nel primo quarto di secolo di carriera – tra il 1952 e il 1978 – riesce a incidere solo sei dischi a 33 giri. È dal 1990 che Freddy Cole dà il via a una personale escalation che lo condurrà a primeggiare tra il vocalismo jazz tornato in auge, con ben ventitré album, tutti di buon livello, guadagnandosi persino nel 2010 una nomination ai Grammy con Freddy Cole Sings Mr. B, il lavoro dedicato al cantante bebop Billy Eckstine, di cui ama considerarsi allievo e continuatore.
In effetti lo stile di Freddy, come si deduce anche, ovviamente, dall’ascolto di questo nuovo Singing The Blues – uscito alla fine del 2014 per High Note, e perciò ultimo in ordine di tempo dopo Walk To Me (2011) e This And That (2013) – può vantare diverse influenze dal tipico ambito crooner (interprete confidenziale) al più generale contesto vocale afroamericano (nato, come si sa, con gospel, spiritual, work song). E proprio alla cultura della black music il suo riferimento è costante, giungendo persino a un vero e proprio tributo al genere blues che è la culla di tutte le espressioni della voce umana nera. Il modo di affrontare però il blues non è quello dei bluesman, ma ancora una volta è il mood del crooner o del jazzsinger a prevalere: un’intonazione calda, delicata, tranquilla, distesa, pacatissima.
Ciascuno degli undici blues spesso famosissimi – in ordine alfabetico All We Need Is a Place, Another Way To Feel, Ballad of the Sad Young Men, Goin’ Down Slow, Meet Me at No Special Place, Muddy Water Blues, My Mother Told Me, Old Piano Plays the Blues, Pretending, Singing The Blues, This Time I’m Gone For Good – è trattato come ballad o a mid-tempo anche grazie a un jazz quintet abilissimo, con Harry Allen, John di Martino, Curtis Boyd, Randy Napoleon, Elias Bailey, nei controcanti strumentali. Alla fine ne fuoriesce un CD assai godibile che conferma la seconda giovinezza artistica di Cole e che potrà risultare utile, interessante, apprezzabile tanto dagli amanti del blues quanto, come sempre, dai fini intenditori del canto jazz.

Nicola Vacca, Vite colme di versi

vitecolmediversi-683x1024

Nicola Vacca, raffinato amante della poesia, e poeta lui stesso, racconta, in un agile libretto uscito per i tipi di Galaad edizioni, Vite colme di versi (Galaad edizioni, pp. 96, euro 11) il proprio viaggio ideale attraverso ventidue poeti del Novecento; non solo maestri italiani, ma anche stranieri, non solo i nomi dei grandi ma anche quelli dei ‘sommersi’ nel mare sempre più vasto e inquinato di chi si autoelegge poeta: accanto ai ritratti di Caproni, di Ungaretti, di Campana, di Celan o di Prévert, abbiamo così anche quelli di Beppe Salvia, di Lorenzo Calogero o di Nika Turbina, “la poetessa bambina”, morta a Mosca a soli ventisette anni nel 2002, e il cui nome, in Italia, è pressoché sconosciuto ai più.

A ognuno di questi poeti, Nicola Vacca regala un ritratto stringato ma sempre teso a cogliere l’essenziale delle loro formule, delle loro parole, delle loro esistenze. Se vogliamo indicare un filo rosso che lega i ventidue medaglioni, diremmo che la voce dei poeti prediletti dall’autore è quella che pone il verbo in “disarmonia con l’epoca” (per forzare una formula di Caproni il cui ritratto, forse non a caso, sta in apertura di volume). Così di Dario Bellezza scrive che “con la docile rabbia del diverso ha pronunciato la deriva e la forza dei sentimenti, con la pietra del peccato ha scolpito nel nulla il colore eterno della poesia”, oppure dell’appartato Beppe Salvia si dice che attraverso le parole quotidiane, quelle che tanti di noi utilizzano per essere orrendi e banali, egli ha invece affidato al cuore “le beffe più dolci e più misere del dolore e della memoria”.

