Dire quasi la stessa cosa: Laura Brignon e Claudio Morandini

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(Foto © Romain Boutillier / ATLAS)

Da Neve, cane, piede a Le chien, la neige, un pied passando per le Alpi

L’anno scorso mi imbatto per caso nell’ultimo romanzo di Claudio Morandini o, per la precisione, nel titolo del romanzo: Neve, cane, piede. Curiosità istantanea. Sul sito di Exòrma, la casa editrice che l’ha pubblicato, trovo il riassunto e un piccolo brano del testo. Mi piace. Quanto mi piace. Già in quelle poche righe l’atmosfera e la scrittura mi colpiscono, e la mia curiosità aumenta: “Qualcuno bussa alla porta nei lunghi giorni d’inverno. Adelmo Farandola sente quei colpi la notte, ma anche di giorno, perché giorno e notte tendono a confondersi sotto gli strati di neve che trasformano la luce in un crepuscolo azzurro. Adelmo Farandola sobbalza, – Chi è? – chiede, poi finge di non essere in casa, perché non gli piace avere estranei tra i piedi, e resta immobile. Altri colpi alla porta. – Chi è? – chiede il vecchio, ma quasi sottovoce, perché non vuole sapere davvero chi bussa.” E le battute mi paiono irresistibili: “Il cane lo osserva, in attesa. – Che faccio, abbaio? – dice. – No, fermo. – Io d’istinto abbaierei.” Insomma, lo ordino subito.

Il romanzo è la storia di un vecchio burbero che vive isolato in montagna e scende a valle due volte all’anno, prima e dopo l’inverno, per approvvigionarsi. Un giorno d’autunno, mentre sta risalendo verso casa, viene seguito da un cane. Un cane che parla. Dopo un inverno passato sotterrati insieme sotto la neve, con l’arrivo della primavera i due scoprono un piede umano che spunta da una valanga finita vicino alla baita. Leggendo, rimango sconvolta dalla purezza della lingua, dalla bellezza aspra della natura, dal senso di indeterminatezza che a poco a poco mi contamina, dalla perdita progressiva di memoria e di senno di Adelmo Farandola (che bel nome per un personaggio, poi!), dalla vivacità e dalla umanità del cane…

Varie sono le ragioni che possono invogliarmi a tradurre un libro. In questo caso credo siano state innanzitutto la qualità della scrittura e la sua cifra speciale, pura, chiara e ricca di richiami poetici in un testo tragicomico. Poi l’abilità dell’autore nel giocare coi codici del romanzo di montagna, senza fare un pastiche né usare un tono parodico, ma reinterpretando in modo tutto suo la figura del montanaro, l’ambiente, che non assomigliano a nessun altro romanzo del genere – che io sappia, almeno. Insomma, Morandini crea un mondo, riuscendo a scrivere contemporaneamente un romanzo universale e unico, qualcosa cioè di poco comune.

Quindi, quando chiudo il libro, ho una certezza. Anzi, due. La prima è che voglio tradurlo. La seconda è che gli troverò una casa editrice francese. Temo però che il testo sia già stato scoperto da un editore o un traduttore. Così, appena ho la conferma che i diritti sono liberi, mi metto al lavoro, in preda a una specie di urgenza. Dopo pochissimo tempo trovo una casa editrice interessata a pubblicare il testo – per inciso, la prima a cui ne ho parlato: un esito rapido e felice che capita raramente in questo genere di situazione –, e vado avanti più tranquilla.

