Un racconto di Carlo A. Palazzi

Alla memoria di Larry McMurtry

I

“Certo che è venuto bene!” disse Larry al suo fratello maggiore Gerald. Avevano entrambi attraversato la strada e stavano adesso fissando il loro nuovo locale, la Cowboys Steakhouse, dal marciapiede di fronte. “Prossima Apertura il 7 Giugno 1932” – cioè fra sette giorni – avevano scritto sopra un paio di cartelli appesi su ciascuna delle vetrate che davano all’esterno.

Gerald annuì e sorrise in modo parco. Com’era suo costume.

In alto, ci avevano piazzato una bella insegna, in legno, con una fitta corona di lampadine per darle risalto al buio. Nella quale spiccava, in mezzo alle parole Cowboys e Steakhouse, il ritratto di una testa d’uomo, con sopra un cappellone. Avrebbe potuto essere benissimo quella di Tom Mix.

Comunque, pure il contorno non era male. Quei piccoli alberi dai fiori azzurri e profumati che cadenzavano la via. E le attività ai due lati della steakhouse. Ciascuna separata dalla stessa da uno stretto vicolo: un negozio di barbiere a destra ed un fioraio, dalla parte opposta. Entrambe ben arredate e frequentate da una clientela di un certo livello.

Erano già andati da loro a presentarsi, i due titolari. Rispettivamente un italiano di mezza età ed una giovane vedova che disse di provenire dal sud dell’Irlanda. Gente proprio a modo. E loro li avevano cordialmente invitati per l’inaugurazione.

Quando rientrarono nella steakhouse, la loro sorellina Cheryl stava raddrizzando le due paia di corna di bue che erano state appese, in modo davvero maldestro, alle pareti.

Assieme a due ruote di carro trasformate in lampadari, a un’altra da appoggiare al muro e a una testa di bisonte e ad una ulteriore di cervo rientravano tra le cose che il cugino Daniel e gli altri avevano diligentemente portato col treno. Direttamente da Laramie.

I tavoli, le sedie, le credenze e i rivestimenti tutti rigorosamente in legno se li erano, invece, fatti fare da un falegname nativo del Montana, che aveva la bottega a cinque isolati di distanza.   

A metà mattina, Larry e Gerald stavano appendendo un bel po’ di foto e ritratti di cowboy e di indiani, – Sioux, Crow e Shoshoni, per la precisione – quando entrarono due tipi, come loro sui quaranta e grossi quasi quanto loro. Piuttosto ben vestiti con un completo grigio a testa; uno dei quali a quadri.

“Fiiiiu quanto legno!” fischiò quello biondo, guardandosi attorno.

“Beh sono così le steakhouse nel posto da dove veniamo noi,” rispose Larry.

“E che posto sarebbe?” chiese quello calvo.

“Wyoming!”

“Wy che?”

“Wyoming! Non siete molto ferrati in geografia da queste parti…” ridacchiò Larry.

“E a che ci servirebbe…” continuò il calvo. “Stiamo già nel buco del culo del mondo.”

“Certo che ce n’è di legno, qui!” riprese dopo aver girato attorno con lo sguardo.

“E allora?” pensò di rimettersi a riattaccar foto Larry, mentre suo fratello non aveva proprio smesso.

“È che qui gli incendi sono frequenti.”

“E come mai?” lo fissò, a quel punto, Larry, con un’espressione fattasi improvvisamente interessata.

“Diverse cause. L’impianto elettrico. Il gas. Ma pure sigari e sigarette. E poi, in un posto come il vostro… dove si cucinerà senza interruzione… Il rischio è ancora più grosso. Mesi fa è andato a fuoco un bar, a due isolati da qui.”

“Cribbio! Vi ringraziamo per l’avvertimento,” sorrise Larry. “Ma noi siamo gente attenta per natura.”

“Non sempre è sufficiente…” gli fece uno sguardo furbo, il pelato. “Perciò esistiamo noi.”

“E voi sareste?”

