Dovunque, eternamente

glenn

Recensione apparsa per la prima volta su “l’Unità”, il 28 giugno 2014

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Romanzo di rara bellezza dove il tema musicale è porto non con sola passione ma con maestria, neppure rischiando da lontano di liberare le profonde esperienze e l’esercizio dell’arte di Euterpe in parole stucchevoli e caramellose. Così la storia intima, personale e famigliare, di Laura Paliani procede di conserva con le architetture ironiche, maestose e tormentate del ciclo mahleriano di cui Luigi, il padre della protagonista, è grande interprete; accanto all’uomo, al direttore che esige dall’orchestra di decretare la perfezione del discorso musicale, ruotano due donne: due celebri cantanti liriche, Olga Banti, moglie di Luigi, straordinaria Contessa di Almaviva e aspirante amministratrice del successo pubblico del marito, e Anna Nielsen, intima ma garbata «rivale» della prima nel campo degli affetti più vivi rivolti all’acclamato musicista. È Dovunque, eternamente di Simona Rondolini (pagine 319, euro 17,50, Elliot), esordio mirabile del 2014 (già finalista al Premio Calvino 2013), storia del «male che fanno le cose che non esistono se non nella mente» ma che poi risalgono la superficie della realtà e la infilano scorticandola.

Dovunque-eternamente-Simona-Rondolini-Elliot

Gli occhi e il cuore di Laura narrano di potenti emicranie, di consunzioni fisiche e psichiche d’un eccentrico padre che non smette di vibrare neppure quando il suono torna inghiottito dal silenzio, di malattie sfibranti, dolorose e fatali, che hanno nella musica i punti di partenza e di arrivo; quella stessa musica che, gustata a scarti dal lavoro d’avvicinamento alla perfezione svolto dal padre, diventa per Laura malìa e salvezza, quando i materiali di cui è costituita riacquistano il valore originario. Ma il tragitto è lungo e doloroso ed è quello che noi intraprendiamo attraverso la prosa d’un romanzo punteggiato come una mastodontica sinfonia mossa da pristine materie sonore, ribollenti e confuse, in direzione del candore epifanico d’un istante di felicità. Che per Laura, «normale» figlia di un grande artista, consiste nel coniugare l’orgoglio e il dolore («l’orgoglio che proprio suo padre fosse l’epicentro di quell’emanazione; il dolore, tenuto a bada con sforzo costante, di saperlo sempre rapito»), sebbene, prima di giungere a tale consapevolezza, ella debba sprofondare nei baratri del cedimento, rinunciare a essere una brava studentessa prima e una figlia modello poi, aprendo gli occhi insomma sul «melodramma materno e il disinteresse paterno» tra i quali era stata da sempre sospesa. Dopo la tragedia che colpisce e distrugge la famiglia (di cui taccio, lasciandone al lettore la scoperta), Laura decide di cambiare città e vita, trovando lavoro presso una ditta che alleva e uccide conigli per l’industria della carne, un luogo tanto disumano da rendere quasi immediati il ridimensionamento delle speranze, la fine dei sogni e l’educazione all’ineluttabilità. Finché un giorno torna, perché frattanto ha riscoperto i legami d’affetto – con Cecilia, nella brutalità regolata dai ritmi di fabbrica – e la potenza della musica – attraverso Bach, in specie quello delle Variazioni Goldberg scandite dalla mirabile singolarità di Glenn Gould. Torna, dunque, in parte seguitando l’opera di distruzione del passato, in parte accorgendosi che il passato comunque riaffiora e che tanto vale coglierne i palpiti preziosi, malinconici, strazianti, sublimi. Così, infine, Laura recupera il ricordo del padre, dei suoi voli pindarici sulle note più alte dell’esistenza, della felicità e della paura, e Simona Rondolini, indagando quella memoria, scolpisce uno dei rapporti padre-figlia più delicati e struggenti che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.

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