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Una traduzione deve sempre guardarsi dal rompere l’equilibrio, l’intelligenza del testo. In questo caso, sono stata molto attenta, nella traduzione dei dialoghi e nelle descrizioni del cane (al quale devo dire che mi sono terribilmente affezionata), a ricreare quei momenti di respiro narrativo e di comicità che rappresentano, il che era particolarmente importante perché fanno risaltare e rendono ancora più crudele il disfarsi di Adelmo Farandola, attaccato alle proprie ossessioni come fossero gli ultimi brandelli della propria vita. Quando, a un certo punto, il cane, credendo che Adelmo gli parli, dice: “Prego?”, avrei potuto semplicemente tradurre con “Pardon ?”, “Comment ?” o “Quoi ?”, ma ho preferito scrivere “Plaît-il ?”, un modo di dire simile ma un po’ antiquato, che crea un lieve effetto comico. Per la stessa ragione, quando il cane precipita nella neve e grida: “Muoio!” ho tradotto con “Je me meurs !” Anche qui la formulazione è un po’ desueta, e la scena fa ridere di più. Mi accorgo solo ora che in questo caso sotto sotto sono forse stata influenzata dal famoso monologo di Harpagon ne L’Avaro di Molière: “C’en est fait, je n’en puis plus, je me meurs, je suis mort, je suis enterré.” Ovviamente non ho fatto parlare il cane come un personaggio del Seicento. Questa soluzione è stata in queste due occasioni un trucco abbastanza discreto per accrescere la comicità, e garantire così l’esistenza nel testo francese di momenti di leggerezza nella trama via via più cupa. Un’altra scelta è stata quella di scrivere solo se souvenir per tradurre “ricordarsi” (che poi manteneva la vicinanza col sostantivo souvenir), mentre in francese abbiamo anche se rappeler, che è un sinonimo: di solito uso sia l’uno che l’altro. In questo caso mi è sembrato importante sceglierne uno e usarlo sempre, perché la tematica della perdita di memoria del protagonista è molto importante nel testo.

Poi ovviamente c’erano alcuni problemi che si incontrano in tutte le traduzioni. Ad esempio, c’era il rischio di appesantire il ritmo: tendenzialmente le traduzioni sono più lunghe dei testi originali perché il traduttore ha sempre la tentazione di esplicitare. In questo caso evitarlo mi sembrava particolarmente importante perché si trattava di un romanzo in cui percepivo un equilibrio sottile (sia al livello del tono che del ritmo). Così, ad esempio, con la frase: “Tutto scricchiola, sotto il peso della neve, e sono scricchiolii che tolgono il respiro, perché sembrano preludere allo schianto di un crollo”, ho cercato di alleggerire il peso aggiunto dai sostantivi che finiscono in -ement (craquement e effondrement) eliminando il costrutto presentativo e la proposizione relativa che c’erano in italiano, e preferendo tradurre “perché” con “car”, parola breve, piuttosto che con “parce que” (il significato è lo stesso): “Tout craque, sous le poids de la neige, et ces craquements coupent la respiration, car ils semblent préluder au fracas d’un effondrement.” Avrei anche potuto tradurre “respiro” con souffle, ma sarebbe sembrata un’eco (coupent le souffle) non molto adeguata in questo contesto. Per di più avrebbe spezzato il ritmo per via delle e mute (coup’ le souffl’). Un altro problema ricorrente era la traduzione degli infiniti sostantivati, che in francese non abbiamo. Così, per esempio, la frase “attorno è un fuggi fuggi scomposto, un inciamparsi tra le rocce, un franare a valle nel tentativo di risalire” è diventata “autour tout n’est que fuite désordonnée, chute dans les rochers, dégringolade dans la tentative de remonter”: ho aggiunto il tout per compensare la perdita della duplicazione di “fuggi” e conservare l’idea di disordine e di movimento generale, ma non ho tradotto “a valle” per non appesantire il ritmo già allungato dalla parola dégringolade. Con un altro esempio dello stesso genere (“in mezzo a quel fremere di penne”) ho adottato un’altra soluzione. Qui, dovendo trasformare l’infinito sostantivato in sostantivo, ho usato una trasposizione, cioè ho tradotto il sostantivo “penne” con l’aggettivo emplumée (che sarebbe “piumata”): “au milieu de l’agitation emplumée”. Infine, a volte è stata la mia immaginazione a dettare le soluzioni: gli uccelli vittime della valanga, descritti come “palle tutte piume”, sono diventati in francese “boules hérissées de plumes” perché in questo caso il francese non permette di usare “tutto”. Quindi ho descritto gli uccelli di Claudio Morandini come me li immaginavo io: palle irte di piume. Insomma, questa traduzione come tutte le traduzioni è il risultato di migliaia di scelte soggettive più o meno importanti, che riguardano sia l’insieme del testo che i particolari: una traduzione non è mai trasparente, e non potrebbe esserlo.

