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Storia della mia codardia potrebbe essere il sottotitolo della relazione che intrattengo con la mia professione. Traduco, e tradurre, si sa, significa per prima cosa nascondere il proprio nome dietro quello di qualcun altro. Per mia fortuna il mio cognome – unico perché inventato nell’ufficio di un orfanotrofio – finisce il più delle volte nel colophon in caratteri minuscoli di libri unici perché di grandi scrittori. Ho infatti il privilegio di lavorare da anni su opere di autori classici francesi, che la storia e il tempo hanno decretato come modelli. Così, come un lillipuziano sulle spalle di un gigante, traduco appollaiata dietro un nome rassicurante che non è il mio e, lì protetta, trasmigro gli scritti del gigante di turno nel nostro idioma. Con l’indice corto da nana querula provo a riscrivere la lingua, a riprodurre suoni e sfumature, trasloco contenuti, lancio comandi allo scrittore che neppure la morte ha ridotto a impotenza. Bien au contraire, egli lotta, si dimena, resiste agli ordini che non vengono accolti se non in parte e a colpi di modulazioni, ripensamenti, riformulazioni, rigide elasticità. E il risultato è una riscrittura che per quanto studiata, elaborata e curata suona al timpano sempre un po’ sbagliata, mai perfettamente coerente con l’originale. Ed è anche questa costante insoddisfazione parte della maledizione del traduttore e della sua “vita agra.”

Feci il mio ingresso nel mondo editoriale dopo aver chiuso con l’interpretariato nel mondo televisivo del tennis dove la frase più impegnativa da tradurre in cui ero incappata era stato l’irripetibile invito rivolto da John McEnroe a un’elegante lady sui campi del Queen’s. Stavo attraversando i corridoi della Sorbona alla ricerca della mia aula quando un giorno fui raggiunta da una telefonata dell’allora direttrice editoriale della Giangiacomo Feltrinelli, Gabriella D’Ina e con la curatela di una traduzione non mia della biografia a opera dell’americana Judith Thurman di Colette, sulla quale risultavo, et pour cause, aver scritto due tesi, prese avvio la mia collaborazione con il mondo editoriale. Occupandomi principalmente di scrittori attivi tra XVIII e XIX secolo, mi muovo tra morti con cui mi è impossibile confrontarmi di persona per sciogliere eventuali nodi, chiarire equivoci o dubbi. Come un becchino di libri vecchi, alla luce della mia lampada da scrivania mi muovo di notte in luoghi lontani e silenti, con la totale responsabilità del mio lavoro e la vergogna che, avvinta attorno al collo, sonnecchia costantemente pronta a soffocarmi al primo passo falso, senza la possibilità di salvarmi dall’errore chiedendo aiuto allo stesso scrittore.

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La piccola Denise Epstein con sua madre, Irène Némirovsky

Ma a questa norma cimiteriale vi è stata un’eccezione, o quasi, una sorta di resurrezione post mortem. Correva l’anno 2009 quando incontrai Denise Epstein a Mantova. Una vecchietta che non poteva non ricordare l’idea atavica di nonna: corpo minuto, capo incanutito dominato da uno sguardo tutt’altro che mite. Era venuta a parlare della biografia uscita da poco per i tipi di Adelphi dedicata alla madre, la scrittrice Irène Némirovsky (1903-1942). Dal 2004 Irène, nata a Kiev ma di adozione francese, si era imposta a critica e lettori di tutto il mondo grazie alla pubblicazione postuma di Suite francese (che prima di essere tradotto anche da me – Feltrinelli, 2014 – conobbe la precedente versione inedita in italiano della mia maestra Laura Frausin Guarino – Adelphi, 2004). Suite francese rappresenta un particolarissimo caso editoriale: l’autrice, fuggita dalla rivoluzione bolscevica, aveva trovato riparo con la famiglia a Parigi dove raggiunse la clamorosa ribalta a 26 anni grazie a David Golder (1929), romanzo ispirato in gran parte al contesto famigliare. Ambiente ferocemente ebraico, intriso di alta finanza, frivolezze parigine, mondanità da Costa Azzurra, casse di champagne e fiumi di denaro. Da allora, in un crescendo di successi romanzi e racconti si erano susseguiti fino a quando il nazismo aveva soffocato la voce di Irène con il fumo di Auschwitz. La morte cancellò anche la memoria di una scrittrice che solo nel 2004 il prix Renaudot riportò con forza alla luce consegnandole, per la prima volta nella sua storia, il premio postumo e, per di più, a un inedito.

