Libri tanto amati: Luca Bernardi e le Operette morali

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(Foto di Luca Bernardi)

Al liceo ascoltavo poco. Ma ricordo un mezzogiorno di ottobre in cui leggemmo ad alta voce il Dialogo della Natura e di un Islandese. Fu come accostarmi alla tempia un ferro da stiro rovente. “Un eterno circuito di produzione e distruzione”. Non che non avessi mai sentito parlare di cosmi ciclici, Eterno Ritorno, Big Bang & Big Crunch, ma l’atarassia con cui la sfinge risponde alle domande del reietto mi mostrò per la prima volta, senza da parte mia neppure il bisogno di spiegarmelo, quanto in profondità possa agire lo stile, l’ossessione della sintesi, la danza strettissima tra significato e disposizione delle parole. E in effetti avevo letto sì qualche classico, ma quasi solo romanzi stranieri in traduzione.

Quel pomeriggio di ottobre comprai Tutte le poesie, tutte le prose e lo Zibaldone nella collana I Mammut della Newton Compton (scelta frettolosa e a cui va forse imputato l’aggravarsi della mia miopia). Come spesso i capolavori, se letti al momento giusto, le Operette confermarono e diedero forma a quanto già in parte si agitava in me. O così almeno mi piace sperare.

Bastò il prologo, Storia del genere umano in cui Zeus dapprima crea gli uomini felicemente immortali ma poi stanco delle loro lamentele invia tormenti e malattie per intrattenerli, a frastornarmi le idee. In questo testo di lacerti perfettamente unitario, avrei scoperto, ogni dialogo ribalta uno o più luoghi comuni fino alle estreme conseguenze. Sorta di binocolo a rovescio, lo sguardo leopardiano riporta l’apparentemente immane alla sua insignificanza siderale. Come se un alieno, ingolfato per un guasto tecnico nell’orbita terrestre, osservasse l’affaccendarsi dell’umanità. Ed era facile per me a diciott’anni immaginarmi i tormentoni, le banalità, le suppellettili concettuali spioventi ogni giorno dalle bocche che mi circondavano, compresa la mia, tutte le bugie a fin di bene e le paure mascherate da certezze messe in fila come bottiglie ad attendere il sasso che le avrebbe frantumate. L’universo è fatto per l’uomo? Risate. I calendari domano il tempo? Risate. I rapporti sociali si reggono sull’onestà? Risate. La civiltà progredisce? Grasse risate.

E poi la vita è proprio bella come due secoli fa promettevano le gazzette e oggi youporn? Conoscevo già un po’ Freud, ma l’approccio leopardiano al godimento mi sembrò datato un secolo dopo L’interpretazione dei sogni, tanto era cristallino. Se il desiderio comporta una presunzione di infinito mai soddisfatta, allora il piacere, sempre demandato nel tempo, si riduce a ricordo fittizio o a speranza traditrice. Quante volte mi erano parsi belli, a ripensarli, periodi grigi? Quante volte ero uscito entusiasta per andare a una festa a cui poi mi ero annoiato?

Ed è proprio la noia, ubiqua e inafferrabile come l’aria secondo la definizione data dal Tasso al fantasma con cui s’intrattiene prigioniero a Sant’Anna in una delle pagine più incandescenti, la noia assurta a struttura inalterabile della coscienza, la vera regina delle Operette e del loro universo raggelato. “Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono”. All’epoca devo aver sottolineato la frase fino a bucare la pagina. E tuttavia, pur inseguendo verità insopportabili, Leopardi mi convinse che non c’è cupezza di materia che stile e forma non possano alleggerire e perfino librare in volo. Se anche la sfinge della realtà è inscalfibile, l’uomo può sempre riderle in faccia.

Ora che ho qualche anno e libro in più sulle spalle, ora che ho qualche mese in meno dell’età in cui Leopardi cominciò a scriverle, aprire le Operette Morali mi dà la stessa impressione di essere entrato in una camera iperbarica, in una palestra del pensiero simile alla Stanza dello Spirito e del Tempo dove i personaggi di Dragonball, allenandosi per poche ore, ottenevano miglioramenti che in condizioni normali avrebbero richiesto lustri di fatiche. Inciampo in frasi dimenticate e mi accorgo che sono sempre state lì scolpite in qualche anfratto, a frustrare e indirizzare ogni mio goffo tentativo di scrittura. “Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l’un l’altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine.”

Ci sarebbe infine da consigliare, a chi come me in questi giorni esordisce con un romanzo, di rileggere la più lunga e sconsolata delle Operette, il Parini o della gloria, in cui il grande poeta ormai vecchio tratteggia a un aspirante scrittore, controfigura di Leopardi, il destino del letterato. Ma sarà per un’altra volta. Forse è meglio così.

***

Luca Bernardi, nato a Varese nel 1991, è cresciuto a Bolzano. Il 24 novembre 2016 è uscito per Tunué il suo primo romanzo, Medusa, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni. Vive a Milano.

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