di Carlo A. Palazzi

Un racconto del West? Certo! Anche se ambientato a metà del novecento, ci sono uno sceriffo e il suo vice, gli “Indiani” e un ricco ranchero. Una tragedia familiare? Sicuro! Ne ha tutti gli ingredienti (a me ha ricordato certe pièce teatrali d’oltre oceano del secolo scorso)! Una crime story? Ne possiede più di qualche tratto! Un romanzo di formazione? Forse più di tutto il resto! Con un protagonista adolescente attraverso gli occhi e il cuore del quale l’Autore ci fa va vivere l’intera vicenda. La scoperta della complessità del mondo degli adulti. E delle sue inattese contraddizioni. Il sesso con le sue pericolose implicazioni. E l’eterno dilemma se scegliere tra il bene e il male oppure rassegnarsi al limbo del compromesso. Con ognuna delle due possibili opzioni gravide di conseguenze. Infine, il senso di appartenenza ad un territorio col quale non si può fare a meno di sentirsi compenetrati. 

Quante cose racchiude Watson in 140 pagine! (Montana 1948, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli). A testimonianza del fatto che ad un grande Autore non serve chissà quanto inchiostro per confezionare un capolavoro. “Bastano” un po’ di idee giuste, uno stile personalmente scarno ma ricco a sufficienza per delineare scenari, personaggi e stati d’animo, e quel “quid” col quale si nasce e che nessuna scuola potrà mai insegnarti.

E che dire dell’Editore Mattioli 1885? Ormai punto di riferimento insostituibile per tutti gli amanti della letteratura americana, in particolare di quella rude e sapida delle interne zone rurali. La sua sapienza inizia già dalla scelta delle copertine che ti stregano al primo sguardo e ti preannunciano l’affascinante universo che troverai leggendo.