Mentre indugia e pennella intorno alle figure dei poeti amati, in specie quelli che stanno bocconi sull’orlo dell’oblio, Nicola Vacca tira le orecchie al nostro triste Paese quando non rende omaggio ai suoi padri, quando lascia “che si spengano nell’indifferenza assoluta” e nell’effimero abbaglio dell’apparenza. E al contempo indica anche, indirettamente, il compito della poesia: “definire l’indefinibile” come ha insegnato Giuseppe Ungaretti, laddove l’indefinibile è quel bilico precario che simboleggia la grazia e la condanna dell’esistere, a un tempo; ma anche “mantenersi integri nel mare magnum della nuova schiavitù globale”, come da decenni fa un artista poliedrico qual è Leonard Cohen, o come ha fatto, orgogliosamente, il folle genio di Marradi.

La poesia, dunque, va oltre e custodisce le solitudini, spiega Nicola Vacca, anche e soprattutto quando le parole si consumano “in prossimità della morte” o sull’orlo dell’orrore.

Articolo apparso per la prima volta su Nazione Indiana, il 23 giugno 2016: https://www.nazioneindiana.com/2016/06/23/nicola-vacca-vite-colme-versi/

Le letture francesi di Mariolina Bertini: Lydie Salvayre, Non piangere

non piangere

Nata nel 1948, in Francia, da due repubblicani spagnoli in esilio, Lydie Salvayre, psichiatra, ha cominciato a scrivere negli anni Settanta del secolo passato.  Nel 1999 un suo romanzo, La compagnia degli spettri, è stato tradotto da Guanda; in seguito altri tre romanzi, tutti impregnati di un’acre derisione degli idoli del mondo contemporaneo – dal turismo compulsivo alle gerarchie impiegatizie – sono usciti da Bollati Boringhieri, senza suscitare, mi pare, grande interesse. Ora è arrivato in libreria Non piangere (ed. orig. 2014, trad. di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, L’asino d’oro, Roma, 2016, 235 pp., euro 17); ha vinto nel 2014 il premio Goncourt ed è stato salutato, in Francia, come la sua opera più riuscita e pienamente convincente. Affronta in assoluta semplicità un tema molto complesso: quello della trasmissione della memoria da una generazione all’altra.  Ci mette di fronte all’esperienza di una figlia – lei stessa, Lydie – che ascolta i racconti della madre, Montse, sul periodo più drammatico ma anche più felice della sua vita: l’estate del 1936, trascorsa a Barcellona. E vince la difficile scommessa di lasciare ai ricordi materni il loro alone di splendore e di poesia, indagandone però con rigore i fondamenti reali e il contesto storico.

Montse, nata nel 1921 in una famiglia di contadini poveri, porta i segni di una vita molto dura. Nel 1939 è partita a piedi nudi, con la figlia Lunita di tre anni, per cercare rifugio in Francia, lasciandosi alle spalle una Spagna straziata, dopo gli orrori della guerra civile, dal feroce spirito di vendetta dei franchisti vincitori. Prima di ricongiungersi al marito Diego, ha conosciuto quella che è oggi la condizione di tante donne migranti, esuli, rifugiate:

Con lei c’erano una decina di donne e bambini. Raggiunsero la lunga schiera di persone che fuggivano dalla Spagna, scortati dall’11° divisione dell’esercito repubblicano. Fu quella che venne definita con un certo pudore la Retirada. Una colonna interminabile di donne, bambini e vecchi che si lasciavano alle spalle una scia di valigie sfondate, di muli morti distesi sul fianco, di poveri stracci abbandonati nel fango, di oggetti d’ogni sorta che quegli infelici si erano portati dietro in fretta e furia quasi fossero preziosi frammenti di casa loro e poi avevano abbandonato lungo la strada quando l’idea stessa di casa era svanita del tutto dalle loro menti, quando di fatto qualsiasi pensiero era svanito dalle loro menti. Per settimane mia madre camminò dalla mattina alla sera, con indosso sempre lo stesso vestito e la stessa giacca irrigiditi dal fango, mangiò quello che trovava lungo la strada o si accontentò della manciata di riso che i soldati di Lister distribuivano a tutti, pensando solo a mettere un piede davanti all’altro e a occuparsi della bimbetta a cui imponeva quel calvario.