“Una specie di assicuratori. Qui nel quartiere sono tutti assicurati con noi. E non solo per proteggersi dagli incendi, ma anche da altri tipi di fastidi. In questa città, c’è un sacco di gente poco raccomandabile, che se ne va in giro a combinar guai.”

“Per lo specifico problema,” si voltò e parlò per la prima volta, Gerald. “Abbiamo già il nostro rimedio” e si scostò la normale giacca da uomo di città che indossava, mostrando l’imprevedibile cinturone sottostante con le due rivoltelle luccicanti.

“Fiiiiu!” rifischiò il biondo “Non sono solo per scena, quindi. Spero che abbiate il porto d’armi.”

“Noi siamo sempre rispettosi delle leggi, di Dio e degli uomini. Ma sappiamo usarle, se serve.”

“Amen!” fece Cheryl, che era sbucata dalla cucina, avendo sentito delle voci.

“E c’è anche una bella e gentile signorina,”  le sorrise viscido, il pelato.

“È la nostra sorellina.” fece Larry. “Bella lo è di sicuro. Gentile… Mah. Con la sua carabina è capace di infilarti un proiettile per supposta da qui alla fine della strada.”

“Tipetto pericoloso…” sghignazzò il biondo

“Non ti immagini quanto.”

“Okay” concluse il calvo. “Voi pensateci bene.  Ci rifaremo vivi fra un paio di giorni. Considerate che se qui sono tutti assicurati ci sarà un motivo…”

“Finalmente in ballo,” ridacchiò Cheryl, quando i due furono usciti.

II

Il biondo e il pelato furono di parola e si ripresentarono due mattine dopo.

Ormai la steakhouse era arredata di tutto punto. Mancava solo di rifornire la cucina. E lo si sarebbe fatto il giorno prima dell’inaugurazione. I fornitori erano già stati tutti accuratamente selezionati ed era stato dato loro anche un anticipo.

“Allora, che ci dite” esordi il biondo con un sorriso a tutta bocca. “Possiamo farlo questo accordo? Basterà una stretta di mano, fra gente di parola. Niente scartoffie.”

C’erano sia Gerald che Larry nella sala della steakhouse, ma fu il maggiore a rispondere. “Devo dirvi che ci eravamo quasi decisi ad accettare, solo che poi abbiamo scoperto che non riuscite neppure a proteggere voi stessi. E perciò ci abbiamo ripensato.”

“Che diavolo volete dire?” indurì la sua voce il biondo.

“So che ieri sera della gente si è intrufolata, di nascosto, al White Peacock, il Night Club del vostro capo. Dopo aver messo fuori uso i vostri uomini di guardia. E, per fortuna, senza far loro troppo del male. Poi sono entrati nell’ufficio ed hanno aperto la cassaforte. Però, cosa strana, i soldi non li hanno toccati. Anzi sono stati loro a lasciare qualcosa: una zampa di lepre bianca del Wyoming. Come per dirvi quanto eravate stati fortunati…”

Al primo movimento dei due sgherri, Gerald, fulmineo, tirò fuori le rivoltelle dai foderi e le puntò su di loro. “Ora sedetevi, da bravi, e senza fare scherzi. Se non volete ritrovarvi con un buco in fronte.”

Il calvo e il biondo si accomodarono ad uno dei tavoli. Da come si guardavano tra loro, era lampante che non sapessero che pesci prendere. Era una parte che non avevano mai recitato. La loro era sempre stata quella che ora era di Gerald.

“Certo che c’era una gran bella musica nel vostro locale,” ridacchiò Larry. “Mi piace un sacco quella canzone… Happy Feet. Un grande successo. Ho pure il disco, a casa. E poi che orchestra! E quel coretto arzillo di ragazze!” agitò la mano. “Davvero fate i complimenti al vostro capo.”

“Vi siete scavati la fossa!” disse, allora, il pelato.

“Non credo proprio!” arrivò Cheryl dalla cucina, con una carabina in mano e, soprattutto, con una dozzina di uomini incappucciati di nero. Tutti armati di pistola o di fucile.

Ora, il biondo e il calvo cominciavano a sudar freddo.

