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Una storia di guerra imparata a Natale

di Antonio G. Bortoluzzi

Nota dell’autore

Alle volte, dentro un romanzo, ci sono degli episodi che possono essere perfino un racconto a sé. Credo sia il caso di questa storia di guerra che mi è stata raccontata mentre raccoglievo, tra parenti e paesani, elementi per il romanzo Paesi alti. È una storia vera, accaduta nei luoghi dove vivo e che ho trascritto così come mi è stata raccontata da una donna che era bambina all’epoca dei fatti. In questo racconto c’è anche il Natale in montagna, la macellazione delle bestie, la pratica della preparazione degli insaccati nel borgo isolato durante gli anni ’50 del Novecento. E c’è una storia di guerra, la peggior guerra, quella fatta contro i civili inermi da un esercito invasore. E della rimozione che spesso segue questi fatti.

Dal capitolo 13 del romanzo Paesi alti, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Collana InchiostroBig 2015. Per gentile concessione dell’Editore.

***

Sul manifesto c’era scritto: 25 Aprile 10° Anniversario della Liberazione. Era affisso alla porta scura del municipio e nessuno sembrava farci caso.
Tonìn attraversò la piazza del paese con la cassettina piena di uova da vendere ed entrò nella bottega di Emi. Lei non c’era. Siór Franco servì una cliente e poi diede al ragazzo due scatole di cartone sagomate dove pose con delicatezza le uova. Quando finì, il padre di Emi fece la somma, Tonìn tolse di tasca la nota della spesa e prese tanta merce quanto era il valore delle uova. Le uova funzionavano come le lire, solo che erano fragili. E lui portava in paese quelle di tutte le famiglie delle Rive, camminando piano sul ciglio erboso e morbido della strada per non romperle. Ne riceveva in cambio un cartoccio di conserva di pomodoro, rigatoni, olio di semi, zucchero. Emi gli aveva raccontato che una volta alla settimana passava il camioncino e le ritirava tutte: servivano per la fabbrica della pasta che c’era giù nella Bassa. Aveva aggiunto che quando il camioncino era pieno portava diecimila uova e Tonìn aveva pensato che se quel camioncino avesse preso una buca e si fosse ribaltato ne sarebbe uscita la più grande fortàia della storia, e avrebbero potuto chiamarla la Frittata Diecimila, ma non lo disse a Emi, perché alle volte si vergognava delle stupidaggini che pensava.
Tonìn salutò il padre di Emi e ritornò in strada con quel po’ di merce che aveva nello zaino e la cassettina di legno vuota sottobraccio.
Il manifesto sulla porta del municipio era sempre lì, grande e scritto in maiuscolo, ma non diceva niente della guerra, nessuno raccontava mai niente di quegli anni. Gli sarebbe piaciuto sapere delle armi automatiche, degli assalti, dei carri armati, dei tedeschi, dei partigiani, degli aerei. Dei paracadutisti, di chi aveva fatto la spia, di chi era stato fucilato o impiccato. E invece silenzio.
C’era solo un posto dove agli uomini sfuggiva qualcosa della guerra, era nella stanza dei salami di barba Nino su alle Rive. Lui aveva una grande stanza vicino alla cantina, con due finestre al sole e un tavolaccio al centro dove gli uomini si riunivano d’inverno per fare i salami. Erano giornate lunghe e fredde che iniziavano all’alba e finivano a notte fonda. Prima ammazzavano i maiali e la vacca, li lasciavano a scolare e poi ne facevano quarti. Quindi i pezzi di carne venivano portati lì e lavorati con cura, tagliuzzati, macinati e infine impastati con sale, pepe e una spruzzata di grappa, che era il segreto di barba Nino. Era in queste serate estenuanti di vino, sigarette e lavoro che uscivano certe storie dei partigiani, dei repubblichini, della strada minata, del rastrellamento. Era come se sfuggissero di bocca agli uomini sopraffatti dalla fatica di stare diciotto ore in piedi a curare, tagliare, impastare. Erano storie che venivano con il buio e con il vino e sparivano alla luce, vicende che si potevano solo sussurrare perché qualcuno dei protagonisti era sempre parente di qualche altro della valle.
La peggiore di tutte le storie era quella di Fonsìn. Era poco più che ragazzo e stava facendo il fieno con sua madre. Lui non aveva niente da temere dai tedeschi perché troppo giovane per essere renitente alla leva o partigiano, stava solo facendo l’ultimo fieno di settembre e non voleva rogne con nessuno. Quando avevano avvisato che i tedeschi stavano salendo dal vallone, sua madre gli aveva detto di nascondersi nel fienile, così d’istinto, solo per evitare domande cui aveva paura di rispondere sbagliato. Perché con i tedeschi non si sapeva mai come andava a finire.
Arrivò la colonna e dissero alla madre che si allontanasse perché avevano ordine di bruciare le stalle, a partire dalla sua. Lei impallidì e urlò a Fonsìn che uscì dal fienile con le mani in alto. Loro gridarono Bandit! Gli legarono le mani e lo trascinarono via in malo modo.
La madre di Fonsìn insieme ad altre donne e uno che parlava un po’ di tedesco corsero fino alla fontana del paese. Volevano spiegare, pregare, implorare, pagare, fare qualsiasi cosa per averlo indietro. Ma quando arrivarono era troppo tardi, i tedeschi erano andati avanti, verso altre stalle e il ragazzo era steso a terra ancora con la camicia sudata e fili di fieno impigliati nel tessuto. Gli avevano sparato alla testa e il cervello era uscito sulla ghiaia. Una delle donne si era precipitata avanti a raccogliere i poveri resti prima che li vedesse la madre.
Gli uomini raccontavano questa storia, mentre con i coltelli affilati curavano la carne separandola dalle parti grasse e l’aria era satura di fumo e puzza d’aceto. Tonìn era nell’angolo della stanza e mescolava nel secchio di acqua bollente i budèi e il vapore che saliva gli faceva lacrimare gli occhi.

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