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In questo caso, una delle difficoltà maggiori è stata la traduzione del titolo, nonostante (o forse a causa di) la sua semplicità apparente e la sua forza spiazzante. Non si poteva fare una traduzione letterale, cioè Neige, chien, pied, per vari motivi. Primo, in francese è rarissimo non usare l’articolo e si sarebbe creato un effetto destabilizzante. Secondo, avrebbe fatto pensare a uno scioglilingua: ripetizione del suono -ie- accanto al suono -ei-, vicinanza di -g- e -ch- (e, per finire, la pronuncia di chien assomiglia molto a quella di chier, cioè cagare…). Insomma, avremmo perso la bella sonorità del titolo italiano e sarebbe stato quasi impronunciabile. Potevo aggiungere gli articoli (La neige, le chien, le pied) ma suonava male, e c’era comunque questa vicinanza di -ie- tra chien e pied che non andava. E poi non mi piacevano tutti questi articoli determinativi nel titolo di un romanzo in cui, a mio parere, l’indeterminatezza è così importante. Sono allora cominciate discussioni interminabili con gli editori per trovare soluzioni alternative, ma niente ci risultava convincente. Poi, si sa, in questo genere di situazioni si finisce col tirare fuori idee assurde che non c’entrano più niente con il testo. Alla fine ho scritto a Claudio Morandini, che conosce il francese ed è sempre stato disponibilissimo ad ogni mia domanda, il quale mi ha risposto proponendo semplicemente: Le chien, la neige, un pied. Cambiando la sequenza dei nomi (ristabilendo fra l’altro l’ordine cronologico di apparizione dei tre elementi nel libro) e alternando articoli indeterminativi e articolo determinativo, il titolo funzionava molto bene. Neve, cane, piede, diventato Le chien, la neige, un pied, inizierà un nuovo viaggio in Francia il 14 marzo, pubblicato dalla casa editrice Anacharsis.

Non credo che la difficoltà di una traduzione sia unicamente legata alla difficoltà del testo originale. Secondo me c’entra anche l’affinità un po’ misteriosa che possiamo avere con certe scritture senza sapere spiegare perché: mi è già capitato di fare fatica a tradurre libri che mi piacevano molto. Con Neve, cane, piede la traduzione è stata veloce, senza intoppi. Sapevo di potermi fidare del testo, sentivo che la scrittura era stata pensata, che ogni parola aveva il suo senso e il suo giusto posto. Il lavoro consisteva “solo” nell’eseguire la partitura con cura, mantenendo l’equilibrio tra, da un canto, la leggerezza, l’allegria del cane “beato” (l’aggettivo è usato più volte nel romanzo), la comicità di alcuni dialoghi e, dall’altro, la cupezza crescente di un’atmosfera sempre più pesante e nebbiosa nonostante la vitalità, la nitidezza della montagna e il ritorno della primavera. Ho scoperto più tardi, leggendo un’intervista di Claudio Morandini, che l’autore ha la sensazione che i personaggi e le situazioni che crea si sviluppino e evolvano da soli, e che il suo ruolo sia solo quello di aiutarli un pochino. La cosa mi ha molto divertita perché ho avuto in qualche modo la stessa impressione con la traduzione di Neve, cane, piede: si faceva quasi da sola, il ritmo si ricreava spontaneamente, dovevo solo aggiustare piccole cose qua e là per tenere tutto insieme. È stata un’esperienza sconcertante e deliziosa allo stesso tempo.

Credo che una delle cose più gratificanti e stimolanti nel mestiere di tradurre consista nello scoprire un romanzo in cui crediamo e nel riuscire a portarlo ai lettori della propria lingua. Se aggiungiamo a questa considerazione le ottime condizioni in cui si è svolta la traduzione di Neve, cane, piede, si capirà che quest’ultima è stata decisamente un’esperienza felice.

***

Laura Brignon (1986) vive a Tolosa. Dopo una formazione universitaria in Lettere con specializzazione in lingua e letteratura italiana ha scelto di concentrarsi sulla traduzione con un master in cotutela tra Francia e Italia, durante il quale ha vissuto a Genova per alcuni mesi. È attualmente dottoranda in Letteratura Italiana all’Università di Toulouse II. Ha tradotto una decina di libri, tra cui Viaggio in Etiopia e altri scritti africani di Curzio Malaparte (Arléa, 2012), Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia (Arléa, 2014), Le parole sono pietre di Carlo Levi (Nous, 2015) e Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Anacharsis, 2017). Collabora con diverse case editrici come lettrice e correttrice.

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