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di Domenico Fina
Alice Munro è stata capace di portare l’arte del racconto verso nuovi ambiti, come una mano intenta ad “acciuffare qualcosa nell’aria” e per poterlo fare – Munro – si è mossa con andamento originale. È stata gratificata e riconosciuta col Nobel per la letteratura nel 2013 con la motivazione di “Maestra del racconto contemporaneo”. Maestra lascerebbe pensare a qualcosa fatto a regola d’arte, assimilato, indiscusso. In verità Alice Munro è stata un’innovatrice della regola e non ancora autrice assimilata e indiscussa, compresa unanimemente nella sua grandezza. È scrittrice paragonabile a tutti i più grandi ma in realtà a nessuno. Un amico e un’amica hanno letto due racconti contenuti nella raccolta del 2001 Nemico, amico, amante… (Einaudi, trad. di Susanna Basso), la raccolta forse più nota della scrittrice canadese. Si intitolano Ortiche e Il ponte galleggiante. Per l’amico sono due racconti ‘niente di che’. L’amica ha aggiunto ‘niente di che e mi sono anche infastidita, chi vuole prendere in giro? Certe cose non succedono così. Vuole solo stupire’. Di questi giudizi o prime impressioni se ne leggono di frequente su Alice Munro. Io stesso ho letto molti racconti e li ho lasciati a metà, ripresi dopo anni, dopo aver acquistato tre suoi libri e sempre con misto di attrazione e irritazione. Il ponte galleggiante è il racconto che riuscì a farmi sentire il guizzo autentico della scrittura di Alice Munro, dopodiché ho letto tutta la sua opera senza più riserve. Rileggo racconti a distanza di tempo, annoto frasi, elenchi personali dei suoi quindici racconti più belli, ne aggiungo uno, li confronto in base all’impressione che ho provato rileggendoli. Titoli sparsi. Le lune di Giove, Una donna di cuore, Il ponte galleggiante, Quello che si ricorda, Scherzi del destino, The bear come over the mountain, Bambinate, Ortiche, Cerimonia di commiato, Amica della mia giovinezza, Dolly, Buche-profonde, Le bambine restano, Nemico, amico amante… Burton, autobus 144. Racconti che coprono 40 anni, dal 1973 al 2012.
Cosa c’è di anomalo tale da non lasciarci entrare, a prima lettura, nel mondo Munro? In effetti i racconti di Alice Munro sono racconti di ovvia, trafelata vita quotidiana, relazioni d’amore, tradimenti, visite in ospedale, incontri inattesi in feste tra amici, viaggi in auto, in treno. Tv accese che nessuno guarda. Vecchi in case di riposo che vaneggiano. Donne che ricordano acutamente eventi del passato. Eppure le impressioni dei miei amici non sono campate in aria, è che per apprezzare Alice Munro bisogna tentare e ritentare, con pazienza, con più racconti, capirne la logica interna, alcune volte i guizzi sono disseminati lungo il percorso, altre volte arrivano soltanto alla riga finale, quando siamo già provati dalle continue variazioni e cambi di scena, talvolta non arrivano affatto, per il semplice motivo che Alice Munro non vuole consegnare un finale consueto, anelato o temuto. Da qui il fraintendimento, molti lettori sono tentati a credere che voglia stupirci, ma nell’opera complessiva di Alice Munro, in fondo, tutto si tiene con meravigliosa verità. Il problema con Alice Munro è che è troppo agile, scatta di lato, non sta mai ferma.
Che sia di venti o cinquanta pagine, l’ordine di difficoltà non varia. Ecco la descrizione di due racconti esemplari, con l’ovvia considerazione preliminare che andrebbero letti per capirne la raffinatezza. Io faccio solo quello che posso, per tratteggiarli.