Poi sono venuti gli anni del difficile adattamento alla nuova patria, la Francia: Montse ha dovuto imparare una nuova lingua e nuove abitudini, lottando, con il marito e con le loro due bambine, contro pesanti difficoltà economiche. Oggi siede accanto alla finestra su una sedia a rotelle, guarda i bambini che giocano nel cortile di una scuola vicina e racconta alla figlia (in un linguaggio tutto suo, intessuto di spagnolismi e ben reso dalle traduttrici italiane) le tragedie e gli incanti della sua giovinezza remota.  La memoria di Montse è devastata dalla vecchiaia, e ha perso quasi ogni traccia di quel che è accaduto dal 1940 in poi. Ma, come spesso accade, questo tracollo della memoria relativamente recente non ha spento in lei né la vivacità intellettuale né l’arguzia, e ha lasciato ai ricordi della giovinezza un nitore, una freschezza, un rilievo singolari e impressionanti.  Partendo da questi ricordi, e lasciando ogni tanto spazio all’impasto linguistico franco-spagnolo della madre, Lydie Salvayre ha ricostruito, in forma di romanzo, la storia del villaggio natale dei genitori dal 1936 al 1939, dagli inizi della guerra  civile alla fuga di Montse in Francia. È un villaggio i cui secolari equilibri si basano sulla sottomissione dei contadini poverissimi e ignoranti alla famiglia dei signorotti locali, i Burgos.  Ma nel 1936 questi equilibri entrano in crisi: il fratello di Montse, José, neofita delle idee libertarie e del verbo di Bakunin, introduce germi di conflitto sociale in un mondo arcaico rimasto sino ad allora fuori dalla storia. Sino all’avventura della “breve estate dell’anarchia”: il 1° agosto, José e Montse arrivano nella Barcellona controllata dalle milizie anarchiche e sono come travolti, inghiottiti dall’entusiasmo collettivo di quella stagione irripetibile. Montse, quindicenne, è meno ideologizzata di José, ma è affascinata ancora più di lui da quella nuova vita in mezzo a ragazze in pantaloni e giovanotti col fucile che cantano l’Internazionale, parlano di libertà, si abbracciano senza conoscersi e declamano poesie seduti ai tavolini fuori dai caffè. E proprio in un caffè avviene l’incontro per lei decisivo con un giovane volontario francese, André, che in attesa di partire per il fronte vive con lei un’intensa e felicissima notte d’amore. Quella notte, in cui viene concepita la sua prima figlia, Lunita, è l’apice della giovinezza di Montse; mitizzata nel ricordo, per lei racchiuderà sempre l’essenza della felicità assoluta e l’aiuterà a vivere gli anni difficili che l’aspettano, e il matrimonio inizialmente senza amore con Diego, il rampollo dei Burgos che l’aspetta al paese natale ed è nel frattempo diventato un solerte militante stalinista. In parallelo alle vicende di Montse, di Diego e di José, Lydie Salvayre introduce nel suo romanzo un altro filo narrativo: nello stesso periodo in cui sua madre è abbagliata dagli ideali libertari, Georges Bernanos assiste alle atrocità commesse dai franchisti a Majorca in nome di un cattolicesimo strumentalizzato e profanato con totale cinismo.  Attraverso le pagine de I grandi cimiteri sotto la luna, integrate da altri documenti, entra così in Non piangere un punto di vista sulla guerra civile ben diverso da quello dell’ingenua e appassionata Montse, e il quadro storico d’insieme si fa più complesso e multiforme. Il centro del quadro però resta sempre l’esperienza di Montse e – implicitamente – il lavoro decifratorio di Lydie sulle parole materne. Un lavoro che non ha mai la neutralità della trascrizione, ma è sempre adesione, scelta, riflessione problematica. Chiuderò con uno degli esempi più significativi di questo lavoro: il racconto dell’episodio in cui davanti a una banca, a Barcellona, nell’agosto del ’36, un gruppo di anarchici brucia mazzi di banconote. Lydie Salvayre si chiede che cosa sia rimasto in sua madre di quel momento; e la sua incapacità di trovare una risposta è forse il vero senso di tutto il suo romanzo.

