Kent Haruf, Holt, western, buoni e cattivi: un’evoluzione

di Marco Patrone

Quanto la storia editoriale di un libro o di una serie di libri ne condiziona la lettura, la maniera di vederlo e interpretarlo? Il recupero di Kent Haruf nel nostro paese, merito di NN Editore, ha visto pubblicato per primo il potente Benedizione (Benediction) del 2013, per poi proseguire con Canto della pianura (Plainsong) del 1999, con Crepuscolo (Eventide) del 2004 e infine con Le nostre anime di notte (Our souls at night) del 2015 (le date si riferiscono alla prima edizione americana). La trilogia di Holt può quindi ben essere vista come tale (visione dell’editore), ma anche come una coppia (i primi due per data di uscita sono legati tra di loro da personaggi e storie) e ancora come una quadrilogia, se ci si mette dentro l’ultimo, e ci si ricorda che Haruf stesso parlò di “loose trilogy” – una trilogia sciolta, aperta quindi a bisogni e modalità del lettore. Io sono di quest´ultimo avviso. Quattro, per quel che mi riguarda.

Non so se le definizioni, le distinzioni, la divisione in blocchi logici e omogenei facciano bene alla letteratura: per quanto mi riguarda, dopo essermi goduto i quattro romanzi, ci sono tornato sopra e ci ho riflettuto, e trovo adesso legittimo fare qualche considerazione evolutiva, vederli in relazione l’uno all’altro, in particolare per quel che riguarda le ambientazioni e i temi, i paesaggi e le stanze, la definizione dei buoni e dei cattivi, la maniera in cui Holt interagisce con il resto: in questo senso definirei i primi due romanzi come ciclo western e della natura e gli ultimi due come ciclo della famiglia e degli interni.

Parlando di western, in Canto della pianura troviamo una forte caratterizzazione di questo tipo in alcuni personaggi: il Professor Guthrie ha tratti quasi da cowboy solitario, da bravo sceriffo in ambasce di fronte a una certa violenza implicita e in qualche modo insensata, rappresentata dal suo alunno Russell Beckman e dai genitori,  e in effetti la scazzottata che si produce tra di loro ha contorni da western tradizionale, magari da buon prodotto popolare di genere (non che qui si voglia attribuire ad Haruf un atteggiamento ironico o postmoderno in questo senso – no, si tratta di realismo, di cose che avrà visto accadere svariate volte a Holt – nei suoi luoghi trasformati nella fiction in Holt).

Se Beckman e la sua famiglia rappresentano (vengono descritti come) vilain privi di particolari sfumature (questo ruolo verrà interpretato in Crepuscolo dall’ancora più malefico Hoyt Reines, come vedremo), dal lato dei buoni troviamo diversi personaggi, alla testa dei quali si trovano ovviamente Harold e Raymond McPheron, fratelli indivisibili e contadini, intenti alle loro attività, uomini che vivono e sbuffano giorno dopo giorno, nei campi, nelle stalle, col bestiame, nel sacrificio apparentemente privo di ricompensa.

Sbagliando secondo me per troppa passione Antonio Franchini durante un suo intervento sullo scrittore ha paragonato Holt a Derry e sottolineato come da una parte nella cittadina kinghiana vi sia una contrapposizione tra il bene (rappresentato dalla comunità) e il male (il pagliaccio, come elemento malvagio-trasgressivo) mentre a Holt il male sarebbe nella comunità (gretta, sospettosa, malpensante) e i McPheron rappresenterebbero un contraltare salvifico rispetto a IT. Mi pare non possa essere proprio così, intanto – seguendo il ragionamento su King – direi che il pagliaccio è emanazione e quasi catarsi del male pensato ed esperito nella cittadina del Maine, non mi pare però (proprio per questo) si possa dire che i McPheron stiano in positivo a Holt come il Clown lo fa in negativo a Derry, i due fratelli non nascono da Holt, anzi, se ne tengono separati, in un certo senso, non ne espiano i peccati, si limitano a salvarne (se così vogliamo) una singola rappresentante, peraltro aiutati e sostenuti da altre persone che a Holt ci vivono, di conseguenza non mi pare nasca una chiara dinamica dentro/fuori, semplificando in città c’è del marcio, ma non lo è tutto, e in campagna c’è del buono, ma non indiscriminatamente (per fare un esempio, le bestie, gli animali non sempre sono davvero innocenti).