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Irène Némirovsky

Avevo da poco pubblicato la traduzione del racconto Speranze di Irène Némirovsky e sentire dal vivo, a pochi passi da me, la voce della figlia Denise rompersi nel raccontare dell’arresto della madre (“alle 8h00 di un mattino avevo ancora i genitori e alle 8h05 li avevo persi per sempre”) mi convinse a scriverle una lettera di “profonda commozione.” Ci misi giorni a scegliere carta, penna e inchiostro convenienti. Ce ne misi altrettanti per scrivere a mano. Si trattava in fondo di una signora anziana con una storia personale da fare tremar le vene e i polsi: contattarla richiedeva la forma di massimo rispetto e cortesia. Infine mi feci coraggio e spedii. Due giorni dopo l’interminabile coda in un ufficio postale gremito e puzzolente per poter scegliere degli eleganti francobolli filatelici fui sorpresa dall’arrivo di una mail dal timbro a dir poco spigliato. Denise mi invitava, se mi trovava d’accordo, a voler intrattenere le nostre prossime comunicazioni attraverso la posta telematica, o l’uso del telefono cellulare e, se preferivo, dei messaggini. Non troppo tempo prima avevo perso una nonna poco più anziana che quando suonava il telefono in casa levava gli occhi dai fogli che stava leggendo per chiedere a noi familiari chi potesse mai essere dall’altro capo del filo. Il tutto sempre senza aver alzato nemmeno una volta la cornetta, ça va sans dire. Comunque sia, il mio, a quanto pareva, inutile formalismo fu sepolto una volta per tutte dalla richiesta di Denise di darci del tu immediatamente, “come si fa tra amiche, no?”. Qualche settimana dopo mi invitò a Tolosa dove mi aspettavano giorni vissuti pericolosamente: fui accolta in una sala immersa nel fumo di infinite sigarette, una bibliote0ca dedicata interamente alla memoria della madre, con libri, premi e fotografie la cui preponderanza aveva cancellato il ricordo del resto della famiglia. Il rischio maggiore sono certa di averlo corso quando rifiutai traballanti fette turrite di dolci a base di panna montata color rosa. Lo sguardo di Denise in piedi tra la porta della cucina e la mia sedia restò insondabile al mio diniego. Intuii solo il secondo giorno che l’offerta che si ripeté tutti i pomeriggi della mia permanenza, alla stessa ora, faceva parte dell’autoassoluzione di chi, parlandomi dell’odio per la perfida nonna materna e dell’orrore della shoah, ingollava cucchiaino dopo cucchiaino due enormi fette di torte, la mia e la sua, tranci che come per miracolo ogni giorno riapparivano uguali e integri sugli stessi piattini di porcellana di Limoges.

In quel salotto si parlò molto di vita e destino, e della sorella di Denise, la secondogenita di Irène Némirovsky, Élisabeth Gille, raffinata scrittrice ed editor spietata quanto acuta, morta cinquantanovenne nel 1996.
Denise e Élisabeth erano sopravvissute all’arresto come in un film – un ufficiale tedesco aveva riconosciuto nei capelli color oro della piccola Denise quelli della sua stessa figlioletta e diede alle sorelline ventiquattro ore per sparire, o meglio, per salvarsi. Élisabeth, che, al momento dell’assassinio dei genitori aveva cinque anni, per riconciliarsi con una madre cancellata dalla tenera memoria di una bambina e ritenuta rea di non aver saputo salvarsi, scrisse il romanzo biografico Mirador. Irène Némirovsky, mia madre (a cura di Cinzia Bigliosi, Roma, 2011), dove per avere una madre reale dovette inventarsene una letteraria, un doppio di quella lontana Irène conosciuta attraverso i racconti della sorella maggiore e libri che lesse più volte. Fu per me una sfida farmi carico del progetto che proposi alla Fazi e che l’editore accolse con entusiasmo: tradurre la figlia di Irène non significava solamente dedicarmi a un testo dalla lingua complessa e dalla costruzione ricercata, ma anche posizionarmi al centro del “lotto 2” di un O.K. Corral tra consanguinee, dove si stava svolgendo il regolamento di conti tra una figlia talentuosa, ma profondamente ferita – e che, forse non del tutto a caso, aveva scelto la stessa carriera della genitrice – e una madre considerata colpevole e che in quei giorni era stata definitivamente consacrata tra i grandi scrittori del mondo. Qualche anno dopo curai anche la traduzione di Un paesaggio di ceneri di Élisabeth Gille – Marsilio, 2014 – romanzo dolente e difficile che chiudeva il cerchio di una storia famigliare unica, dove due grandi scrittrici si sono parlate a distanza, strappate anzitempo una alla vita dell’altra, muovendosi sulla pagina scritta alla quale anch’io, con le mie traduzioni, ho contribuito a far convivere. Non ho mai tradotto scrittori viventi, ricordavo all’inizio di questo mio intervento, ma anche grazie alla mediazione di Denise Epstein con il mio lavoro di traduttrice sono stata il lato diverso del triangolo isoscele tra la Némirovsky e la Gille, madre e figlia con cognomi differenti, mi sono seduta alla tavola degli Epstein cucendo il tempo passato al tempo presente, rifiutando le torte cremose che tanto piacevano a Irène, lasciando che potessero finalmente gustarsele loro quattro, tutti insieme e in pace.

 

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