… Ascolto mia madre e per l’ennesima volta mi pongo la domanda che continua a frullarmi per la testa da quando ha cominciato a raccontarmi la sua fantastica estate: che cosa è rimasto in lei di quell’epoca, oggi inimmaginabile, in cui c’era gente che bruciava mazzi di banconote per manifestare il proprio disprezzo nei confronti del denaro e di tutte le follie che va causando? Solo qualche ricordo, o qualcosa di più? I suoi sogni di allora si sono dissolti? Sono caduti in fondo al suo essere come le particelle che si depositano sul fondo di un bicchiere? O c’è ancora una fiammella che brilla nel suo vecchio cuore, come adoro credere? Comunque sia, mi sono resa conto che da un po’ di tempo a questa parte, mia madre sembra infischiarsene di quei pochi soldi che ha e li distribuisce a destra e a manca, con una prodigalità che il suo medico curante tende a imputare alla malattia, esattamente come i disturbi della memoria e come le sue numerose, per non dire continue, uscite impertinenti. Ma a me piace pensare che il suo medico si sbagli, che dentro di lei sfavilli ancora una luce tremula, le braci ancora tiepide di quell’agosto del ’36 in cui il denaro fu bruciato come fosse immondizia.

“Adua”: il romanzo di chi parte senza sapere dove arriverà

adua

Se passeggiate per Roma e imbroccate la piazza Santa Maria sopra Minerva, ai piedi del piccolo obelisco potreste vedere una donna che si confida con il dolce elefantino del Bernini: è Adua (così il titolo dell’ultimo romanzo di Igiaba Scego, Giunti, pp. 186, euro 13), figlia dell’indovino somalo Mohamed Ali Zoppe, giunta in Italia negli anni Settanta con un sogno nel cuore, quello di diventare come Marilyn o come Audrey una stella del cinema, e finita invece a girare un porno tanto leggero quanto ignobile e spietato.
È una storia trascinante quella di Adua, è un dialogo tra generazioni – padre e figlia – e tra due città, paradigma di universi diversissimi, Magalo e Roma, strettamente legate dalla vicenda umana dei protagonisti, ma solo dolorosamente conciliabili come, e più, delle due celebri città di Mario Soldati.
La vicenda si snoda in tre tempi, magistralmente intrecciati nell’infilzata dei capitoli: gli anni del colonialismo fascista in cui agisce il giovane Zoppe che fa da traduttore agli italiani in procinto di fare la guerra; la Somalia degli anni Settanta e la Roma del nuovo secolo, nelle cui vie e vene si riversano gli immigrati scesi dai barconi screpolati di Lampedusa. È con uno di questi, soprannominato con franca brutalità Titanic, che Adua si sposa e convive e fa un amore scialbo e malinconico. Ma qui siamo solo al punto d’arrivo: prima ci sono state molte sofferenze, tante speranze voltate in polvere, numerosi sogni ognuno dei quali aveva avuto come centro la città caput mundi; sia per Adua, sia per suo padre Zoppe diversi anni prima, Roma è nel cuore “una reggia a cielo aperto” e “invece ci pisciano cani e umani”. Roma non cambia, cambiano le persone, cambiano le coscienze. Zoppe va a Roma nel 1934, sua figlia Adua ci va, di nascosto da tutti, al principio degli anni Settanta. Entrambi anelano a un futuro migliore, entrambi si scontrano con la superficie durissima dei loro sogni. Padre e figlia, che non si sono mai compresi, che hanno provato l’uno per l’altra un amore muto, strisciante, acido, è