Se IT è il mostro evocato, creato, per stigmatizzare e punire le malignità di Derry, i McPheron insomma non sono venuti al mondo per moralizzare, evangelizzare Holt.

Tuttavia, la domanda se qui Haruf abbia peccato di eccessivo nel tratteggiare i due fratelli è lecita e mi pare destinata a trovare risposta nella riuscita letteraria: sulla pagina i personaggi funzionano, come la loro dinamica con gli altri.  Certamente nel corso della serie l’autore aggiungerà alla sua tavolozza una maggiore gamma di sfumature.

Sostanzialmente Crepuscolo segna una continuità con il suo predecessore: i McPheron sono sempre (molto) buoni, gli animali si rivelano ancora meno innocenti, come dicevo il ruolo del cattivo viene interpretato da Hoyt Reines, e credo non sia un caso che questo personaggio venga accostato a una coppia d ulteriori “buoni” in qualche modo speculari ai McPheron, ovvero i Wallace: Betty (nipote di Hoyt) e il marito Luther. I McPheron hanno fatto una scelta di isolamento – i Wallace l´hanno subita. I primi sanno riconoscere il male e in qualche loro modo testardo e ingenuo difendersene, i secondi lo sanno riconoscere, ma sono troppo deboli per opporvisi. I McPheron possono pur essere definiti – con un certo margine di approssimazione – vicini a una categoria di ingenuo sapiente, l’ingenuità dei secondi sfocia più francamente nel disadattamento e nell´idiozia. In un certo senso – anche per come è costruito il personaggio – potremmo essere in un girone dantesco, dove Hoyt è un demonietto che tormenta anime perse e senza alcuna possibilità di replica, questo valga anche per contestualizzare gli aspetti religioso/biblici che ogni tanto sembrano intrufolarsi nella maniera in cui Haruf costruisce determinati personaggi e scene.

Sul versante western/bucolico questi due libri sono pure zeppi di descrizioni tecniche (che uniscono competenza fattuale a ottima ispirazione letteraria) relative all’allevamento dei vitelli, ma da notare pure una certa insistenza sul vestiario, specie quello maschile: cappelli a larghe tese, altri “della domenica”, camicie di flanella, stivali da lavoro, giacche imbottite contro il freddo, un vero e proprio campionario “redneck” (in accezione qui non negativa), che ben si attaglia alle predilezioni dei personaggi (anche chi non fa l’allevatore di mestiere – come Guthrie – se ne occupa diciamo per hobby, è disposto comunque a dare una mano, il legame con la terra rimanendo quasi caratterizzante, distintivo, una sorta di titolo di merito e aggancio alla tradizione).

Non mancano però riferimenti a quello che verrà: in particolare la vita all’interno delle famiglie, frante, divise, problematizzate, e la comparsa dell’amore “senile”. Passeranno nove e undici anni, e ne varrà la pena.

In effetti con Benedizione assistiamo a dei primi ma incisivi cambiamenti, che non contraddicono la poetica di Haruf ma direi la completano, o forse la spostano. Mi pare che dalla prevalenza di esterni si passi a un sovrappeso degli interni, e dalla contrapposizione di bianchi e neri si passi a una maggiore gamma di sfumature, come suggerivo prima.

L’eroe della storia è Dad Lewis, un uomo retto, che avrebbe potuto diventare un altro monolite di bontà e senso pratico, ma nella malattia e nell’avvicinamento alla morte veniamo a sapere del suo difficile rapporto con il figlio a causa della sua omosessualità, che Dad non è mai riuscito ad accettare. Dallo scontro di forze, di violenze, direi quasi “a chi ce lo ha più duro” dei romanzi precedenti, si passa a quello di valori interno alle dinamiche familiari, come uno scontro di valori viene ingaggiato dalla comunità con il personaggio problematico del reverendo Lyle. Quest’ultimo suscita reazioni violente negli abitanti di Holt e negli stessi familiari, la contrapposizione e il combattimento escono però dal piano dello scontro fisico – direi della lotta da saloon come qualche volta accaduto nei romanzi precedenti – per assumere contorni dialettici, quasi da dibattito, da tribuna politica, seppur (o proprio per questo) accanita e urlata. Emblematica la scena del sermone e della chiesa, in questo senso, costruita in maniera quasi teatrale con personaggi che si alzano per prendere la parola ed esibirsi di fronte agli altri.

