15659072_1310912665597805_1802593850_o

(Foto di Ippolita Luzzo)

Ho comprato I Miei Premi di Thomas Bernhard dopo.

Non sapevo più da tempo dove fosse quel mio simile e simile di Bernhard che mi chiamava zia, ma nel mio letterario immaginario era esistito uguale, se pur nell’espace d’un matin, quel giovane che, a me adulta, lui, come Bernhard, chiamava zia. Gli avrei fatto leggere Bernhard, se solo avessi avuto altra opportunità, ed ora, che nel tempo ogni cosa svanisce, voglio ricordare come i rapporti filiali, affettivi, parentali, sono scelte e vanno ben al di là dello schema usuale.

Thomas Bernhard, lo scrittore austriaco, geniale e ironico, scomparso nel 1989, viveva con una donna molto più anziana di lui, una donna che lui chiamava zia, in una famiglia scelta per grande comprensione, per somiglianza.

Vivo quindi il libro come mia storia e amo I Miei Premi (traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Adelphi) con l’amore del mio non vissuto, con l’amore puro verso i moltissimi scrittori che non hanno pubblicato e che io ho ascoltato, verso le tante e tante storie lette sui siti letterari, i tanti ragazzi, piangenti e tremanti in questa valle di lettere. Agostino, il ragazzo siciliano, alcolista dalla prima infanzia, cresciuto con dei nonni orchi cattivi e già padre a sedici anni. La figlia data in adozione e lui a scrivere, a scrivere quell’inferno, per uscirne fuori. Ci scrivemmo una infinità di lettere, ora non so più cosa sia successo. E un altro ragazzo, scriveva benissimo, roso da un tumore al fegato, piangeva e piangeva al telefono chiedendomi ascolto. Ad un certo punto quell’umanità scrivente mi abitava per casa in una grande compagnia facendomi però sentire di una impotenza senza fine. Chissà perché ero diventata la zia degli scrittori senza editori, la zia delle storie senza speranze, la zia senza bacchetta magica! Odradek, altro ragazzo di Roma, mi scrisse che parlare con me era come aprire una finestra su una strada rumorosa, ma io vivo nel silenzio di una cooperativa, in un quartiere periferico di una cittadina che non conosco.

I Miei Premi mi fanno compagnia come mi fa compagnia l’Adelphi di Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, come mi fa compagnia Lo spettatore addormentato di Ennio Flaiano, Lo stile dell’anatra di La Capria.

Mi porto dietro il libro di Bernhard al Premio Grillparzer. Mi sembra di vederlo nella beffa del sedersi fra il pubblico, mentre dal tavolo degli organizzatori lo cercano. Mi sembra di percepire l’irrisione verso la ministra, dopo averlo premiato e a fine serata cercarlo così: “Ma dove si è cacciato il nostro scrittorello?”

E lui racconta “presi per braccio mia zia e abbandonai la sala. Senza che nessuno ci trattenesse o anche solo prendesse nota di noi lasciammo, all’una del pomeriggio, l’Accademia delle Scienze” e qui, riesce a farsi cambiare il vestito, altro capolavoro di Bernhard, dal commesso, nel negozio dove lo aveva acquistato la mattina, in un gioco del vestito scambiato. Come il premio ora non ha più per lui nessuna rilevanza, così il vestito indossato per l’uopo può essere scambiato per uno più comodo.

Ho partecipato a poche cerimonie di premi, e tranne uno o due, tutte noiose, tutti i premi sono orridi, vascelli, pergamene e targhe, esattamente come descrive Bernhard, e il primo o il secondo posto si squagliano come neve al sole confondendosi…

Rimane la lucida ironia di un autore, in questo libro pubblicato postumo, nel 2009, sulla base dei suoi appunti, un dattiloscritto di cinquanta pagine, corrette e numerate, e sul margine inferiore, annotato a mano, “9 premi su 12 o 13” nonché le dichiarazioni delle sue dimissioni dall’Accademia Tedesca per la Lingua e la Poesia di Darmstadt, “un’accademia fondata col fermo proposito di soddisfare il narcisismo dei suoi vanitosi membri, si riunisce due volte l’anno per autoincensarsi, a spese dello Stato, mangia e beve alle tavole imbandite, rimestando per quasi un’intera settimana il suo scipito e stantio pastone letterario”. Scritto fra il 1980 e la fine del 1981 testimonianza di un mondo di premi sempre uguale.

Resta, al di là dei premi e delle miserie dei partecipanti e degli organizzatori, resta la bellezza dell’allontanarsi sottobraccio con la zia, come vorrei esser io e non sarà mai.

Mi accorgo alla fine di aver scritto su una casa editrice che amo: l’Adelphi. Di aver scritto sull’unicità del libro, sull’unicità dei rapporti, sulle affinità che ci uniscono, che ci fanno incontrare, sia che siamo esseri umani o libri su uno scaffale. Mi accorgo di aver raccontato di libri non pubblicati che mi rimasero in testa, libri che non saranno mai premiati nel gioco, a volte insulso, dei premi.

“I libri unici erano perciò anche libri che molto avevano rischiato di non diventare mai libri” scrive Roberto Calasso nel suo L’Impronta dell’Editore così come i rapporti unici sono quelli che rischiano di non essere mai, nella “opera perfetta che non lascia tracce”

Nel dopo dei miei premi premiamoli così. Molto amati.

***

Ippolita Luzzo, laureata in filosofia, scrive sul blog Ippolita la regina della Litweb, Trollippblogspot, dal giugno 2012. Collabora con “Ultima Voce” e con “Lameziaterme.it” Sue rubriche e pezzi sono presenti su qualche giornale cartaceo e digitale. Scrive grazie a quel briciolo di libertà concesso dallo spazio bianco del web. Recentemente sembra che la sua intervista su RadioLibri sia stata la più ascoltata nel concorso indetto nell’ambito di Più Libri Più Liberi a Roma

Annunci