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(Fotografia di Francesca Maccani)

Una ragazza diventa donna davanti al coltello. Deve imparare a conoscerne la lama. La ferita. A sanguinare. A portare la cicatrice senza smettere, in qualche modo, di essere bella e con le ginocchia abbastanza forti da poter strofinare il pavimento della cucina ogni sabato. Sarai perduta o trovata.

Il romanzo Il caos da cui veniamo (trad. Lucia Olivieri) è stato pubblicato in prima edizione mondiale da Atlantide Edizioni, una casa editrice indipendente che sforna un capolavoro dopo l’altro. Libri curati in ogni dettaglio, raffinati ed eleganti, copie numerate una a una.
Il caos da cui veniamo è il secondo romanzo di Tiffany McDaniel, dopo L’estate che sciolse ogni cosa, edito sempre da Atlantide e considerato uno dei romanzi rivelazione dello scorso anno. Tiffany McDaniels è un’autrice statunitense classe 1985. In entrambi i suoi scritti mette al centro della narrazione la disfunzionalità della famiglia. In questo suo secondo sceglie di far ruotare le vicende attorno alla biografia della madre Bitty Lazarus e della sua caotica famiglia, i Lazarus.
Sullo sfondo gli Appalachi tra gli anni Cinquanta e i Settanta del Novecento. Un padre di origine pellerossa, Landon, forte e sognatore, inventore di storie fantastiche e assurde, una madre bellissima e smarrita, Alka, prigioniera di se stessa e dei propri fantasmi, i tanti fratelli e sorelle, Leland, Fraya, Flossie, Hawkthorne e Trustin. Infine Bitty stessa, l’Indianina, come viene chiamata affettuosamente da suo padre, che cresce nella cittadina di Breathed, Ohio, tra odio, amore, pregiudizi e magie invisibili, coltivando il sogno di diventare scrittrice.
Io che generalmente ho una lettura molto veloce, ho impiegato davvero molto a leggere questo libro perché ad ogni capoverso mi fermavo, rileggevo i passaggi che più mi colpivano e li masticavo lentamente per facilitarne la digestione.
I primi tre capitoli mi hanno sconquassata. Ho nuotato contro corrente fino alla fine, faticando per giungere in fondo, piangendo anche a volte, perché è un libro pieno zeppo di violenze e disgrazie e disamore e disfunzionalità pure.
Ma ha una scrittura che è un sogno, che ti piega ma poi ti coccola e rassicura.
Non so davvero dire quanto sia bella la prosa della McDaniels.
È il mio mito, il mio ideale.
Questo romanzo, ancor più del primo, è di una potenza devastante.
Ci sono dei punti in cui l’autrice pesca da Mentre morivo di Faulkner, ma non solo. Però non è un pescare fine a se stesso, è un tributo, e un omaggio, sottile.

Come dicevo è un romanzo che mi ha costretta a continue pause. Mi fermavo sottolineavo, appuntavo frammenti su un quaderno.
Questo è uno scritto che ti schiaffeggia e poi ti accarezza, ti mette in ginocchio e poi ti dà una pacca sulla spalla.
Ha una prosa che sento tanto vicina al mio ideale di scrittura perfetta.
Onirica, metaforica, a tratti poetica.
Anche nei passaggi più crudi e dolorosi non c’è un cedimento né una sbavatura.
L’autrice tende una corda, ci stende tutti i panni, anche i più pesanti, e li lascia lì a sventolare, senza timore. Osa. E osa parecchio specie nelle scene di violenza che hanno quel non so che di cinematografico, che ti tengono lì inchiodato alla pagina a tremare.
Personalmente ritengo Il caos da cui veniamo uno dei migliori romanzi letti lo scorso anno, insieme a L’educazione della Westover (Feltrinelli, trad. di S. Rota Sperti).
Costicchia eh, 28 euro.
Ma li vale tutti.