La bontà e la speranza non mancano però neppure in questo caso, rappresentati dalle figure di Willa e Alene Johnson e dal loro rapporto con Lorraine – figlia di Dad Lewis – e con la piccola Alice, direi sublimati nella famosa e cinematografica scena del bagno nella cisterna.

Torniamo a Dad: l’uomo è nelle sue convinzioni morali tanto integralista (giustamente, dal punto di vista del lettore) con il proprio dipendente disonesto, quanto lo è (ingiustamente, dal punto di vista del lettore) con il figlio. La tensione fisica dei primi due libri rimane però repressa: Dad vorrebbe che il figlio – con cui sta cercando una difficile redenzione, sul letto di morte – gli spaccasse la faccia. Ma lui, ovviamente, si rifiuta. Non che voglia far passare Haruf e i suoi personaggi dei primi due libri come dei bifolchi senza speranza e pronti a menar le mani, ma mi pare che qui si entri in un’altra e più dolente, più sfaccettata dimensione.

Nell’ultimo Le nostre anime di notte la focalizzazione sul familiare e sull’interno si acuisce. Possiamo immaginare di trovarci qualche anno dopo rispetto alle vicende di Benedizione (il tema del tempo e della collocazione è comunque abilmente eluso in Haruf, in Canto della pianura l’unico appiglio era stata una battuta su Nancy Reagan, qui addirittura compare un telefono cellulare, aiutandoci un po’). La storia può essere definita come un dramma o una commedia (tragica) da camera, se anche l’entità chiamata Holt, già negli altri romanzi allo stesso tempo quinta teatrale ma allo stesso tempo coro giudicante, assolve il suo ruolo disapprovando e chiacchierando la relazione tra Louis e Addie, è in primis la famiglia della seconda a caricarsi sulle spalle il ruolo di contendente, di polo negativo, di elemento di contrasto e lotta, anche in questo caso  condotta puramente sui canoni della morale, o a volerla dire meglio delle apparenze e del perbenismo.

Ironico: laddove Dad Lewis aveva giudicato e disapprovato un atto omosessuale consumato dal figlio adolescente, qui Gene – il figlio di Addie – giudica e disapprova un non-atto eterosessuale non-consumato dalla anziana madre (visto che l’amore tra i due protagonisti è fatto di parole). Come coi fratelli McPheron, pare anche qui che negli anziani si concentri l’energia diciamo salvifica, ma diciamo che le generazioni successive in Le nostre anime fanno una figura più magra e meno onorevole che nei precedenti libri di Haruf. Era d’altra parte probabilmente in premessa per una storia di addio (scritta da Haruf nell’imminenza della morte e nel rimpianto, nel dolore seppur pacificato), che lo scrittore congegna in maniera in qualche modo più lineare e urgente, con meno concessioni alla coralità e al montaggio parallelo. Come dire – questa volta al centro ci sono io. Sto morendo, ho qualcosa da dire.

Qualche volta riferendosi alla trilogia o quadrilogia di Holt potrebbe nascere la sensazione di trovarsi di fronte a un blocco uniforme di ambientazioni, temi e personaggi. Pur nella fedeltà sostanziale a un luogo e a un modo direi dolente, umano, pietoso (ma realistico) di vedere le cose, direi che gli adattamenti e le evoluzioni di Haruf sono stati notevoli, dalla semi-epica western e naturalista dei primi due libri al romanzo di interni quasi intimista degli ultimi due, a cui fanno il paio il linguaggio più espressionista e per certi versi barocco nel primo caso, e secco, quasi minimalista nel secondo. Di se stesso lo scrittore ha detto “sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di Monaco, per impedirle di spegnersi”. Mi sembra che in queste evoluzioni, e in altre che altri lettori decideranno di vedere e cogliere, ci sia il succo di questo sforzo, di questo rinfocolare la fiammella, uno sforzo – mi pare – onesto, pulito, come i sacrifici fatti da alcuni dei suoi personaggi e – come certe incantate soddisfazioni che gli stessi ricevono in cambio, a volte inaspettatamente – premiato dai risultati.

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