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Quello che si ricorda
Pierre e Meriel. Una donna trentenne e suo marito si trovano al funerale d’un amico. Il miglior amico di lui. Alice Munro procede in questo modo: scrive che il ragazzo a lei non era particolarmente simpatico, un tempo, per cui il lettore inizia a pensare a chi fosse da giovane il ragazzo che ora è morto in un incidente con la moto. Al rapporto che aveva con suo marito. Ma dopo qualche pagina l’argomento cambia, svanisce. Il sacerdote sta affrontando l’omelia. Piuttosto retorica. Alice Munro riporta le sue esatte parole. Il lettore, come un pugile che colpisce a vuoto, inizia a fiaccarsi nei cambi registro. Tra i presenti c’è un medico, un uomo che farà la conoscenza di Pierre e Meriel. L’argomento cambia di nuovo. I figli di Pierre e Meriel sono rimasti a casa con la babysitter. Pierre deve andare via e lei con l’occasione andrà a trovare sua zia che si trova in un istituto per anziani. È già tutto concordato tra loro. Andrà in autobus ma il medico che sta andando da quelle parti si fa avanti dicendole che può darle volentieri un passaggio, se vuole. Si guardano tra marito e moglie mentre il marito pronuncia frasi di circostanza, “sicuro che non le darebbe nessun disturbo?”. Nei libri di Alice Munro le occasioni fanno l’uomo vivo. E le occasioni nei libri di Alice Munro non sono artificiose, perché  – mettiamoci nei panni dei tre -, dopo un funerale di un amico, chi dei tre se la sentirebbe di farla troppo lunga? Il marito – dentro di sé – non vuole lasciare che il medico dia un passaggio a sua moglie, lei non sa cosa dire, ascolta. E le cose si mettono in un modo imprevisto. Ma perfettamente coerente. I miei amici qui avrebbero detto: “Ecco, lo vedi. Alice Munro ci prende in giro!”. In realtà Alice Munro fa accadere le cose con tale precisione e verità che noi non sapremmo descrivere, concentrati come siamo solo sui fatti interessanti. Fa accadere le cose portandole avanti fuori e nella testa dei personaggi. Perché l’immaginazione condiziona i fatti. Il medico e Meriel andranno a trovare la zia di Meriel, sta fumando avvolta in un manto di amianto, per evitare che le cicche possano bruciarla. È svagolata e si mette a raccontare della sua giovinezza, dei suoi amori. Sa che Meriel è sposata con un altro uomo, non con colui che le si trova davanti, ma nella sua mente tutto è fluido, a questo punto anche Meriel inizia a pensare come sua zia. A fantasticare. Il lettore, Meriel, vengono condotti da Alice Munro allo stesso livello di confortevole spossatezza. Quando si troveranno ad attraversare una foresta in auto, il dottore le proporrà una passeggiata e Meriel, sì, vuole passeggiare nella natura, tra gli alberi, dice frasi banali, si sforza di essere interessante. Ma è da un’altra parte che vogliono andare. Una volta scesi dall’auto a “Meriel tremarono le gambe, non ce la faceva più – portami da un’altra parte, – disse”. A questo punto Alice Munro scrive righe bellissime. Meriel non ha detto a caso “Portami da un’altra parte” anziché “Andiamo da un’altra parte”. E lui non dovrà dire, chiedendo, “Un’altra parte, dove?” No. “Lui deve dire esattamente quello che ha detto. Lui deve dire, Sì”. Questa giornata è “Quello che si ricorda” del titolo. Meriel e suo marito resteranno insieme per altri trent’anni. Il dottore sparirà dalla sua vita. Morirà anni dopo in un incidente aereo. Ciò che preme ad Alice Munro è far avvertire come Meriel, di tanto in tanto, si accenderà, nei ricordi. Un giorno lei è suo marito si soffermano a commentare una pagina del romanzo di Turgenev, Padri e figli. Commentano la pagina in cui Bazarov dichiara il