Nicolò Cavallaro Ritratti dal Calvino Ella May Verri blog.jpg

Nicolò è nato a Palermo all’inizio dei mitici anni 80. Dopo la laurea in Relazioni e Politiche internazionali, spinto dall’amore per l’arte e per la creatività, si è trasferito a Roma sognando di trasformare la passione per la scrittura nel mestiere della vita. Nella capitale, mentre frequentava il corso da redattore editoriale, per mantenersi ha fatto un po’ di tutto, dal runner di cantiere al commesso di smart shop. Un passo alla volta ha iniziato a lavorare nel mondo dell’editoria prima come freelance, poi come redattore, come editor e ghostwriter, fino all’inaugurazione di “Duemila Battute”, la sua piccola agenzia di servizi editoriali. Un percorso di tutto rispetto, fatto di lavoro e di sacrificio, in cui l’unica nota fuori posto è l’ostinata assenza dal mondo social, che in apparenza cozza un po’ con il suo essere sempre gentile, disponibile, aperto e solare.
Se quindi non stupisce la sua partecipazione al Premio Italo Calvino in veste di autore, stupisce invece il testo che lo ha portato dritto alla finale della 30° edizione. Con il romanzo Lettere dal carcere di 32 B, Nicolò ha costruito un mondo claustrofobico e angosciante, dove il confine tra verità e menzogna, tra razionalità e follia si fa impalpabile e nulla è come sembra. Lettera dopo lettera, ci si accorge di sapere sempre meno del protagonista senza nome e senza passato tratteggiato da Nicolò e ci si chiede, in maniera anche dolorosa, se siano davvero i fatti concreti a stabilire chi siamo o se il compito di definirci spetti piuttosto all’interpretazione che di quei fatti diamo noi stessi e il mondo che ci circonda.

Il titolo del manoscritto che hai inviato al Calvino è Lettere dal carcere di 32 B. Propongo di partire da questo, visto che dice già molto.

Se partiamo dal titolo, devo dirti che molto probabilmente lo cambierò (il libro non è ancora stato pubblicato): mi sembra respingente, invece vorrei che l’eventuale lettore/lettrice in questo libro ci si tuffasse. Forse come titolo utilizzerò una frase stucchevole di 32 B, vedremo.
Comunque sì, siamo in un carcere, ma l’obiettivo è creare una dimensione-mondo che sia altro; il carcere diventa quindi ben presto metafora, allegoria. Ok, c’è una storia, c’è una trama, ci sono personaggi e accadimenti, c’è la vita del braccio carcerario, ma al di là di questa impalcatura il racconto vuole muoversi in altre direzioni, scuotere altre corde. Cerco di lavorare sulla suggestione, non voglio soltanto raccontare una storia, mi interessa di più che chi legge “provi” qualcosa. C’è un’ambientazione claustrofobica e angosciosa, accadono cose al limite del reale, non si sa bene su quale piano o su quale confine tra realtà e finzione la narrazione ci si stia muovendo: tutto questo serve, nelle mie intenzioni, a mettere il lettore sul chi va là, a chiedergli uno sforzo. A chiedergli di drizzare le antenne.

Il protagonista viene identificato come “32 B”. Di lui alla fine scopriamo di sapere molto poco, non ne viene rivelato neanche il nome.

Di 32 B so pochissimo anch’io. O meglio, della vita esterna di 32 B so pochissimo anch’io. Non conosco il suo nome, non so nemmeno che faccia abbia, ha un’età vaga. Sta in un carcere, scrive a una donna, al suo “amore”; ogni tanto le chiede di loro figlio, o del lavoro dell’avvocato. Principalmente le racconta quello che accade nel braccio, l’assurdità di quel microcosmo sotto l’arbitrio delle guardie. Ecco, ovviamente un romanzo si regge sulla trama, sui personaggi, sulla tensione narrativa, ma tutto questo nel mio testo non è un fine, è un mezzo. Ciò che più mi interessa, il fulcro attorno a cui è costruito tutto, è la voce di 32 B. Vorrei che il lettore reagisse di fronte a questa voce e di conseguenza la decodificasse. Chi è 32 B? Cosa è vero di quello che dice? Ci fidiamo? Non ci fidiamo? Perché scrive, parla, agisce così? Il “gioco” nel romanzo non è per niente sfidare il lettore a ricostruire il mondo esterno di 32 B (se ha ragione, se ha torto, perché è in carcere, se e quando riceverà risposta, se la donna a cui scrive esiste, se non esiste, se l’ha ammazzata, etc.). Il romanzo è la voce per immagini di un personaggio la cui vita psichica è completamente deteriorata.