a Roma che scoprono la potenza dei loro legami. È una corrispondenza d’amorosi sensi che si intende da lontano, quando cioè lo stare vicini non è più possibile: quando Adua scappa dalla Somalia compie uno strappo definitivo, il padre non lo rivedrà mai più, ma lo capirà: “ha un sapore agrodolce la parola padre. La punta della lingua è ferita dai suoi aculei. […] Mi fa sentire scomoda questa parola. È come se non avessi un appoggio. Come se delegassi a qualcuno la mia felicità. La parola padre mi terrorizza. Ma è l’unica che sappia farmi ancora respirare”.
Zoppe insegue la ricchezza spingendo da parte l’amore e finendo per mettere in gioco la propria fedeltà alla patria. Zoppe insegna alla figlia che l’amore è una cosa inutile, dannosa. Asha la Temeraria, la madre di Adua, avrebbe voluto chiamare la bambina Habiba, che significa Amore in arabo. Ma l’amore tra madre e figlia scompare presto, Asha muore dopo aver dato alla luce il frutto del suo ventre e Adua finisce per chiamarsi con il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo europeo. Adua è per Zoppe la rivincita sulle proprie mancanze. Ma questa rivincita ha un peso tremendo su di lei: Adua è irrequieta, Adua ha un “fegato infelice”, Adua ha voglia di cagare tutta quella angoscia” che le viene da un destino troppo affilato.
I movimenti del cuore che muovono padre e figlia sono simili, a volte identici, ma sempre fuori tempo. Zoppe va in Italia per una vita migliore nel momento peggiore in cui un nero (un uomo marrone come dice una bimba ebrea della Roma del ’34) potesse arrivarci: sono botte e pugni e sputi. Da lì, Zoppe desidera il ritorno (“Gli mancava Magalo e la lentezza bovina di quella città oceanica”). E in effetti torna per salvare poi il proprio onore e morire, solo, “tra scoregge e rimpianti”. Le grandi città mangiano la purezza: Zoppe lo scopre presto e vorrebbe insegnarlo alla figlia; ma Adua non ha orecchie per ascoltarlo e parte, senza ascoltare le paternali (tante paternali, tanti capitoli punteggiano il romanzo con questo titolo) di Zoppe: “Sei come tua madre Asha, ancora credi al prossimo. Il mondo è crudele, Adua, non devi credere a nessuno”. Tuttavia Adua lascia Magalo e la Somalia, lascia “la cannella, gli incensi, il sandalo, l’ambra dorata, la passiflora, i manghi maturi, le papaie benefiche, l’ananas voluttuoso” per andare a farsi toccare il culo da registi di ultima categoria, a prendere in bocca la sborra di luridi magnati e a farsi “sverginare da un paio di forbici”.
Il viaggio di Adua – come il viaggio di suo padre – è una parabola di crescita, però; vanno avanti, sbagliando, per scoprire il viso della loro coscienza e per smascherare la bellezza alloppiante dei luoghi che abitano, ma pure la truffa più disperata che le città apparecchiano agli esseri umani.
Igiaba Scego, con una scrittura aromatica che infila a forza nelle narici del lettore gli odori di un’esistenza aspra e carnosa, costruisce un romanzo forte e tatuante, perché certe immagini reagiscono con la nostra pelle e vi rimangono impresse, e il sapore della vita, a tratti brutale, colto a pochi centimetri da terra, ci avvinghia i polpacci e non ci lascia più. Un romanzo che nei giorni della disperazione di chi parte senza sapere dove arriverà non può mancare nel gran teatro della nostra coscienza.

