Il romanzo rosa è morto, W il rosa!

Intorno a Maschi e murmaski

di Chiara Bongiovanni

di Cinzia Bigliosi

Secondo Ryoko Sekiguchi, nessuno può ingollare serenamente un cibo di cui non conosca il nome. Per questo sarà molto più facile leccare il gelato gusto Puffo, di quel celeste Pantone che ancor ci sfugge, anziché abbandonarci alle voluttà di una graziosa tartina la cui natura la cameriera della pâtisserie non sappia descriverci con un nome preciso. Allo stesso modo, archiviati i maschi, che all’incirca si sa chi o cosa sono, il titolo Maschi e murmaskiè una trappola sottile per chi, come chi scrive, ha afferrato il volume fresco di stampa per capire che cosa mai fossero i musmaski – per inciso, pare che lo scioglilingua indichi il Nyctereutesprocyonoides, detto anche cane procione. Tozzo e lento, lui ma anche il nostro acume che resterà interdetto nello scoprire che il musmasky giace in quasi ogni dimora che si rispetti. Infatti, una volta assassinato brutalmente, quel che resta del suo pelo mesciato viene avvoltolato sui colli di giubboni di poco conto, per dare quel tocco di “vorrei ma non posso” (avrebbe potuto pensarci, come ricorda l’autrice, Jude Law che, meno svelto di Sean Connery nell’usare il tupè, si è lasciato stempiare orribilmente prima di finire “a fare la parte del marito di Anna Karenina invece di quella di Vronskij”).

Insieme ai maschi e ai murmaksi, in via d’estinzione sono anche le autrici come Chiara Bongiovanni, felice esordiente nel genere romantico che prima ha cannibalizzato gli ultimi esiti di Stefania Bertola e, un po’ più indietro, di Fruttero&Lucentini per leggiadria di stile e sfumature. Dai riferimenti e passioni culturali lasciati cadere tra le pagine come per caso (basti pensare ai nomi delle protagoniste – le Claudine, le Babette, le Albertine – così come all’orco buono da fiaba wildiana), la scrittrice si tiene strettamente ancorata alle strutture del rosa ed entra nello scomodo novero delle scrittrici italiane che dell’ironia umoristica hanno fatto il loro pericoloso mestiere (Franca Valeri sapeva bene che, se lo sguardo dell’autrice donna mentre dissacra fa anche ridere, la scrittrice sarà inevitabilmente considerata un po’ meno scrittrice e un po’ meno brava). I temi di Maschi e murmaski sono seri, ma vengono affrontati con allegria e una scrittura pungente (è il caso di dirlo anche per la presenza silente di un porcospino letargico nel cassetto della biancheria intima, perché, si sa, tra aculei irti e cotoni pudendi ci si intende). La storia prende la propria struttura dal canone sentimentale, rinfrescato nei suoi cliché chiave. Così, il conflitto perfetto, che nel romanzo rosa non può mancare, è un O.K. Corral senza spargimento di sangue, ma di grande astuzia narrativa, con i due innamorati così diversi da non poter essere più irresistibili l’una per l’altro: lei, commessa di libreria, animalista convinta e petulante che raccoglie firme contro la vivisezione e complotta per sabotare un allevamento clandestino di murmaski, lui, un biologo con un presunto penchant per la sperimentazione animale e che, con l’aura da pronipote di Rochester, è chiamato l’Orco.

Dopo rocambolesche avventure, slalom tra ostacoli imprevisti, riesumazioni di antichi fidanzati automuniti, la pericolosa presenza di una ex, bella e scienziata, la cena al “castello fuori dal mondo”, la favolosa casa di campagna (forse la stessa a cui è dedicato il libro) di una centenaria dall’udito selettivo, circondata da buio e urla agghiaccianti, finalement l’amour giungerà sano e salvo al gran finale, coronandosi nel matrimonio meno atteso del romanzo (anche se, Liala docet, il matrimonio d’interesse può rappresentare una più che tollerata oasi di dolcezze).

Il romanzo di Chiara Bongiovanni è una colorata matrioska di storie che si autoproducono e che chiude sul malinconico profilo tondeggiante di Maigret che entra nel caffè di quai de Valmy per riscaldarsi dopo il ritrovamento nel canale di un corpo senza testa. Ma, come diceva Moustache, questa è un’altra storia.