Perché hai scelto di svolgere la vita carceraria del protagonista tramite la forma epistolare?

Amo la scrittura in prima persona. Questo è il presupposto iniziale. Non mi vedo, non mi so calare in una voce narrante esterna, non voglio guardare il personaggio e dire che fa questo o fa quello. E non voglio dare suggerimenti interpretativi sui personaggi attraverso una voce esterna. Da autore, trovo molto più coinvolgente, quasi fisicamente, la scrittura in prima persona.
32 B avrebbe potuto scrivere un diario. Sicuro. Forse però non è in grado di reggere l’onestà che un diario richiede. Forse il suo punto di vista sarebbe stato infido anche lì. Chissà. In ogni caso scrive delle lettere, quindi prova a rivolgersi a qualcuno. Questo qualcuno è una donna. Forse chiede un aiuto, forse vuole scagionarsi, forse vuole mettersi in gioco, ma non ci riesce fino in fondo e nella sua parabola non c’è soluzione. Ripeto, nella “sua” parabola: 32 B non è stato creato come personaggio-metafora della condizione umana. Assolutamente no. Attraverso l’artificio delle lettere può dire quel che vuole, può prendersela con chi vuole, ci può dare il suo unico e inconfutabile punto di vista. Non voglio niente e nessuno a contraddirlo, voglio mostrare quello che lui vede.

A proposito del destinatario di queste lettere: chi è la donna “amata” da 32 B e quale ruolo ha?

Qui rischiamo di aprire una parentesi enorme, soprattutto se parliamo di donna “amata”. Bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato della parola “amore”. Non mi sembra il momento, direi. Però tutto questo, nella mia narrazione, consente di creare un tessuto di immagini, di suggestioni, davanti alle quali il lettore è chiamato a reagire.
32 B è capace di amare? Questa donna esiste realmente? Oppure esiste solo nella sua mente? Da lei arriverà mai una risposta? Credo che il lettore si chieda, più o meno presto: possibile che l’abbia uccisa lui? Quello che posso dire è che, esistente o meno, vivente o meno, uccisa o non uccisa, che risponda o meno alle lettere, 32 B questa donna l’ha uccisa dentro di sé.

A tratti il protagonista sembra essere un personaggio positivo, buono perfino, o almeno buonista. Dichiara di essere un innocente gettato in mezzo a criminali assassini. Allora chi è davvero 32 B?

È un personaggio assai difficile da delineare, da mettere a fuoco univocamente, almeno per buona parte del romanzo. Per farla semplice, non sappiamo se scrivere il suo nome tra i buoni o tra i cattivi. Se ti succede qualcosa nella testa, non sei né buono né cattivo, sei malato. Ma qui parliamo di una malattia sottile, non conclamata, quasi invisibile; non parlo di”psychokiller”, né di comportamenti palesemente fuori di testa, ma c’è qualcosa di sottile e di invisibile che serpeggia per tutto il romanzo, ancora più difficile da cogliere perché il lettore conosce soltanto la voce di 32 B e penso, sinceramente, che 32 B non abbia mai mentito nelle sue lettere. 32 B non dice cose incongrue, ragiona e spesso ragiona bene, con precisione, è attento; 32 B ha slanci – sembrerebbe – d’amore; 32 B sembrerebbe vittima di un Sistema e delle guardie carcerarie, e così via. 32 B forse ha “ragione”. Eppure c’è qualcosa che striscia, dall’inizio alla fine.

Tutto il testo è dominato da sensazioni di claustrofobia, di follia latente, di incubo, di irrealtà. Non si sa bene se quello che si legge accade sul piano del reale o piuttosto accade nel mondo mentale del protagonista. Qual è il confine tra reale e irreale, tra sanità mentale e follia, tra verità e inganno?

In effetti il clima è come lo descrivi tu nella domanda. La finzione narrativa delle lettere, probabilmente, serve anche a questo: a creare una compenetrazione tra i due piani, tra ciò che avviene (o può avvenire) realmente e ciò che pare essere la realtà mentale del protagonista, la sua visione, il suo punto di vista. Se mi chiedi qual è il confine, quello vorrei che lo trovasse il lettore. Il lettore può farsi un’idea, può decidere se e quanto fidarsi della voce di 32 B, dovrebbe poterlo sentire a pelle.

