Kent Haruf: un incontro di anime per tenere a bada la morte

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Le nostre anime di notte, Kent Haruf

Ci è  stato chiesto da Giacomo Verri di fare una recensione per il suo blog su Le nostre anime di notte di Kent Haruf, libro appena pubblicato dalla casa editrice NNE. Fare una recensione a quattro mani non è semplice e neanche tanto immediato. I vantaggi però di scrivere un pezzo in due sono molteplici: intanto ci sono due teste e sono meglio di una, soprattutto se sono due teste pensanti. Le idee e le suggestioni, in questo modo, non sono il doppio, ma si moltiplicano. Uno lancia un’idea, l’altro risponde e rilancia; uno dei due magari ha più fantasia e l’altro ha più tecnica e disciplina e proprietà di scrittura, uno è prolisso e l’altro è stringato, uno mette gli aggettivi e l’altro li toglie. Qui proviamo a raccontare di Holt e di quello che ha rappresentato per noi, che di mestiere facciamo i librai. Lo faremo perciò attraverso le nostre singole impressioni.

Incontro di anime sotto le coperte per farsi compagnia

di Antonello Saiz

Dopo la Trilogia della Pianura ecco aggiungersi il libro testamento scritto prima di morire dallo scrittore americano Kent Haruf. Con Le nostre anime di notte (Trad. di Fabio Cremonesi) siamo sempre  a Holt, piccola cittadina immaginaria del Colorado nella quale abitano anche Addie e Louis,  due vedovi in là con gli anni pronti a interrompere la solitudine verso cui sono destinati con un gesto rivoluzionario. Su proposta iniziale della donna, i due decidono di condividere un letto quando cala la notte perché comprendono che farsi compagnia è una necessità umana innegabile. Quelle mani che di notte stringono mani, quel calore nello sfiorarsi, quei piccoli gesti premurosi e quei racconti sussurrati come un canto alla luna sono la loro rivincita sul tempo che corre e scappa di mano, sono la loro risposta alle rispettive infelicità, sono l’unico antidoto che conoscono alla solitudine. Io ho molto pianto nel leggere in anteprima questo libro, e ho pianto anche nel buio della sala al Teatro Franco Parenti, domenica 12 febbraio, nell’ascoltare la voce di Lella Costa o vedere la goffaggine di Gioele Dix, perfetti nei ruoli di Addie e Louis nei brani selezionati per la presentazione ufficiale del libro. Mi ha provocato brividi a pelle sentire, poi, Cathy Haruf, la moglie dello scrittore scomparso nel 2014, dire “talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere”.

Con la limpidezza asciutta del suo stile anche questa volta Kent Haruf è riuscito a raccontarmi i piccoli gesti della quotidianità di gente semplice facendo diventare poetica e sacra la semplicità assoluta di un panino e un bicchiere di latte. Leggendo il libro mi sono chiesto quale condizione esiste più logorante della solitudine, soprattutto se non è cercata ma imposta dagli accadimenti della vita? Bisogna averla attraversata quella solitudine e quel dolore provocato da certe assenze per riuscire a capire fino in fondo la proposta spregiudicata  di Addie e la scelta di Louis nell’accettarla. Solitudini di esistenze semplici. Ma di fronte a quella sensazione del sentirsi inutili ad una certa età si decide con prepotenza di rimettersi in gioco. Si decide di tornare a sentirsi voluti bene a prescindere, a sentirsi ascoltati e rispettati pure nei propri silenzi. Questo permette a quei due corpi di avvicinarsi nella notte e incontrarsi, cercando in tutti i modi di non fare del male a chi vive intorno a loro. Ma come in tutte le piccole comunità, dove il pettegolezzo e la malevolenza  diventano una forma di controllo sociale, anche qui, ad Holt, le cose non vanno come vorresti. Una storia intima d’amore e un romanzo che riesce a trasmettere emozioni forti con la semplicità di poche parole essenziali. Da leggere necessariamente.

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Scrivere è tenere a bada la morte

di Alice Pisu

È tutto in quella scena, in fondo, mi sono detta dopo aver ripreso in mano il libro a distanza di poche ore dalla presentazione affollata al Teatro Parenti di Milano con Cathy Haruf. È in quelle righe iniziali, in quel percorso senza fretta tra olmi e bagolari sul ciglio della strada fatto da Addie Moore per arrivare a casa di Louis Waters e chiedergli, con estremo candore, di passare le notti insieme, a parlare. È quella scena a rendere Le nostre anime di notte diverso da ogni altro romanzo contemporaneo. La capacità di restituire, con pochi tratti essenziali e dialoghi timidi, l’attesa che si può ancora vivere dopo i settant’anni, quando si crede di non potersi più concedere alcuna gioia, specialmente se vedovi e soli come lo sono loro, due anime di notte in cerca di una coperta per condividere la solitudine. Perché le notti sono la cosa peggiore.

Non riesce a chiederglielo subito, Addie, l’imbarazzo è grande, ma dopotutto non ha niente da perdere, non potrà sentirsi peggio di come già si sente. Louis è timido, impacciato, non si aspettava una richiesta simile alla sua età. Rimane in silenzio per un po’. I silenzi sono la componente fondamentale dei dialoghi di Haruf, perché rendono quei sentimenti di attesa, le perplessità, gli spazi del vuoto, delle domande rimaste mozzate in gola, e poi, lasciate scorrere d’un fiato. Ormai nessuno, in fondo, ha più niente da perdere.

