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di Alberto Savinio

Da «La Stampa» di Giovedì 18 aprile 1935

Mi sto rileggendo in questi giorni quel libro di Lucio Apuleio che dal titolo originale si chiama Le Trasformazioni, e che comunemente è chiamato L’Asino d’Oro. Sarà la quinta o sesta volta che me lo rileggo. Ogni volta me lo leggo meglio. Di tanto in tanto «aggancio» la mia mente a una parola o particolarmente significativa o particolarmente evocatrice, e quindi spicco il volo nelle divagazioni, nei ragionamenti, nelle fantasie. La buona qualità di un libro, noi che scriviamo la misuriamo dal suo potere nutritivo.
Contemporaneamente, e istigato forse dalla quasi identità del titolo, mi sono letto La Metamorfosi di Franz Kafka. Prova che non inganna, questo libro l’ho letto «male». Quale differenza! Di quanto singolare e diversa dalle altre sia la mente latina, qui si ha una nuova conferma e, ove ne fosse bisogno, la reiterata testimonianza non dico che nella sola mente latina splenda la santa luce della ragione, ma che solo in essa splende serena e appieno.
La ragione precede i fatti e ne determina l’esistenza. Questo è uno degli assiomi più belli della «mente latina». Se vero o falso, poco importa. Può darsi sia falso. Può darsi i fatti nascano non dalla ragione, ma irrazionalmente. Tutto è: tutto, dunque, si può dimostrare filosoficamente. Questa è appunto la profonda ragione della umana infelicità. Ma per non essere infelici, per evitare il «tema obbligato» dell’infelicità, noi disperatamente ci afferriamo al sistema artefatto (fatto con arte); e fra tutti i sistemi «artefatti», a quello che è fatto con più arte di tutti: la mente latina. E crediamo alla ragione: all’assoluta esistenza della ragione: al suo organismo perfetto, alle sue leggi inderogabili, alla sua forza protettrice e salutare.
Nella ragionata fantasia degli antichi, la metamorfosi, il «mutamento di faccia» non è atto irrazionale, mostruosità ingiustificata, miracolo, ma la conseguenza di qualcosa: premio o punizione; talvolta, come nella trasformazione delle tre sorelle in rondini, la poetica espressione di una «scoperta» psicologica. Invece, la metamorfosi di Gregor Samsa in «enorme insetto immondo» non è una punizione né tanto meno un premio: è una di quelle malattie orrende, fulminee, inesplicabili, inguaribili, che usano scoppiare nei paesi che vivono fuori della giurisdizione igienica della «mente latina».
La ragione è per la nostra salute morale, ciò che l’igiene è per la nostra salute fisica. Slavo, ebreo, tedesco, Franz Kafka partecipava di un mondo irrazionale, di un mondo empirico: il disgraziato! La ragione ci predispone allo stato di salute, e questa salute, che per gli altri è una luce bellissima ma lontana, per noi diventa la più naturale delle possibilità. Quindi probabilmente, da questa «patologia dell’irrazionale», la perpetua tragedia dell’Uomo Faustiano, la sua angoscia continua.
Nella storia militare dell’Europa, sempre si ripete questo affacciarsi dell’Uomo Faustiano sulle Alpi, questo suo mirare alla bellezza della nostra terra, alla mitezza del nostro clima. Ma sono terra e clima che lo attraggono, o non piuttosto questa «possibilità di salute morale» di cui si fruisce di qua dall’Alpi?
Non dico che la ragione, questa igiene morale, escluda la malattia, la elimini per sempre (del resto, che condizione inumana e morbosa quella di una salute perfetta!) ma rende razionale la malattia stessa, risponde a ogni singola malattia con una terapia adeguata. Ma al caso di Gregor Samsa, del commesso viaggiatore che una mattina si sveglia trasformato in scarafaggio, quale terapia, quale cura, quale rimedio vorreste opporre?