Perché a un certo punto della tua vita hai deciso di fermarti a raccontare questa storia?

Perché di 32 B in giro ce ne sono parecchi. I 32 B non sono serial killer, non parlano da soli per strada, non sentono le voci. Possono avere una vita impeccabile e integerrima, fare conversazioni convincenti, essere rispettabilissimi, “ammogliatissimi”, “famigliatissimi”. Alcuni di loro a un certo punto possono sbroccare in maniera eclatante: la fidanzata dice loro ti lascio e loro, così, en passant, la accoppano. Poi il vicino di casa nell’intervista dice di lui che era una persona impeccabile e integerrima e rispettabile. Ma questi sono i casi eclatanti e credo siano la stragrande minoranza. Perché i veri 32 B non sbroccano: impeccabilmente, rispettabilmente, integerrimamente violentano gli altri, molto spesso in ordine di prossimità. Magari senza nemmeno farlo apposta. Per questo dico che i 32 B non mentono, per questo dico che riconoscere la loro voce non è facile, proprio come non è facile farlo nel romanzo.

Come mai alla fine hai pensato di inviare questo tuo testo al Premio Italo Calvino?

Durante la stesura del romanzo, e poi durante le varie revisioni, avevo sempre la sensazione, insomma mi dicevo sì, qui la palestra è finita, questo è un lavoro vero, questo romanzo è buono, è valido, è un romanzo che io vorrei leggere. Non ho mai pensato di presentarlo, così a mani nude, a un editore. L’ho fatto leggere a un paio di amici editor, e sono arrivate risposte confortanti. L’ho proposto a un paio di agenti; anche da lì le risposte sono state positive, ma il romanzo ha poco appeal commerciale. Vero. (Apro una parentesi enorme? No, meglio di no.)
E allora viene l’idea del Calvino, perché è un’istituzione che seguo da tempo e so (o mi auguro) che se nel mio testo c’è un valore, lì può venire fuori. So che al Calvino ci sono persone serie e competenti, lettori attenti, vediamo cosa succede, mi dico, proviamo.

Raccontaci la tua esperienza con il Calvino. Che effetto fa essere convocato per la finale?
Anche se sei molto convinto, sicuro della bontà del tuo lavoro, non è detto che questa cosa venga vista allo stesso modo dagli altri. Poi il Premio Calvino ti dice:”Sai che c’è? C’è che anche noi pensiamo che il tuo libro sia buono.”
E lì si scioglie qualcosa. In quel momento ti senti bene, perché poter realizzare se stessi fa sentire bene. C’è la gioia, l’attesa, l’aspettativa, la trepidazione, la curiosità, un po’ di ansia. Ma soprattutto, queste sono cose che succedono agli altri, queste sono cose che generalmente si guardano dal di fuori pensando oh, come sarebbe bello. Poi di colpo non guardi più da fuori. Ed è un gran bel salto. Le emozioni si accavallano, idem i pensieri, provi a goderti e a prendere il più possibile, nel pieno di un frastornamento. E in questo frastornamento cerchi perfino di essere presente a te stesso, perché vuoi che sia un inizio, vuoi rimboccarti le maniche.

Cos’è cambiato per te dopo aver scritto questo testo e dopo l’esperienza del Calvino? Scrivi ancora?
Intanto ho avuto la fortuna di conoscere la truppa del Premio Italo Calvino e il gruppo degli altri finalisti. Begli incontri, che arricchiscono. Come ho detto, all’improvviso mi sono ritrovato a non guardare più da fuori ma a vivere questa realtà, mi sono ritrovato in una dimensione personale nuova. E ovviamente sono cambiate molte cose, prima di tutto il mio rapporto con la scrittura. Dopo i bagordi, le ansie, l’elettricità del momento, a bocce ferme mi sono detto bravo, complimenti, e poi con una consapevolezza diversa è venuto anche un senso di responsabilità verso questo lavoro.
Adesso vorrei che Lettere dal carcere di 32 B venisse pubblicato, vorrei chiudere questo cerchio. Nell’impresa si è imbarcata con me Benedetta Centovalli, che non è solo un’agente letteraria ma un’appassionata cultrice e promotrice della narrativa italiana. Quindi dico grazie a lei per quello che potrà fare, e dico grazie al Premio per quello che ha fatto.
E sì, certo, scrivo ancora. Sto scrivendo un nuovo romanzo, ma oltre a dirti che il protagonista è un po’ più accessibile di 32 B, non ti dico altro.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May

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