di Carlo A. Palazzi

La Casa Editrice Mattioli 1885, a cui sui deve, tra l’altro, il merito di aver fatto conoscere in Italia autori americani del calibro di André Dubus padre ed Elia Kazan, ha appena pubblicato (traduzione di Silvia Lumaca) La Costa di Chicago, raccolta di racconti del narratore e poeta Stuart Dybek, ben nota ed apprezzata oltre oceano, ma mai edita da noi.

Si tratta di 14 storie eterogenee per lunghezza (da un massimo di circa 40 pagine a flash di mezza pagina) ma anche per stile, tanto che mi viene da sottolineare come ci siano almeno un paio di Dybek in azione in questo libro.

Il Dybek numero uno dà il meglio di sé nei racconti – per rimanere a quelli più estesi – Degrado, Ghiaccio Caldo e Chopin d’Inverno.

I primi due sono storie di ragazzi che crescono nella Chicago dei quartieri popolari. A partire dagli anni ’40 del Novecento. Rampolli polacchi e latini che fraternizzano, verosimilmente grazie al comune retroterra cattolico. Anche se ormai la fede, per quasi tutti loro, appartiene decisamente al passato.

Ed è proprio nel passato che si dipanano, per una gran parte, le diverse vicende. Alcune arrivano sino al presente, ma non c’è mai un accenno serio al futuro. Come se apparisse davvero troppo imprevedibile per potercisi avventurare.

Si avverte, talora, un fondo di nostalgia, nella narrazione, seppure quegli anni giovanili non siano caratterizzati dalla spensieratezza di altre “operazioni vintage” come – per citarne una straconosciuta – quella messa in scena da Allen in Radio Days. Questi giovani chicagoans appartengono alla prima generazione delle loro famiglie nata in America, come è stato per lo stesso Dybek. Ma non hanno nulla della volitiva speranza del Bandini di Fante o del Commesso di Malamud. Più che altro, si aggirano nella loro parte di metropoli spesso cupa, spesso notturna, a volte onirica, con la pioggia che scende copiosa dai tetti per infilarsi nei canali di scolo e nei tombini. E con un’altra costante presenza: gli sferraglianti e lampeggianti treni di quella metro sopraelevata che abbiamo imparato conoscere da pellicole come La Stangata o I Blues Brothers. Solo la musica, le bevute, o qualche droga come consolazione. E appena qualche rara avventura sentimentale.

In Chopin d’Inverno, un nonno dal passato oscuro ed inaspettatamente esperto del compositore polacco guida il nipotino all’ascolto delle melodie che si diffondono, nel loro palazzo, attraverso ogni suo immaginabile pertugio e condotto – come se l’edificio rappresentasse una metafora dall’anima. Una magia di note che scaturisce dalle ispirate dita della giovane e fascinosa pianista dell’appartamento soprastante.      

Il secondo Dybek è quello all’opera in un altro dei racconti più lunghi: I Nottambuli. Una storia dalle atmosfere dark. Con al centro la fedele riproduzione letteraria del dipinto Nigthawks di Hopper, uno dei miei personali feticci pittorici. Nella quale la penna dell’Autore arriva, addirittura, a svelarci i segreti dei quattro personaggi: il barista con l’uniforme bianca, la coppia di presunti amanti, il terzo uomo di spalle. Ai quali s’aggiunge, come guest star inattesa, un quinto cliente sonnambulo. E non mancano, ancora, pennellate esplicitamente stralunate ed inquietanti tra ombre, “sagome” (da uno dei sottotitoli) e persino il fantasma di una giovane che l’affranto innamorato, suonatore di conga, tenta di riportare alla vita con un rito che sa tanto di Santeria. In una specie di rievocazione dell’immortale mito di Orfeo ed Euridice.

Nelle brevi e conclusive pagine di Latte Condensato, i protagonisti sono una coppia di giovani che pur avendo ottenuto un lavoro di tutto rispetto e vivendo con passione la loro storia sentimentale, hanno, tuttavia, la testa puntata altrove. E, per la prima volta, qui si parla compiutamente del futuro: lei vuole andare a seguire un master in Europa, lui entrare nei Corpi di Pace. Dov’è finito – viene da chiedersi – il “sogno americano”?

In sintesi, mi sembra di poter dire che l’Autore abbia voluto dedicare queste sue eccellenti storie – scritte, va sottolineato, con mano sicura e stile personalissimo – a coloro che sono rimasti intrappolati in una sorta di “mondo di mezzo”. Ormai lontani da quello dei genitori, ma incapaci di entrare nei meccanismi e, soprattutto, nella “filosofia” del nuovo. Come il Moammed Sceab di Ungaretti. Ve lo ricordate?

E, pur non conoscendolo, Dybek, e non avendolo mai letto prima, io credo proprio che, per buona parte, lui abbia voluto parlarci di se stesso.                      

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