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Lucio Apuleio nacque verso il 125 a Madaura, nei pressi di Cirta, l’attuale Costantina. Terra di misteri e di magia.
Una mattina, circa tre anni fa, partii da Philippeville che è il porto di Costantina, e tre ore dopo l’automobile era in vista del ponte aereo, magrissimo, che da un’altezza da capogiro scavalca le gole del Rummel.
Costantina è tutta quanta edificata su questo enorme disco surrelevato, stretta torno torno da rocce e dirupi. Città ricca di dislivelli e scoscendimenti. La casa che mi ospitò aveva due facciate e due ingressi: uno all’altezza del pianterreno, l’altro all’altezza del terzo piano. Una curiosa avventura mi capitò in quella casa, ma di ciò parlerò in appresso. Costantina è la vera città «che si scopre». Città da stampa antica e da assedio: una Gerusalemme di Buglione e degna di Torquato Tasso. Infatti, la presa di Costantina è uno degli episodi più pittoreschi e spettacolari della conquista dell’Algeria. E più cruenti pure. Gran battaglia in pretto stile francese, calzoni rossi in mezzo al fumo e assalto dei turcos. Ferocissime quanto di poi si sono fatte miti, le mukere versavano olio bollente dal sommo delle mura. L’espugnazione definitiva non avvenne se non a distanza di cinque anni dal primo assalto, tanto questa città è «chiusa» da natura. Sia da questo ponte che è un miracolo d’ingegneria, sia dagli orli dell’orrendo crepaccio in fondo al quale, fètide e nere, scorrono le acque del Rummel, si veggono a metà della parete rocciosa, lenti, gravi di carne morta, volare a cerchi gli avvoltoi. Appena un poco di spazio orizzontale sporge dal dirupo, ivi pure un semesch, un «mangiatore di sole»: più che sdraiato, murato: immobile quanto il sasso che lui continua: se vivo o morto, se desto o dormiente non si sa. Dicono gli arabi, e traducono i francesi, e io per decenza ripeto nella stessa lingua: «Partout au monde les oiseaux fientent sur les hommes: aux gorges du Rummel les hommes fientent sur les oiseaux».
A notte alta mi riduco nella squallida dimora che la massima autorità politica del dipartimento ha posto a mia disposizione. Tetre, sonore come stomachi digiuni, le camere sono popolate di brutti quadri e di fantasmi africani. Ho l’abitudine di leggere un po’ prima di addormentarmi: necessario distacco dai miei proprii pensieri. Ecco che una vasta biblioteca mi offre suoi severi allettamenti. L’oro dei titoli brilla sullo scuro delle coste. Voltaire, Diderot, una edizione principe di Rabelais, storici, moralisti, tragedi, poeti e prosatori: tutto il senno di Francia, la più suntuosa imbandigione dell’intelletto si porge alle mie voglie. Pongo la mano sul tomo terzo delle opere di Voltaire, ma nonché il terzo tomo, l’opera omnia mi viene incontro dell’orrendo filosofante di Ferney», e leggerissima per tanta mole… Guardo? È un trucco, una finzione, una scatola in forma di libri aggruppati e, dentro, la raccolta completa di un giornale libertino del secolo passato, Le Voleur, con gran cosce tra i frou-frous.
Appena fuori della stazione di Costantina, l’arrivante sarebbe degnamente accolto dal filosofo, avvocato, conferenziere Lucio Apuleio, autore delle Florides, dei De Deo Socratis, De Dogmate Platonis e De Mundo. E invece no: l’arrivante – e per quale altro «perché» se non per accentuare il carattere magico di questa terra? – è accolto da un Orfeo gittato in un bronzo verdolino, da un piccolo Orfeo ricciutello e potelé, da un Orfeo tornito in quello stile joli-joli, in cui i pompieri di Francia sono impareggiabili maestri. Là presso, un marmo opportuno insegna in latino che dalle ruine di Massenzio, la città fu riedificata per opera di Costantino.
Intorno a questa città circolare e rupestre, tragica la campagna si allontana a onde, in una tempesta vasta, immobile, dura. Del mistero, per un naso sensibile come il mio, qui c’è perfino la puzza. Questa viene sulle ali del ghibli: il vento grasso e appiccicoso, il vento-membrana che vola con ali di vespertilio. Viene dal deserto prossimano che è il letto di un mare svaporato, la tomba scoperta degli uomini di oricalco. Fra questi marosi di terra grigia, quasi infertile ormai e già mista di molta sabbia, Lucio Apuleio certo si andava aggirando a caccia di lèmuri e di làmie.
Spostiamo l’accento e abbiamo Lamia. Eccoci in Grecia. Difatti, l’avventura di Lucio – non del Lucio autore ma del Lucio protagonista, che poi è lo stesso – comincia appunto in Tessaglia. «Thessaliam – nam et illic originis maternae nostrae fundamento a Plutarcho illo inclito ac mox Sexto philosopho nepote eius prodita gloriam nobis faciunt – eam Thessaliam ex negotio petebam». Per una felice combinazione conosco tanto la Tessaglia quanto l’africana terra che circonda Costantina, posso garantire la più che aria di famiglia, la perfetta affinità di queste due regioni. Terre di fantasmi entrambe, di streghe, d’incontri funesti e fascinosissimi. Qui come là, il suolo ha lo stesso andare a onde lunghe, la stessa vegetazione frusta, dura, innutritiva; la stessa aria secca, salsa, da mare scomparso. Come pendant alle rocce circolari che là sostengono Costantina, qui abbiamo una foresta di rocce contorte, spasimanti, tragicamente umane, che dall’astronomia hanno preso nome Meteore, e dalla signoria turca Kalabaka. Su queste cuspidi, nidi di cristianità, si conservò la lingua e la confessione dei Paleologhi e dei Commeni. Al Rummel di là, fètido incassato sinistro, qui risponde il Penèo: biondo, aperto, sonoro… Signori miei, siamo in Grecia!

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Come si sa, L’Asino d’Oro è stato voltato in italiano da Agnolo Firenzuola. Questa versione, assieme con quella di Dafne e Cloe fatta da Annibal Caro, è uno specchio di prosa italiana; e nel finale, che differisce alquanto dal testo originale, è uno dei pochissimi esempi di femminismo che ci offra la nostra letteratura.
Dopo tanto somaresco patire, Lucio incontra finalmente colei che lo farà tornare uomo. («Le rose fanno morire gli asini» ha detto lo Staggita). Costanza si chiama la portatrice di rose, ed è bellissima. E Lucio che riconoscente l’ha impalmata, ringrazia in ultimo la memoria di lei (melanconicissimo questo «saluto all’ombra») «che tante volte, di poi, lo aiutò a non ridiventare somaro».
Con parole diverse ma spirito affine, Nietzsche, quattro secoli dopo, disse che «il matrimonio è una lunga conversazione».

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Nell’Asino d’Oro è incastrata, gemma fulgidissima, la favola di Amore e Psiche. A risolvere il misterioso «divieto» di questa favola nessuno, e non lo stesso Schopenhauer ha posto mente, per quanto ghiottissimo costui di simili bocconi. Unita con Amore, Psiche deve astenersi dal guardarlo, pena le più gravi sanzioni. Dietro il velo magico e l’ineffabile voluttà, si cela dunque qualcosa di «non guardabile»?
«Il y a toujours quelque chose de mal dans l’amour»: così fra tante scemità, ebbe una volta intelligentemente a dire Marcel Prévost.