“Questi sono solo una parte dei mei uomini,” riprese Gerald. “Voi non le conoscete le loro facce. Ma loro conoscono le vostre. Del vostro capo Berkowitz, innanzitutto, e dei suoi familiari. E poi di ogni suo scagnozzo. Voi due compresi, ovviamente. E di ciascuno sanno cosa fate e dove vivete. È tutto segnato in un taccuino come questo.” lo buttò sul tavolo dei due. “Vi stiamo alle calcagna da settimane. Ovviamente avremmo potuto farvi fuori, dal primo all’ultimo. Magari alleandoci col vostro acerrimo nemico Frankie Rizzo. Sappiamo che vi contendete questo pezzo di città. Ma non lo abbiamo fatto. E sapete perché?”

I due sgherri che ormai avevano il viso imperlato di sudore, scossero la testa.

“Perché non è questo il nostro mestiere. Anche se potremmo sempre fare qualche eccezione. Per dirla tutta, quel bar che avete incendiato, due mesi fa, era di nostra cugina Rose. Noi glielo avevamo detto che questo posto non faceva per lei. Che da queste parti c’è gentaglia senza onore che si arricchisce sulla fatica degli altri. Ma c’è un detto in Wyoming, che da oggi sarà valido anche qui: «Se fai qualcosa ad un Miller, tieni pronte almeno cinque bare, una per te e le altre quattro per i tuoi.» Perché, la famiglia Miller comunque interviene. Anche a migliaia di miglia di distanza. E se non si fosse capito, i Miller siamo noi!”

Poi Gerald rinfoderò le pistole e si mise a fissarli per un po’. Dopo che i due se l’erano quasi fatta addosso, concluse: “Dite a Berkowitz che lo aspetto oggi pomeriggio alle sei. Solo lui e voi due. Nessun’altro. Per un accordo. E che non abbia timore, se avessi voluto fargli del male gliene avrei già fatto. Ripeto, voglio soltanto raggiungere un accordo. Se in modo pacifico o meno dipende da lui. E, si ricordi che i miei lo tengono d’occhio. Anche in questo momento esatto, lo stanno tenendo d’occhio.”

Le facce del pelato e del biondo cominciarono a rasserenarsi. Ma i due non si mossero, fino a quando Gerald non ebbe detto loro: “E adesso aria! Smammate!”

“Diamine fratellone,” ridacchiò Cheryl non appena i gangster si furono squagliati. “Da scompisciarsi quella storia delle cinque bare. Come cavolo ti vengono!?”

III

I tre arrivarono precisi al minuto. I due scagnozzi stavano davanti e il loro capo sul sedile posteriore di una grossa Packard 845 Sedan, color avorio. Sicuramente blindata. Parcheggiarono proprio di fronte alla steakhouse.

C’era un bel passeggio sul marciapiede, a quell’ora del pomeriggio. Gente elegante, per lo più. Come si addiceva al quartiere.

Berkowitz entrò preceduto dai suoi e s’accomodò sull’unica sedia che i tre fratelli Miller avevano lasciato libera al loro tavolo da quattro. Il biondo ed il calvo si accomodarono a quello vicino.

In fondo alla sala, in un posto che non poteva essere scorto dall’esterno, s’erano sistemati quattro uomini incappucciati. Tutti armati di Winchester.    

“Vedo che c’è anche la sorellina…” apparve sorpreso il boss.

“Magari voi pensate di essere emancipati qui. Ma in Wyoming le donne votano già da sessant’anni ed abbiamo avuto un governatore donna fino a sei anni fa. E poi mia sorella spara meglio di molti dei miei uomini e di sicuro anche dei suoi,” rispose serio Gerald.

Berkowitz annuì. Era un tipo magro, bruno, impomatato, con un paio di baffetti sottili e di media altezza. Che cercava di sembrare un signore, senza neppure conoscerne i fondamentali.

Fu ancora Gerald ad intavolare il discorso: “Come i suoi le avranno detto, è nostra intenzione di raggiungere un accordo pacifico. In modo che io possa tornarmene, fra qualche giorno, tranquillamente a casa mia e ai miei affari.”