Articolo pubblicato per la prima volta il 25 settembre 2015, su La poesia e lo spirito: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/09/25/adua-il-romanzo-di-chi-parte-senza-sapere-dove-arrivera/

Il Male di Massimiliano Santarossa

SantarossaIlMaleCoverAnteprima090913

Il male di Massimiliano Santarossa (pp. 224, euro 14, Hacca) è un libro implacabile, che arde senza pietà anche l’ultima nostra certezza. «Di quanta vastità hai bisogno, per nasconderti, dio?». È Lucifero, l’angelo caduto, a rivolgere ancora in alto la punta delle ali spigolose per domandare ragione dei dolori e delle perversioni di questa terra al padre nostro. E Lucifero già sa, come lo sanno gli esseri disperati, che nessuna risposta può scendere da un cielo muto. Lucifero vola, penetra le nostre città, gli asfalti, l’acciaio, il nero del bitume. Ci visita e ci racconta. Egli è quel male che, in principio, altro non fece che operare «il dubbio che si fa caos». E quello fu il peccato originale dell’angelo. Santarossa ci «assolve» consegnandoci però a un infernale determinismo al quale è impossibile sottrarsi. Il risultato è un mondo abbandonato dal dio sordo, presuntuoso, imperfetto, assente, che trasferisce la propria latitanza all’umanità medesima, che ricorda i «novi tormenti» dati dalla «piova etterna, maladetta, fredda e greve» del terzo cerchio dell’Inferno di Dante. I colori della città – una città senza nome, ma certo una nuova Sodoma – sono trasfigurati nelle tinte della disperazione, i gangli dell’urbe sono rinominati così come i suoi idoli e i suoi templi. Diventa una città post-storica le cui tessere s’equiparano a entità preistoriche: parcheggi come pleistocenici laghi d’asfalto, automobili come bestie metalliche dal cuore acciarito, fabbriche come balene di cemento e vetro su cui incombe un cielo che separa anziché unire. Su questo scenario il Principe del Male incontra le bestie in terra, definisce le forme del dolore, dà corpo a una lunga bestemmia che è tanto più dolorosa quanto meglio ci mostra la miseria in cui il creato sembra precipitare. Troviamo così schiere di uomini e di donne scarnificati dalla cattiveria e dal dolore che assaggiano («perché ci vuole più determinazione a scegliere che a subire») o che danno anche agli esseri più vicini e che al contrario dovrebbero ricevere amori giustissimi. In questo «interminabile canto del caos», c’è la bimba stuprata dal padre, «figura piccola, innocente, ma già sfregiata in luoghi invisibili»; c’è il tossico che s’immola per il dio crack e s’inchina all’uomo potente capace di somministrare l’eucaristia sintetica; ci sono gli operai che perdono la loro carne da macello tra gli ingranaggi di quel «luogo inumano dove il peccato viene prima assolto e subito rigenerato in altro peccato»; c’è il mendicante anch’egli in cerca di un’eucaristia, quella metallica dell’elemosina; ci sono prostitute costrette a abbandonare «l’odore buono di un bambino partorito e mai cresciuto»; ci sono gli anziani la cui intera persona è ormai «dipinta del colore del nulla». Il male di Santarossa è un Cantico al rovescio, è un viaggio nella notte che richiama i dissipamenti biologici della materia cantati da Jacopone da Todi e le tremende visioni del contemptus mundi, negando a essi però la chiave di salvezza. Dissacra il creato ripetendo le modalità delle Scritture: ogni gesto, ogni oggetto, ogni essere non è particolare ma universale, allegorico, anagogico. Attraverso elenchi parabiblici che ipnotizzano come diaboliche sequenze musicali, Santarossa tratteggia l’uomo surmoderno che frequenta «lo stomaco della città», insensibile all’amore, ai sentimenti anche ancestrali, chiuso non più in un virtuoso villaggio globale ma in un «universo minimo, microcosmo massimo, vuoto circolare e di pietà»: un cristo marcio i cui sentimenti azzerati lo conducono ormai a scorgere nella sola povertà il male assoluto. Se il nostro è il mondo della comunicazione ininterrotta e scriteriata, Santarossa sembra volerci ammonire invocando un futuro prossimo nel quale è destino che s’apra l’abisso della disinvoltura irresponsabile: allora nessuno più parlerà, nessun uomo avrà da dire nulla ad altro uomo. Questo è forse il male sommo. E tanto risalta in queste pagine perché qui, al contrario, ogni parola sembra incisa, non è mai gratuita, è latrice sempre di responsabilità.

