Siamo ancora una volta a Oregon Hill, lo storico quartiere operaio di Richmond cantato da Howard Owen nell’omonimo romanzo prima e ora in questo Il country club (trad. di Chiara Baffa, NN Editore, pp. 267) uscito l’altr’anno in Italia per i tipi di NN Editore; e di nuovo abbiamo sotto gli occhi l’indimenticabile reporter  protagonista della serie, Willie Black: cinquant’anni suonati, tre matrimoni falliti alle spalle, un attaccamento incondizionato a carta e penna mentre gli altri giornalisti che riddano attorno al caso di Richard Slade non fanno altro che usare quelle diavolerie elettroniche. E Richard Slade, entrato in carcere da ragazzino nel 1983 con l’accusa di aver stuprato la sedicenne Alicia Parker Simpson in un buio spogliatoio del Philadelphia Quarry, il country club più esclusivo di Richmond, viene ora scarcerato dopo quasi ventott’anni di reclusione, grazie alle analisi del DNA e a un’efficace azione dell’Innocence Project. Ma l’innocenza dell’uomo sembra essere viscida come il dorso di un’anguilla. Marcus Green, l’avvocato difensore di Slade, sa infatti che di là dalle accuse si gioca una partita ben più grande, quella tra la comunità nera di Richmond e i bianchi di Windsor Farm, tra chi crede che Slade sia il cattivo solo perché di colore e chi sa che i Simpson sono una famiglia intoccabile. E poi succede il fattaccio: quando Slade sembra avere le carte in regola per sfuggire alle grinfie di una giustizia malata e di un apparato giornalistico che ha svenduto la dignità ai potenti e alla pubblicità, ecco che l’ormai quarantaquattrenne Alicia Parker Simpson finisce ammazzata neppure una settimana dopo il rilascio di Slade. I faciloni sanno contro chi puntare il dito; ma Willie Black non ci sta. Inizia così per lui una lotta contro il tempo: per salvare la pelle a Slade e per non perdere il posto al giornale (dove le minacce piovono dal superiore James H. Grubbs e dal proprietario della testata, Mr Giles Whitehurst, amico di vecchia data dei Simpson). Romanzo adrenalinico, ricco di personaggi indimenticabili che si adagiano come una pelle al corpo della storia – da spasso la vecchia madre di Willie, con la sua marijuana e la casa trasformata in “un piccolo ricovero per svitati” –, Il country club si dimostra un ottimo giallo che, mentre offre il destro a Owen per gettare una luce di speranza sullo stanco e sfilacciato mondo dell’editoria quotidiana (di cui l’autore, dopo quarant’anni di cronaca sportiva, sa qualcosa), denuncia, con la sua voce molleggiata e ironica, l’intricata trama di vergogne e disonori della famiglia Simpson, quel misto di tracotante sicumera e di paura che spesso avvolge i potenti, i ricchi, i bianchi, incapaci di accettare i propri lati oscuri e di leccarsi le ferite, in un’America attualissima che rischia di smarrire (o forse non l’ha mai avuto) il suo afflato comunitario, quella voglia di “prendersi cura dei figli di tutti, di fare quadrato attorno ai più deboli”, da qualunque parte essi stiano.