“Sono stato impressionato da tutta la vostra messa in scena,” rispose il boss “Ma non credo che abbiate poi il fegato di metterle in pratica, sino in fondo, tutte le vostre minacce.”

Gerald fece un fischio ed un paio di ragazzetti uscirono dalla cucina e poi dal locale e cominciarono a scoppiare delle miccette sul marciapiede.

Pochi secondi e sempre Gerald estrasse fulmineo una delle sue due rivoltelle e fece fuoco sulla gamba del calvo.

Berkowitz strabuzzò gli occhi. Mentre il calvo si tirò fuori un fazzoletto dai pantaloni e prese a tamponarsi la ferita che, buon per lui, era di striscio.

“Sono stato fortunato” gli scappò un sospiro.

“Quando a sparare è Gerald Miller, non esiste la fortuna” disse Cheryl. “Ringrazia Iddio che non abbia voluto farti più male.”

“Signor Berkowitz, la mia famiglia possiede decine di migliaia di capi di bestiame, oltre a parecchie altre cose, in Wyoming,” riprese Gerald, come se nulla fosse accaduto. “E creda, anche da noi ci sono delinquenti. Gente al cui cospetto voi sembrereste delle mammolette. E in un territorio vasto come il nostro e così poco popolato, non è che trovi uomini di legge ogni volta che ne hai bisogno. Per cui, da generazioni, siamo spesso costretti a fare da soli. Quindi, se preferisce, possiamo chiuderla qui. Adesso.”

Anche Larry estrasse la pistola e gli incappucciati si alzarono spianando i fucili. Mentre Cheryl serrava la porta del locale e tirava le tende. E i ragazzi, fuori, continuavano con le miccette. Tanto che il grosso del passeggio s’era trasferito sull’opposto marciapiede.

“Okay, Okay” si affrettò a dire il boss. “Vi ascolto.”

“Benissimo, allora. I termini del patto sono molto semplici. Tra qualche giorno mia cugina Rose subentrerà nella gestione di questo locale. Lei non pagherà mai il pizzo e voi le rifonderete i danni conseguiti all’incendio del suo bar. Abbiamo fatto un conto esatto su questo foglio.” lo poggiò sul tavolo. “E non avrete più fastidi da noi Miller.”

Berkowitz prese il foglio senza neppure guardarlo ed annuì. “Penso che si possa fare.”

“Comunque lascerò degli uomini che terranno d’occhio sia voi che la steakhouse. Ma non ve ne accorgerete, com’è stato sino ad oggi. Sono sicuro che lo avete letto il taccuino che vi ho mandato. E, se violerete i termini del nostro accordo, loro hanno l’ordine di intervenire. Con la massima determinazione.”

“Non ce ne sarà bisogno,” disse Berkowitz, con un’aria seria, mentre adesso si alzava.

“Perfetto! Ora andate e medicate il vostro uomo,” concluse Gerald.  

IV

Larry richiamò i figli di Rose solo quando ebbero finito le miccette. Intanto che stavano arrivando gli elettricisti per controllare tutto quanto di elettrico ci fosse in quel posto. Non volevano che, alla fine, scoppiasse, per davvero, un incendio nella steakhouse.

Appena fece buio, i tre fratelli Miller attraversarono la strada. Gerald fece un fischio e le lampadine attorno all’insegna si accesero tutte.

“Certo che ne fa di effetto!” disse Cheryl.

Larry e Gerald annuirono e sorrisero.

“Che ne dite, voi due, se me ne resto qui, per un po’? Sappiamo tutti che la nostra Rose non è la persona più sveglia di questo mondo. E dovrà gestire ben più di un piccolo bar, adesso.

E poi mi sa che a questa città le manca proprio una come me,” ridacchiò Cheryl

“E il tuo promesso, Dick Smith?” fece Larry.

“Se ne farà una ragione. Non gli farà male se aspetterà per qualche tempo. Mi stava dando troppo per scontata, ultimamente. Lui… ad una Miller…”

“Beh, certo che questa non è una bella cosa,” annuì Larry. “Tu che ne dici Gerald.”

“Proprio no fratello… Proprio per niente.”