Libri tanto amati: Luca Mirarchi e Il Gattopardo

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(Foto di Luca Mirarchi)

Ho riletto Il Gattopardo dopo quasi vent’anni. Nella mia percezione è cambiato tutto e non è cambiato nulla. Ricordo la riga più celebre del romanzo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Erano le parole di Tancredi Falconeri – giovane, brillante e impetuoso («non si occupa che di donne e di carte») e nipote prediletto di Fabrizio Corbera, principe di Salina e protagonista assoluto dell’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Quando lessi Il Gattopardo la prima volta andavo al liceo. L’impressione di trovarsi di fronte ad un testo di valore assoluto da allora non è mutata. Sono gli anni, le esperienze e le letture che si sono stratificate ad aver reso questo nuovo incontro uguale e diverso. Soprattutto, ho toccato con mano l’evidenza di un giudizio affrettato: da ragazzo mi ero limitato a classificare Il Gattopardo come un romanzo storico ambientato in Sicilia, nei palazzi barocchi di una famiglia nobile e decadente che assiste al divenire dell’unità d’Italia (sono appena sbarcati i garibaldini a Marsala), mentre il nascente ceto borghese si sostituisce all’aristocrazia nella gestione del potere. Si tratta dello stesso errore che avevo fatto con I promessi sposi. Il capolavoro di Manzoni, che si svolge nella prima metà del Seicento in un Nord Italia dominato dagli spagnoli e funestato dalla peste, non solo rispecchiava i caratteri salienti dell’Italia pre-risorgimentale coeva all’autore, ma riusciva a delineare anche i tratti distintivi dell’Italia di ogni epoca.
Lo stesso discorso si adatta al Gattopardo. Con una specifica: il senso di immobilismo e di circolarità del tempo è amplificata in modo esponenziale dalla collocazione geografica: il Sud della Penisola che inaugurava, con il plebiscito-farsa per l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna, l’annosa questione meridionale che approfondì Salvemini e che a tutt’oggi aspetta una risposta convincente da parte dello Stato. L’idea stessa di Sud presuppone in sé alcune caratteristiche quasi ontologiche, perlomeno nelle sue trasfigurazioni letterarie: caldo opprimente e natura maestosa e ostile; simulacri di opere d’arte che testimoniano il passaggio di potenze conquistatrici e dell’eternità della Chiesa; sfiducia atavica nella possibilità di cambiare in meglio lo status sociale che  è sancito alla nascita (I Malavoglia, quando provano a riscattarsi, decadono); una visione del mondo che si nutre di cinismo e disincanto; un patrimonio di intelligenza e saggezza millenaria andato sprecato o disperso.
Il Principe di Salina non ci mise troppo a rendersi conto di quello che stava accadendo: «Mai siamo stati tanto disuniti come da quando siamo riuniti», gli confiderà il colonnello Pallavicini, verso le battute finali. Avviato alla mezza età, una moglie (Stella) stancamente tradita e sette figli bonariamente amati, una passione per la caccia e l’astronomia, don Fabrizio si muoverà per favorire il matrimonio di Tancredi con la bellissima Angelica, diciassettenne figlia del sindaco del paese, don Calogero Sedara, ricco e ambizioso rappresentante di un mondo nuovo e per questo non ancora sconfitto dalla Storia.
Don Fabrizio sa bene che la giovinezza è ormai alle spalle; gli anni che lo separano dalla morte saranno agiati, certo, ma non faranno che reiterare le cadenze dettate da un’aristocrazia che si ripiega su se stessa e sui fasti di un paradiso perduto. Gli resterà un ultimo slancio, durante la celebre scena del ballo, mentre si abbandona alla musica fra le braccia di Angelica: «ad ogni giro un anno gli cadeva giù dalle spalle: presto si ritrovò come a venti anni, quando in quella stessa sala ballava con Stella, quando ignorava ancora quali fossero le delusioni, il tedio, il resto. Per un attimo, quella notte, la morte fu di nuovo ai suoi occhi, “roba per gli altri”».
Il Gattopardo, che manca quasi di una trama, si sviluppa per blocchi concatenati e autonomi. Ogni capitolo è un tableau vivant, una descrizione d’ambiente, un’incursione profonda nei pensieri del protagonista (con l’eccezione di un capitolo dedicato al gesuita padre Pirrone e dell’ultimo, ambientato nel 1910). Forse fu anche per questo che Elio Vittorini scelse di non pubblicarlo: mancano il vigore e il ritmo caratteristici di tanti fra gli scrittori americani che aveva contribuito a far conoscere in Italia nel dopoguerra. Fu Giorgio Bassani a segnalare il libro a Feltrinelli. Quando uscì, Tomasi di Lampedusa era morto da un anno. Lo hanno amato generazioni di lettori. Per me è stato bello incontralo una seconda volta. Chissà se fra vent’anni avrò la sensazione che qualcosa, intorno a me, sia davvero cambiato – più di quanto non sia cambiato io.

***

Luca Mirarchi è nato a Iglesias nel 1980 e vive a Cagliari. Scrive di libri e cinema su Blow up e sull’Unione Sarda. In rete, alcuni suoi testi e racconti sono usciti su: Le parole e le cose, minima&moralia, Nazione Indiana, AtlantideZine – tesori sommersi, La poesia e lo spirito. Si è occupato della comunicazione web di Leggendo Metropolitano e Across Asia Film Festival.

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