Riprendo in mano Le nostre anime di notte e lo leggo di nuovo, mentre risuonano nella mia testa le parole di Andrée Ruth Shammah che, nell’accogliere il pubblico in quella che è la sua casa, il Teatro Parenti, con il filo di voce che le è rimasto dopo un’operazione alle corde vocali definisce quel libro, tendendolo verso l’alto, “un regalo che la vita ci fa”. Mi sono detta che in fondo non ci sarebbero parole migliori per definirlo.

Torno per strada tra quelle pagine, mi infilo su quella Highway 34, tutto sembra essersi fermato, tutto è piatto e spoglio ad eccezione dei frangivento e degli alberi sul ciglio della strada e di quel supermercato che troneggia con le sue luci e gli scaffali colmi di quei cibi in scatola che scandiscono i giorni di chi è vecchio e solo. La gente si sposa e muore senza destare clamore, a Holt, seguendo sempre quei modelli imposti da cui sarebbe disdicevole smarcarsi. Però può anche succedere che qualcuno, di notte, pensi che in fondo le apparenze, specialmente dopo i settant’anni, non siano poi così importanti davanti alla possibilità di trascorrere gli ultimi anni di vita in un modo quanto più vicino possibile alla felicità. È un’illusione, in fondo, ma perché privarsene? Non si potrà stare peggio anche dovendo fallire.

Allora quelle vite svuotate da incombenze e gioie possono riempirsi di nuovo di qualcosa, di tenerezze, di lunghe chiacchierate a parlare della giornata, di preoccupazioni per un figlio che si sente un fallito, di un paio di birre in cucina prima di salire in camera. Sotto quelle coperte, anche a settant’anni, ci si può sfiorare appena sotto la luce fioca dell’abat-jour e, con estremo candore, magari si può anche scoprire di essere casa per qualcuno.

In fondo la felicità o la sua illusione sono momenti fugaci che sembrano istantanee, un cane vecchio e malandato con cui giocare, un nipote di cui prendersi cura, un compagno con cui la vera intimità è quella della mente, sotto le coperte nella notte o in una sera qualsiasi nel bosco sotto le stelle.

Anche quando si è caratterialmente inadeguati a gestire un vuoto che non si può riempire di nulla, un vuoto che sa creare distanze incolmabili e si crede che non resti che adagiarsi a una vita cortese e tranquilla, anche allora ci può essere spazio per una breve illusione. “Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se questo non vale per noi”.

Cosa rende così diversa da tutto il resto la scrittura di Haruf? Certo il suo tratto essenziale, una struttura imperniata quasi unicamente sui dialoghi e pochi personaggi, ma c’è di più, è in quel filo dell’attesa, nelle domande che lascia in sospeso in attesa che sia il lettore a rispondere. Esiste davvero la possibilità reale di seguire ciò che davvero si vuole fare, concedersi, cedere ai propri sentimenti e capire quale direzione si vuol prendere nella vita anche se vecchi e soli?

Ecco perché nonostante le tante affinità che si possono intravvedere con Faulkner o McCarthy, ci sono spazi in cui Haruf è semplicemente paragonabile a Haruf. Perché il mondo a cui Haruf dà vita è quello dove sono solo gli emarginati, gli esclusi, i non allineati al perbenismo ad avere davvero qualcosa da dire, a lasciare un segno. Sono loro in fondo gli unici veri puri di spirito, come Addie e Louis ma anche come Dad, o come i due anziani fratelli allevatori McPheron. E in quella elegia della classe media e delle sue fragili certezze, come l’ha definita il traduttore Fabio Cremonesi, non posso che calarmi anch’io nella dimensione di quelle due anime sole, Addie e Louis, e sperare assieme a loro che forse, per una volta, le cose potrebbero cambiare il loro corso, anche in una realtà provinciale e gretta come Holt.

Leggo quelle pagine e mi sembra di vederlo ancora una volta curvo su quello scrittoio, Haruf, mentre nel gabbiotto in cui concepì anche la Trilogia di Holt si concede stancamente qualche ora ogni mattina con estrema disciplina, davanti a una tazza di tè.

Sa di avere poco tempo, e allora non resta che lasciar scorrere l’inchiostro e far incontrare quelle due anime nella notte, ancora una volta. Legge un po’ di Faulkner, qualche pagina di Čechov, e continua a scrivere, deve farlo, deve terminare quella storia tenera e triste.

Penso alle parole di Cioran, al suo stupore nel guardare alla morte, nel pensare che nonostante lo scorrere del tempo, essa possa conservare tutta la sua freschezza. L’inizio e la fine, andare verso la vita, come in Canto della pianura, o procedere inesorabilmente verso la morte con Dad, in Benedizione, fermarsi ad assaporare i pochi momenti di purezza che a volte la vita regala, in Crepuscolo.

Tra il viaggio e il ritorno, si compie l’avventura, e quando il ritorno è vicino non resta che scrivere e fermare i momenti, con l’illusione di renderli eterni.

Tra le pareti di un gabbiotto si può essere ovunque, ancora meglio se con un berretto calato sugli occhi per scrivere senza curarsi della sintassi, perché talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere. È così che si tiene a bada la morte.

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3 pensieri su “Kent Haruf: un incontro di anime per tenere a bada la morte

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