Libri che ci mancano: Daniele Petruccioli e Machado de Assis

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Machado de Assis è stato il grande inventore del romanzo brasiliano. Dopo i romantici e prima del modernismo, c’è solo lui.

Nato e vissuto a Rio de Janeiro e carioca fino al midollo, morto nel 1908, fingendo di scrivere d’amore e dell’alta società cittadina partendo da presupposti di volta in volta romantici o naturalistici, in realtà ha dato alla narrativa brasiliana quel tocco disincantato e affettuoso che solo l’ironia poteva darle, secondo la lezione balzachiana che Machado conosceva benissimo. Di Machado si è detto che non era realista, che lo era, che non aveva molta dimestichezza con la politica, che sapeva dipingere con precisione la realtà sociopolitica brasiliana. Se consideriamo che il suo primo romanzo è uscito un anno dopo I demoni di Dostoevskij, forse riusciamo anche a intuire il perché. Come tutti i grandi scrittori, e quelli alle periferie degli imperi in particolare, Joaquim Machado de Assis sapeva prendere, mescolare e ritirare fuori in modo del tutto personale tutte le risorse creative con cui entrava in contatto. In questi casi le etichette servono a poco.

Bene. Questo classico della letteratura sudamericana, autore di una decina di romanzi, altrettante pièce teatrali, quattro raccolte di poesie e un centinaio di racconti, in Italia non c’è. O meglio c’è ma sparso, a pezzi e bocconi, difficile da trovare o quasi sempre esaurito.

Da noi Machado è stato tradotto tanto ed è stato tradotto presto (le prime traduzioni sono della fine degli anni Venti), quindi non è proprio giusto dire che ci manca. Certo, ancora oggi cinque romanzi (almeno due dei quali importantissimi), non so quanti racconti, due raccolte di poesia e praticamente tutto il teatro sono inediti nella nostra lingua. Ma non è questo il punto. Il punto è che, anche quanto è stato tradotto, lo è stato in modo disordinato, un po’ da questo un po’ da quello (intendendo sia editori che traduttori). E non si trova quasi più niente.

Delle grandi case editrici, infatti, solo Rizzoli ha provato a far uscire in modo sistematico le opere che considerava le più importanti. Poca roba, a dire la verità. Si tratta dei suoi tre romanzi più famosi: Don Casmurro, Memorie postume di Brás Cubas e Quincas Borba. Lo ha fatto negli anni Cinquanta, per le traduzioni di Laura Marchiori, poi basta (un paio di queste traduzioni sono state ristampate negli anni Novanta, ma comunque sono già di nuovo fuori catalogo). All’inizio del Duemila, Lindau ha ripreso una traduzione di Giuliana Segre Giorgi degli anni Ottanta e le ha chiesto di tradurre altri racconti.

Per il resto, solo meteore: Einaudi ha all’attivo una raccolta di racconti tradotta da Amina di Munno che però è fuori catalogo, in libreria non si trova più la traduzione delle Memorie postume di Brás Cubas di Rita Desti per Utet e nemmeno il suo L’alienista (un bellissimo racconto lungo), così come due delle raccolte di racconti tradotte da Amina di Munno (per due editori differenti).

Ricapitolando, in libreria, oggi, con un po’ di fatica si possono trovare un paio di traduzioni di Don Casmurro (di Gianluca Manzi e Léa Machbin per Fazi, e di Guia Boni per Fabula, quest’ultimo col titolo di Dom Casmurro), il Memoriale di Aires, L’alienista e alcune raccolte di racconti di Giuliana Segre Giorgi per Lindau.

Altri due romanzi si trovano ancora, ma non li cito perché uno si trova solo su Amazon e non sul sito della casa editrice, mentre l’altro è il lifting di una traduzione degli anni Trenta. E questo è tutto.

Cioè: nonostante alcuni libri di Machado siano stati tradotti anche cinque volte, oggi si trovano soltanto due suoi romanzi, due suoi libri di poesie e qualche raccolta di racconti. Tutto il teatro, molti racconti, metà delle poesie e almeno un altro paio di grandi romanzi non sono stati tradotti mai.

Ma Machado de Assis non è un minore. Se prima ho citato Balzac e Dostoevskij non è stato per caso. Anche solo per chi del Brasile conosce quasi solo Jorge Amado (cioè fondamentalmente tutti, in Italia, editori compresi), non è possibile godersi appieno questo autore senza aver letto Machado.

Insomma, mi dispiace non poter contribuire a questa rubrica con un libro, ma di essere costretto a farlo praticamente con un intero autore. Ma è così. Machado de Assis in Italiano è esistito ed esiste troppo poco. Ed è una vergogna, oltre che un peccato.

