La notte in cui Mussolini perse la testa 01

La sala del Mappamondo di Palazzo Venezia fu per anni lo scenario delle udienze del Duce. A seconda di chi era al di là della porta, Mussolini decideva la durata dell’anticamera, e anche i gerarchi, prima di affrontarlo – scrive Vercesi – s’informavano “sullo stato d’animo del dittatore. Ettore Muti, il più sfrontato: ‘Di che umore è l’omaccio?’. Galeazzo Ciano: ‘C’è l’amica?’. Balbo, il più sarcastico: ‘Disturberei se parlassi con il fondatore dell’impero?’”. Battute, certo, voci di corridoio riportate qua e là dall’uno e dall’altro, primo fra tutti il camerire privato del Duce, Quinto Navarra. Ma sono tutti atteggiamenti che dicono quanto il ‘regno’ di Benito non fosse solido come si potrebbe pensare, se a due passi dall’uomo del destino ci si permetteva di burlarsi di lui.

Così l’agilissimo saggio-reportage di Pier Luigi Vercesi (La notte in cui Mussolini perse la testa. 24-25 luglio 1943 Neri Pozza, pp. 219, € 13,50) – da anni inviato del Corriere della sera – ricostruisce le ore cruciali a cavallo tra il 24 e il 25 luglio. Il Gran Consiglio non veniva riunito dal 1939 e ora, d’improvviso, alle 17,15 di un sabato di luglio, doveva esprimersi sul futuro dell’Italia. Che fare di Mussolini? Tenerlo o buttarlo? Continuare sulla stessa barca, col medesimo nocchiere, o lasciarlo annegare da solo? Tutti cacciatori, tutti prede titola Vercesi al secondo capitolo; a tramare nell’ombra erano in molti: il “conte diabolico”, ad esempio, Dino Grandi, concorrente di Ciano, doppiogiochista, “percepito come una soluzione al disastro militare italiano”, invocava a un tempo la cacciata di Mussolini e sollecitava “il suo aiuto per ottenere il collare dell’Annunziata”. Fu lui, si sa, a proporre la mozione di sfiducia al capo del fascismo. Ma non era l’unico a ordire: c’erano gli ambienti dell’esercito, quelli monarchici e quelli del Vaticano, il vecchio maresciallo Caviglia e l’altro, Cavallero, e poi il conte d’Aquarone, ministro della Real casa dal 1938, e Galeazzo Ciano, gli antifascisti coagulati attorno a Bonomi e gli ambienti dell’alta borghesia industriale e finanziaria… Eppure, “se erano congiure, lo erano a compartimenti stagni, tra loro scollegate”, ove a ognuno era concessa una breve specola sulla situazione politica ma a nessuno il panorama intero. Ci furono tentativi di negoziato, sotterfugi, incontri segreti, congiure finite male, sforzi per scindere le responsabilità italiane da quelle tedesche in una girandola di intrighi che saprebbero di commedia se non fossero stati, nella realtà, una tragedia immane per il nostro Paese, il quale per anni, sui campi di battaglia, aveva vestito i panni del gregario.

E mentre l’ulcera del capo s’infiammava, accompagnati da Vercesi s’arriva di volata alla notte del giudizio, quella del 25 luglio, quella delle speranze nutrire da anni e rese vane dai concitati avvenimenti dei quaranta giorni successivi. La notte in cui Mussolini perse la testa è un saggio per tutti e fa luce sui tanti sentieri biforcati che condussero alla destituzione di un Duce che, in fondo, fa proprio la figura del fantoccio in balìa di chi, purtroppo, fu più grande di lui, come un don Rodrigo al cospetto di un Innominato, però per sempre irredimibile:

Un mese dopo, il 31 agosto, Mussolini scrisse una lettera alla sorella Edvige: ‘Per quanto mi riguarda, io mi considero per tre quarti defunto… Del passato non una parola: anch’esso è morto. Non rimpiango niente. Parlo ora del presente. Poche ore dopo la mia caduta, con un messaggio personale, il maresciallo Badoglio chiese quale residenza scegliessi. Risposi che la più conveniente era la Rocca… Credo che con questo mese le mie peregrinazioni finiranno e che, placate le ire delle mie genti di Romagna, mi sarà concesso di andare alla Rocca e ivi aspettare la fine, che mi auguro sollecita, dei miei giorni. […] La storia di Benito Mussolini sarebbe potuta finire qui.

Ma, si sa, le cose andarono diversamente. Perché non si sa mai, davvero, quanto a lungo le catene di un incubo possano resistere.