Articolo pubblicato per la prima volta su l’Unità il 23 dicembre 2013:  http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2605000/2601973.xml?key=Giacomo+Verri&first=1&orderby=1&f=fir

Dire quasi la stessa cosa: Claudia Zonghetti e Anna Karenina

13479893_1161777930508934_1896890345_n

Io e Anna

(e che Woody Allen e Lev Tolstoj mi perdonino)

Ci ho messo più di un mese a rispedire il contratto di traduzione per Anna Karenina. Anzi, in realtà non l’ho nemmeno fatto io. Ad affrancarlo e imbucarlo è stata un’amica, dopo settimane che cercavo di dimenticarmelo nella borsa mentre il fantasma di Leone Ginzburg infestava i miei sogni (questa dei sogni sarà una costante, mettetevi comodi).

Insomma sì. Anna Karenina. IL romanzo. Quello che TUTTI dicono di avere letto e amato. (Sapeste, però, in quanti mi hanno confessato di “aspettare la mia traduzione per leggerlo, finalmente”, annaffiando la mia ansia e confermando l’urgenza di una “questura letteraria” che sgonfi le cifre dei lettori presunti…)

Sto tergiversando, lo so.

Ma come si fa a spiegare cosa sono stati, per me, i mesi fra i due treni di Anna Arkad’evna?

Proverò a mettere insieme qualche pensiero.

Prima di tutto: NO, non avevo sempre accanto la traduzione di Ginzburg. Né altre traduzioni esistenti. Che possiedo, in numero di nove, fra italiano, francese, spagnolo, inglese, tedesco. Le ho guardate poco e niente. Non per supponenza, ma per problemi di orecchio. Il mio è una carta moschicida, un camaleonte piuttosto arzillo, dunque il rischio che poi seguissi accordi altrui era alto. Mentre io volevo tenermi il più possibile al russo – e ai russi – di Tolstoj. È forse per questa ragione che ho usato per la prima volta anche un audiolibro.

In fondo il nòcciolo è proprio questo, credo. Il “lurido vecchio” (mi ripeto, lo so, ma ho amato ancora di più Anna Achmatova scoprendo che lo apostrofava a quel modo) ha saputo dare a ognuno dei suoi personaggi una voce riconoscibile. Ognuno di loro ha i suoi tic lessicali o sintattici, ognuno – o quasi – ha un suo lessico famigliare (eccoli, marito e moglie riuniti), le sue idiosincrasie, i suoi vezzi. Il tentativo è stato, dunque, quello di provare a restituire a ognuno una veste altrettanto riconoscibile nel corso delle – tante – pagine.

