Libri tanto amati: Francesca Fiorletta e Luigi Malerba

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(Foto di Francesca Fiorletta)

Ha l’Anima tutta questa gente? mi domandavo. Me lo domando ancora oggi. Visti così da fuori, tutti quegli uomini nudi quelle donne nude sembravano dei vermi, io compreso.

Ha l’Anima questo romanzo: è un’anima fulgida, complessa, agglomerata, che si appiccica agli occhi di chi legge, s’imprime nella memoria come un mantra, e risuona nelle orecchie come una musica silenziosa, martellante.
La stessa musica silenziosa che “brevetta” il protagonista de Il serpente di Luigi Malerba, edito da Mondadori per la prima volta nel 1966, uno dei romanzi secondo me davvero capitali e imprescindibili della letteratura italiana del Novecento.
Un protagonista che incarna esattamente l’essere umano che nessuno di noi vorrebbe essere: mitomane, ossessivo compulsivo, scelleratissimo, perennemente insoddisfatto della sua vita, privata e professionale, e di tutto ciò che gli graviti attorno, incattivito senza un motivo apparente contro chiunque gli capiti a tiro, maniacalmente geloso, perennemente sconfitto dalle circostanze avverse dell’umile farsi quotidiano, finanche – eh sì! – cannibale.
Eppure è lo stesso protagonista che impariamo ad adorare, pagina dopo pagina, proprio perché sa manifestarsi, attraverso la tagliente e placida lingua malerbiana, attraverso il sublime meccanismo di allegoria e straniamento che solo un maestro del genere può concepire con così tanta puntualità e pervicacia, come l’essenza più intima che alberga in ciascuno di noi, come addirittura il prototipo di essere umano, l’abitante supremo di questa terra, l’unico degno di suscitare un vivo interesse, proprio in quanto assurdamente e astutamente ultraterreno.
Un pazzoide, il nostro protagonista, un Adamo mitologico, un uomo-origine (e fine?) di tutto il bene e soprattutto, sembrerebbe, di tutti i mali della vita, e ancora, contestualmente – è questo forse il vero miracolo! – della scrittura: non ritrovarsi a proprio agio nella realtà, non riconoscersi come individuo storico e sociale, non sapersi in grado di agire, né sostanzialmente di percepire, di fare esperienza, di metabolizzare il cambiamento, di crescere nello spazio e nel tempo; riuscire solo a pensare, concettualizzare, estremizzare, intimizzare, spesso e volentieri senza che a questo gorgo mentale faccia seguito una vera e propria verbalizzazione, oggettiva o soggettiva che sia, della propria idea di mondo, di rapporto umano, di soddisfazione sociale e professionale, e finalmente di sé.
Non è questo che vorrebbe essere, in fondo, la scrittura? Un veicolo di partecipazione condivisa, un moto di solida empatia verso la vita, e di estremo riguardo – più o meno cosciente – verso noi stessi?
Il protagonista de Il serpente è egli stesso Il serpente, è la prosa che si muta e cambia pelle nell’assordante e stentorea fissità della pazzia; è un uomo-serpente che si attorciglia addosso a se stesso, che stringe la realtà razionale come una morsa tra le sue folle spire casuali, e che non è mai sazio, perché la sazietà probabilmente non è di questa terra, e di sicuro non appartiene alla scrittura.

***

Francesca Fiorletta, nata nel 1985, vive a Roma, è redattrice di Nazione Indiana, organizzatrice di eventi, ufficio stampa e social media manager per NEO.Edizioni, TIC Edizioni, CaLibro Festival, e freelance. Nel 2015 ha pubblicato More Uxorio, per Zona Contemporanea. Suoi testi sono presenti in Repertorio dei matti della città di Roma, volume collettivo a cura di Paolo Nori per Marcos y Marcos; Costola antologia di racconti illustrati a cura di Filippo Balestra per Casa Editrice Gigante, e su diversi blog e riviste culturali.

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