proprio violento amore ad Anna Sergeevna, lo fa tardi, dopo aver atteso troppo e aver finalizzato la sua vita solo alla scienza e ora che si sente braccato dalla morte, ora che ha realizzato che non poteva tralasciare l’amore, ora si dichiara. Ma lei – adesso – si mostra inorridita. Secondo Meriel lei avrebbe dovuto accettare, secondo suo marito no. Iniziano a discutere sulla natura delle relazioni, Bazarov non sa amarla, sa che potrebbe stancarsi di lei, farla scioccamente soffrire, e lei lo sa. Lo anticipa. Per questo nel romanzo – tra loro – non accadrà nulla, secondo l’idea di Pierre. A questo punto ribatte Meriel: “Sarebbe stato meglio se lei avesse accettato. Almeno avrebbero qualcosa. L’esperienza”. Al termine del racconto Meriel riflette sull’esperienza e su cose che non ricordava di quel giorno. Ad esempio su come si erano salutati dopo aver fatto l’amore nel suo appartamento. Lei ricordava le mattonelle di vetro all’ingresso e l’impianto hi-fi. Lui le aveva dato solo la mano? non si era avvicinato per abbracciarla e nemmeno per un bacio sulla guancia nel momento di lasciarsi? Aveva fatto come suo marito diceva che andrebbe fatto, nella discussione su Padri e figli. Aveva opposto un muro? O era lei che ricordava male? “Doveva mettere in ordine la giornata, senza confusione né menzogne, tutta radunata in un tesoro, e infine compiuta, conclusa. C’era un altro genere di esistenza che avrebbe potuto condurre, anche se non significava che l’avrebbe preferita. […]. Forse non veniva a capo di granché, comunque. Si chiese se sarebbe rimasto tale, il ricordo – quello che si ricorda. O se avesse in serbo per lui qualche altro ruolo, qualche altro uso immaginario del tempo a venire”.
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Le lune di Giove
Una donna, cinquantenne, si reca in ospedale a trovare suo padre che dovrà essere operato al cuore. Arriva da Vancouver. All’aeroporto incontra la sua prima figlia abbracciata al fidanzato. Un ragazzo con barba come tanti. Il primo acciuffare le cose sta nella situazione che si trova a vivere, guarda sua figlia, ha un fidanzato, come lei alla sua età. Li vede stringersi. Guarda suo padre, in ospedale, che teme di morire durante l’intervento ma sembra stoicamente indifferente. Guarda se stessa. Cinquantenne. Suo padre dapprima non vorrebbe essere operato ma poi si decide per l’operazione. Il giorno prima dell’intervento – prima di andare in ospedale – si trova a vagare per negozi, si ricorda che fece la stessa cosa quando aveva temuto il peggio per la sua prima bambina e non aveva ancora ricevuto l’esito delle analisi, tremava, temeva che fosse leucemia, “l’attenzione si concentra su una frivolezza e vi si aggrappa, fino al fanatismo assoluto”. Si ritrovò in un negozio di abbigliamento ad acquistare un abito nero audace, “una guaina di seta nera che si allacciava davanti” e biancheria intima piuttosto volgare. Tutto andò bene. Adesso vaga per Toronto ed entra in un planetario. Stanno spiegando il Sistema solare. Giove, le tredici lune di Giove, un tempo erano quattro e adesso sono tredici. Si imbottisce di suggestioni, teme di svenire. In ospedale racconta a suo padre del sistema solare. Sai. Ora le lune di Giove sono tredici, ne scoprono di nuove. Ai tempi di Galileo erano quattro. Io, Europa, Ganimede, Callisto. Fra qualche minuto suo padre dovrà entrare in sala operatoria, si mettono a discutere su quali nomi avessero le lune di Giove. Si stuzzicano come due bambini. “Hai ripreso a vivere ora che sto per andare sotto i ferri?”. Scherza suo padre. “Ci vediamo quando ti risvegli dall’anestesia”. “Sì”.
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