Ho avuto anche io i miei “preferiti”. Il principe Ščerbackij, per esempio, uomo di ironica saggezza con la battuta sempre in resta: uno spasso unico e – credo – colui che mi ha permesso di giocare di più con la lingua (cercatevi i barlacci e sappiatemi dire che cosa ne pensate). O la principessa Mjagkaja, brontolona enfant terrible che per prima osa dire ad alta voce quanto ridicolo e insulso sia Karenin. Così come ho avuto giornate in cui, all’ennesima fienagione, mandavo mail deliranti al mio redattore chiedendogli il permesso di cambiare il finale e di spingere sotto il treno qualcun altro. Non sono mancati – confesso – nemmeno bizzarri accostamenti cinematografici che, tanto per citare il più imbarazzante, mi hanno aiutato a rendere noiosamente e vezzosamente pignolo Karenin (se qualcuno volesse cimentarsi, azzardi pure un nome e dirò se ha fatto centro). Il tutto mentre la notte ricevevo le visite non troppo frequenti, ma comunque assidue, di due soli personaggi: Karenin (intenzionato a dimostrarmi d’essere più simpatico di quanto io credessi) e Oblonskij (all’inesorabile ricerca di prestiti). Non ho mai sognato lei, Anna Arkad’evna.

Forse perché l’ho ingenuamente – e banalmente – adorata. In ogni sua piega emotiva e lessicale, di nuovo. Perché anche lei cambia drasticamente modo di esprimersi fra il prima e il dopo-Vronskij. Passando dalla sintassi compunta (ma mai leziosa) e ben impostata della perfetta dama dell’alta società alle frasette nervose, isteriche, sincopate e a volte insulse delle liti ormai quasi folli con Vronskij.

13487524_1161777397175654_1556894759_n

Il contorno è stato una continua scoperta. È verissimo (e ancora una volta banale): si capisce, si entra in un libro solo traducendolo, guardando dunque sotto i tappeti e fra le pentole della cucina, pulite e sporche. Ho scoperto l’ossessione assoluta di Tolstoj per i denti (li cita in ogni possibile occasione, come motivo di vanto e come metafora rozza ma efficace del dolore, arrivando a finire con Vronskij che parte per la Serbia tenendosi una guancia) e per i treni (ma questa era vagamente più nota…), ho scoperto la sua abilità assoluta di mettersi nei panni, nella mente e nella lingua di diversi tipi di donna (senza scivolare quasi mai nella misoginia), ho riscoperto il suo sarcasmo velato ma sempre a bersaglio…

Insomma, se dovessi dire che cosa spero di avere ottenuto con questa traduzione, è senz’altro di avere restituito almeno un po’ di vita ai personaggi e alle vicende, facendo sì che chi legge abbia una voglia incontenibile di girare le pagine come era accaduto ai primi lettori di Tolstoj.

…Questo perché ho stampata in mente la volta in cui, sull’aereo che mi portava a Madrid al matrimonio di due amici carissimi, il passeggero accanto a me stava leggendo proprio Anna Karenina. “Le piace?” gli chiesi. “Oh no, è una gran noia, e so anche come va a finire!”.

Ecco, questo il lurido vecchio non se lo merita davvero.

P.S. Non capita spesso di poter ringraziare chi ha messo una zampa in un lavoro importante. E allora approfitto dell’occasione. Grazie per la scrupolosa, ma rispettosissima rilettura a Enrico Ganni e Valentina Barbero (che hanno sopportato senza evidente stupore anche le mie mail più sconclusionate e ansiogene). E grazie alle mie due lettrici: Giulia Baselica e Letizia Kostner. Mille pagine sono una prova d’amore, non d’amicizia.

***

Claudia Zonghetti è nata a Fano, ha studiato a Venezia e vive a Milano. Da una ventina d’anni traduce narrativa e saggistica russa*. Tra coloro ai quali ha dato voce italiana figurano Michail Bulgakov, Fëdor Dostoevskij, Pavel Florenskij, Anna Politkovskaja, Varlam Šalamov, Ivan Bunin, Vasilij Grossman, e ora Lev Tolstoj. Ha collaborato alla compilazione del Dizionario russo-italiano / italiano-russo di Julia Dobrovolskaja (ed. Hoepli). Ha vinto il premio Gorky, il premio Vallombrosa von Rezzori e il premio Russia-Italia attraverso i secoli.