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di Alba Coppola

È ben noto che Boccaccio è inscritto con eguale forza, spazio e fortuna sia nel filone della letteratura filogina che in quello dell’opposta letteratura misogina, ma va indicato che i due campi sono coltivati dal Certaldese anche nello stesso tempo. Se, infatti, l’Elegia di Madonna Fiammetta e il Decameron, sostanzialmente sulla stessa linea, sono rispettivamente degli anni 1343-1344 e 1351-1353, il De mulieribus claris e il Corbaccio, fra loro su opposti versanti, sono sostanzialmente coevi, l’uno del 1361, l’altro ormai ascritto persuasivamente al 1365, e la coesistenza dei due generi è dovuta al fatto, mi pare, che filo- e miso- ginia in Boccaccio non sono dati biografici, esistenziali, ma integralmente culturali, funzionali a due distinte materie di elaborazione letteraria, secondo la distinzione rilevata da Francesco Bruni, quello filogino incentrato com’è sul rapporto tra amore e poesia, quello misogino sulla ricerca della ragione, ispirato ad un ideale di vita intellettuale libera da legami costrittivi, secondo un modello ideale dello studioso e del sapiente che Boccaccio ereditava già consolidato da lungo tempo.

E del Corbaccio si ricorderanno in tanti fra gli autori successivi, almeno fino al Seicento, ma cito per tutti Masuccio Salernitano che ancora nel Rinascimento napoletano pronuncia un’invettiva violentissima contro il “defettivo muliebre sesso”.

Nel Decameron non solo le dedicatarie sono appunto le donne, il pubblico che Boccaccio sceglie prima d’ogni altro, che non è poi una novità assoluta da Dante in poi, ma i narratori stessi delle novelle sono in maggioranza donne, 7 contro 3. Le donne non sono dunque solo passive fruitrici delle novelle, ma sono eloquenti narratrici. E le donne che nelle cento novelle sono raccontate sono a volte gentili, acute, intelligenti, sagge, altre volte traditrici, false e rabbiose, ma il quadro del mondo femminile che emerge non è dettato da misoginia, piuttosto ha la varietà e il movimento della vita stessa.

Ma c’è una novella che va in un senso diverso, più volte rilevato dalla critica: la settima novella dell’VIII giornata, dove uno studente si innamora di una vedova che lo respinge con crudeltà e sulla quale egli si prende una vendetta spietata che la fa morire, una vendetta accompagnata da un’invettiva nella quale tra l’altro egli le dice che per quanto violenta appaia la sua risposta essa sarebbe stata ben più crudele se fosse stata consegnata alle sole parole, dove emerge il motivo dell’intellettualità più potente d’ogni arma, motivo che pare anticipare le fustigazioni del Corbaccio contro il sesso femminile. E segnalo anche la nona novella della IX giornata, dove l’uomo sposato a una donna riottosa, chiede un rimedio a Salomone, che lo consiglia di andare al Ponte all’oca e quando egli vi si è recato vede un carrettiere che batte violentemente un asino che si è impuntato e si rifiuta di camminare, e lo riduce infine all’obbedienza. Tornato a casa, bastona senza pietà la moglie conquistando così la definitiva obbedienza di lei e la pace familiare. Vale la pena di ricordare che ‘andare al Ponte all’oca’ è rimasta per secoli espressione popolare toscana per indicare il bastonare qualcuno. In questa novella emerge innanzitutto la concezione della donna come appartenente ad un sesso minore, più debole fisicamente e come tale anche spiritualmente, bisognoso di protezione e di educazione, intesa come guida e repressione. E vorrei aggiungere una breve nota sul personaggio di Griselda.

Nella seconda metà del Novecento, molti studiosi si sono soffermati sulla novella di Griselda, poiché dalla comprensione di essa dipende, tutto sommato, il significato ultimo del Decameron. È lo stesso autore infatti a porre l’accento sull’esistenza di un percorso interno della brigata: da un «orrido cominciamento» ad un «bellissimo piano e dilettevole» (Introduzione 4). Griselda è stata interpretata in chiave allegorica, come immagine di Maria (Vittore Branca), l’interpretazione religiosa è giunta, persino, a vedere nei tormenti della giovane una sorta di allegoria di Cristo (Cottino-Jones), si è tentata un’interpretazione storico-sociologica, centrandola sulla lotta sociale e intellettuale tra un nobile e una plebea e c’è stato chi ha sostenuto che Griselda è profondamente cosciente della propria dignità e dei propri diritti. Ma quella di “Griselda” può anche essere interpretata come una “novella intellettuale” in quanto la “virtù” della donna consiste nel contrastare la “fortuna” che le si abbatte contro, assumendo un’estrema estraneità e distanza dal mondo, tipica del nuovo intellettuale che Boccaccio vuole rappresentare. Un enigma, si è detto, che lo stesso Petrarca aveva risolto con una propria traduzione De insigni obedientia et fide uxoria, optando per una Griselda simbolo della pazienza muliebre, ma soprattutto come esempio di fermezza del buon cristiano, «sottoposto da Dio a dure prove».

Credo che solo in qualche caso l’interpretazione abbia sfiorato il punto.

Secondo Tzvetan Todorov, il grande lettore del Decameron, l’unità semantica delle novelle sta nel tema di uno scambio stabilito che regola le relazioni sociali, e nella sua rottura, in una trasgressione, che, invece di essere punita secondo l’attesa che dettano i modelli del passato, dà luogo ad una vittoria grazie all’audace iniziativa personale. In questo senso, egli ritiene che Boccaccio sia un difensore della libera iniziativa e del capitalismo nascente.

Ma se la novella di Griselda è quella dell’obbedienza cieca, della promessa di sottomissione mantenuta oltre la dignità personale e, ancor più incomprensibilmente, oltre la ragione e oltre il sentimento, cosa mai resta in essa dello schema di Todorov?

A me pare che esso riceva la più decisa conferma, che dà luogo al più imprevedibile dei successi.

Griselda, che non ha lo statuto sociale per diventare moglie del gran signore, viene da questi messa alla prova oltre ogni limite umano, provata nell’amore materno, nella dignità, nel ruolo di sposa. La risposta attesa dovrebbe essere quella della ribellione, della rottura del patto e quindi, senza appello, della sconfitta, la risposta dovrebbe provare che non ha forza di spezzare lo statuto della diseguaglianza sociale dal marito. Ma Griselda rovescia ogni attesa e dunque vince. Tutto suo è il marito, i figli sono vivi e salvi, discendenza eletta sua e di Gualtieri, “savio” marito la cui fede nella donna viene sempre confermata, fino al tripudio finale, che non è trionfo dell’obbedienza, bensì rovesciamento del canone. La mite ed umile pastora è signora lodata ed incontrastata del suo piccolo regno. La sua ascesa sociale, facile da intraprendere, frutto inizialmente di una scelta apparentemente capricciosa del signore, e difficilissima da mantenere, attraverso circa quindici anni di torture, è ormai definitiva. Vorrei che non pensassimo a lei come ad una donna obbediente sino alla follia, ma come ad una piccolissima borghese che prende e tiene con successo definitivo un potere sociale che i modelli antichi, ch’ella contribuisce a dissolvere, avevano per secoli negato a quelle come lei.

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