Libri che ci mancano: Claudio Morandini e Charles Ferdinand Ramuz

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Libri che ci mancano: una rubrica che nasce da un’idea di Mariolina Bertini; una rubrica che procede da un atto di amore e porta una carezza su quei libri che, per diverse ragioni, non sono più o non sono ancora nei cataloghi degli editori italiani. “Raccontare”, scrive Mariolina Bertini, “i libri che ci mancano; non soltanto quelli non tradotti, ma anche quelli non ristampati. L’editoria attuale è iperproduttiva, butta sul mercato in continuazione titoli che scompaiono dopo poche settimane, ignorando i tesori sepolti nei vecchi cataloghi”.

Ecco. Di quei tesori sepolti noi ora vogliamo parlare. Come lo vogliamo fare di quei libri che, inspiegabilmente, non sono mai stati tradotti in Italia. In questa seconda puntata proponiamo un pezzo di Claudio Morandini che racconta un altro piccolo gioiello dell’editoria francese mai approdato sui nostri scaffali: Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles Ferdinand Ramuz, uscito per la prima volta nel 1929 per Mermod (Losanna).

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I Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles Ferdinand Ramuz sono la storia di un’amicizia e di una splendida collaborazione artistica, ripercorse con precisa, asciutta nostalgia in un anno, il 1929, in cui ormai tempo e lontananza le hanno diluite. La stagione di quel sodalizio è stata tutto sommato breve, ma ha dato luogo a capolavori come Les Noces, l’Histoire du soldat e Renard. Stravinskij è raccontato come un demolitore di convenzioni e un delibatore di nostalgie: Ramuz lo osserva, lo ascolta, mette parole, o meglio sillabe nelle intricate partiture del russo espatriato. Come l’uno, il musicista, sembra voler accogliere i rumori tra i suoni, in una ricerca che gli anni della prima guerra mondiale e l’esilio dalla Russia hanno reso ostinata e solitaria, l’altro, lo scrittore, si presta a tradurre e adattare versi nei quali il suono sembra più importante del senso. Il tutto è narrato in una sorta di dialogo a distanza, in cui Ramuz continua a rivolgersi a Stravinskij con un rispettoso e complice “voi”.

Rendere in italiano l’ispida solennità del francese di Ramuz è una sfida che andrebbe raccolta di nuovo, per far risuonare ancora la voce originale di questo grande narratore svizzero.

Libri che ci mancano: Mariolina Bertini e Pierre Pachet, Autobiographie de mon père

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Libri che ci mancano: una rubrica che nasce da un’idea di Mariolina Bertini; una rubrica che procede da un atto di amore e porta una carezza su quei libri che, per diverse ragioni, non sono più o non sono ancora nei cataloghi degli editori italiani. “Raccontare”, scrive Mariolina Bertini, “i libri che ci mancano; non soltanto quelli non tradotti, ma anche quelli non ristampati. L’editoria attuale è iperproduttiva, butta sul mercato in continuazione titoli che scompaiono dopo poche settimane, ignorando i tesori sepolti nei vecchi cataloghi”.

Ecco. Di quei tesori sepolti noi ora vogliamo parlare. Come lo vogliamo fare di quei libri che, inspiegabilmente, non sono mai stati tradotti in Italia. Cominciamo, dunque, proprio con un pezzo di Mariolina Bertini che racconta un piccolo gioiello dell’editoria francese non ancora approdato sui nostri scaffali: Pierre Pachet, Autobiographie de mon père, Postface de J.B. Pontalis, Belin, 1987 e Autrement 1994.

