Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo è stato suddiviso in diverse puntate, di cui questa è l’ultima)

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CAPITOLO DODICESIMO
“Forse cercherai infine d’intendere, attraverso il mio parere e consiglio, se per il tuo meglio ti convenga proseguire o tralasciare il cammino di questa gloria, così povera d’utilità, tanto difficile e incerta tanto da conservare che da ottenere, simile all’ombra, che ammesso tu possa afferrarla, non puoi né sentirla, né fermarla senza che dilegui. Dirò in breve, con franchezza, il mio parere. Ritengo che codesta tua straordinaria intelligenza e capacità di interpretazione, codesta nobiltà, calore e fecondità di cuore e d’immaginativa siano, fra tutte le qualità che la sorte dispensa agli animi umani, le più dannose e fonte di dolore per chi le riceve. Ma una volta ricevute, difficilmente si evita il loro danno e, d’altra parte, in questi tempi, quasi l’unica utilità che possono dare è la gloria che talvolta se ne ottiene applicandole alle lettere e alle conoscenze. Dunque, come quei mendicanti, che per qualche causa accidentale non abbiano qualche arto, o lo abbiano offeso, s’ingegnano di volgere questo loro infortunio al maggior profitto che possono, servendosi di quello per muovere, attraverso la misericordia, la generosità umana, così la mia sentenza è che tu debba industriarti di ricavare in ogni modo dalle tue qualità il solo bene, seppure piccolo e incerto, che sono adatte a produrre. Solitamente, esse sono considerate benefici e doni di natura e spesso invidiate da chi ne è privo, agli antichi o ai contemporanei che le ebbero in sorte, cosa irragionevole: come se una persona sana invidiasse a quelle misere che citavo le calamità del loro corpo, come se il danno di quelle fosse da accogliere volentieri per l’infelice guadagno che genera. Le persone comuni si impegnano ad agire, per quanto concedono i tempi, e a godere, per quanto consente la condizione mortale. Gli scrittori grandi, incapaci, per natura o per costume, di molti piaceri umani e privi di molti altri per volontà, non di rado negletti fra gli uomini, se non forse tra i pochi che seguono gli stessi studi, hanno il destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, seppure l’ottengono, dopo sepolti. Ma il nostro destino, ovunque ci tragga, dev’essere seguito con animo forte e coraggioso. La qual cosa si richiede soprattutto alla virtù tua e a quella di chi ti somiglia.” 

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