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Quando, il 21 giugno scorso, è scomparso, a 79 anni, Pierre Pachet ho provato un senso di sconfitta. A più riprese, avevo proposto a diversi editori di far tradurre in italiano un suo libro intitolato Autobiographie de mon père, uscito nel 1987 e poi in edizione tascabile nel 1994. Ogni volta, avevo visto la mia proposta rimbalzare contro il muro di gomma di un rifiuto tanto educato quanto definitivo: in Italia, nessuno sapeva chi era Pierre Pachet, e dunque quel libro di cui io caldeggiavo la pubblicazione non l’avrebbe comprato nessuno. Inutile replicare che Pierre Pachet, per molti anni firma di spicco della rivista La Quinzaine littéraire, era in Francia un’autorità su diversi terreni: dalla filosofia greca, che aveva insegnato all’Università, alla saggistica letteraria, all’autobiografia, alla storia e alla cultura dell’Europa dell’Est lette in ottica rigorosamente antiautoritaria. Privo della popolarità di un Pennac, o dell’aura mediatica di un Bernard-Henry Lévy, agli occhi degli editori italiani Pierre Pachet era invisibile e nessuno dei venti volumi che aveva pubblicato tra il 1976 e il 2011 meritava di essere preso in considerazione. Con la sua morte, è finito il mio sogno di potergli scrivere un giorno: l’editore tal dei tali ha accettato, il tuo libro uscirà in italiano… Eppure non riesco ad arrendermi al pensiero che la sua Autobiographie de mon père non debba conoscere nel nostro paese una seconda vita, e trovare quei lettori congeniali che per due volte ha trovato in Francia.
Come annuncia il titolo paradossale, Pachet ha scelto di raccontare in prima persona, una ventina d’anni dopo la sua scomparsa, la vita del padre, Simkha Apatchevski, ebreo della Russia meridionale nato nel 1895, emigrato in Francia nel 1913, morto nel 1965. È una vita apparentemente senza tragedie, ed esclusione della lunga malattia che la conclude e che assume la forma crudele di una vecchiaia precoce e devastante. Apatchevski studia medicina a Bordeaux, diventa dentista, si sposa, ha due figli e riesce, nascondendosi in provincia con documenti falsi, a sfuggire alla deportazione, insieme ai suoi familiari. Tuttavia la superficie di quest’esistenza, meno terribile di tante altre, dissimula una sofferenza costante che Pachet, dando voce al padre, scandaglia sino in fondo. La forma originaria di questa sofferenza è la scomparsa della madre, che muore quando Simkha ha cinque anni; tutta la sua vita successiva ne porta il segno. Lo sradicamento dalla Russia e dalla tradizione ebraica allarga e rende irrimediabile la ferita di questa sofferenza prima. Tutto questo non è esposto in forma diretta ma emerge dal racconto, oggettivo e minuzioso, di Pachet; piccole difficoltà di ordine pratico, smarrimenti momentanei, disturbi psicosomatici sono le tessere che compongono l’immagine di una sopravvivenza faticosa che trasforma Simkha (il cui nome dovrebbe significare “gioia”) in un individuo triste e introverso, stanco di una stanchezza incurabile che è il sintomo di una più segreta e totale prostrazione. Pessimista e conservatore, Simkha è ammirato da amici e famigliari per la sua lucidità; questo rende più crudele la parabola degli ultimi anni della sua vita, quando un’oscura malattia, che i neurologi non riescono a diagnosticare con precisione, lo priva prima della vista, poi della memoria e della padronanza dei movimenti. Ricostruendo la sua voce di malato, Pachet ci fa vivere dall’interno i suoi disorientamenti e le sue umiliazioni con un’intensità quasi insostenibile.
Uno dei centri della narrazione è l’ebraismo di Simkha, che ha fatto i primi studi alla scuola ebraica di Odessa ed è un fervente sionista, laico e socialista. I suoi ricordi e la sua cultura plurilingue intrecciano al filo della sua vita in Francia una materia più antica e suggeriscono interpretazioni singolari del suo stesso destino. Come questa, che Pachet fa formulare al vecchio Simkha a proposito delle “deformazioni tipografiche” di certe insegne moderne, che rendono difficile la lettura ai suoi occhi indeboliti:

E questa mia malattia, non è forse il contraccolpo della malattia ben più grave che è piombata sul nostro mondo ormai vent’anni fa? A proposito di deformazioni tipografiche, come dimenticare le lettere gotiche rimesse in auge da Hitler, il loro disegno complicato e minaccioso, e soprattutto quella scritta mostruosa: le lettere JUDE ricamate o dipinte sulle stelle gialle, quelle lettere ispirate al gotico ma le cui contorsioni piene d’odio, falsamente medioevali, volevano evocare anche la forma tradizionale delle nostre lettere ebraiche. Il folle matrimonio tra la nostra morte e il suo potere, che il nazismo cercò di rendere indissolubile, era scritto in quei caratteri ambigui. Caratteri che da una parte evocavano nei popoli sottomessi il salutare terrore della barbarie germanica, immemoriale, sorta dal profondo dei secoli per negare i progressi della coscienza; e d’altra parte, designando una vittima eletta, già imprigionata in quelle lettere che sembravano torcersi di dolore tra le fiamme, rassicuravano gli Ariani promettendo loro la protezione e la pace: voi resterete fuori dal gioco esaltante del barbaro e della sua ignobile preda, né vittime né carnefici, semplici spettatori terrificati.

Senza essere stato testimone di eventi eccezionali, Simkha è il protagonista di un destino esemplare all’insegna dell’esilio, dell’incompiutezza e del fallimento. La voce che suo figlio gli restituisce ha da raccontarci una storia che merita di essere ascoltata.